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sabato 28 aprile 2012

Uttar Pradesh.

Dal nostro inviato, Oscar Salvador

L’Uttar Pradesh è uno dei 28 stati che attualmente, insieme a 6 Territori e alla Capitale Delhi, formano l’Unione Indiana.
Con una superficie di circa 243 mila km² (poco meno dei circa 300 mila dell’Italia) è il quinto stato indiano per dimensioni, mentre con circa 200 milioni di abitanti (al censimento del 2011) è di gran lunga lo stato più popoloso, tanto che se fosse considerato una nazione a sé, sarebbe tra le prime dieci al Mondo col maggior numero di abitanti.
Visti questi semplici ma significativi dati, è facile intuire la notevole importanza dell’Uttar Pradesh all’interno dell’Unione.
Geograficamente si trova al centro della zona settentrionale dell’India (il nome stesso vuol dire appunto Stato-Pradesh, del Nord-Uttar), quindi confina con il Nepal, mentre nella zona meridionale scorre il grande fiume Gange.
Pur occupando gran parte della fertile pianura gangetica, a causa del clima estremo e dei monsoni erratici, non riesce però a sfruttare a pieno questa sua posizione, e risulta essere uno degli stati indiani più arretrati e col maggior numero di persone sotto alla soglia di povertà.
Questo chiaramente non è dovuto solo al clima e alla posizione geografica, ma anche alla pessima politica seguita da sempre dai vari governi, sia centrali che locali.
Appena dopo la partizione col Pakistan, l’Uttar Pradesh fu governato a lungo dal Partito del Congresso, che lo considerava la propria roccaforte grazie anche al fatto che la Famiglia Nehru fosse di Allahabad, città che si trova appunto in U.P., e da uno dei rari primati positivi dello Stato, cioè l’aver dato i natali a ben 8 dei 14 Primi Ministri indiani.
La più o meno costante egemonia del Congresso, e il conseguente lassismo, furono interrotti definitivamente verso la fine degli anni ‘80 quando il Congresso iniziò a perdere le preferenze a favore del partito hindu (BJP) e di partiti regionali (SP e BSP), che sembrano essere più vicini alle esigenze della popolazione.
In particolare questi partiti si schierano platealmente contro la corruzione e a favore delle classi disagiate, i dalit, che in Uttar Pradesh formano una percentuale notevole della popolazione, ma a livello pratico i miglioramenti per le persone povere avvengono più che attraverso sforzi mirati, semplicemente per inerzia.
Negli ultimi cinque anni (fino a primi mesi del 2012) il potere è stato detenuto dal Bahujan Samaj Party, con a capo la leader indiscussa Mayawati, nota per aver fatto erigere numerose statue di leader dei dalit (tra cui molte di lei stessa), nonché per  altre notevoli cadute di stile, come il farsi fotografare durante un raduno del Partito, con al collo una gigantesca ghirlanda di banconote da 1.000 rupie dal valore stratosferico.
Oltre al cattivo gusto, la cosa ha fatto discutere anche perché si presume che gran parte di quel denaro, come quello per le varie campagne elettorali, sia di provenienza alquanto sospetta, considerando che lo stato è noto per ospitare numerose e attive organizzazioni di stampo mafioso.
E seppur lo sforzo di “ripulire” la politica sia sempre sull’agenda dei Partiti, il Governo dell’Uttar Pradesh è sempre tra i primi come numero di parlamentari con precedenti penali.
Le recenti elezioni hanno per fortuna decretato la fine del Governo Mayawati, e la vittoria del Samajwadi Party, che fu già al potere, con scarso successo, tra il 2003 e il 2007 con il Capo del Partito Mulayam Singh Yadav, e che ora vede al comando il figlio 38enne Akhilesh Yadav.
Il BJP e il Congresso non sono riusciti a contrastare il popolismo della famiglia Yadav, nonostante il Congresso abbia schierato addirittura Rahul Gandhi nella campagna elettorale, nel tentativo di riconquistare questo stato così importante nella politica del paese.
I primi passi del giovane Akhilesh Yadav sembrano comunque incoraggianti, visto che come primo provvedimento, e come esempio da seguire anche per gli altri componenti del suo gabinetto, ha subito reso pubblici i suoi averi, pubblicando la propria dichiarazione dei redditi, che in India viene vista come una notevole prova di trasparenza.
Ancora più apprezzata è stata la mossa di tagliare alcuni costi inutili, partendo dalle vetture a sua disposizione, riducendole da 40 a 8, come anche quelle che accompagnano i suoi spostamenti.
Questo fa ben sperare visto che un governo serio sarebbe particolarmente ben gradito: l’India inizia ad avere un’economia piuttosto forte e sarebbe ora che i vantaggi arrivassero un po’ a tutti.
Anche l’aumento dell’alfabetizzazione, passata secondo il censimento del 2011 dal 64% del 2001 al 74% attuale, si spera possa aiutare a migliorare le condizioni di vita, soprattutto a porre un limite alla continua crescita della già numerosissima popolazione.
Venendo invece a un aspetto positivo e caratteristico dell’Uttar Pradesh, bisogna citare la presenza di numerosi luoghi sacri, grazie al fiume Gange, ma non solo.
Come nota “turistica” bisogna anche ricordare come la città di Agra, sebbene storicamente e artisticamente sia legata di più all’area di Delhi e del Rajasthan, faccia parte dell’Uttar Pradesh, che quindi può vantare di ospitare il meraviglioso Taj Mahal.
Sempre nei pressi di Agra, sulle sponde del fiume Yamuna, si trova un piccolo paesino sacro dal nome Bhateshwar, dove oltre a suggestivi templi, ghat e un’area per le cremazioni affacciati sul fiume, legate quindi alla tradizione induista, nelle colline circostanti ospita un interessante complesso di templi della religione Jaina.
Proseguendo il percorso dello Yamuna, poco oltre è situata una zona molto sacra in quanto ha visto i natali e molte delle eroiche gesta del dio Krishna; Mathura e Vrindavan sono sicuramente i luoghi più importanti e conosciuti, ma sparsi nella campagna circostante se ne trovano numerosi altri.
Grossomodo al centro dell’Uttar Pradesh, si trova la città di Allahabad, importante città induista grazie ad almeno due caratteristiche: la prima è che qui si incontrano i due fiumi più sacri dell’India, il già citato Yamuna e il Gange, e quindi Allahabad risulta essere la città più propizia per i rituali legati alle abluzioni sacre.
La seconda caratteristica è che ad Allahabad è caduta una delle 4 gocce di ambrosia dalla giara miracolosa, durante la lotta per impossessarsene tra gli Dei e i Demoni.
Grazie a questo la città ospita i famosi Kumbh Mela, di cui i più importanti si chiamano Ardh Kumbh Mela e Maha Kumbh Mela, che richiamano un numero talmente elevato di devoti, che sono considerati i raduni umani più grandi del pianeta: secondo stime attendibili, durante l’ultimo Kumbh Mela pare che nell’arco del mese di festa, abbiano visitato la città circa 30 milioni di persone.
Ad Allahabad quindi lo Yamuna si fonde nel Gange, e dopo circa 100 chilometri troviamo la sacrissima cittadina di Vindhyachal, dedicata alla dea Kali.
Infine, giungendo nella zona più orientale dell’Uttar Pradesh, si arriva a Benares, la città sacra per eccellenza e culla della cultura induista del nord dell’India.
Per quanto riguarda altre religioni, molto forte è anche la relazione con la tradizione buddista.
L’Uttar Pradesh infatti può vantare di ospitare ben 2 dei 4 luoghi sacri della vita del Buddha e gli altri non sono molto lontani: Lumbini, il luogo dove nacque, si trova in Nepal, ma in linea d’aria a pochi chilometri dal confine con l’Uttar Pradesh; Bodhgaya, il luogo dove il Buddha si illuminò, si trova nel vicino stato del Bihar, comunque a meno di 300 chilometri dal confine con l’U.P.; il villaggio di Sarnath, il luogo dove il Buddha ha tenuto il primo sermone dopo l’illuminazione, è situato nelle vicinanze di Benares; infine Kushinagar, il luogo dove Buddha morì, è collocato più o meno a metà strada tra Benares e il confine con il Nepal.
Sempre in questa zona, si trova un altro importantissimo centro di culto induista, la città di Ayodhya, dove pare sia nato il dio Rama e che purtroppo rappresenta uno dei luoghi più tormentati dell’India a causa della famosa contesa della Moschea Babri Majid, demolita da fondamentalisti indù nel 1992.
Molto forte è anche il retaggio della città con i 24 tirthankar (“profeti”) della religione jaina, visto che ben 4 sono nati ad Ayodhya.
Per completare la panoramica delle città, evidenziando la ricchezza culturale di quest’interessante area dell’India, la capitale dell’Uttar Pradesh è Lucknow, una grande città dal ricco passato e appartenuta a lungo ad una potente famiglia di Nababbi.
Il retaggio culturale mussulmano di Lucknow è quindi evidente, sia in alcuni originali e pregevoli edifici; sia nella lingua, un urdu particolarmente elegante; infine nella cucina, considerata una delle migliori, in India, per quanto riguarda ricchi piatti di carne e kebab.


venerdì 27 aprile 2012

La testimonianza delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi.

Di seguito, i contenuti del mio intervento al convegno nazionale Economia Cristiana nel Mondo. Questo si terrà domani a Roma. Per ulteriore dettagli al riguardo, cliccare qui.
Buona lettura!

