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giovedì 31 maggio 2012

La Madre Ganga

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Il Gange è noto per essere il fiume più sacro dell’induismo sebbene la sua importanza sia tale da essere rispettato e onorato anche dai seguaci di altre religioni che vivono nei pressi delle sue sponde.
O forse, più propriamente, dovremmo dire “venerata e rispettata” visto che, secondo gli indù, i fiumi rappresentano l’aspetto materno, femminile di Dio.
La Madre Ganga deve gran parte dei suoi poteri, soprattutto quello di cancellare i peccati di coloro che si bagnano nelle sue acque, al fatto di discendere direttamente dal cielo (o dal Paradiso) e che per attutire la sua caduta sulla terra, altrimenti distruttiva, Shiva l’aiuti lasciandola passare attraverso i suoi spessi capelli.
Il rapporto d’amore tra Madre Ganga e Shiva è comunque reciproco in quanto l’acqua del fiume aiuta a sua volta Shiva a rinfrescarsi la testa, caldissima a causa dell’energia accumulata attraverso le sue pratiche ascetiche.
Nell’iconografia classica, tra i capelli di Shiva viene sempre rappresentato un viso di donna che spruzza acqua dalla bocca, talvolta seduta su un coccodrillo, la cavalcatura di Madre Ganga.
La facoltà di cancellare i peccati viene spesso collegata anche ad un interessante fenomeno chimico, che pare avvenisse fino a qualche decennio fa, grazie al quale, riempiendo e sigillando un contenitore con l’acqua del Gange, essa rimaneva pura e limpida anche a distanza di anni, senza che si formasse alcun batterio.
Questo fenomeno oggi non è più possibile, anzi, rischia di presentarsi di nuovo ma a causa dell’elevatissimo inquinamento, che causa la morte di qualunque organismo vivente, dovuto al fatto che, se Ganga è una madre amorevole, gli esseri umani sono dei figli ingrati e irriconoscenti.
Un fenomeno fisico ben documentato, che potrebbe essere almeno in parte la spiegazione di quello chimico che avveniva in passato, è la grandissima quantità di detriti che il Gange trascina lungo il suo percorso, fin dalla sorgente dove l’acqua è già sabbiosa e d’un colore grigio-marroncino.
Questo fenomeno è il motivo per cui la grande pianura gangetica risulta essere particolarmente fertile, ma allo stesso tempo crea anche non pochi problemi, come è facile notare, ad esempio, nei mesi di Ottobre e Novembre quando, terminate le piogge, l’acqua rientra nel letto del fiume lasciando i dintorni ricoperti da spessi strati di fango.
Addirittura, nella città di Kolkata (Calcutta), che si trova su uno dei primi rami del delta del Gange, ciò è stato una delle cause più grandi della caduta economica della città, ricca e prospera fino ai primi del ‘900, poiché il continuo riversarsi di detriti ha causato il progressivo interramento del porto, limitando sempre di più le dimensioni delle navi che vi potevano accedere, decretando quindi il crollo dei commerci sui quali si fondava  l’economia della città.
Bisogna anche notare che essendo Ganga una Madre estremamente generosa, sulle sue sponde si verifica un sempre crescente sovrappopolamento, che è sicuramente una delle cause dei suoi problemi di inquinamento.
Venendo al suo effettivo percorso di circa 2.525 km, la sorgente si trova esattamente a 4.000 m.l.m., tra le alte montagne himalayane, dentro ad una grande grotta, collocata sotto ad un ghiacciaio, e chiamata Gaumukh, la bocca della mucca, per la vaga somiglianza della conformazione della grotta con il muso dell’amato bovino; seppur il continuo recedere del ghiacciaio ne cambi spesso l’aspetto.
Scendendo di circa 20 chilometri, intorno ai 3.200 metri di altitudine, si incontra il primo centro abitato sul Gange, il sacro paesino di Gangotri, che ospita il tempio più importante dedicato alla Madre Ganga.
A causa del clima rigido e soprattutto delle invernali nevicate che bloccano l’unica strada d’accesso, il paese rimane chiuso da circa metà Novembre fino ai primi di Aprile.
Continuando a scendere alternandosi tra ripide rocce e ampie pietraie, il Gange giunge a Uttarkashi, cittadina sacra, come si evince anche dal nome che significa “Kashi (Benares) del Nord”; e infatti ospita un interessante complesso di templi di cui il più importante è dedicato a Shiva Vishwanath, la stessa forma del Dio che viene venerata a Benares.
Lasciando le alte montagne, giunto sulle verdi colline pre-himalayane, il Gange incontra Rishikesh, noto luogo sacro tra i maggiori centri indiani per lo yoga.
L’ottima posizione geografica e il clima, né troppo freddo né troppo caldo, sono due fattori che indubbiamente hanno favorito l’insediamento di numerosi ashram e centri per la meditazione.
Dopo circa 30 km, giungendo definitivamente in pianura, si trova la sacrissima città di Haridwar, con i suoi suggestivi e affollatissimi templi, ghat e vicoli.
Altra caratteristica della città è quella di far parte dei 4 luoghi sacri dove ciclicamente si tengono i giganteschi raduni religiosi indù chiamati Mela, seppur in realtà la relazione tra queste manifestazioni e il Gange sia solo secondaria.
Abbandonata Haridwar il Gange scorre placido per molti chilometri senza incontrare luoghi sacri di particolare rilievo anzi, al contrario, incontra numerosi centri industriali che ne causano gran parte dell’inquinamento.
In particolare la città di Kanpur, non ce ne vogliano i suoi numerosi abitanti, è un grande centro industriale, con una popolazione di circa 5 milioni di persone, ed è facile immaginare le condizioni dell’acqua del fiume una volta attraversata quest’area.
Navigando lentamente per qualche centinaio di chilometri si giunge in un altro importantissimo luogo di culto legato alla Madre Ganga, la città di Allahabad.
Qui il Gange si incontra con il secondo fiume più importante dell’induismo, lo Yamuna, e secondo la mitologia, in questo punto a loro si unisce anche l’etereo Saraswati, il fiume della Conoscenza Spirituale.
Oltre  all’importanza religiosa, il luogo di incontro del Gange e dello Yamuna solleva anche un certo interesse scientifico sull’evidente differenza tra il colore verde dell’acqua dello Yamuna e il grigio-marroncino del Gange (seppur gli indiani, teneramente, sostengono sia bianco).
La differenza chiaramente è dovuta ai territori attraversati dai due fiumi, seppur sgorghino non molto lontani l’uno dall’altro e seguano percorsi quasi paralleli.
Superata Allahabad, con l’immissione dello Yamuna, il Gange aumenta la sua portata e scorre nell’ampio letto sabbioso fino a Vindhyachal, cittadina sacra legata al culto di Kali.
A circa un’ottantina di chilometri da Vindhyachal si trova Benares, la città sacra per eccellenza, anche grazie alla presenza del Gange.
Una delle tantissime teorie mistico-religiose, più o meno plausibili, riguardo le proprietà spirituali di Madre Ganga a Benares, deriva dalla semplice ma arguta osservazione che in questo punto, contrariamente a quello che avviene lungo quasi tutto il suo percorso, il fiume scorre verso nord, cioè verso l’alto, “verso la mente”.
Poco oltre Benares, il Gange entra nello stato del Bihar, povero e agricolo, la cui capitale Patna è una grande e popolosissima città che Madre Ganga è costretta ad attraversare per intero.
Per fortuna in questo tratto si immettono nel Gange numerosi grandi affluenti che portano l’acqua dalle cime himalayane del Nepal, per cui l’inquinamento viene in qualche modo “diluito”.
Oltre Patna il Gange attraversa zone piuttosto arretrate ed agricole, costellate di piccoli paesi e luoghi sacri, come per esempio Munger, situato nei pressi di una piccola e suggestiva isola fluviale.
Superato il Bihar Madre Ganga entra nello stato del Bengala Occidentale dove inizia a frammentarsi nel suo ampissimo delta e seppur la maggior parte prosegua in Banlgadesh, il luogo sacro considerato la fine del Gange e il suo definitivo mergersi in mare, si trova in territorio indiano.
In particolare si tratta di un’isola quasi disabitata, chiamata Ganga Sagar, dove tutti gli anni, nel mese di Gennaio, viene organizzata un grande fiera religiosa proprio in onore della Madre Ganga.
Con Ganga Sagar termina il percorso del fiume Gange e questo articolo, che ovviamente non aveva la pretesa di essere esaustivo sull’argomento, ma tutt’al più, come sempre, quella di sollevare la curiosità e magari l’interesse per più approfondite e dettagliate ricerche.

