Riprendiamo oggi a considerare il testo India and the future di William Archer (nella foto), riprendendo il filone di riflessioni lasciato aperto dal precedente post.
Come si accennava, il testo è stato pubblicato nel 1917 e, tuttavia, riporta analisi che, a mio parere (dopo circa 6 anni spesi in India), sono di una sorprendente attualità.
Consideriamo oggi l’ignominia del sistema castale, la cui cultura credo di poter affermare sia ancora fortemente radicata in India malgrado la discriminazione sulla base della casta (oltre che su base razziale, religiosa e di sesso) e la stessa intoccabilità siano state dichiarate incostituzionali all’indomani dell’indipendenza del paese.
Tuttavia, a proposito dell'intoccabilità, merita segnalare che, da una stima comune, è stato concluso che i dalit, gli intoccabili siano, ad oggi, almeno 160 milioni, in India. Al riguardo può essere interessante una visita a questo sito internet.
Archer fa una breve panoramica storica:
In the Vedas we have a wholesome, primitive, nature-religion, free from sacerdotalism, free from asceticism, knowing nothing of metempsychosis, and based on a simple, natural form of social organization. A few century elapse, and we find religion the property of a hereditary priesthood; ceremonial so tinctured with magic that the misplacing of a syllable or an emphasis in a sacred mantra is supposed to annul its efficacy; asceticism rampant and arrogant; the theory of metempsychosis morbidly overstraining the imagination, and leading men to look upon life as an illimitable, fantastic, more or less cruel fairy-tale; and, to crown all, a social organization the most elaborately anti-social that the mind of man ever conceived. Caste […] are of the very essence of Hinduism, growing with its growth and strengthening with its strength. A few more centuries pass, and great efforts are made to remedy the worst of these abuses. Two almost contemporary movements, Buddhism and Jainism, have a certain measure of success. But Brahminism, tenaciously invincible, soon rears its undiminished head. Buddhism is cast out, and the Jains survive as a comparatively small sect (William Archer, India and the future, p. 78-79).
Traducendo rapidamente: nei Veda abbiamo una dimensione religiosa genuina, libera da sacerdotalismo, libera da sacerdoti ed ascesi, con nessuna nozione di metempsicosi, e basata su di una forma semplice e naturale di organizzazione sociale. Dopo pochi secoli la religione diviene prerogativa di un sacerdozio ereditario. Il cerimoniale si compromette al punto con la magia che la sbagliata pronuncia di una sillaba o la scarsa attenzione per un mantra sacro potrebbe annullrne l’efficacia. L’attitudine ascetica si fa rampante ed arrogante mentre la teoria della metempsicosi porta a considerarela vita alla stregua di una fiaba grossomodo crudele. A coronamento di tutto l’organizzazione sociale [indiana] diviene una tra le più elaboratamente anti-sociali che la mente umana potesse mai concepire. Le caste [...] sono l'essenza stessa dell'induismo, cresce con lui, si rafforza con lui. Passa ancora qualche secolo e grandi sforzi vengono fatti per rimediare al peggiore di questi abusi [il sistema castale]. Due movimenti quasi contemporanei, il buddismo ed giainismo, hanno un buon successo ma il Brahminismo, con invincibile tenacia, rialza presto la testa. Il Buddismo [nel tempo] viene estromesso dal paese mentre il giainismo sopravvive come una setta minoritaria.
In un altro passaggio, che alla luce della mia esperienza nel paese trovo soprendentemente attuale, Archer scrive:
[…] An institution which nowhere else in the world exists […] has ruled for something like three thousand years throughout the lenght and breadth of India. It sprang, perhaps […] from the absence of national life; and, once established, it effectually barred the development of national life. Not country, but caste, was, and in great measure still is, the object of loyalty. Under the dominance of caste, every community is divided against itself. The very idea of a common-weal is excluded where one social stratum would disdain to have anything, wether weal or woe, in common with another. (Ivi, p. 44)
Traducendo ancora: Un'istituzione che non esiste in nessun'altra parte del mondo [...] ha governato l’India per circa 3000 anni. E’ scaturita, forse, da un'assenza di vita nazionale e, una volta stabilita, ne ha efficacemente impedito lo sviluppo. Non è dunque paese ma la casta ad essere stata e, in buona misura, ad essere ancora oggi, oggetto di fedeltà. Sotto il dominio castale, ogni comunità è intrinsecamente divisa e questo preclude alla radice l'idea stessa di un bene comune nel momento in cui uno strato sociale disdegna di condividere qualcosa, benessere o sofferenza, con un altro.
Credo Archer abbia fatto abbastanza centro. E’ difatti proverbiale la mancanza di senso civico degli indiani che credo possa essere facilmente ricondotta al tipo di organizzazione sociale castale peculiare del paese.