Storia del fenomeno comunitario

Il fenomeno delle comunità intenzionali (che al contrario delle comunità spontanee — borghi, paesi, città — sono nuclei umani, di dimensioni generalmente contenute, che nascono dall’intenzione di realizzare obiettivi comuni di vario ordine e grado) prende corpo, storicamente, a partire soprattutto da istanze di natura “religiosa”. Da un’insopprimibile vocazione di ricerca di liberazione, di verità, al di fuori del tracciato battuto dalla “massa”. In alcuni casi sarebbe forse più corretto parlare di un’istanza di natura gnostica, della ricerca, cioè, di una conoscenza salvifica. A questo proposito credo meriti menzionare che Bill Metcalf, sociologo americano esperto dell’argomento, addita come prima, documentata comunità intenzionale Homakoeion, fondata da Pitagora in sud Italia nel 52 a.C, grossomodo contemporanea delle comunità essene con le quali, come vedremo, aveva alcuni elementi in comune.
Tanto gli esseni quanto i pitagorici vengono generalmente considerati ricercatori e studiosi di una conoscenza esoterica che richiedeva, per essere realmente perseguita, una sorta di “ritiro dal mondo”.
Agli albori della riforma protestante e nei secoli successivi le istanze comunitarie, pur rimanendo nell’alveo religioso, si arricchiscono di radicali venature sociali, in coerenza con gli insegnamenti del cristianesimo delle origini, perdendo l’attitudine “elitaria” dei pitagorici e degli esseni e proponendosi, piuttosto, come “singolari avanguardie messianiche”.
Il cambio di segno si inizia ad avere nel diciannovesimo secolo quando,  accanto alle istanze religiose prendono corpo, in ambito comunitario, istanze di natura politico-rivoluzionaria. Qualcuno, ad esempio il grande storico delle religioni Mircea Eliade, potrebbe sostenere si possano identificare i “laboratori di utopia” dei cosiddetti “socialisti utopisti” (Owen e Fourier i due più celebri), la comune di Parigi, le comuni anarchiche della guerra civile spagnola o gli stessi kibbutzim con “avanguardie messianiche di matrice secolare”, ovvero con primi embrioni di un mondo in cui l’utopia (da un certo punto di vista l’equivalente secolare, nella visione eliadiana, del regno di Cristo sulla terra) possa, auspicabilmente, diventare realtà.
Questo detto, ciò che in questa sede è importante segnalare è “l’irruzione”, a partire dal diciannovesimo secolo, dell’istanza politico-utopica nella creazione di comunità intenzionali.
Questa verrà integrata, negli anni ’60 del Novecento, con un’altra di natura esistenziale, di liberazione individuale e di gruppo nelle comuni hippy, metropolitane ed in quelle di un variegato caleidoscopio di “neorurali”. Nelle comunità intenzionali di questo periodo storico potremmo dire che ritroviamo un po’ tutto; tornano in auge, sincretizzate, le “antiche” istanze di natura religiosa, non mancano sicuramente afflati utopico-rivoluzionari integrati con prime rivendicazioni ambientaliste ed è questo uno dei motivi che può far pensare ad un’interessante sperimentazione di avanguardia.
Più recente di tutte ma oggi sempre più dominante: l’istanza ecologica che ha segnato l’inizio della “stagione delle comunità intenzionali ecosostenibili; gli ecovillaggi”.
Nell’ambito del fenomeno comunitario possiamo dunque ritrovare, in piccolo, le più importanti istanze dell’umanità, dall’antica ricerca, generale, di senso e di verità a quella di un equilibrato rapporto tra individuo e collettività, tra “Io” e “Tu” per riprendere il titolo di un celebre testo del filosofo e biblista chassidico ― oltre che kibbutznik — Martin Buber e poi: tra uomo e natura, tra natura e cultura. Per questo credo meriti di essere conosciuto, valorizzato, vissuto. Alcune realtà comunitarie recano chiara l’impronta di una delle istanze sopra citate. In altri casi è difficile identificare i confini tra diverse istanze reciprocamente integrate e forse non è nemmeno importante farlo. Credo sia invece importante avere come referente generale lo scarno quadro teorico presentato per poi considerare, più o meno individualmente, le eterogenee (l’eterogeneità è uno dei loro maggiori punti di forza) realtà comunitarie.


Il comunitarismo iniziatico degli esseni

Una delle principali, per quanto poco documentata, correnti religiose del giudaismo antico, attiva tra il II° secolo a.C. ed il I° secolo d.C., è quella degli esseni.
Da molti considerati una setta ascetica, son divenuti oggetto di particolare dibattito dopo il 1947, a seguito della scoperta dei famosi rotoli di Khirbet Qumran, sul Mar Morto, circa 12 chilometri a sud di Gerico, in Palestina.
A Qumran sono stati ritrovati, oltre ai celebri manoscritti, i resti di una comunità identificata da molti studiosi (con alcune autorevoli eccezioni) come la sede principale della setta che, al tempo di Gesù e stando a quanto scrive Filone d’Alessandria, contava circa 4000 membri.
Tra le vestigia sono stati riconosciuti un refettorio, utilizzato probabilmente anche come sala di riunioni, uno scritorium, dove venivano copiati manoscritti, botteghe, magazzini, cisterne e vasche per i bagni rituali.
A pochi chilometri a sud di Qumran, ad ‘Ain Feshkha, sono emersi i resti di un altro insediamento esseno, a vocazione espressamente agricola.
Plinio il Vecchio localizzava a Qumran la sede centrale dell’essenismo, fenomeno esteso anche al di là della Palestina, ad esempio nella “Siria Palestinese” e con probabili ramificazioni in Egitto.
La dottrina degli esseni — il cui nome potrebbe essere reso con “puri”, “bagnanti”, “pii”, “silenziosi” — si presta facilmente ad essere definita “sincretica”. Consideriamone brevemente alcuni elementi, a partire dal peculiare dualismo bene-male, esplicitato in un’attesa escatologica della guerra dei “figli della luce” contro i “figli delle tenebre”. Questa può essere facilmente ricondotta — assieme alla sacralizzazione del sole (cui veniva dedicata la preghiera mattutina, prima di iniziare la giornata di lavoro), ad una credenza negli angeli ed alla presenza di bagni rituali — ad influenze persiane. Considerando invece la diffusa pratica del celibato, il divieto di sacrificare animali (come testimonia Filone d’Alessandria) e l’attitudine cenobitica, diversi studiosi sono inclini a pensare ad un’assimilazione di concetti buddisti. Si possono infine riscontrare parallelismi con la scuola pitagorica , in particolare in merito al periodo di noviziato propedeutico all’ammissione di nuovi membri, all’uso di vesti bianche, alla dieta rigorosamente vegetariana  ed al giuramento di mantenere segreta la dottrina.
A quest’ultimo proposito merita menzionare che gli esseni sarebbero divenuti famosi per riuscire a preservare, fino alla morte, la loro “conoscenza esoterica”, sopportando torture atroci con un stoicismo che stupiva i contemporanei.
Gli esseni vivevano generalmente in strutture comuni; case cittadine o vere e proprie comunità isolate, come testimonia lo storico Flavio Giuseppe.
Erano massimamente orientati alla temperanza ed al controllo delle passioni.
La maggior parte di loro, come accennato, disprezzava il matrimonio, adottando figli di altri per disciplinarli allo studio dei testi sacri e delle virtù terapeutiche delle pietre e delle piante.
Pochi preferivano invece sposarsi ma solo in vista della procreazione.
«Costoro», scrive Laura Gusella, esperta di ebraistica, nel suo Esperienze di comunità nel giudaismo antico, «si astengono dal rapporto sessuale quando la donna non è feconda e, per essere sicuri di rispettare questa condizione, sottopongono le donne ad un periodo di prova, per vedere se sono in grado di generare e non si uniscono alle loro mogli quando sono gravide» .
Tutti praticavano la comunità dei beni. Scrive Flavio Giuseppe al riguardo:

«la regola è che chi entra metta il suo patrimonio a disposizione della comunità, sì che in mezzo a loro non si vede né lo squallore della miseria, né il fasto della ricchezza, ed essendo gli averi di ciascuno uniti insieme, tutti hanno un unico patrimonio come tanti fratelli» .

Ciascuna comunità essena, dentro e fuori la Palestina, era aperta ad ospitare confratelli forestieri come fossero membri interni.
La loro era, al contempo, un’organizzazione gerarchica (i cui gradi principali erano quelli di postulante, novizio ed iniziato) dove i sacerdoti occupavano una posizione preminente.
Peculiari degli esseni erano le pratiche purificatorie in comune: bagni in acqua fredda con i fianchi cinti da una fascia di lino.
I pasti, ugualmente comuni, erano considerati sacri e venivano consumati, dopo il bagno purificatorio e con indosso vesti bianche, in un locale riservato esclusivamente ai membri della setta.
I cibi venivano preparati nell’osservanza di norme scrupolose di purità e sotto la supervisione di un sacerdote.
Gli esseni erano generalmente apprezzati per la loro sobrietà e le virtù di terapeuti e veggenti.
Molti tra di loro, riporta Giuseppe, vivevano oltre i cento anni, probabilmente grazie alla vita semplice ed ordinata che conducevano.
Vengono considerati abbastanza affini agli esseni i cristiani delle origini, organizzati nella comunità gerosolimitana.
Essi «stavano insieme e avevano tutto in comune. Vendevano poi le proprietà e i beni e ne distribuivano il ricavato a tutti, secondo che ognuno ne aveva bisogno» (Atti, 2: 44-45).
Sappiamo poi che, con l’andare del tempo, il cristianesimo (considerato dallo storico Ernest Renan una sorta di essenismo vincente, per quanto sugli elementi di continuità e discontinuità tra le due “scuole” il dibattito tra studiosi sia ancora oggi particolarmente vivace) avrebbe perso in maniera addirittura sfacciata la primitiva vocazione comunistica e frugale.
La cosa provocò non pochi dissensi, prima e dopo la riforma protestante.
Alcuni fermenti dissidenti, nel dipanarsi dei secoli, ebbero un esito nettamente comunitario.