lunedì 28 maggio 2012

Numismatica indiana.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Dopo aver affrontato, in un post precedente, l’argomento delle banconote indiane, veniamo alle monete.
Al giorno d’oggi le zecche indiane (ben quattro) ufficialmente emettono monete da 50 paisa (mezza rupia), 1, 2, 5 e 10 rupie, seppur non ci sia ancora capitato di vedere sul mercato un pezzo da 10 rupie, prodotte solo dall’anno 2006.
Se le banconote in circolazione sono ormai quasi tutte della monotona “serie Gandhi”, le monete invece sono presenti con numerossisime serie e variazioni, grazie ad almeno tre fattori: prima di tutto la durata della vita delle monete di gran lunga maggiore di quella dei pezzi cartacei, per cui è possibile trovare ancora molte serie vecchie (da circa 40 anni).
Secondo, le monete vengono spesso utilizzate per celebrare delle date di rilievo, sia in onore di personaggi illustri o importanti istituzioni, sia per campagne sociali.
Terzo, negli ultimi anni, dal 2005, sono uscite due nuove serie, poco prima della storica introduzione di un simbolo internazionale della rupia, dopo la quale quindi ne è comparsa subito una terza serie che lo illustrasse.
Come nel caso delle banconote, anche per la descrizione delle monete ci possiamo affidare ad una piccola ma variegata collezione nei pezzi da 50 paise, 1, 2 e 5 rupie.
Le monete da 50 paise (o mezza rupia, visto che ci vogliono cento paise per farne 1) ormai hanno quasi perso significato e il loro utilizzo sul mercato è riservato principalmente all’acquisto e la vendita dei giornali, che spesso hanno prezzi frazionati: il nostro fidato The Times of India, fonte continua d’ispirazione, per esempio dal Lunedì al Venerdì costa 3 rupie e mezzo.
Nella nostra collezione possiamo “vantare” una consumatissima moneta da 50 paise, del 1972, dedicata ai 25 anni dell’Indipendenza dell’India (utile quindi storicamente per far risalire la data di nascita dell’India al 1947), con l’immagine stilizzata di due figure umane a mezzo busto che sventolano una bandiera indiana, mentre sull’altro lato si trova il simbolo dell’India, il famoso capitello di Ashoka, dove compaiono i 4 leoni schiena contro schiena sopra alla ruota buddista e, sotto, la scritta 50.
Le serie comuni di quel periodo, almeno fino al 1985, prevedevano quasi tutte da un lato la cifra, contorniata da semplici ma piacevoli motivi floreali ed il simbolo dei leoni sull’altro, contorniato dalla scritta della valuta, sia in caratteri devanagari che latini.
Di quel periodo è anche una moneta del 1984, emessa in memoria della morte di Indira Gandhi.
La penultima serie da 50 paise emessa dal 1988, prevede invece il capitello di Ashoka e la cifra sullo stesso lato, mentre dall’altra parte si trova un cartina dell’India con davanti il grande palazzo circolare sede del Parlamento Indiano.
Nel 1997, per celebrare i 50 anni dell’Indipendenza, è stata emessa una moneta da 50 paise nella quale viene ritratto Gandhi con il bastone e dietro alcune persone, in posizione molto simile al monumento della marcia del sale ritratto dietro alle banconote da 500 rupie.
Infine, nell’ultima cosiddetta “serie della mano” del 2011, dove la cifra viene rappresentata appunto anche da una mano, la moneta da mezza rupia prevede un pugno, con a fianco il numero 50.
Nelle ultime due serie il materiale è il classico acciaio ferroso inossidabile, mentre quelle precedenti sono in cupro-nickel ed infatti non vengono attratte dalle calamite.
Lo stesso discorso sul materiale può essere fatto riguardo alle monete da 1 rupia, in cui le grosse monete degli anni ‘70 e quelle più piccole degli anni ’80 sono in cupronickel, mentre successivamente è stato introdotto l’acciaio ferroso inossidabile.
I disegni però, fino al 2005, sono grossomodo gli stessi: da un lato il numero 1, con sopra la scritta rupia in devanagari, ai lati due spighe di grano e sotto la scritta rupia in inglese; sull’altro lato, al centro il capitello di Ashoka e, ai lati, la scritta India, sia in devanagari che in caratteri latini.
Come anticipato, nel 2005 è iniziata una piccola rivoluzione delle monete indiane, partendo da una serie, limitata ai tagli da 1 e 2 rupie (il pezzo da 5 pare sia stato emesso solo formalmente vista la sua totale assenza sul mercato) ed emessa fino al 2008, introdotta per utilizzare il materiale riciclato da vecchie monete il cui valore era inferiore a quello effettivo del materiale.
Quella da 1 rupia sul lato principale è divisa in 3 sezioni da due linee parallele: in quella superiore vi è scritto India nelle due lingue ufficiali (hindi e inglese), al centro si trova il capitello di Ashoka ed il numero 1 e, nella sezione inferiore, la data d’emissione; sull’altro lato, leggermente decentrata, si trova una croce con 4 puntini, uno per ogni angolo e la scritta 1 rupia di nuovo in entrambi i caratteri.
Dal 2007 è uscita invece la già citata “serie della mano” che, sul lato principale, è identica alla precedente, escluso il fatto che manchi il numero 1 che compare, invece, dall’altra parte insieme ad una mano col pollice verso.
Infine, con l’introduzione del nuovo simbolo internazionale della rupia, nel 2011, è uscita una serie molto semplice, dove compare appunto il simbolo, con sotto il numero 1 e la data e, ai lati, una semplice ma piacevole composizione floreale; mentre sul lato opposto è tornato lo stesso motivo delle monete più vecchie, il classico capitello di Ashoka.
Venendo alla monete celebrative, i pezzi da 1 propongono numerosi spunti socio-politici: nel 1987 è stata emessa una serie dedicata ai piccoli coltivatori, dove vengono ritratte due contadine che raccolgono il riso, e al centro il simbolo della FAO, promotrice della campagna.
L’anno successivo, 1988, fu invece la volta della campagna a favore delle coltivazioni attraverso l’acqua piovana (in inglese rainfeed farming), di nuovo promossa dalla FAO e dove viene raffigurata una donna con in mano alcuni fiori mentre, sullo sfondo, oltre ad una piccola mucca al pascolo, vi sono alcune nuvole che lasciano cadere la pioggia sulle montagne.
Nel 1989 è stata prodotta una serie col profilo di Jawaharlal Nehru, in onore della sua nascita, e nel 1991 una serie con un ritratto di Rajiv Gandhi, di tre-quarti, in memoria della sua morte.
Del 1992 possediamo ben due pezzi celebrativi: il primo riguarda la giornata mondiale del cibo, promossa dalla FAO, dove opportunamente vengono ritratti alcuni generi alimentari; mentre una seconda moneta da 1 rupia era dedicata al 50imo anniversario del movimento Quit India (lasciare l’India) che portò, alcuni anni dopo, all’indipendenza del paese dagli inglesi.
Nel 1997 una serie di monete è stata dedicata alla ex-prigione (ora museo nazionale) di Port Blair, la capitale delle remote isole Andamane, dove gli inglesi confinavano a dissidenti indiani, seppur ci sfugga il motivo per cui le sia stata dedicata una moneta nel 1997.
L’ultimo pezzo da una rupia della nostra raccolta è un bella moneta, emessa nel 2010, per celebrare il giubileo di platino (75 anni) della Reserve Bank of India, dove è raffigurato il simbolo della banca nazionale indiana, composto da un leopardo ed una palma.