In India domina una cultura del “privato”, della propria casa, della propria famiglia, del proprio benessere mentre quanto dovrebbe essere di tutti è profondamente disprezzato oltre che trascurato. Facile intuire come questa visione sia profondamente miope, nella misura in cui non si può pienamente beneficiare di una casa impeccabile nel momento in cui, appena fuori, le scanalature delle fogne sono a cielo aperto e microbi e batteri di ogni sorta si infiltrano anche negli interni immacolati (merita tuttavia segnalare che il paese sta facendo sorprendenti progressi nell'ambito delle infrastrutture e della stessa sicurezza sanitaria). Non a caso l’ultima epidemia di peste (di eco mondiale, dato che di peste muoiono ancora molte persone in India ma il fenomeno è contenuto e dunque non fa, sostanzialmente, notizia) è stata documentata da Tiziano Terzani nel 1996. Per fare appena un esempio.
In poche parole, credo che la cultura castale che molti indofili tendono a sdrammatizzare, a relegare in una voluta (e a mio parere colpevole) marginalità, condizioni nel profondo la vita sociale e la psicologia individuale, in India, con conseguenze di ogni ordine e grado.
Per concludere, cito un brano di un romanzo che sto scrivendo e che spero riuscirò a pubblicare nel mese di Aprile: Sadhu si ma con la rendita. Il romanzo è parzialmente ambientato a Benares che ho descritto come segue:
Una dimensione pubblica degradata a pura giungla metropolitana, un rapporto con l’ambiente all’insegna della più assoluta incuria (anche se, nel momento in cui Sadhu atterra a Benares, in città iniziano ad avere una vaga idea di che cosa sia la nettezza urbana), piscia e sputi di fiotti rossi di saliva al betel di frequente — se non costante — corollario.
Veniamo all’acustica; Sadhu, ancora prima di uscire dall’aereoporto ha già inserito, vecchia mutanda, tappi tattici nelle orecchie. Il frastuono di clacson è, difatti, inverosimile. Immaginatevi una situazione di strade congestionate di traffico in cui ciascuno, a momenti alterni, per segnalare sorpassi o semplicemente il proprio essere nel mondo ed evitare di essere ritrovato appiccicato sulla parte anteriore di un camion, suona. Immaginatevela bene ed avrete l’acustica di Benares, condita dal roboare ossessivo di tattici gruppi elettrogeni (ogni quartiere ha i suoi, sembra quasi facciano a gara di chi fa più casino), in virtù, altra chicca impagabile, dei tuttora frequenti powercuts.
Veniamo alle file o, banalmente, alla elementare capacità di aspettare il proprio turno quando si deve comprare qualcosa in un negozio o spedire un pacco all’ufficio postale, ordinare delle analisi in un ambulatorio e simili ed è lì che l’indiano medio dà veramente il meglio di sè. Viene improvvisamente colto da una febbre prevaricatrice, come se aspettare il proprio turno (spesso si tratta di una manciata o poche manciate di secondi) per richiedere o pagare un qualunque prodotto sia quanto di più irragionevole possa essere richiesto ad un essere umano. Ci si trova dunque costretti ad assistere a scene di animalesco prorompere all’arrembaggio, mani che si protendono con la banconota, rilasciando olezzi di ascella nelle immediate vicinanze (usati, a loro volta, come sleali mezzi persuasivi per farsi largo nel magma umano) o voci che debbono a tutti i costi imporsi su brevi colloqui in corso e già in procinto di terminare, reclamando attenzione e disponibilità solo ed unicamente per sè. A questo punto credo sia interessante entrare nel vivo di cosa rappresenti l’altro generalizzato per l’indiano medio. Per quello che ho avuto modo di vedere, l’indiano medio fa completamente astrazione delle persone con cui si trova a condividere lo spazio. In India si assiste dunque, quotidianamente, ad una sorta di “autismo generalizzato”; ognuno pensa solo ed unicamente per sé, giungendo a perdere il senso della percezione stessa del proprio simile, passandogli sui piedi, sputandogli addosso, ruttandogli nelle orecchie. [...] E’ francamente la cosa che ancora più mi sconvolge del paese, l’assoluta impermeabilità alla dimensione interumana che dunque invisona lo stomaco anche rispetto agli enormi squilibri sociali che si trovano ancora nel paese e su cui credo sia meglio sorvolare, per poterci permettere di mantenere il tono di queste pagine ragionevolmente semiserio.
Vi do appuntamento al prossimo post di questo osservatorio sull’India. Si tornera’ a considerare la questione delle caste, anche alla luce del Manusmriti, il tradizionale testo normativo (redatto probabilmente tra il 200 A.C. ed il 200 D.C.) e delle relazioni che possono riscontrarsi con la cultura nazista (maggiori di quanto si possa pensare).
Naturalmente avremo modo di considerare anche aspetti positivi. La visione critica del paese non vuole difatti essere di parte ma solo, il più possibile, realistica.