Comunità intenzionali ed ecosostenibili (ecovillaggi) oggi

Venendo ora a quanto sta accadendo attualmente nel mondo delle comunità intenzionali, oggi soprattutto orientate in senso ecologico e dunque spesso qualificate come ecovillaggi, la testa di ponte dell’ingresso nella Ecovillages Age è uno dei paesi più avanzati al mondo sul tema dei diritti civili, del welfare state e delle libertà individuali: la Danimarca.
È difatti da Gaia Trust (www.gaia.org) ― associazione fondata in Danimarca, nel 1987, da Ross e Hildur Jackson che riuniva quindici villaggi danesi — che parte l’idea di formare il GEN (Global Ecovillage Network).
La rete mondiale degli ecovillaggi vede la luce nel 1994 ― nel corso di un incontro internazionale a Findhorn Foundation  — con fondi, ancora una volta, di Gaia Trust.
Con la nascita del GEN  (http://gen.ecovillage.org) inizia una fase di interscambio tra ecovillaggi fino a quel momento tendenzialmente isolati e, da una situazione di comunità slegate ed auto-referenti, prende corpo un movimento con ambizioni di miglioramento della qualità della vita e di salvaguardia del patrimonio ambientale planetario.
Il GEN, da diversi anni ONG dell’ONU, è attualmente decentrato in 3 distinte aree mondiali (GEN Regional Offices): GEN Oceania and Asia,  Ecovillage Network of the Americas e GEN Europe and Africa. 
Al momento aderiscono al GEN migliaia di realtà, molte delle quali organizzate in reti nazionali.
Esempi significativi sono networks come Sarvodaya (che coinvolge ben 15.000 “villaggi sostenibili” in Sri Lanka), EcoYoff and Colufifa (di cui fanno parte 350 villaggi in Senegal), il Ladakh Project, nel nord dell’India e la “nostra” RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici).
Possiamo anche menzionare, tra le realtà aderenti al GEN, “città ecologiche”
— Auroville, nel sud dell’India, la Federazione di Comunità di Damanhur, in Italia e Nimbin in Australia ―, piccoli ecovillaggi rurali come
Gaia Asociación in Argentina e Huehuecoyotl in Messico, progetti di ecologia urbana come Los Angeles EcoVillage e Christiania a Copenhagen, progetti attivi nell’ambito della permacultura come Crystal Waters in Australia, Cochabamba in Bolivia e Barus in Brasile, centri di formazione umana e tecnologica come Findhorn Foundation in Scozia, il Centre for Alternative Technology in Galles ed Earthlands in Massachusetts e l’elenco potrebbe allungarsi ancora.
Da una stima effettuata pochi anni fa nell’ambito dell’americana FIC (Fellowship for Intentional Communities) erano attivi nel mondo (volendo usare i criteri di valutazione più elastici) circa 25000 progetti comunitari, con centinaia di migliaia di persone coinvolte (solo in America si contavano 2000 comunità, con centomila residenti complessivi).
Gli ecovillaggi ed il GEN, cui aderiscono oggi oltre 13000 insediamenti ecologici, sono una significativa sezione di questo più vasto fenomeno.
A livello europeo sono state censite sulla guida Eurotopia 2005 (pubblicata in tedesco ed in inglese) oltre 350 ecovillaggi e comunità intenzionali .
Il GEN ha una generale funzione di coordinamento e networking attraverso periodici incontri delle realtà confederate nelle sue sezioni continentali, newsletters, contributi a riviste specializzate (ad esempio Permaculture Magazine e Communities) e pubblicazioni .
Più in dettaglio, citando direttamente dal sito, il GEN si propone di perseguire i seguenti obiettivi:
-Sostenere lo sviluppo degli ecovillaggi nel mondo;
-Creare una rete solida, con maglie regionali, nazionali ed internazionali, di ecovillaggi;
-Creare una struttura organizzativa in grado di collegare, alla base, ecovillaggi e progetti similari in un forte movimento partecipativo;
-Promuovere, nel mondo, Living and Learning Centers (centri formativi in cui possano essere apprese nozioni specifiche vivendo la realtà globale del centro ospite, generalmente un ecovillaggio);
-Supportare le comunità eco-sostenibili in forum pubblici;
-Collaborare con organizzazioni e persone che condividano i principi e gli intenti presentati.
Dopo appena due anni dalla fondazione del GEN, nel 1996, vede la luce la RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici), in occasione del convegno Il villaggio globale, una soluzione per il futuro del pianeta, ad Alessano, in provincia di Lecce.
La RIVE (http://www.mappaecovillaggi.it), similmente al GEN nel mondo, ha una funzione di coordinamento dell’eterogeneo movimento comunitario italiano.
Per riportare quanto scritto nel suo statuto: «La RIVE riconosce come ecovillaggi le realtà costituite da almeno cinque persone adulte che si ispirano a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica, intendendo per sostenibilità l’attitudine di un gruppo umano a soddisfare i propri bisogni senza ridurre, ma anzi migliorando le prospettive per le generazioni future».
Un importante momento delle attività della RIVE è l’incontro annuale delle realtà aderenti — aperto anche a simpatizzanti o semplici curiosi ― che si svolge generalmente a luglio presso uno degli ecovillaggi confederati.
È il raduno più importante cui tuttavia ne fanno seguito, sporadicamente, anche altri.
Al momento sono coinvolti nella RIVE una trentina di progetti di ecovillaggi-comunità (come numero di realtà comunitarie l’Italia è più o meno nella media europea). Di questi, circa la metà sono esperienze allo stato embrionale mentre nei restanti casi si può parlare di situazioni abbastanza consolidate (3 hanno una storia di oltre 25 anni e 10 sono attive da un periodo compreso tra i 10 ed i 25 anni).
Esistono poi altre esperienze comunitarie o aspiranti tali che, per motivi diversi, al momento non aderiscono alla RIVE pur contribuendo a comporre la variegata costellazione comunitaria italiana.
Alcune hanno una netta matrice religiosa e sono piuttosto consistenti.
L’esempio più celebre è senz’altro Nomadelfia (letteralmente “legge della fraternità”), in provincia di Grosseto, fondata da un sacerdote sui generis, don Zeno, nel 1948. Al momento Nomadelfia conta 320 membri effettivi, in un territorio comunitario di circa 4 chilometri quadrati.
Si potrebbero citare altri esempi ma quanto credo sia più importante sottolineare, in conclusione di questo intervento, è l’interessante vitalità che sta dimostrando il mondo comunitario oggi, a livello nazionale ed internazionale, proponendosi come uno dei possibili antidoti alla preoccupante “crisi della modernità”.
Grazie dell’attenzione!

Manuel Olivares

giovedì 26 aprile 2012

Il Caffè Filosofico su Viverealtrimenti: Einstein e la relatività.

Torniamo oggi nell'alveo della filosofia occidentale, dopo diversi post che ci hanno portati, mentalmente ed esistenzialmente, in Oriente.
Piergiorgio Odifreddi espone Einstein e la relatività.
Per riprendere il bandolo delle puntate precedenti de Il Caffè Filosofico su Viverealtrimenti, cliccare qui!
Buona visione!

mercoledì 25 aprile 2012

La politica è per i mediocri! (Osho).

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Come anticipato nel post d’introduzione del The Times of India, abbiamo recentemente trovato un interessante articolo nella sezione spirituale “The speaking tree”; il titolo “La politica è per i mediocri”, l’autore è Osho.

Se sei intelligente, perché dovresti entrare in politica?
La politica è per gli stupidi, i mediocri.
La persona intelligente ha cose più importanti da fare, non è interessata a dominare gli altri ma a conoscere sé stesso.
Dominare gli altri è un modo per scappare dal proprio vuoto interiore, è una fuga da sé stessi e la persona intelligente non fugge.
La politica è una grande fuga, ti tiene così impegnato per tutto il giorno che non puoi neppure trovare qualche minuto per te stesso.
Perfino quando dormi pensi alla politica, continua nei tuoi sogni; essere un politico è un lavoro di 24 ore, non ti puoi rilasssare, altrimenti rimani indietro: è pura violenza!
L’onestà non paga in politica e se un poltico è onesto, lo è solo se questo gli è conveniente, non per amore dell’onestà.
Il proverbio che “L’onestà è la politica migliore” dev’essere stato inventato da un politico.
L’onestà non può essere politica, ma la politica rende ogni cosa politica.
Come può l’onestà essere politicizzata?
L’onestà è una religione, tu sei onesto per il puro piacere di esserlo, anche a rischio di perdere tutto, perché sarà giusto perdere tutto.
Una persona onesta in politica? Impossibile!
Un politico di nome Strano era sul letto di morte e chiese al proprio avvocato: «come epitaffio sulla mia tomba voglio solo queste parole “Qui giace un politico onesto”».
L’avvocato però protesto: «ma come farà la gente a sapere chi è sepolto in quella tomba?».
Il vecchio politico sorrise: «non ti preoccupare, la gente guarderà la scritta e dirà “questo è strano!”».
E Strano era proprio il nome del politico!
Per essere onesti ci vuole fegato, un politico deve indossare maschere, deve soddisfare le aspettative delle persone, così che qualunque cosa tu voglia che lui sia, lui pretenderà di esserlo; qualunque cosa tu desideri, lui è pronto a promettertela; ma promettendo cose contraddittorie a persone diverse, le sue promesse non hanno alcun significato.
E così tutto il mondo si lamenta di questi politici ma in qualche modo l’uomo è così sutpido che quando riesce ad uscire dalla morsa di un politico, immediatamente entra nella gabbia di un altro.
L’uomo deve essere liberato dalla sua stupida mente, solo allora sarà libero dai politici; e infatti i politici non vogliono che tu sia intelligente.
Per migliaia di anni non hanno permesso alle persone di essere istruite perché era pericoloso e ora che gli permettono di essere istruiti, l’educazione è tale che ti fa meno intelligente.
Quando un bambino inizia la scuola è di gran lunga più intelligente di quando esce dall’università, quei 20 anni distruggeranno gran parte di ciò che è immensamente prezioso.
Egli conoscerà parole, lingue, teorie, ma avrà venduto la sua intelligenza e ottenuto in cambio una conoscenza morta.
La vecchia generazione cerca di forgiare la mente delle nuove generazioni; l’insegnante è solo un agente della vecchia generazione; egli corrompe le menti dei giovani ma in modo così subdolo che tu non te ne accorgerai, se non sarai sempre attento e vigile!