Venendo alla moneta da 2 rupie, le sue evoluzioni sono simili a quelle del pezzo da 1 rupia.
La prima serie, prodotta dal 1982, prevede da un lato il capitello di Ashoka con sotto il numero 2 mentre ai lati vi è scritto India e Rupie sia in hindi che in inglese.
Sull’altro lato è invece riprodotta una cartina dell’India con al centro un bandiera e la scritta National Integration, come sempre sia in hindi che in inglese.
La particolarità di queste monete è però la forma: un esemplare del 1990 è ben più grande delle serie successive e, seppur sia circolare, all’interno il cerchio è ridotto da un endecagono; un altro esemplare del 1998 invece è proprio di forma endecagonale, mentre un ultimo pezzo del 2000 torna ad essere rotondo con l’endecagono all’interno del cerchio.
Nonostante alcune ricerche, francamente rimane per noi un mistero il motivo di queste piccole ma evidenti differenze.
Nella serie “di riciclo” emessa dal 2005 al 2008, la moneta da 2 rupie risulta molto simile a quella da 1: da un lato infatti cambia solo numero, mentre dall’altro il simbolo decentrato della croce con i puntini agli angoli prevede che le linee della croce siano doppie invece che singole a simbolizzare il numero 2.
Anche nella “serie della mano” le uniche differenza sono il numero 2 al posto dell’1 e la mano che mostra l’indice e il medio invece del pollice.
Stesso discorso infine per l’ultima serie col nuovo simbolo della rupia dove cambia solo il numero e il tipo di composizione florale.
Per quanto riguarda le serie celebrative, bisogna subito notare, anche in questo caso, lo strano fenomeno della forma, talvolta circolare e talvolta a 11 lati.
Nel lontano 1982 fu emessa una serie per celebrare l’organizzazione dei IX Giochi Asiatici nella città di Delhi e il simbolo che compare al centro dovrebbe rappresentare il Jantar Mantar, uno degli osservatori astronomici fatti costruire dal Maharaja Jai Singh II di Jaipur.
Sopra di esso, vi è raffigurato un sole e sotto la scritta Delhi.
Nel 1993 fu emessa una serie di monete da 2 rupie per celebrare la giornata mondiale del cibo e della biodiversità, promossa come sempre dalla FAO, dove è raffigurato un semplice ma significativo paesaggio, con acqua, pesci, alberi, montagne e uccelli.
Del 1995 possediamo un pezzo leggermente macchiato di nero e consumato, dedicato all’VIII Conferenza Mondiale della lingua Tamil, e dove viene ritratto il famoso santo Thiruvalluvar, seduto in posizione yogica.
Nel 1996 è stata emessa una serie con il ritratto di Sardar Vallabhabhai Patel, un noto politico molto attivo all’interno del movimento indipendentista indiano; come anche Subhas Chandra Bose al quale fu dedicata una serie l’anno seguente, il 1998.
Sempre nel 1998 uscì una serie dedicata al filosofo Aurobindo, in cui, oltre al ritratto, compare una sua massima piuttosto significativa: All life is yoga (Tutta la vita è yoga).
Sempre dello stesso stile è la moneta celebrativa del 1999, dedicata a Chhatrapati Shivaji, un Maharajà che fu molto attivo nel combattere gli invasori moghul e che fu successivamente preso come esempio per il movimento indipendentista durante gli ultimi anni del dominio inglese.
Nel 2000 furono invece celebrati i 50 anni della Corte Suprema dell’India, il cui simbolo è il capitello d’Ashoka, che quindi risulta impresso su entrambi i lati della moneta; mentre nel 2003 furono celebrati i 150 delle ferrovie indiane e sulla moneta è ritratta la mascotte Sholu, il Guardiano: un elefantino vestito da ferroviere con in mano una torcia, come quelle usate dai capistazione per le segnalazioni.
Venendo infine alla moneta da 5 rupie, bisogna subito notare la sua particolare forma, che ricorda il pound inglese, cioè non molto grande ma spessa, e una piacevole scalanatura centrale munita di decorazioni.
La prima serie, che viene stampata ancora oggi, prevede un grosso numero 5 al centro, con la scritta rupia in hindi sopra e in inglese sotto, afficancata da due composizioni floreali; mentre sull’altro lato propone il solito capitello di Ashoka.
Nel 2007 con l’introduzione della “serie della mano”, ci si aspettava quindi una moneta da 5 rupie con la mano aperta a mostrare tutte le dita, invece la nuova serie prevede alcune onde che occupano la parte bassa della moneta e dovrebbero simboleggiare la moderna connettività e l’informazione tecnologica.
Nel 2009 invece fu introdotta una serie la cui particolarità è il materiale, cioè l’ottone, che dona quindi alla moneta un piacevole colore dorato.
Purtroppo però, nonostante i disegni siano in tutto per tutto uguali alla serie comune, lo spessore è quello classico, invece dell’elaborata e spessa scanalutara stile pound inglese.
Venendo alle serie celebrative: nel 1994 fu emessa una moneta che si trova piuttosto spesso, per celebrare i 75 anni dell’ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia dell’ONU; mentre nel 1995 fu la volta dei 50 anni delle Nazioni Unite, dove compare il numero 50 ed il simbolo dell’ONU.
Sempre nel 1995 caddero i 50 della FAO, celebrati con una serie di monete da 5 rupie dove viene rappresentato appunto il simbolo della FAO.
L’anno successivo, 1996, fu la volta di una campagna a favore della salute delle madri e sulla moneta è raffigurata una donna con in braccio un bambino dentro a un triangolo con la punta rivolta verso il basso; sotto di essa la scritta: Mother’s health is child’s health (La salute della madre è la salute del bambino).
Nel 2001 furono festeggiati i 2600 anni della nascita di Mahavir, l’ultimo tirthankar (profeta) della religione jaina e sulla moneta celebrativa da 5 rupie compare il simbolo del jainismo, una svastica con sotto una mano aperta.
Nel 2005 furono celebrati i 75 anni della Marcia del Sale promossa da Gandhi, diventata simbolo della lotta non-violenta contro la dominazione britannica.
Inoltre possediamo una moneta da 5 rupie piuttosto recente, dedicata a Jagat Guru Sree Narayana Gurudev, considerato non solo un grande Santo ma anche un riformatore sociale.
Le dimensioni sono leggermente ridotte, soprattutto lo spessore, seppur mantenga la tipica scanalatura del modello base ed il peso è diminuito di ben 3 grammi da 9 a 6.
La data di emissione, misteriosamente, non compare sulla moneta ma con una breve ricerca internet abbiamo
scoperto essere il 2006.
Infine, proprio pochi giorni fa, abbiamo trovato una bella moneta da 5 rupie in ottone, dedicata ai 150 della nascita di Rabindranath Tagore, rappresentato su un lato della moneta.
Ultimissima curiosità, proprio legata alle date riportate sulle monete, riguarda il piccolo simbolo che compare spesso proprio sotto alla cifra dell’anno di emissione.
Questo serve a segnalare quale zecca ha emesso il pezzo, in quanto l’India possiede ben 4 zecche: a Bombay, Calcutta, Hyderabad e Noida.
Bombay è rappresentata da un piccolo rombo, Calcutta dall’assenza di qualsivoglia simbolo, Hyderabad da una stella e Noida da un punto, sebbene esistano anche altri simboli, purtroppo difficilissimi da identificare a causa delle ridottissime dimensioni.

