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sabato 7 gennaio 2012

Demistificare l'economia cinese.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Il presente pezzo è una libera traduzione di un articolo pubblicato, verso la fine di Dicembre, sulle pagine dell’inserto economico del The Kathmandu Post, intitolato “Demistificare l’economia cinese – Ogni paese in via di sviluppo può emulare l’esperienza della Cina e sostenere una crescita rapida”.
L’autore, Justin Yifu Lin, è Capo Economista e Vice-Presidente della Banca Mondiale, nonché fondatore del Centro Cinese per la Ricerca Economica dell’Università di Pechino.
Prendendo spunto dal suo ultimo libro intitolato, come l’articolo, “Demistificare l’economia cinese”, spiega in maniera molto chiara e semplice l’evoluzione economica cinese, e come questa possa essere presa da esempio anche da altri paesi in via di sviluppo.
Sperando che la traduzione sia all’altezza, lasciamo la parola al luminare dell’economia:
La Cina ha avuto una prospera ed avanzata cultura per millenni, fino al XVIII secolo, dopo il quale è degenerata in una nazione poverissima per circa 150 anni.
Ora è risorta, per diventare la più dinamica economia mondiale, da quando nel 1979 ha iniziato la sua transizione ad un’economia di mercato.
Cosa ha spinto questi epocali cambiamenti?
Nel mio recente libro, intitolato “Demistificare l’economia cinese”, ho teorizzato che per qualunque nazione, in ogni epoca, la base per una crescita sostenuta sono le innovazioni tecnologiche.
Prima della Rivoluzione Industriale, artigiani e contadini erano la maggior fonte di innovazioni, e la Cina, avendo la più grande popolazione al Mondo, fu il leader delle innovazioni tecnologiche e dello sviluppo economico per gran parte della sua storia, grazie appunto al suo enorme bacino di artigiani e contadini.
La Rivoluzione Industriale accelerò la velocità del progresso occidentale sostituendo l’avanzamento tecnologico basato sull’esperienza comune, con esperimenti condotti da scienziati e ingegneri all’interno di laboratori costruiti appositamente.
Questo cambiamento ha marcato l’arrivo della moderna crescita economica e contribuito al Miracolo Europeo (in inglese Great Divergence), il processo avvenuto nella prima metà del ‘900, attraverso il quale i paesi occidentali, non solo europei, si sono sviluppati fino a diventare i paesi economicamente più potenti.
La Cina non riuscì ad effettuare questo cambiamento, principalmente a causa del suo sistema educativo che dava maggior importanza alla memorizzazione dei classici di Confucio, piuttosto che alla matematica e alle scienze.
Il Miracolo Europeo ebbe successo in quanto anche i paesi in via di sviluppo poterono utilizzare il traferimento della tecnologia dei paesi più avanzati, per ottenere un tasso di crescita maggiore delle nazioni che erano all’avanguardia tecnologicamente.
Ma la Cina fallì nel prendere vantaggio da questa posizione di inferiorità finché la transizione non avvenne davvero.
Durante la Rivoluzione Comunista del 1949, Mao Zedong e altri leader politici speravano di modificare l’arretratezza cinese molto velocemente, utilizzando una grande spinta per costruire un’avanzata industria a capitale intensivo.
Questa strategia permise alla Cina di testare bombe nucleari negli anni ‘60 e satelliti negli anni ‘70, ma quella cinese rimaneva un’economia povera e agraria; e non aveva nessun vantaggio tra le industrie a capitale intensivo.
Le piccole ditte di quelle industrie non erano vitali in un mercato aperto e competitivo, e la loro sopravvivenza richiedeva la protezione governativa, sussidi e direttive amministrative.
Queste direttive aiutarono la Cina a stabilire industrie moderne e avanzate, ma le risorse furono distribuite malamente, come anche gli incentivi, e la prestazione dell’economia rimase povera.
La fretta è cattiva consigliera (nell’originale inglese: Haste made waste, la fretta crea scarti).
Quando la Cina iniziò davvero il processo della transizione di mercato nel 1979, Den Xiaoping adottò un approccio pragmatico e dualista, piuttosto che la formula del “Consenso a Washington” di una rapida privatizzazione e la liberalizzazione dei mercati.
Da una parte il Governo continuò a provvedere protezione alle ditte dei settori primari, dall’altra liberalizzò l’entrata di compagnie private e gli investimenti stranieri diretti nel settore del lavoro intensivo, coerenti con il vantaggio cinese di avere una grande popolazione e che in passato non veniva sfruttato.
Questo approccio permise alla Cina di ottenere contemporaneamente stabilità e una crescita dinamica.
Infatti, i vantaggi dell’essere arretrata diventarono enormi: negli ultimi 32 anni la Cina ha raggiunto una media di crescita annuale del 9,9% del PIL e del 16,3% del commercio, un traguardo stellare che contiene valide lezioni anche per altri paesi in via di sviluppo.
Ora la Cina è il più grane esportatore mondiale e più di 600 milioni di persone sono uscite dalla povertà.
Sebbene però, il successo della Cina abbia avuto i suoi costi: le differenze di salario sono aumentate a causa della poco equilibrata politica seguita nei vari settori, aggiunta al dominio delle 4 banche statali, ai diritti sulle miniere ridotti quasi allo zero, e al monopolio delle maggiori industrie di telecomunicazioni, energetiche e finanziarie
Da queste distorsioni (retaggio della transizione dualista), sono sorte quindi le disuguaglianze di salario, che hanno represso i consumi interni e contribuito allo sbilanciamento del mercato cinese, che rimarrà finché la Cina non avrà completato la sua transizione di mercato.
Sono tuttavia fiducioso che nonostante i problemi derivanti dalla crisi dell’Euro e dal crollo delle richieste internazionali, la Cina possa continuare la sua dinamica crescita.
Nel 2008 il reddito pro-capite cinese era al 21% del livello americano (misurati a parità del potere d’acquisto) ed era simile al reddito pro-capite del Giappone nel 1951, della Corea del Sud nel 1977, e Taiwan nel 1975; la crescita del PIL era in media del 9,2% in Giappone tra il 1951 e il 1971, del 7,6% in Corea del Sud tra il 1977 e il 1997, dell’8,3% a Taiwan dal 1975 al 1995.
Viste le similitudini tra queste esperienze economiche e la Cina della strategia post 1979, sembra probabile che possa mantenere una crescita attorno all’8% nei prossimi vent’anni.
Alcuni potrebbero pensare che le prestazioni della Cina, che possiede una popolazione di più di 1 miliardo e 300 milioni di persone, non possano essere ripetute, ma io non sono d’accordo: ogni paese in via di sviluppo può avere le stesse opportunità per sostenere una rapida crescita per decadi e ridurre drasticamente la povertà se sfrutta i vantaggi dell’arretratezza, importa tecnologia dai paesi avanzati e migliora le proprie industrie.
Semplicemente non c’è sostituto migliore al capire i relativi vantaggi.