lunedì 23 aprile 2012

RAS

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador
 
Durante l’ultimo dei cinque anni del corso per ottenere il diploma di lingua hindi, vengono affrontati argomenti decisamente interessanti, soprattutto quelli che riguardano le regole della poetica.
Oltre ad aspetti che potremmo definire universali, in quanto riscontrabili anche nella poesia occidentale, quali ad esempio le allitterazioni, le metafore, le iperboli, oppure il senso letterale, figurato e ironico, una parte molto importante è riservata alla caratteristica, derivante dal sanscrito, del concetto di Ras.
Il termine Ras è una di quelle affascinanti parole indiane dotate di numerosi significati diversi, anzi, spesso apparentemente tali, ma in realtà uniti da un collegamento più o meno sottile.
Una traduzione molto semplice di Ras è succo, già di per sé un termine che possiede numerose sfumature; secondo il vocabolario hindi-inglese McGregor, i concetti che può esprimere questa parola sono ben 10, di cui alcuni piuttosto simili, ma altri in cui il collegamento concettuale sembra quasi contorto.
1 succo (per esempio quello gustoso di mango): 2 sugo, salsa (come l’intingolo speziato dei saporiti curry indiani); 3 essenza (come quella di rosa, quindi “profumo”); 4 secrezioni corporee (inutile fare degli esempi...); 5 trasudazione o collosità (anche questa riferita probabilmente al corpo umano, o comunque alla biologia); 6 gusto o sapore, 7 gusto o sapore (la ripetizione è probabilmene dovuta alla distinzione tra il gusto fisico e quello astratto); 8 piacere, gioia (come quella che si prova con la musica); 9 in retorica uno dei dieci, o undici, sentimenti caratteristici di ogni opera letteraria; 10 mercurio (in alchimia considerato il Principe, “l’essenza”, di tutti elementi chimici).
Il significato a cui siamo interessati è il penultimo: il sentimento che traspare leggendo un’opera letteraria, in particolare di poesia.
Seppur il concetto di Ras sia nuovo ad orecchie occidentali, i sentimenti sono vecchi quanto l’uomo, l’unico particolare è che nella letteratura hindi sono stati schematizzati e sviluppati in maniera precisa.
Partendo dai sentimenti negativi verso quelli “buoni” essi sono: rabbia, paura, disgusto, eroismo, sorpresa, pietà, amore passionale, amore verso i bambini, devozione, rinuncia (distacco), comico.
Già questo elenco di per sé è alquanto indicativo sul valore dei sentimenti secondo la mentalità indiana, perché alcuni sono chiaramente riscontrabili anche nella letteratura europea, ma altri sono sentimenti a cui di solito non viene data molta importanza, almeno in opere letterarie: per esempio risulta difficile trovare nella letteratura europea un filone dedicato alla rinuncia.
Tornando all’aspetto poetico di Ras, questo sentimento che nasce nel cuore del lettore, si crea grazie alla presenza di 6 parti: 1 il sentimento base, universale in ogni essere umano, 2 colui che prova il sentimento, 3 colui che lo provoca, 4 l’azione di colui che lo provoca, 5 la reazione di colui che lo prova, infine 6 il sentimento suscitato nel lettore.
Per fare un esempio, prendiamo il sentimento d’amore verso i bambini, che nella letteratura indiana è legato indissolubilmente alle opere dedicate all’aspetto di Krishna bambino, al quale sono collegate numerose vicende mitologiche.
Uno degli episodi più famosi dell’infanzia di Krishna, riguarda il notissimo furto di burro da lui effettuato insieme ai suoi amici: Krishna è a casa da solo e per passare il tempo con i suoi amichetti, decide di rubare e mangiare il burro, conservato dentro ad una giara, appesa con una corda al soffitto per non farlo rubare dal gatto.
I bambini, sorreggendosi l’un l’altro, formano una piccola piramide umana grazie alla quale Krishna si arrampica fino alla giara, prende il burro e se lo mangiano insieme contenti.
Quando la mamma torna a casa, vede la giara per terra e Krishna con la faccia sporca di burro, così prende un bastoncino e inizia a sgridarlo; lui però se ne viene fuori con una bugia tanto infantile e innocente, che la mamma lascia cadere di colpo il bastoncino e lo abbraccia.
In una bellissima poesia del poeta medioevale Surdas, indiscutibilmente il più grande cantore di Krishna-bambino, Krishna dice alla mamma: “Mamma, io non ho rubato il burro, come fa il mio braccino così corto ad arrivare fin lassù? I miei amici si sono messi d’accordo, l’hanno rubato e me lo hanno spalmato sulla faccia.”
Quindi, venendo alle 6 parti che formano il Ras:
1 Il sentimento base è chiaramente l’amore verso i bambini, che in occidente è un concetto tanto inusuale che non esiste neppure una parola unica per esprimerlo, mentre invece in hindi, ha una vocabolo apposito, vatsalya.
2 Colui che prova il sentimento è Yashoda, la mamma di Krishna.
3 Il “provocatore” del sentimento è chiaramente Krishna, in particolare Krishna-ladro di burro.
4 L’azione che provoca il sentimento è la scusa infantile di Krishna, la sua genuina e innocente bugia.
5 La reazione di chi prova il sentimento, invece, è espressa da Yashoda che butta il bastoncino e abbraccia Krishna.
6 Infine, il sentimento che prova il lettore: indubbiamente la tenerezza.
Come abbiamo già evidenziato, nonostante il concetto di Ras sia una peculiarità della cultura indiana, non è difficile riscontrarlo anche in altre opere letterarie e per fare un esempio più vicino culturalmente, abbiamo scelto una famosa canzone: Perdere l’amore, scritta da Marcello Marrocchi e Giampiero Artegiani, e interpretata da Massimo Ranieri.
Molto italiana, sia musicalmente che testualmente, e con la voce possente di quest’uomo travolto dalla passione: nell’insieme potrebbe essere descritta come una piccola opera d’arte.
Ecco il Ras: la passione amorosa.
Che tanto per complicare le cose in India è magistralmente divisa in due:  l’amore in unione e l’amore nel distacco, cioè in presenza o assenza dell’amato.
Venendo alla composizione del Ras nella canzone: il sentimento base (1) è chiaramente l’amore nel distacco del povero Ranieri (2) colui che prova il sentimento, brutalmente lasciato dall’amata (3), colei la quale invece provoca il sentimento; la provocazione (4) è che l’amata l’ha lasciato; la reazione di Ranieri (5) invece è espressa in vari modi “voglio restare solo”, “avere voglia di morire”, “lasciami gridare”, “rinnegare il cielo”, “prendere a sassate tutti i sogni ancora in volo”; infine (6) il sentimento che viene suscitato nel lettore: inutile dirlo, tristezza.



sabato 21 aprile 2012

Censimento indiano 2011

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Pagina 4 del The Times of India di Mercoledì 4 Aprile era dedicata ai primi dati disponibili dell’ultimo censimento indiano del 2011, per quanto riguarda lo stato dell’Uttar Pradesh.
Il titolo centrale era “Cellphones buzzing but sanitaton cries for help” (I telefoni ronzano ma la sanità chiede aiuto), piuttosto indicativo sulle tipiche contraddizioni indiane.
Tra le varie tabelle, in cui i dati venivano divisi in popolazione rurale e urbana, interessanti sono appunto quelle che riguardano la vita di tutti i giorni, cioè le proprietà delle persone, le fonti di luce e l’acqua potabile.
Per quanto riguarda le “ricchezze” in Uttar Pradesh il 24% della popolazione possiede una radio, il 33% la televisione, il 61% possiede un telefono cellulare, l’8% un computer, l’1,9% la connessione internet (e c’è chi pensa che l’India sia una nuova Silicon Valley...).
Per quanto riguarda i mezzi di trasporto il 19% possiede un veicolo a due ruote, il 3,8% (!) un veicolo a quattro ruote e il 67% possiede la bicicletta.
Per quanto riguarda la fonte di luce è enorme la differenza tra le zone rurali e quelle urbane: nelle campagne il 75% della popolazione utilizza ancora il kerosene, solo il 23% l’elettricità, mentre nelle città l’elettricità è la fonte maggiore con l’81% e il kerosene il 17%.
L’approvigionamento di acqua potabile nelle campagne è affidato in gran parte alle pompe manuali che estraggono l’acqua dal sottosuolo, circa il 73%, mentre in città la fonte maggiore sono le tubature del governo 50%, seppur le pompe a mano resistano ancora con circa il 36%.
Infine riportiamo i dati, quasi agghiaccianti, riguardo la reperibilità di acqua potabile, la disponibilità di servizi igienici, il tipo di fogna e la presenza di cucine.
Nelle zone rurali il 44% della popolazione ha accesso all’acqua potabile nel luogo dove abita, il 41% nelle vicinanze, il 14% piuttosto lontano; nelle città invece le statistiche sono leggermente migliori con il 78%, il 16% e il 5%.
Per quanto riguarda i servizi igienici, nelle campagne essi sono disponibili solo per il 17% della popolazione, mentre il 29% possiede un luogo nelle vicinanze a cielo aperto e il 53% non possiede nessun tipo di servizio igienico.
Di nuovo, in città la situazione è migliore, o forse bisognerebbe dire meno tragica: il 69% ha a disposizione i servizi, mentre il 15% utilizza un luogo riservato ma all’aria aperta e circa il 15% non ha nessun servizio.
Lo schema delle fogne era diviso in 3 categorie: fogna chiusa, fogna aperta e no fogna.
Le percentuali per le zone rurali sono: 7%, 54% e 38%; mentre nelle zone urbane: 32%, 61% e 6%, chiaramente disastrose in entrambi i casi.
Infine la tabella sulle cucine, dove venivano considerate: la disponibilità di una stanza apposita, la possibilità di cucinare in casa ma non in una vera e propria cucina, la possibilità di cucinare ma non in casa, infine la possibilità di cucinare in senso assoluto.
Nelle zone rurali solo il 32% della popolazione ha a disposizione una cucina, mentre, per fortuna, in città questa percentuale sale al 68%; quindi nelle campagne il 60% cucina in casa da qualche altra parte, come avviene anche per il 30% della popolazione urbana.
Le ultime due voci, grazie al cielo, occupano percentuali molto basse, seppur sarebbe auspicabile che fossero assenti del tutto: il 6% degli abitanti delle campagne cucina fuori dalla casa, mentre tra gli abitanti delle città solo l’1,5% è costretto a tale sacrificio; infine le percentuali di chi non si può neppure permettere di cucinare sono solo dello 0,2% e 0,3%.
Oltre a queste statistiche, la pagina conteneva anche un interessante articolo sul triste fenomeno degli “human scavengers”, tanto inumano che facciamo perfino fatica a trovare una traduzione appropriata in lingua italiana.
Queste persone, nella maggior parte dei casi donne, hanno l’ingrato compito di pulire manualmente le latrine pubbliche, in particolare le cosiddette “dry toilets”, che non sono le moderne latrine ipertecnologiche, bensì gabinetti privi di scarico, quindi “asciutti”.
Sebbene sia stato bandito legalmente dallo stato dell’Uttar Pradesh ben 19 anni fa, secondo il recente censimento in 42 distretti vi sono ancora 34.921 gabinetti “asciutti” e ben 5.530 persone addette alla loro pulizia.
L’articolo, chiaramente critico, evidenziava come il fenomeno non è circoscritto solo alle zone più degradate, il titolo infatti ironicamente diceva “Human scavengers exist, even in the City of Nawabs; 57 still practising.” (I pulitori manuali esistono, perfino nella Città dei Nababbi; in 57 sono ancora attivi).
Il riferimento alla città di Lucknow come la residenza dei Nababbi evidenzia, ancora una volta, le irritanti contraddizioni indiane.
Un piccolo articolo era riservato anche alla testimonianza diretta di una povera donna costretta a questa orribile occupazione, ma invece che proporvi sentite, ma pur fredde parole, terminiamo questo post con un breve filmato girato una mattina presto qualunque, dal terrazzo di casa.
Tecnicamente non sappiamo se il soggetto ripreso faccia parte della categoria degli human scavengers, in ogni caso risulta davvero difficile non rivolgere un pensiero compassionevole (e chi vuole magari una preghiera) per questa donna che inizia la giornata raccogliendo sterco di mucca con le mani in mezzo alla strada.
Se non fosse per il rumore del traffico, e chiaramente l’utilizzo della macchinetta per riprendere, difficilmente si potrebbe pensare ad una scena del XXI secolo.

venerdì 20 aprile 2012

LUNA NUOVA -- venerdì 20 aprile -- da Ajahn Munindo.