Come si accennava, il testo è stato pubblicato nel 1917 e, tuttavia, riporta analisi che, a mio parere (dopo circa 6 anni spesi in India), sono di una sorprendente attualità.
Consideriamo oggi l’ignominia del sistema castale, la cui cultura credo di poter affermare sia ancora fortemente radicata in India malgrado la discriminazione sulla base della casta (oltre che su base razziale, religiosa e di sesso) e la stessa intoccabilità siano state dichiarate incostituzionali all’indomani dell’indipendenza del paese.
Tuttavia, a proposito dell'intoccabilità, merita segnalare che, da una stima comune, è stato concluso che i dalit, gli intoccabili siano, ad oggi, almeno 160 milioni, in India. Al riguardo può essere interessante una visita a questo sito internet.
Archer fa una breve panoramica storica:
In the Vedas we have a wholesome, primitive, nature-religion, free from sacerdotalism, free from asceticism, knowing nothing of metempsychosis, and based on a simple, natural form of social organization. A few century elapse, and we find religion the property of a hereditary priesthood; ceremonial so tinctured with magic that the misplacing of a syllable or an emphasis in a sacred mantra is supposed to annul its efficacy; asceticism rampant and arrogant; the theory of metempsychosis morbidly overstraining the imagination, and leading men to look upon life as an illimitable, fantastic, more or less cruel fairy-tale; and, to crown all, a social organization the most elaborately anti-social that the mind of man ever conceived. Caste […] are of the very essence of Hinduism, growing with its growth and strengthening with its strength. A few more centuries pass, and great efforts are made to remedy the worst of these abuses. Two almost contemporary movements, Buddhism and Jainism, have a certain measure of success. But Brahminism, tenaciously invincible, soon rears its undiminished head. Buddhism is cast out, and the Jains survive as a comparatively small sect (William Archer, India and the future, p. 78-79).
Traducendo rapidamente: nei Veda abbiamo una dimensione religiosa genuina, libera da sacerdotalismo, libera da sacerdoti ed ascesi, con nessuna nozione di metempsicosi, e basata su di una forma semplice e naturale di organizzazione sociale. Dopo pochi secoli la religione diviene prerogativa di un sacerdozio ereditario. Il cerimoniale si compromette al punto con la magia che la sbagliata pronuncia di una sillaba o la scarsa attenzione per un mantra sacro potrebbe annullrne l’efficacia. L’attitudine ascetica si fa rampante ed arrogante mentre la teoria della metempsicosi porta a considerarela vita alla stregua di una fiaba grossomodo crudele. A coronamento di tutto l’organizzazione sociale [indiana] diviene una tra le più elaboratamente anti-sociali che la mente umana potesse mai concepire. Le caste [...] sono l'essenza stessa dell'induismo, cresce con lui, si rafforza con lui. Passa ancora qualche secolo e grandi sforzi vengono fatti per rimediare al peggiore di questi abusi [il sistema castale]. Due movimenti quasi contemporanei, il buddismo ed giainismo, hanno un buon successo ma il Brahminismo, con invincibile tenacia, rialza presto la testa. Il Buddismo [nel tempo] viene estromesso dal paese mentre il giainismo sopravvive come una setta minoritaria.
In un altro passaggio, che alla luce della mia esperienza nel paese trovo soprendentemente attuale, Archer scrive:
[…] An institution which nowhere else in the world exists […] has ruled for something like three thousand years throughout the lenght and breadth of India. It sprang, perhaps […] from the absence of national life; and, once established, it effectually barred the development of national life. Not country, but caste, was, and in great measure still is, the object of loyalty. Under the dominance of caste, every community is divided against itself. The very idea of a common-weal is excluded where one social stratum would disdain to have anything, wether weal or woe, in common with another. (Ivi, p. 44)
Traducendo ancora: Un'istituzione che non esiste in nessun'altra parte del mondo [...] ha governato l’India per circa 3000 anni. E’ scaturita, forse, da un'assenza di vita nazionale e, una volta stabilita, ne ha efficacemente impedito lo sviluppo. Non è dunque paese ma la casta ad essere stata e, in buona misura, ad essere ancora oggi, oggetto di fedeltà. Sotto il dominio castale, ogni comunità è intrinsecamente divisa e questo preclude alla radice l'idea stessa di un bene comune nel momento in cui uno strato sociale disdegna di condividere qualcosa, benessere o sofferenza, con un altro.
Credo Archer abbia fatto abbastanza centro. E’ difatti proverbiale la mancanza di senso civico degli indiani che credo possa essere facilmente ricondotta al tipo di organizzazione sociale castale peculiare del paese.