venerdì 25 maggio 2012

Ego e devozione.

Dal nostro corrispondente Oscar Salvador

Secondo l’induismo, due requisiti fondamentali per raggiungere l’Illuminazione sono la devozione (bhakti) e la conoscenza (jnana).
Esse rappresentano infatti due ali egualmente importanti per permettere all’anima di volare.
Personalmente però, sono dell’idea che la devozione abbia in realtà una leggera predominanza, se non altro perché se è possibile raggiungere Dio con poca conoscenza e tanta devozione, lo stesso non si può dire nel caso contrario, cioè con tanta conoscenza e poca devozione.
Una breve parabola indiana, sembra in qualche modo darmi ragione...
Un giorno Narada (un mitologico devoto di Vishnu) chiese al signore Vishnu quale fosse la differenza tra uno yogi, seguace della conoscenza, e un bhakta, un devoto di Dio.
Vishnu allora gli disse di seguirlo sulla terra.
Dopo un po’ che camminavano, nei pressi di una città, incontrarono uno yogi che pendeva a testa giù dal ramo di un albero.
Vedendoli lo yogi chiese a Vishnu: «quante nascite dovrò ancora aspettare prima di essere libero dal ciclo di nascita e morte? Le mie austerità sono così dure che dovrò realizzare molto presto».
Vishnu gli rispose: «mi spiace, ma nonostante questo dovrai aspettare ancora due rinascite».
Sentite queste parole, lo yogi scese dall’albero e disse: «allora non c’è motivo che io continui con le mie pratiche.» e abbandonò la vita ascetica.
Proseguendo oltre, Vishnu e Narada incontrarono un devoto che cantava il nome di Dio e danzava all’ombra di un gigantesco albero banyan.
Vedendoli egli chiese a Vishnu: «o mio Signore, come sei stato gentile a venirmi a trovare! Com’è meraviglioso che mi sia concesso di vederTi! Per piacere ditemi, quante vite dovrò ancora aspettare prima di essere liberato dalla ruota dell’esistenza?».
Vishnu rispose: «sono davvero addolorato nel dirti questo, ma dovrai rinascere ancora tante volte quante sono le foglie di quest’albero».
Udite queste parole, il devoto urlò di gioia: «davvero solo queste volte? Credevo non ci fosse limite! Cantando il Tuo nome, il tempo passerà senza neanche accorgermene!» e riprese a cantare e danzare.
Vishnu allora sorrise e disse: «va bene, se è così che la prendi, allora vieni subito da me!».
Quindi Vishnu si rivolse a Narada: «vedi la differenza tra uno yogi e un devoto? Gli yogi cercano ancora di attaccarsi al loro ego e cosa ne ottengono? Nulla! Il devoto realizza grandi cose offrendo il proprio ego alla sua amata divinità!».