Bianchi cigni si alzano in volo.
Gli adepti dello yoga
viaggiano attraverso lo spazio.
I saggi trascendono
l'illusione del mondo
mettendo nel sacco le orde di Mara.

Dhammapada strofa 175

Nel percorrere il sentiero spirituale inevitabilmente verremo a sapere
di magiche prodezze compiute dai maestri spirituali. Anche se alcuni
sperimentano profondi stati di assorbimento e potenti capacità
psichiche, aspirare a essi può essere un ostacolo allo sviluppo. È
saggio ricordare che Mara, il termine buddhista per la manifestazione
dell’illusione, può apparire in svariate fogge. Senza una
consapevolezza ben fondata e incorporata, facilmente attribuiamo alle
esperienze speciali più valore di quanto si meritino. La prodezza che
il Buddha elogiava era quella di trascendere l’illusione. Come farlo:
con la coltivazione momento per momento di un’impeccabile onestà.

Con Metta
Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, eccetto il lunedì)
Fax: (+39) 06 233 238 629

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(alternativa): santa_news@libero.it


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www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.forestsanghapublications.org (books, e-books and audio files)
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www.saddha.it (amici del Santacittarama)

Iniziativa di MCF a Bolzano.

Bolzano - Incontro con Bruno Volpi
presidente di Mondo Comunità e Famiglia

Un modo diverso di vivere la società, la famiglia, la persona

Ein Treffen mit Bruno Volpi (Präsident von MCF).
Ein anderer Weg zu leben die Gesellschaft, die Familie, der Mensch

giovedì 17 maggio 2012 dalle ore 20
Kolpinghaus (Sala Josef)
Largo Adolph Kolping, 3 - Bolzano
INGRESSO LIBERO

info: 388 1938375 - 0471 620055 mcftrentino@lillinet.org

Più di trent’anni fa, di ritorno da un\'esperienza di cooperazione in Africa, Bruno Volpi ed altre famiglie diedero vita alla comunità di Villapizzone. Da quel primo nucleo sono nate numerose altre comunità in tutta Italia.
L'incontro, oltre al racconto di questa esperienza e la testimonianza della neonata comunità di Trento, sarà l'occasione per conoscersi, condividere, raccontare le proprie idee ed i propri sogni.

MCF (Mondo di Comunità e Famiglia) è l'associazione che raccoglie, attualmente, una trentina di comunità residenziali e promuove “gruppi di condivisione” sul territorio. Le comunità (in cascine, condomini, ville, ecc.) sono formate da famiglie e singoli che decidono, per realizzarsi a pieno, di vivere accanto ad altri in modo solidale; i gruppi sono fatti da famiglie e singoli che desiderano confrontarsi e crescere nelle relazioni, nell'accoglienza e nella condivisione.

giovedì 19 aprile 2012

La bambina-dea.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Dopo l’articolo introduttivo sull’argomento della Kumari Devi, postiamo un breve racconto vero su una fortunata visione della Dea Vivente del quale siamo stati testimoni pochi giorni prima di lasciare il Nepal.

Era quasi mezzogiorno, avevo appena finito di scrivere una rassegna stampa nepalese per il blog del mio amico Manuel ed uscii dalla camera per andare a pranzare.
Il freddo era ancora pungente e, una volta fuori, d’istinto, mi diressi verso la piazza centrale di Kathmandu in cerca di qualche raggio di sole.
Passando davanti al Palazzo della Kumari Devi come sempre, per salutarla, mi portai la mano destra sulla fronte, sulla bocca e sul cuore, e visto che non ero molto affamato, decisi di tornare indietro e di andare a sedermi per un po’ nel bel cortile del palazzo, sperando magari di essere così fortunato da poterLa vedere.
Attraversato il portale fiancheggiato da due grandi leoni di pietra e superata una piccola anticamera, mi trovai quindi nel cortile quadrato dove, al secondo piano, si affacciano le decoratissime finestre di legno della dimora della Dea.
Seduto su assolati gradini fissando verso l’alto, fui però presto bersagliato dai numerosi piccioni che popolano i tetti e mi vidi costretto ad allontanarmi dai caldi raggi del sole e appostarmi sotto ad un porticato da dove potevo comunque vedere la Dea nel caso si fosse affacciata.
Dopo circa venti minuti di infruttuosa attesa, notai un signore nepalese chiedere informazioni al proprietario di un piccolo negozio di alimentari che ha una porta comunicante con il cortile ed avvinandomi venni a sapere che a quell’ora non sarebbe stato possibile vederLa, poiché dalle 12 alle 13 la Kumari Devi è impegnata con i professori di scuola che vengono a darLe lezioni private; però alla mattina, dalle 9 alle 12, o nel pomeriggio, dalle 16 alle 18, può capitare che faccia un’apparizione.
Nonostante l’orario decisamente elastico, decisi di fare qualche tentativo, iniziando la mattina successiva, presentandomi nel cortile alle 11 in punto, intento ad aspettare fino a mezzogiorno.
Per circa mezz’ora l’unico diversivo all’altrimenti pacifica atmosfera del cortile, fu il lento ma costante succedersi di turisti che entravano in fretta a scattare qualche fotografia alle elaborate finestre di legno, finché non comparve una comitiva di una ventina di stranieri danarosi, comandata da una guida nepalese.
Dopo la prima scarica di fotografie, la guida ordinò di mettere via le macchine fotografiche, cosa che mi sembrò subito inusuale, e quandò tutti ubbidirono, chiamò verso le finestre.
Dapprima spuntò un anziano signore che diede l’assenso, quindi ci alzammo tutti in piedi e all’improvviso, nella finestra centrale, apparve questa bambina, vestita di rosso, con un segno in mezzo alla fronte e due grandi righe nere che salivano dagli angoli degli occhi fin sopra le tempie e che, con uno sguardo quasi annoiato, fissava un punto morto poco più in basso.
Dopo qualche secondo sollevò la testa, rimanendo sempre di tre-quarti a fissare il vuoto, finché di colpo si alzò e sparì.
Essendo la Kumari Devi una rappresentazione della mia divinità protettrice, ammetto che fui molto emozionato ma confesso che vedere Dio in una bimbetta viziata e annoiata non è stato per niente facile.

martedì 17 aprile 2012

Presentazione, a Roma, del testo Comuni, comunità, ecovillaggi.

Giovedì 19 Aprile, alle 19.30, presso la libreria Rebel Store del quartiere San Lorenzo, a Roma, verrà presentato il libro, di Manuel Olivares, Comuni, comunità, ecovillaggi (250 pagine, 13,90 euro).
Chiunque fosse nei paraggi è invitato a partecipare.
Grazie

Il Caffè Filosofico su Viverealtrimenti: Freud, Jung e la Psicanalisi.

Lezione tenuta da Umberto Galimberti.
Buona visione (finita la quale, cliccare sul primo riquadro in alto a sinistra del video per poter assistere alla seconda parte della lezione e così di seguito fino alla sesta parte, quella conclusiva)!
Per riprendere il bandolo delle puntate precedenti de Il Caffè Filosofico su Viverealtrimenti, cliccare qui!
 

lunedì 16 aprile 2012

Il traffico in India.