In India domina una cultura del “privato”, della propria casa, della propria famiglia, del proprio benessere mentre quanto dovrebbe essere di tutti è profondamente disprezzato oltre che trascurato. Facile intuire come questa visione sia profondamente miope, nella misura in cui non si può pienamente beneficiare di una casa impeccabile nel momento in cui, appena fuori, le scanalature delle fogne sono a cielo aperto e microbi e batteri di ogni sorta si infiltrano anche negli interni immacolati (merita tuttavia segnalare che il paese sta facendo sorprendenti progressi nell'ambito delle infrastrutture e della stessa sicurezza sanitaria). Non a caso l’ultima epidemia di peste (di eco mondiale, dato che di peste muoiono ancora molte persone in India ma il fenomeno è contenuto e dunque non fa, sostanzialmente, notizia) è stata documentata da Tiziano Terzani nel 1996. Per fare appena un esempio.
In poche parole, credo che la cultura castale che molti indofili tendono a sdrammatizzare, a relegare in una voluta (e a mio parere colpevole) marginalità, condizioni nel profondo la vita sociale e la psicologia individuale, in India, con conseguenze di ogni ordine e grado.
Per concludere, cito un brano di un romanzo che sto scrivendo e che spero riuscirò a pubblicare nel mese di Aprile: Sadhu si ma con la rendita. Il romanzo è parzialmente ambientato a Benares che ho descritto come segue:
Una dimensione pubblica degradata a pura giungla metropolitana, un rapporto con l’ambiente all’insegna della più assoluta incuria (anche se, nel momento in cui Sadhu atterra a Benares, in città iniziano ad avere una vaga idea di che cosa sia la nettezza urbana), piscia e sputi di fiotti rossi di saliva al betel di frequente — se non costante — corollario.
Veniamo all’acustica; Sadhu, ancora prima di uscire dall’aereoporto ha già inserito, vecchia mutanda, tappi tattici nelle orecchie. Il frastuono di clacson è, difatti, inverosimile. Immaginatevi una situazione di strade congestionate di traffico in cui ciascuno, a momenti alterni, per segnalare sorpassi o semplicemente il proprio essere nel mondo ed evitare di essere ritrovato appiccicato sulla parte anteriore di un camion, suona. Immaginatevela bene ed avrete l’acustica di Benares, condita dal roboare ossessivo di tattici gruppi elettrogeni (ogni quartiere ha i suoi, sembra quasi facciano a gara di chi fa più casino), in virtù, altra chicca impagabile, dei tuttora frequenti powercuts.
Veniamo alle file o, banalmente, alla elementare capacità di aspettare il proprio turno quando si deve comprare qualcosa in un negozio o spedire un pacco all’ufficio postale, ordinare delle analisi in un ambulatorio e simili ed è lì che l’indiano medio dà veramente il meglio di sè. Viene improvvisamente colto da una febbre prevaricatrice, come se aspettare il proprio turno (spesso si tratta di una manciata o poche manciate di secondi) per richiedere o pagare un qualunque prodotto sia quanto di più irragionevole possa essere richiesto ad un essere umano. Ci si trova dunque costretti ad assistere a scene di animalesco prorompere all’arrembaggio, mani che si protendono con la banconota, rilasciando olezzi di ascella nelle immediate vicinanze (usati, a loro volta, come sleali mezzi persuasivi per farsi largo nel magma umano) o voci che debbono a tutti i costi imporsi su brevi colloqui in corso e già in procinto di terminare, reclamando attenzione e disponibilità solo ed unicamente per sè. A questo punto credo sia interessante entrare nel vivo di cosa rappresenti l’altro generalizzato per l’indiano medio. Per quello che ho avuto modo di vedere, l’indiano medio fa completamente astrazione delle persone con cui si trova a condividere lo spazio. In India si assiste dunque, quotidianamente, ad una sorta di “autismo generalizzato”; ognuno pensa solo ed unicamente per sé, giungendo a perdere il senso della percezione stessa del proprio simile, passandogli sui piedi, sputandogli addosso, ruttandogli nelle orecchie. [...] E’ francamente la cosa che ancora più mi sconvolge del paese, l’assoluta impermeabilità alla dimensione interumana che dunque invisona lo stomaco anche rispetto agli enormi squilibri sociali che si trovano ancora nel paese e su cui credo sia meglio sorvolare, per poterci permettere di mantenere il tono di queste pagine ragionevolmente semiserio.
Vi do appuntamento al prossimo post di questo osservatorio sull’India. Si tornera’ a considerare la questione delle caste, anche alla luce del Manusmriti, il tradizionale testo normativo (redatto probabilmente tra il 200 A.C. ed il 200 D.C.) e delle relazioni che possono riscontrarsi con la cultura nazista (maggiori di quanto si possa pensare).
Naturalmente avremo modo di considerare anche aspetti positivi. La visione critica del paese non vuole difatti essere di parte ma solo, il più possibile, realistica.