giovedì 24 maggio 2012

Hanuman

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Il Dio scimmia Hanuman è sicuramente una delle divinità più amate del pantheon indù. Grazie alle sue principali caratteristiche (forza, intelligenza, altruismo, umiltà, disciplina e devozione), Egli è infatti venerato all’interno di tutte le più importanti sette, o tradizioni, dell’induismo: vishnuita, shivaita, shakta, tantra e vedanta, ai quali si possono aggiungere anche relazioni con altre tradizioni come quella indù-buddista del sud-est asiatico.
Per i seguaci di Vishnu, Hanuman rappresenta il più grande devoto del loro Dio, nella sua avatar (incarnazione) numero 7, Rama.
Come descritto ampiamente nel noto poema epico Ramayana, il solo scopo nella vita di Hanuman è infatti servire Rama-Vishnu nel ristablire il dharma (la Legge Morale) sulla terra.
Nella tradizione shivaita, Hanuman viene considerato un’incarnazione di Shiva stesso, come si può intuire dalle sue tendenze ascetiche e l’essere completamente disinteressato a fama e ricchezze.
Questo è anche un chiaro esempio dell’inseparabilità e complementarietà tra Vishnu e Shiva, nel loro aspetto di Conservazione e Distruzione: dove vi è l’uno vi deve essere anche l’altro e quando Vishnu scese sulla terra sotto forma di Rama, Shiva decise di seguirlo ed aiutarlo sotto forma di Hanuman.
Per i seguaci dello shaktismo, cioè devoti a divinità femminili come Durga e Kali, Hanuman viene considerato un Loro protettore e, insieme a Bhairav (un’aspetto terrifico di Shiva), viene spesso raffigurato come guardiano all’ingresso dei templi di dee femminili.
Questo grazie a numerosi fattori: primo, Hanuman ha sempre trattato ogni donna come una madre; secondo, per non aver mai guardato una donna con idee lussuriose (tanto che nella tradizione shakta viene considerato il custode della castità delle donne); infine, uccise lo stregone Mahiravana ed offrì il suo sangue a Kali.
Nella tradizione tantrica Hanumam viene adorato nella sua forma con 5 teste (scimmia, uomo, cinghiale, leone e cavallo ma talvolta compaiono anche uccello ed elefante) e viene considerato il più completo dei tantrici per aver ottenuto i siddhi, i superpoteri, dei quali si serve spesso durante le lunghe e faticose vicende del Ramayana.
Secondo la filosofia vedanta, il mondo è un’illusione (maya) causata dall’ignoranza dell’ego, che può essere eliminata solo grazie alla devozione (bhakti), che aiuta l’anima individuale (jiva-atma) a unirsi con l’anima universale (param-atma).
Seguendo il vedanta, il Ramayana non è altro che una metafora di questo processo, con Hanuman che rappresenta la devozione (bhakti) che unisce Sita (l’anima individuale, jiva-atma) con Rama (l’anima universale, param-atma).
Nella vita di tutti i giorni, per i comuni devoti, Hanuman viene adorato per le sue qualità esteriori più evidenti che ne fanno il protettore di numerose arti e professioni.
La sua caratteristica principale, dal quale deriva anche uno dei suoi numerosi appellativi, Sankat Mochan, è quella di rimuovere i problemi, che è praticamente l’attività principale di Hanuman nei confronti di Rama.
I vari demoni che egli incontra e sconfigge nel Ramayana rappresentano i problemi della vita quotidiana e per questo i devoti cercano la Sua protezione.
Altra importante caratteristica di Hanuman è la sua forza prodigiosa, grazie alla quale viene considerato il patrono della cultura fisica e, quindi, degli atleti, tanto che alcuni suoi templi possiedono un’area riservata all’attività fisica, soprattutto la lotta.
Nell’astrologia la sua figura viene invece venerata per la sua capacità di controllare i nove corpi celesti: Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno, Rahu e Ketu (questi ultimi preposti alle eclissi).
Un noto evento del Ramayana esemplifica perfettamente questa capacità di Hanuman: durante la battaglia finale contro il demone Ravana sull’isola di Lanka, Lakshman, il fratello di Rama, venne ferito da una freccia velenosa e per salvarlo l’unico rimedio era utilizzare l’erba sanjivani che cresce sui monti himalayani.
Senza perdere tempo Hanuman volò sull’Himalaya ma una volta là si dimenticò quale fosse l’erba prescritta, così decise di prendere l’intera montagna.
Questo però non era sufficiente, poiché un altro importante requisito era che l’erba dovesse essere somministrata dopo il calar del Sole e prima del sorgere della Luna.
Per risolvere la questione, il prode Hanuman salì in cielo, mise la Luna nella sua bocca, il Sole sotta ad un braccio e ritornò a Lanka giusto in tempo per salvare la vita di Lakshman.
Per questo episodio, Egli viene anche associato alla medicina e all’ayurveda.
Notevoli sono anche le sue qualità di serio studente e quindi di studioso, che ne fanno una figura molto cara agli accademici.
Dopo la morte di Rama, infine, si ritirò sull’Himalaya a comporre musica e cantare il nome di Rama, accompagnandosi con la veena (un grande strumento a corde simile al più noto sitar), e pare sia stato il primo devoto a cantare bhajan e kirtans, canzoni devozionali tipiche della tradizione indiana.
La forza delle sue composizioni risiede nel fatto che esse non furono prodotte dall’ego, bensì dalla profonda devozione di Hanuman e per questo viene adorato dai numerosi compositori, suonatori e cantanti di musiche devozionali.
Una delle canzoni sacre più popolari al giorno d’oggi è proprio dedicata ad Hanuman. Si tratta della versione musicale della nota preghiera Hanuman Chalisa composta dal grande poeta medioevale Tulsidas, a cui fa riferimento il seguente video.


mercoledì 23 maggio 2012

Sentistoria Newsweek (Puntata 2, 2012).

Riporto dal sito sentistoria.org/ un inusuale notiziario, con voce dell'amica Barbara Marchand.
Buona visione!

martedì 22 maggio 2012

La vita del Buddha: uno splendido documentario della BBC.

...Spero che la vostra conoscenza dell'inglese sia sufficiente per apprezzare non solo le immagini di questo straordinario documentario.
Ancora aspettando il Vesak.
Buona visione!

Aspettando il Vesak

Cito dal sito www.vesak.it

Il Vesak è la ricorrenza in cui si celebrano la nascita, l'illuminazione e la dipartita di Buddha Shakyamuni. Si tratta della festa buddhista più importante, festeggiata dai buddhisti di tutto il mondo e di tutte le tradizioni.
La festa del Vesak tradizionalmente cade nel plenilunio di Maggio, anche se in molte tradizioni viene data particolare importanza all'intero mese di Maggio (in alcune tradizioni all'intero mese di Giugno).
Il Vesak è l'unica festività Buddhista prevista dall'Intesa, in cui si è scelto, per semplicità, di far corrispondere tale evento all'ultimo fine settimana del mese di Maggio.
Per l'UBI (Unione Buddista Italiana) il festeggiamento del Vesak è da sempre stato un appuntamento fondamentale: un momento di incontro tra i vari Centri e le rispettive comunità di praticanti, un momento di preghiera comune, un momento di studio ed approfondimento del Buddhismo e delle sue relazioni con la società italiana ed anche un momento di festa e di gioia per aver incontrato gli Insegnamenti del Buddha.

Di seguito un video, diviso in due tranches, della celebrazione del Vesak a Milano nel 2010.
Buona visione!


Sull'opportunità o meno di picchiare la moglie...

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador.