Dal nostro inviato, Oscar Salvador

Uno degli aspetti più stressanti, e forse addirittura traumatici, per chi visita l’India le prime volte è il traffico, o meglio, il caos totale che regna sovrano durante il giorno nelle strade delle grandi città indiane.
Se fino a circa una trentina di anni fa esse erano frequentate prevalentemente da pedoni, biciclette, ciclorisciò, carri e carretti vari, e solo qualche raro veicolo a motore, oggigiorno si sta verificando un vertiginoso e pericoloso aumento di moto, macchine, jeep, autorisciò, bus e camion che competono furiosamente e rumorosamente, con i “vecchi” utenti delle strade, ancora presenti e numerosi.
Il risultato è una più o meno totale anarchia che sebbene mostri le infinite capacità di adattamento dell’essere umano, allo stesso tempo è un chiaro esempio di spreco di tempo, risorse e mezzi.
I motivi principali di questa deprecabile situazione sono solamente due ma purtroppo, almeno per il momento, entrambi irrisolvibili.
Il primo chiaramente è il cronico sovrappopolamento indiano e l’esagerato numero di utenti delle strade; senza contare che quasi nessuna delle città indiane è stata pianificata, ma sono esplose demograficamente negli ultimi 50 anni.
Vista l’attuale astronomica velocità di crescita della popolazione delle grandi città indiane, c’è da sospettare che, comunque, anche un’eventuale pianificazione avrebbe raggiunto risultati solo parziali: secondo stime accurate dell’ultimo censimento indiano del 2011, la città di Delhi, ad esempio, è aumentata di ben 5 milioni di abitanti negli ultimi 10 anni, con un’allarmante crescita media annua di circa 500.000 persone!
Essendo il problema del traffico sotto agli occhi di tutti, nonché in continua crescita, bisogna citare gli sforzi che vengono fatti, sia localmente che da parte del governo centrale, sebbene i risultati siano ancora scarsi.
Il secondo motivo, causa del traffico senza senso delle città indiane, e forse ancora più irrisolvibile del sovrappopolamento, è l’egoismo umano, o la mancanza di empatia, che in India talvolta raggiunge i massimi livelli.
Senza neanche immaginare di addentrarci in un superfluo confronto culturale, non possiamo però fare a meno di notare come nelle religioni asiatiche manchi completamente il concetto di rispetto del prossimo, una delle (poche?) caratteristiche positive del cristianesimo.
Chiaramente questo non vuol dire che il prossimo venga quindi odiato e respinto: tipica delle religioni asiatiche è infatti la sacralità dell’ospite, ben esemplificata dalla nota espressione indù “Atithi devo bhava” (L’ospite è Dio), che abbiamo modo di provare spesso personalmente nella vita di tutti i giorni.
Ma, secondo la mentalità indiana, finché, per qualche motivo “karmico”, non si entra in contatto con una persona sconosciuta, “gli altri” non esistono nemmeno.
Questo concetto, allargato alle strade indiane, viene esacerbato al punto che non vige nessuna regola e l’unica animalesca legge è quella della giungla: La legge del più forte.
Vivendo nella città indiana più religiosa e più egoista dell’India, Benares, portare degli esempi di quanto detto è fin troppo facile, basti citare la “simpatica” abitudine di tutti i guidatori di mezzi a motore di suonare il clacson ed accelerare in presenza di pedoni, per chiarire, inequivocabilmente, di chi sia la precedenza.
L’uso sfrenato del clacson è un’altra caratteristica a dir poco snervante del traffico indiano, anche se, perfino in molte situazioni solo apparentemente innocue, è dovuto all’elevato numero di imprevisti che possono capitare sulle strade: da pedoni abituati a camminare nei campi, che quindi attraversano tranquillamente senza guardare, a mucche abituate a farsi gli affari loro, che quindi continuano anche quando si trovano sdraiate in mezzo alla strada...
I rumorosi e inquinanti camion hanno addirittura una scritta dietro, ad esempio “Please blow horn”, o “Awaz do” (Per piacere suonare il clacson e Fare rumore, rispettivamente in inglese e hindi), in quanto viene considerata una norma di sicurezza in caso di sorpasso; e, amaramente, dobbiamo confermare che in effetti sia molto utile.
È chiaro come, date queste premesse, le strade indiane sono le più pericolose al Mondo, soprattutto, come abbiamo visto, per i pedoni, ma anche la sicurezza degli altri utenti è minima.
Col passare del tempo alcuni piccoli miglioramenti si notano, soprattutto nelle grandi città come Delhi, e l’uso di cinture e caschi, tanto per citare delle elementari norme di sicurezza della strada, inizia ad essere obbligatorio; seppur non manchino delle complicazioni tipiche indiane.
Per esempio, l’uso del casco, perfino nella capitale, è stato rimandato a lungo per la resistenza dei Sikh, i quali portano spesso un voluminoso turbante che preferibilmente eviterebbero di togliere, e avanzavano la quasi puerile teoria che il turbante in se’ potesse offrire una qualche protezione; teoria, per fortuna, discreditata attraverso dei semplici test.
Nella città di Benares invece, la polizia stessa è contraria all’applicazione di tale legge, adducendo il troppo caldo, scusa accettabile viste le temperature spesso torride, ma aggiungendo come giustificazione, decisamente contestabile, il fatto che comunque, a causa del traffico e della conformazione delle strade, la velocità massima media è di appena 19 km orari, tali da non giustificare l’uso obbligatorio del casco...
Questa perversa mentalità sembra essere anche una delle cause stesse del traffico, visto che in fondo il ragionamento sembra logico: più traffico, meno velocità, quindi meno incidenti gravi; e anche meno criminalità, dato che riuscire a scappare nelle strade indiane succede solo nei film di Bollywood.
Questa supposizione è ulteriormente favorita anche da altri due fattori tipici locali: la massicia presenza di dossi per rallentare la velocità dei mezzi, che si trovano pressoché ovunque, prima e dopo scuole, caserme, banche ed altri edifici pubblici, nonché le notoriamente disastrose condizioni del manto stradale, che fungono anche loro come naturali dissuasori di velocità.
Soluzioni permanenti al problema del traffico indiano al momento all’orizzonte non sembrano essercene (a parte la miracolosa metropolitana di Delhi), seppur sia piacevole notare che il costante aumento demografico è accompagnato anche da un costante aumento dell’alfabetizzazione, e la susseguente diminuzione dell’ignoranza potrebbe col tempo favorire qualche miglioria.
Ad esempio, nella città di Kolkata (Calcutta), che si distingue sia per la densità, il traffico e la povertà, ma anche per la cultura, civiltà e dignità dei suoi abitanti, l’uso del clacson, almeno secondo i parametri indiani, è decisamente limitato.


venerdì 13 aprile 2012

Akbar...Vecchia Mutanda!

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Un giorno Akbar chiese al suo cortigiano favorito Birbal: «Qual’è la madre di tutte le passioni? Se entro tre mesi non scoprirai questo per me, ti farò tagliare la testa.»
Gli imperatori, si sa, sono un po’ imprevedibili e Birbal non potè far altro che accettare questo ordine del suo padrone.
Nonostante la sua proverbiale sagacia però, passati due mesi e mezzo, non era ancora riuscito a trovare una risposta soddisfacente e incominciava ad essere molto preoccupato.
Sua figlia notò il suo scoraggiamento e gli chiese qual’era la causa.
Birbal quindi le raccontò della domanda di Akbar, lei sorrise e gli disse: «invita a cena l’Imperatore per stare solo con me».
Il giorno stabilito, la figlia di Birbal cercò una serva che le somigliasse, e la tenne nascosta in camera, mentre lei intratteneva amabilmente l’Imperatore.
Akbar fu molto soddisfatto della piacevole serata passata con la figlia del suo cortigiano e tra il buon cibo, l’abbondante bevuta e l’atmosfera romantica, disse alla ragazza che sarebbe stato felice di avere la sua compagnia a letto.
La figlia di Birbal, che l’aveva previsto, chiese alcuni minuti per andare a prepararsi e quando invitò l’Imperatore nella stanza, in realtà nel letto vi era la serva-sosia.
Il giorno dopo Akbar, tornato a palazzo, fu preso dal rimorso di aver deflorato la figlia del suo miglior amico e mandò qualcuno a chiamarla.
Lei arrivò gaia e sorridente, mentre Akbar si aspettava che anche lei si sentisse in colpa e avesse vergogna, invece gli disse: «Mio Imperatore, non ero io la ragazza che avete deflorato, era una mia sosia» e come prova fece entrare la serva che l’aveva accompagnata al palazzo.
Sorridendo continuò: «volevo solo dimostrarvi che la solitudine è la madre di tutte le passioni, così che non avreste tagliato la testa a mio padre».
Akbar fu molto soddisfatto, si congratulò pubblicamente con Birbal per avere una figlia di tale bellezza e intelligenza e donò un grande pezzo di terreno alla ragazza che aveva deflorato e che in realtà era già più che lusingata e soddisfatta di aver fatto l’amore con l’Imperatore.
La lezione di questa parabola è rivolta in particolare agli aspiranti asceti che cercano di perfezionarsi nella difficilissima, quasi impossibile, pratica del celibato.

giovedì 12 aprile 2012

Pirateria in Cina - La verità su film, musica e software pirata a Pechino.

Torniamo, oggi, in Cina con Filippo Gregoretti, prossimo autore della Viverealtrimenti Editrice con Cronache psicogeografiche; storie di sana schizofrenia.
Filippo ha vissuto in Cina per qualche anno, fondando e curando il blog Vaffancina. Il brano che segue non è recentissimo ma sembra proprio che i contenuti siano ancora attuali.
Buona lettura!

Ciao a tutti, mi scuso per il lungo silenzio, ma vaffancina è in questo momento tornato a Roma, dopo aver riposato le ossa (surgelate a Pechino) in un paradiso tropicale per 2 settimane...
Quindi ora scrivo dalla città dei Papi e delle Ballerine, ma continuerò la mia opera di diffusione della verità empirica, in attesa di un ritorno (speriamo in primavera che il freddo è più clemente) nel Celeste Impero Economico.
Leggo su Punto Informatico che in cina sono state denunciate ben 18 persone per pirateria. Ossia, detenevano o producevano, smerciavano e/o distribuivano, materiale (video, musica, libri, software) protetto da copyright e copiato illegalmente.
Mi piace leggere un titolone del genere, 18 persone!!! un grande successo...
Al di la delle mie idee personali, la notizia appare completamente ridicola!
Leggiamo di lotta alla pirateria... proclami di Bill Gates... proclami di Bush e della RIAA...
Ma io mi chiedo, questi signori, ci sono mai stati in Cina???
Leggendo questo sconfinato panorama di stronzate, mi è venuta voglia di raccontarvi come funziona la pirateria in Cina, semplicemente nel mio vivere quotidiano...

Trovare i film a Pechino
Che facciamo stasera? ci vediamo un film?
Ok... se non sono ancora le 9, scendo sotto casa (intendo proprio SOTTO CASA) dove c'è un piccolo supermercato Jinchelong (piccolo esemplare di una catena infinita)... davanti al jinchelong staziona quotidianamente un signore, sulla cinquantina, che espone su un cavalletto le ultime novità (e intendo proprio le ultime! prima che escono in europa) il tutto a 60 centesimi a DVD. Sotto gli occhi di tutti, semplicemente, NON E' ILLEGALE. Compro 3 o 4 film e me li porto a casa...
Ci sono negozi di film pirata in Cina?
Se voglio fare due passi, entro in uno degli innumerevoli CD-DVD-VCD shops, dove in un negozio di tutto punto, sono allineati centinaia di DVD, ovviamente tutti illegali, con tutte le ultime stronzate USA, ma anche intelligenti e belle retrospettive del neorealismo italiano, collezioni di Charly Chaplin, di Stanlio e Onlio, manga giapponesi introvabili neanche nei costosissimi manga shop di milano; film europei stupendi (che in qualsiasi negozio di film italiano non troveremmo mai), collezioni di Pasolini... un paradiso per cinefili!
Il tutto, ogni DVD, stampato perfettamente con sottotitoli in inglese e cinese...
Il bello poi, è che non sono copie, ma edizioni cinesi! in tutto e per tutto! con i menu, i sottotitoli, ecc. rifatti per il mercato pirata cinese, direttamente dai mafiosi che distribuiscono i DVD...
Insomma, questi prendono il film, fanno l'edizione, mettono i sottotitoli, disegnano i menu, ci scrivono pure "tutti i diritti riservati"... roba da pisciarsi sotto dalle risate!
Se cammino un pò di più arrivo in un'altra strada, quella dello shopping, dove ci sono dei negozi incredibili... si possono trovare cose che neanche in USA esistono... che so io:l'intera collezione di Star Trek, dagli anni 70 ad oggi!!! roba che ci sono 180 DVD in quel pacco gigantesco, e quanto costa? 50 euro... Tutta la serie (a me le serie fanno cagare, ma pare che in giro spopolino) di Friends, Sex and the city, ecc.
La collezione di tutti i film di Kaurismaki, di Altman, di Fellini, tutti i documentari del National Geographic... Film di animazione che cercavo da anni, e neanche sguinzagliato sui siti ufficiali, con carta di credito in mano, sono riuscito a comprare...
Ma insomma, per avere dei bei film, a chi mi devo rivolgere??? ma ai pirati naturalmente!!!
Tra i miei acquisti:
Collezione di Charlot (12 DVD, 6 euro), collezione Stanlio e Onlio (8 DVD, 3 euro), Il Signore degli Anelli cofanetto speciale cazzi-mazzi director's cut (6 DVD 4 euro), tutti i film di Tim Burton, tutti i film di Peter Jackson, una serie sui corti d'autore bellissima (8 DVD, 4 euro), "Immortel" di Enki Bilal, film che cercavo da 3 vite anche nei negozi specializzati, e l'ho trovato solo in cina dai pirati!!! Film d'autore, film d'essay, film sperimentali... e così continuando...