Lungi da noi il voler dipingere gli indiani come un popolo violento ma dopo l’ultima tragica rassegna stampa Indiana, abbiamo trovato un altro articolo a riguardo.
Pubblicato sul numero del The Times of India del 26 Aprile, nell’imprevedibile sezione dedicata alle notizie nazionali, era intitolato “Il 57% dei ragazzi e il 53% delle ragazze pensa che picchiare la moglie sia giusto”.
Ne riportiamo una libera traduzione.
“È una rivelazione scioccante in quest’era moderna: non solo gli adulti ma perfino gli adolescenti (in età compresa tra i 15 e i 19 anni) pensano che picchiare la moglie sia giustificato.
Il Global Report Card on Adolescens 2012 dell’UNICEF riporta questi dati per quanto riguarda l’India (57% e 53%) ma anche negli altri paesi del sud dell’Asia la situazione non è migliore.
Ad esempio, il 41% delle donne in Bangladesh e il 54% in Sri Lanka la pensano allo stesso modo.
Addirittura in Nepal la prevalenza di giustificare la violenza domestica raggiunge le aberranti cifre dell’88% tra gli uomini e l’80% tra le donne.
Secondo il rapporto, l’attitudine della società che accetta o giustifica la violenza coniugale, sta rendendo le ragazze e le donne sempre più vulnerabili.
Dati disponibili per i paesi in via di sviluppo mostrano che circa il 50% delle ragazze e donne tra i 15 e i 49 anni pensano che picchiare la moglie sia giustificato [...] Le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni hanno le stesse idee delle donne nel gruppo di età tra i 45 e i 49 anni.
Il rapporto spiega anche che, in molto paesi, a causa di una certa reticenza nell’operazione di raccolta dati, questi potrebbero essere sottostimati rispetto alle reali dimensioni del problema.
Molti fattori contribuiscono all’incidenza della violenza domestica, per esempio i matrimoni tra i bambini, relazioni basate sul potere del genere maschile, il bassissimo potere economico delle donne e pratiche tradizionali o norme sociali che l’accettano.
Quando una ragazza viene cresciuta col messaggio che lo stato di donna all’interno della famiglia sia inferiore, inizierà quindi ad accettare qualunque comportamento le sarà riservato dal marito e dalla sua famiglia.
Mentre se un ragazzo cresce vedendo suo padre picchiare sua madre, inizia ad accettare questo comportamento e tenderà a ripeterlo”.
L’articolo era accompagnato da un sotto-articolo, intitolato Times’ View, una recente ed apprezzabile novità, dove viene espresso il parere della redazione sulle notizie più controverse.
“Queste scoperte sull’attitudine dei giovani nei riguardi della violenza coniugale non dovrebbero essere viste solo come scioccanti ma dovrebbero anche mostrare l’inadeguatezza delle leggi sulla violenza domestica.
Leggi che potrebbero essere molto importanti nell’aiutare a ridurre il problema della violenza contro le donne.
Ma queste chiaramente non sono sufficienti, specialmente quando la vittima stessa non pensa che sia sbagliato essere picchiata.
Un forte pacchetto di leggi che si occupi del problema deve essere sostenuto ed intensificato da attive campagne di sensibilizzazione.
A questo va aggiunto che ogni passo verso l’aumento del livello di istruzione delle donne potrebbe giocare un ruolo fondamentale”.
Sulla carta tutto giusto ma se anche questo processo iniziasse domani (cosa della quale dubitiamo fortemente), ci sarà ancora molto da soffrire per le donne del sud dell’Asia.

lunedì 21 maggio 2012

LUNA NUOVA -- domenica 20 maggio -- da Ajahn Munindo.

Chi è stolto e confuso
si smarrisce
nella distrazione.
Il saggio fa tesoro della consapevolezza
che ha coltivato
come il più prezioso dei possessi.

  Dhammapada strofa 26

Noi tutti di tanto in tanto ci dimentichiamo di noi stessi e ci
smarriamo nella confusione. Quel che conta è quanto ci mettiamo a
ritrovarci. Non possiamo liberarci dalla confusione solo perché non ci
piace. Ma la meditazione può aiutarci. Quando nella pratica formale
facciamo uno sforzo per tornare al nostro oggetto di focalizzazione,
di nuovo e di nuovo, stiamo costruendo un certo tipo di forza. Anche
se al momento possiamo non accorgercene, un valido potenziale va
crescendo all’interno della coscienza. La meditazione può sembrare
noiosa e anche senza senso. Ma l’energia non scompare mai. Il buono
sforzo che facciamo per ricordare di tornare all’oggetto di
meditazione ci ritorna nella vita quotidiana sotto forma di
consapevolezza spontanea, qui e ora. Dove magari nel passato ci siamo
dimenticati di noi stessi e ci siamo persi nella disattenzione, ci
ritroviamo all’improvviso, all’erta e tutt’uno con quanto sta
accadendo. Tale consapevolezza è in verità un tesoro.

Con Metta
Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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giovedì 17 maggio 2012

Aspettare un domani migliore.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador.

Giovedì 12 Aprile, nella sezione spirituale The Speaking Tree del The Times of India, abbiamo trovato un interessante articolo di Maulana Wahiduddin Khan (nella foto), un noto studioso della religione islamica ed attivista per la pace.
Il titolo e l’argomento sembrano essere particolarmente adatti a questo periodo di crisi finanziaria: Waiting for a better tomorrow (Aspettando un domani migliore); segue una libera traduzione.

Tempo fa mi è capitato di incontrare una giovane donna che stava lavorando in una compagnia di Delhi.
Si lamentava che i termini e le condizioni del suo lavoro non erano molto buoni e come risultato stava soffrendo di stress.
Così le chiesi se voleva una formula per eliminare lo stress e siccome sembrava interessata, le diedi un precetto spirituale che ci fu dato dal Profeta dell’Islam.
Egli disse: «anche aspettare un domani migliore è una forma di adorazione».
Alcuni mesi dopo incontrai di nuovo quella giovane donna.
Questa volta era felice e nel corso della nostra conversazione mi disse: «ora ho un lavoro, in un’altra compagnia, migliore sotto tutti i punti di vista».
Questo non è un caso isolato, ho provato questa formula centinaia di volte nella mia vita e in ogni occasione ho scoperto essere il modo migliore per affrontare le situazioni difficili.
Questa formula non ha niente di misterioso ma è basata su ben note leggi della natura.
Quando devi affrontare delle situazioni indesiderate e diventi negativo, allora subirai qualche privazione.
A causa della tua negatività, ostacolerai il tuo sviluppo intellettuale e diventerai scontento del tuo lavoro; potresti addirittura iniziare a lavorare peggio e diventare indesiderato.
Queste mancanze nelle tue prestazioni porteranno a risultati negativi anche nella tua vita.
Ma se adotterai la formula che ho menzionato, diventerai libero dallo stress e pieno di speranza, e questo ti permetterà di fare del pensiero positivo un’abitudine.
Una predisposizione positiva sicuramente migliorerà le tue capacità e ti renderà più efficiente nel tuo lavoro.
Questa formula non è religiosa, è basata sulla psicologia umana: se il tuo stato mentale è negativo, diminuiscono le tue abilità, ma se lavorerai duramente, con uno stato mentale positivo, le migliorerai.
Questa è una legge di natura ed è irriversibile.
È un fatto accertato che l’addestramento migliora le capacità di un individuo ma esso non è limitato solo agli istituti educativi o professionali, c’è un altro istituto per l’addestramento ed è la nostra mente.
Pensare positivo è una forma mentale di allenamento intellettuale, e se questo addestramento è praticato con costanza, progressivamente ti farà acquisire una migliore personalità.
Questo è un miracolo della natura e ognuno di noi lo ha sotto il proprio controllo; chiunque può fare questa esperienza.
Questa capacità della mente è un grande regalo della natura; quando evitiamo le negatività e adottiamo un pensiero positivo, iniziamo un processo nella nostra mente che accrescerà e migliorerà la nostra personalità.
L’essere positivi ci aiuta a scoprire il nostro vero potenziale.
Come risultato di questo processo, un pensatore positivo migliora la sua prospettiva sulla vita mentre, al contrario, pensare negativo è la cosa più dannosa nel processo di sviluppo della personalità.
Solo pensare positivo può essere davvero utile in questo processo.
Il nostro mondo è governato da ben note leggi di natura, l’unico modo di progredire è scoprire queste leggi e seguirle; quasi tutti i casi di fallimento possono essere spiegati come la mancanza delle persone di seguire le leggi di natura.
Seguire questo percorso è come viaggiare su un’autostrada che ti porta spedito alla tua destinazione, ma se invece permetti che il tuo veicolo si allontani da questo percorso, diventerà difficile per te giungere a destinazione.
Il Creatore stesso è una mente positiva, ama la positività e coloro i quali seguono un via positiva nella vita.
Sviluppa quindi pensieri positivi che miglioreranno la tua personalità e di conseguenza avrai successo!