E il software? E la musica?

Beh, il software ovviamente non ha il grande mercato dei film, quindi per trovarlo è leggermente più complicato... forse troppo complicato per eventuali investigatori...
Infatti, per trovare software pirata in cina, basta andare in qualsiasi negozio di computer... vicino casa mia c'è un palazzo intero che vende solo roba elettronica, pieno di negozietti, in stile blade runner, dove c'è tutto lo scibile in tutte le lingue! A qualsiasi piano ci sono decine di piccoli negozi specializzati in vari tipi di software... fanno anche collezioni, la collezione Adobe, la collezione Microsoft, e così via...
In Italia ancora alcuni rivenditori vendono computer con software pirata pre-installato (si si a Roma quasi tutti!) tranne le grandi catene o quelli molto seri. In Cina, tutti! o almeno tutti quelli cui ho chiesto io (volevo comprare un portatile, e io quando voglio comprare qualcosa chiedo a cento negozi).
Inoltre, col fatto che il cinese scritto lo capiscono solo i cinesi, ci sono tantissimi siti dove puoi scaricare tutto il software che ti pare, tranquillamente! Ultimamente la mia ragazza (che lavora in campo editoriale) mi ha mostrato un sito cinese dal quale si possono scaricare tutti i marchi commerciali (il logo cocacola, il logo nike, tutte le immagini più svariate) in formato vettoriale e utilizzabili come vuoi! Roba che in europa ti legherebbero a un tavolo per farti sodomizzare dai consiglieri di amministrazione della sony (noti sodomizzatori di pirati).
Ti servono immagini per realizzare prodotti editoriali o video? non c'è problema... trovi collezioni di immagini su centinaia di DVD con catalogo stampato a colori...
Ti servono gallerie video di repertorio? Non c'è problema... trovi la collection...
Ti servono collezioni audio? no problem!
Il tutto, rigorosamente, illegale!
E se vuoi sentire l'ultimo di Madonna o di Manu Chao? basta fare due passi, attraversare la strada, o andare alla fermata della metropolitana, e troverai tutti i CD che vuoi, stampati perfettamente...  mica come i pirati in italia, che ce lo scrivono a pennarello!!!

E i cinesi come vedono la pirateria?

Fondamentalmente i cinesi la pirateria non la vedono... nessuno ha mai insegnato loro che esistano copie "legittime" e copie "illegittime" di un film... forse con il software sono un pò più sgamati... E' chiaro che molti cinesi sono conoscitori di mondo... ma si parla di una massa di più di un miliardo di persone che del mondo sa poco o niente... ma di film ne guarda a bizzeffe :)

E la lotta alla pirateria in Cina?

Gli agenti statunitensi che (pagati con le tasse del popolo) arrestano il popolo perchè scarica l'ultima canzone di (porca) Madonna, a Pechino potrebbero suonare un campanello a caso e trovare corpi di reato a gogo!
Oppure, semplicemente, potrebbero fare un censimento e arrestare tutti i cinesi e i residenti stranieri, uno ad uno, (sono solo un miliardo e trecentomila) in quanto a chiunque troverebbero valanghe di materiale pirata...
Non conosco nessuno a Pechino che non abbia una bella collezione di film... e te credo! costano 60 centesimi!
Poi non sarebbe così difficle trovare i pirati neanche per i più ingenui... basta andare a Sanlitun, l'unico (tristissimo) quartiere di nightlife pechinese, e sedersi a mangiare in un bar, che arriva qualcuno con una valigia che mentre mangi ti fa vedere centinaia di film... e te ne torni a casa con qualche filmetto in più...
Che dovrebbero fare i vitaminici agenti USA dalla mascella prominente riguardo la Cina? Arrestare un intero paese? E se poi la Cina dovresse richiedere il pagamento dei miliardi di dollari che ha in buoni del tesoro USA? che risate mi farei :)
Concludo (e poi guardo un film pirata)
I titoli sui giornali, sono solo per noi... il copyright lo paghiamo solo noi... e i film, i dischi e il software a quei prezzi assurdi, li paghiamo solo noi! Così che zio Bill possa farsi uno yacht talmente grande che in sardegna può attraccare solo a Olbia, e i dirigenti delle etichette discografiche e delle catene di distribuzione, che forgiano le menti dei nostri giovani, manovrabili virgulti, possano orientare il pensiero dominante arricchendosi come nababbi...
E noi, pecoroni, paghiamo un film 30 Euro, e un CD mediocre 25... noi? io no :)
Dal punto di vista filmico, Pechino è un paradiso... io amo il cinema e amo i film, ma non pagherò mai 40 euro per un DVD, solo per arricchire la feccia finanziaria... Sono musicista e iscritto alla SIAE, ma considero la SIAE un'istituzione mafiosa (ma questo è un'altro discorso). Inoltre, su un CD venduto, agli autori va una minimissima parte del prezzo di copertina...
Per il potere d'acquisto di un cinese proletario, comprare un DVD a 50 centesimi è come per noi comprarne uno a 10 euro, quindi tutto sommato i prezzi sono livellati... Ammettiamo però che per i ricchi, e soprattutto per noi occidentali (che guadagniamo di più), comprare i DVD o il software in Cina è una vera pacchia... però mi sorge un dubbio... Il mercato dei film a Pechino, è fiorente poichè la città è così noiosa? Oppure, Pechino è noiosa perche stanno sempre tutti a guardare film???
Vi saluto che partono i titoli di testa...
VaffanCina

Filippo Gregoretti

pippoflash.com

mercoledì 11 aprile 2012

Avatar

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Il termine sanscrito avatar, dal verbo avat discendere, serve ad indicare la discesa sulla terra di una divinità, una incarnazione divina.
Incarnazione quindi, e non reincarnazione, poiché quest’ultima si riferisce agli esseri umani, costretti, secondo l’induismo, a incarnarsi continuamente quindi re-incarnarsi, mentre le divinità scelgono di farlo, ogni tanto, per vari motivi.
Tra le divinità induiste, la più nota per le sue incarnazioni è Vishnu, del quale esistono varie liste di avatar, tra cui la più importante ne comprende ben dieci: Matsya (il Pesce), Kurma (la Tartaruga), Varaha (il Cinghiale), Narasingha (creatura metà Leone, metà Uomo), Vamana (il Nano), Parashurama (Rama con l’ascia), Rama (Rama con l’arco), Krishna, Balarama o Buddha, Kalki (il Guerriero a Cavallo).
In un noto verso della Bhagavadgita, Vishnu, sotto forma di Krishna, afferma che ogni qualvolta nel Mondo  l’etica viene meno, lui si incarna per ristabilire la legge morale, il dharma, e questo è appunto lo scopo delle dieci avatar, di cui nove sono già discese sulla terra, mentre la decima arriverà alla fine di questa era (Kali Yuga), per distruggere definitivamente l’universo e far ricominciare tutto dal principio, secondo la teoria ciclica induista.
Le prime 6 avatar di Vishnu sono descritte nei Purana, antichi testi sacri che contengono numerose storie mitologiche, e seppur a loro sia dedicato qualche tempio, oggigiorno queste avatar non fanno parte delle divinità adorate quotidianamente.
Invece Rama e Krishna, incarnazioni 7 e 8, sono i personaggi principali rispettivamente del Ramayana e del Mahabharata, i due poemi epici più importanti per gli indù, e sono ampiamente venerati ancora oggi.
La nona avatar rappresenta la risposta dell’induismo al diffondersi del buddismo, ritenendo Buddha un’incarnazione di Vishnu, per comprendenderlo nel pantheon indù, e “degradando” la figura di Balaram, accreditata come nona incarnazione prima della nascita del Buddha, a incarnazione di Shesha, il serpente di Vishnu.
Secondo un’interessante interpretazione relativamente moderna (che con sorpresa abbiamo felicemente trovato citata brevemente anche su wikipedia), queste dieci incarnazioni, prese nel loro insieme, rappresentano l’evoluzione della vita e dell’uomo.
La prima avatar è quella di Matsya (il Pesce), noto protagonista dell’equivalente indù del Diluvio Universale biblico, che rappresenta chiaramente il primo stadio della vita, nata appunto dall’acqua.
La seconda incarnazione di Vishnu fu quella di Kurma (la Tartaruga), che aiutò Dei e Demoni nel famoso episodio mitologico del Frullamento dell’Oceano; data la sua caratteristica di poter vivere sia nell’acqua che sulla terra, essa rappresenta quindi lo stadio intermedio, o anfibio, della vita animale; sebbene scientificamente le tartarughe non siano anfibi bensì rettili.
Dopo Kurma comparve Varaha (il Cinghiale), con il compito di salvare Prithvi (la Terra), rapita e imprigionata da un demone; seppur il cinghiale non disdegni l’ambiente acquatico è indubbiamente un animale terrestre e rappresenta quindi l’arrivo della vita animale sulla terra (da notare anche la probabile comune origine etimologica del termine sanscrito varaha con l’italiano verro).
La quarta avatar fu Narasingha, una creatura metà leone e metà uomo (nara significa uomo, singha leone), che prese forma per sconfiggere un demone che non poteva essere ucciso nè da esseri umani nè da animali e chiaramente rappresenta lo stadio intermedio tra gli animali e l’uomo.
Dopo Narasingha fu la volta di Vamana, il Nano, che riconquistò l’Universo dopo che era caduto sotto il potere del demone Bali; la sua ridotta statura è quindi il simbolo di uno sviluppo ancora incompleto dell’uomo.
La sesta incarnazione fu Parashurama, un guerrierio abitante della foresta, deciso a riportare l’ordine morale (dharma) sulla terra letteralmente a colpi di scure; egli è un uomo perfettamente formato dal punto di vista fisico ma ancora grezzo ed immaturo mentalmente.
Ramachandra, o più semplicemente Rama, rappresenta invece l’uomo perfetto, completo in ogni suo dovere di figlio, fratello, marito, padre, sovrano, guerriero, come dimostrato ampiamente nel poema Ramayana, dove vengono descritti gli anni più significativi della sua vita.
Krishna, l’ottava incarnazione di Vishnu, in questo caso rappresenta l’uomo oltre i suoi doveri pratici e nell’aspetto artistico-creativo, come simboleggiato anche dal suo flauto.
La nona incarnazione, il Buddha, rappresenta l’evoluzione spirituale dell’uomo mentre, infine, Kalki distruggendo l’Universo, è la metafora della liberazione dell’uomo dalle catene terrene ed il definitivo ritorno alla sua originale natura divina.