lunedì 14 maggio 2012

Iniziativa all'eco-house.

Campo di volontariato ambientale in programma dal 9 al 16 Agosto all'Eco-house soprannominato "Green Me": si tratta di 7 giorni durante i quali si svolgeranno attività come ripulire spiagge, sentieri, contrade
utilizzando come sede del campo l'Ecohouse, la nostra piccola sede gestita e "vissuta" in maniera ecosostenibile e solidale in Sicilia: riciclo, vegetarianesimo, cucina naturale, car sharing, self building, e si realizzano anche attività in favore dei bambini (clowntherapy in pediatria e sostiene piccoli progetti in india a favore dei bambini di strada) e si praticano attività olistiche (meditazioni, yoga, corsi di cucina naturale, ecc.).
A seguire la breve descrizione dell'evento per qualsiasi informazione  e chiarimento non esitate a contattarci.
Buon pomeriggio e a presto!

9-16 Agosto 2012 Campo di Volontariato Ambientale “Green me...più verde io più verde il mondo” in Sicilia

Dal 9 al 16 Agosto campo di volontariato ambientale ospitato dall'Eco-house in Sicilia aperto a italiani e stranieri. Durante il campo si andrà in spiaggie da ripulire dai rifiuti, riserve da rivalutare e scoprire muniti da guanti e sacchetti di plastica, si collaborerà nei lavori della Casa Ecologica che ospita il campo e si scoprirà come funziona e come viene gestita spontaneamente da lavoro volontario. Durante il campo verrà proposto ai volontari di collaborare alla realizzazione di un piccolo festival d'estate con l'organizzazione di eventi ogni sera: musica, meditazioni, giocoleria, yoga, ecc. Tutti possono metterea disposizione le proprie capacità.

Località: Cassibile, Siracusa.

Quota di partecipazione: 30 euro

Alloggio: tende e sala comune

Vitto: esclusivamente vegetariano

Lavoro: la mattina pulizia di luoghi di interesse nei dintorni, spiaggie, sentieri, contrade; lavori con le piante, muretti, giardino ecc. all'Eco-house. Oltre al lavoro a tutti i volontari verrà richiesto di collaborare al mantenimento del campo, della sede, pulizia, cucina, ecc.

Requisiti richiesti: capacità di adattamente e lavoro di gruppo; capacità di lavorare anche sotto il sole.

sabato 12 maggio 2012

Viverealtrimenti al Villaggio Evolutivo.

Domani, Viverealtrimenti incontrerà i membri del Villaggio Evolutivo, nuova realtà comunitaria che sta muovendo i suoi primi importanti passi a Canino, in provincia di Viterbo.
Siamo difatti nel corso di un week end di incontri nel corso dei quali il Villaggio Evolutivo si sta aprendo ad interessanti e curiosi.
Qui una breve presentazione del Villaggio Evolutivo sul sito della RIVE, di cui fa ufficialmente parte anche il nostro progetto divulgativo: Viverealtrimenti.