Abitare Nèxus: una scelta abitativa economica e sostenibile.

L'associazione Ecohousing promuove sul territorio di Pandino (CR) "Abitare Nèxus", un'iniziativa residenziale innovativa ispirata a una sostenibilità economica, ambientale, sociale.
Il progetto, realizzato con la collaborazione dello studio di architettura Giancarlo Marzorati (www.marzoratiarchitettura.it) e dell'associazione NascereDonna (www.nasceredonna.it), propone soluzioni abitative che tengono conto delle principali esigenze individuali e comuni di un gruppo di circa 20 famiglie.
L'iniziativa è governata dalle famiglie candidate a diventare proprietarie delle future abitazioni Nèxus, la cui realizzazione è prevista entro il 2013.

Abitare Nèxus è un progetto edilizio, ambientale e sociale che punta a:

-ridurre i costi della Filiera immobiliare
-riscoprire il valore della comunità
-recuperare il potere contrattuale delle famiglie
-fornire nuovi strumenti per affrontare la crisi
-educare i figli a un futuro sostenibile
-rispettare l’ambiente.

Dal mese di marzo 2012 è stata avviata la terza fase dello studio di fattibilità con l’approfondimento di ulteriori dettagli progettuali e l’inizio della campagna di promozione per la raccolta di nuove adesioni; la quarta e ultima fase preparatoria all’inizio dei lavori partirà entro la fine dell'estate.
Obiettivo finanziario dell'iniziativa è mantenere i costi complessivi di realizzazione prossimi a 1.500 € al metro quadro commerciale (inclusi gli spazi comuni).

Per promuovere l'iniziativa l'associazione sarà presente all'edizione 2012 della fiera "Fa' la cosa giusta" che si terrà dal 30 marzo al primo aprile prossimi (FieraMilanoCity, Padiglione 4 "Abitare Green", Stand AG44). Il 7 aprile sarà invece presente in piazza della Vittoria a Lodi e il 15 aprile in piazza Garibaldi a Crema.
Per tutto il mese di aprile e maggio, l'associazione organizza degli incontri di approfondimento ogni giovedi alle ore 21 presso la biblioteca civica del comune di Pandino.
Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito web dell'associazione Ecohousing (http://www.e-cohousing.it).
Andrea Seghizzi

Presidente dell’Associazione Ecohousing

domenica 8 aprile 2012

India: Rassegna di Pasqua.

Dal nostro inviato, Oscar Salvador

Dopo aver raccolto una quindicina di numeri del The Times of India, abbiamo sicuramente abbastanza materiale per una prima rassegna stampa indiana.
Anzi, forse perfino troppo, visto che molte notizie andrebbero prima introdotte per cercare di capire bene l’argomento.
Iniziando con una notizia che riguarda da vicino anche l’Italia, segnaliamo la liberazione di Claudio Colangelo, uno dei due italiani rapiti dai Maoisti.
Seppur la notizia sia apparsa in prima pagina il 26 Marzo, ad oggi (8 Aprile) non si sa ancora con certezza quale sarà il fato dell’altro prigioniero Paolo Bosusco.
Sull’edizione del 7 Aprile, in prima pagina un breve articolo segnalava l’ostinazione da parte dei Maoisti nel trattenere l’ostaggio finché non verranno accettate le loro condizioni.
L’8 Aprile la questione veniva affrontata sia in un breve articolo di prima pagina (che annunciava che il Governo dell’Orissa è pronto allo scambio dell’ostaggio italiano con 5 prigionieri Maoisti), sia in un più approfondito articolo nella sezione nazionale, nel quale venivano analizzati i vari angoli della questione.
Fondamentalmente i Maoisti stessi sono indecisi sul da farsi, a causa di idee divergenti al loro interno, quindi la questione sembra essere piuttosto intricata.
Il Governo Indiano, soprattutto quello dell’Orissa, sembra ce la stia mettendo tutta per cercare di risolvere la questione, senza chiaramente cedere completamente alle richieste dei terroristi.
In sospeso rimane anche il discorso che riguarda i due Marò arrestati dalla polizia indiana del Kerala in relazione all’uccisione di due pescatori erroneamente scambiati per pirati.
Sul numero del 3 Aprile, un piccolo articolo in prima pagina riferiva dell’estensione della custodia cautelare per altri 14 giorni e sebbene ormai siano agli arresti dal 19 Febbraio, sembra che la diplomazia italiana, nonostante gli sforzi, possa fare ben poco.
Conoscendo però vagamente la politica indiana, è probabile che una volta calmate le acque si arrivi ad una soluzione positiva che chiuda il caso; almeno questa è la speranza.
Venendo invece a notizie completamente indiane, negli ultimi tempi sono più volte comparsi in prima pagina generali e comandanti dell’esercito, e in nessun caso per buoni motivi.
Dapprima è stata trafugata una lettera in cui il Capo dell’Esercito si lamentava con il Primo Ministro dell’inadeguatezza degli armamenti e della preparazione dei soldati, creando anche un certo imbarazzo nei confronti del vicino Pakistan che per fortuna si è astenuto dal fare commenti.
Il 27 Marzo, la prima pagina era occupata da un grande foto del Generale V.K. Singh che denunciava di essere stato avvicinato da un faccendiere (secondo lui mandato dall’ex-Generale Tejinder Singh) che gli aveva offerto un’enorme somma di denaro per accettare un contratto per circa 600 camion.
Il giorno dopo è intervenuto il Ministro della Difesa A.K. Antony che ha cercato di far denunciare l’accaduto al Generale, il quale all’inizio si è inspiegabilmente rifiutato, ma poi ha chiesto un po’ di tempo per esporre la sua accusa; mentre nel frattempo l’ex-Generale Tejinder Singh lo ha denunciato per diffamazione.
Un’altra questione che viene seguita molto da vicino è quella che riguarda le disastrose finanze della compagnia aerea Kingfisher, del famoso imprenditore Vijay Mallya.
Un articolo del 27 Marzo segnalava l’enorme debito verso il consorzio di banche, mentre il giorno successivo (28 Marzo) veniva annunciata la sospensione delle operazioni in molte città.
Un articolo del 30 Marzo invece speculava sul fatto che per sistemare le casse della compagnia aerea, il signor Mallya avrebbe dovuto vendere alcune delle marche più famose di liquori che fanno parte del suo impero; mentre il 3 Aprile, all’improvviso, è comparsa la notizia che la compagnia aveva ripreso a pagare i dipendenti.
E infatti il giorno dopo (4 Aprile) lo staff ha ritirato lo sciopero che aveva in programma.
La buone notizie comunque sono durate poco perché il 5 Aprile veniva riportata l’enorme cifra che deve essere pagata in tasse, e sulla quale pare che il Ministero delle Finanze non sia disposto a fare nessuno sconto.
La questione è comunque ancora lontanissima dall’essere risolta e avremo modo in futuro di tenerci aggiornati.
Un’ultima questione di carattere sociale che è stata seguita ampiamente in questo periodo sui media indiani, riguarda una giovane coppia di dottori benestanti che prima di partire per una vacanza di 15 giorni in Tailandia, ha pensato bene di rinchiudere dentro casa senza ne’ cibo ne’ acqua la loro serva di 13 anni.
Per fortuna la ragazza è stata salvata dai poliziotti dopo che altri lavoratori avevano denunciato l’accaduto e quando i coniugi sono rientrati in India sono stati arrestati.
Il caso, seppur non raro nelle cronache indiane, ha sollevato numerose critiche e sul numero dell’8 Aprile un articolo intitolato Doc couple sent back to police custody (La coppia di dottori rimandata sotto custodia della polizia), ci informava che la Corte ha respinto la loro richiesta di scarcerazione, per consentire un’ampia inchiesta che verifichi anche gli estremi per il traffico di persone.
Il Giudice addirittura ha detto alla coopia “Avete portato il vostro bambino con voi. Perché non avete lasciato a casa anche lui? Avreste lasciato vostro figlio in quella condizione? [...] Usare questi bambini a proprio vantaggio, a costo del loro proprio sviluppo è inaccettabile e questa pratica deve essere estirpata alla radice.”

venerdì 6 aprile 2012

LUNA PIENA -- venerdì 6 aprile -- da Ajahn Munindo.

Come un elefante in battaglia
resiste alle frecce
io scelgo di tollerare
gli attacchi verbali degli altri.

  Dhammapada strofa 320

Quando il gioco si fa duro, se vogliamo siamo liberi di scegliere di tollerare. O possiamo invece scegliere di reagire. Nessuno al di fuori di noi ha l’autorità di forzarci in una delle due direzioni. Certe
volte, quando le nostre non addestrate abitudini reattive deflagrano, può assolutamente sembrare che il responsabile sia qualcos’altro o qualcun altro. Diciamo: “Sono stato preso da qualcosa” o: “Ero fuori
di me,” il che significa che ho perso le staffe. Il Buddha non le ha mai perse. Il che non significa che non abbia mai avuto a che fare con forti disaccordi. Li ha avuti. E ha scelto di tollerare anziché reagire. Era pienamente consapevole, pienamente sveglio nei confronti della realtà, e sapeva di avere l’autorità per fare quella scelta. Questo ci aiuta a riflettere che ce l’abbiamo anche noi.

Con Metta
Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)


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