mercoledì 9 maggio 2012

Il paan.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador 

Il paan è un preparato masticabile composto da una foglia di betel combinata ad un pezzo di noce di areca, ai quali possono essere aggiunti altri ingredienti con lo scopo sia di attivare i principi digestivi e psicoattivi delle due sostanze base, sia di insaporire il preparato.
La tradizione di masticare il paan è molto diffusa nel sud dell’Asia, specialmente in India e, grazie ad alcuni reperti archeologici, è stata fatta risalire a ben più di 4000 anni fa, seppur non sia ben chiaro dove e quando l’uomo abbia iniziato a consumare la foglia di betel insieme alla noce di areca.
La pianta del betel (Piper betle) è un rampicante della famiglia delle Piperaceae (della quale fa parte anche il pepe), mentre la noce di areca proviene dalla palma Areca catechu e sono entrambe tipiche delle regioni del sud dell’Asia.
Tra i primi ingredienti che possono essere a loro abbinati, il più diffuso è sicuramente l’idrossido di calcio, chiamato comunemente calce spenta o calce idratata (slaked lime in inglese e chuna in hindi), essendo prodotto attraverso l’idratazione dell’ossido di calcio.
Per la preparazione del paan, la polvere bianca grumosa (in base all’umidità) dell’idrossido di calcio viene mescolata ad un po’ d’acqua, per farne una pasta e due piccole spennellate di questa sostanza aiutano ad attivare i principi stimolanti della foglia di betel (dalla caratteristica forma a cuore) e della noce di areca (i disegni interni della quale ricordano, curiosamente, il cervello umano).
Altro elemento fondamentale nella preparazione del paan, almeno secondo la tradizione indiana, è il catechu (kattha in hindi), un estratto di alcune pianta di acacia, in particolare Acacia catechu, ottenuto attraverso la bollitura del legno in acqua ed alla successiva evaporazione.
Esso si presenta come una pasta molle rosa opaco che viene diluita con un po’ d’acqua e viene generosamente spalmata sulla foglia; il catechu è responsabile della tipica colorazione rossa della saliva di chi mastica paan.
Seppur introdotto abbastanza di recente, un ingrediente molto diffuso è il tabacco da masticare, anch’esso con vaghe proprietà stimolanti e nel paan ne vengono serviti, di solito, un paio di ciuffi.
Questi ingredienti sono comuni per i paan più semplici, consumati quotidianamente ed hanno essenzialmente lo scopo di aumentare il blando effetto psicoattivo della foglia di betel e la noce d’areca ma esistono numerosi altri ingredienti che servono invece a dare al preparato un gusto particolarmente piacevole, tale che i paan che li utilizzano vengono chiamati, in India, mitha paan (paan dolci).
Semi di finocchio, scaglie di cocco e chiodi di garofano sono molto comuni, come anche pezzetti di frutta candita e diversi tipi di “marmellate”; in particolare il gustoso gulkand, una specie di marmellata marrone ottenuta dai petali di rosa.
Altre preparazioni simili vengono chiamate paan chatney (condimenti per paan) e si presentano come colorate paste, di solito sul giallo, composte da una base di melassa, coloranti, essenze artificiali e sottili scaglie d’argento.
Oppure il mukhwas, una mistura di semi, principalmente finocchio, anice e sesamo, che viene anche consumato da solo, sia in India che in Pakistan, come rinfrescante per la bocca; alcuni semi sono ricoperti di zucchero aromatizzato con vari oli essenziali, ad esempio alla menta.
Da notare anche la non rara presenza, nel mukhwas, di piccoli confetti “metallici” di colore argento, come quelli utilizzati spesso in occidente per decorare le torte.
Un altro ingrediente presente talvolta nei paan dolci è un’amarena sciroppata (in inglese maraschino cherry), che serve soprattutto ad addolcire il preparato, visto che il suo gusto leggero viene facilmente coperto da quello di altri più saporiti elementi.
Talvolta vengono utilizzate delle polveri aromatiche, dalla sconosciuta composizione, di colore rosso, arancione o giallognolo, mentre i paan più pregiati potrebbero contenere una spruzzatina di pregiato zafferano, seppur, a causa del prezzo, il suo utilizzo sia decisamente raro.
Infine, per arricchire i paan più elaborati, la foglia di betel può essere ricoperta da una sottile lamina d’argento, chiamata in hindi varkha, che in India viene spesso utilizzata anche per arricchire ed abbellire i dolci.
Seppur questi ultimi ingredienti dei paan dolci siano innocui, o possiedono delle proprietà benefiche, se non altro digestive, la base di partenza composta da foglia di betel, noce di areca, idrossido di calcio, catechu e tabacco, produce, per il fisico umano, effetti tutt’altro che benefici.
Certo non a piccole dosi, ma la dipendenza mentale (causata soprattutto dal tabacco) porta i consumatori a farne un uso frequente che provoca notevoli danni a varie parti del corpo.
Innanzitutto ai denti, che tendono a colorarsi irrimediabilmente di rosso, a consumarsi e ad indebolirsi fino a cadere.
Ma i danni più gravi sono quelli che riguardano la lingua, il palato e la gola, ed è proprio a causa del consumo di paan che le percentuali di cancro ai suddetti organi in India sono le più alte al mondo.
Gli ingredienti responsabili di questo sono principalmente la noce di areca e il tabacco.
A questo vanno aggiunti alcuni danni secondari, dovuti al leggero, ma evidente, stato di euforia derivato dai numerosi principi psicoattivi presenti in molti ingredienti.
In realtà, alcuni effetti di queste sostanze possono essere ritenuti positivi, come ad esempio l’acutizzarsi dei sensi, grazie al quale il paan risulta essere piuttosto apprezzato da tutti i guidatori di veicoli, in quanto li aiuta nella concentrazione.
All’eccesso capita però spesso di incontrare persone che ne fanno un uso talmente smodato che sembrano costantemente rimbecillite.
Bisogna infine ricordare due effetti molto “ricercati” che rendono il paan fin troppo popolare tra le persone povere che svolgono lavori pesanti, cioè far passare la fatica e la fame.
Per questo, muratori e guidatori di ciclorisciò sono tra i più accaniti consumatori.
Nonostante gli effetti nocivi, è però possibile assaporare questa piacevole preparazione, soprattutto al termine di speziati pasti indiani come digestivo e per rinfrescare la bocca, senza dover necessariamente arrecare dei danni al proprio organismo.
Innanzitutto, per evitare di cadere nella dipendenza, bisognerebbe eliminare il tabacco, che è anche uno degli ingredienti più nocivi e, oltretutto, meno saporiti.
Mentre per diminuire i danni a bocca e gola, basterebbe evitare la noce d’areca (seppur in realtà, come abbiamo visto, sia uno dei due elementi base insieme alla foglia di betel) o almeno l’idrossido di calcio, che, come è facile immaginarsi, possiede notevoli proprietà ustionanti.
Questo per quanto riguarda il paan preparato alla maniera tradizionale utilizzando ingredienti freschi avvolti nella foglia, ma bisogna segnalare anche la massiccia presenza sul mercato di paan preparati industrialmente e conservati dentro a piccole bustine di plastica colorate.
Il nome indiano di questi preparati è gutka, e purtroppo stanno diventando sempre più popolari e discapito della preparazione tradizionale.
A parte il timore che quest’ultima possa col tempo scomparire, la comodità e reperibilità del preparato industriale, che ne sta decretando il successo, va bilanciata coi danni alla salute decisamente maggiori.
Anche il gusto chiaramente non può competere con la preparazione con ingredienti freschi, visto che il contenuto delle bustine è composto semplicemente da piccole scaglie di noce di areca, ricoperte da una polvere rosa, o bianca, che dovrebbe contenere le proprietà e gli aromi degli altri ingredienti
Un’importante distinzione tra i numerosi tipi di gutka presenti sul mercato è data dalla presenza o l’assenza tabacco, quest’ultima versione considerata meno dannosa, seppur, in ogni caso, andrebbero consumati con estrema cautela.

martedì 8 maggio 2012

Rupie

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Durante un recente soggiorno in Nepal avevamo colto l’occasione per trattare l’argomento della valuta locale, la Rupia Nepalese e, ora che siamo rientrati in India, abbiamo preso lo spunto per parlare della Rupia Indiana.
Per limitare la lunghezza del post, senza dover rinunciare a dettagli probabilmente interessanti, abbiamo diviso l’articolo in due parti: la prima, la seguente, è dedicata alle banconote, mentre la seconda, che posteremo tra qualche tempo, sarà dedicata alle monete.
Dal punto di vista prettamente economico non c’è molto da segnalare: nonostante la costante crescita del paese, il valore internazionale della Rupia Indiana è ancora piuttosto debole e tende a fluttuare notevolmente nei contronti delle altre valute mondiali.
A ciò va aggiunto che anche quest’ultime subiscono le proprie fluttuazioni, soprattutto negli ultimi tempi di crisi globale, per cui il tasso medio annuale nei confronti dell’Euro, ad esempio, è stato di 68,0 rupie per ogni euro nel 2009, 60,5 nel 2010, e 65,6 nel 2011.
Una recente novità di carattere internazionale è l’introduzione di un simbolo ufficiale che rappresenta la rupia,  , che consiste in un ingegnoso segno che può sembrare sia la र (R) dell’alfabeto devanagari, che la R dell’alfabeto latino, con l’aggiunta di un trattino orizzontale come quello della E dell’euro o della Y dello yen.
Secondo una specie di “mistica” interpretazione del fantasioso ideatore, le due linee orizzontali con il piccolo spazio in mezzo rappresentano il tricolore della bandiera indiana, nonché il simbolo dell’uguaglianza, a significare il desiderio della nazione di ridurre la disparità economica.
Questa novità ha anche un valore collezionistico-numismatico in quanto le monete stampate dal 2011 e le banconote successive al Gennaio 2012, portano il nuovo simbolo.
Dal punto di vista storico-politico, le banconote moderne indiane non offrono i numerosi spunti offerti dalle cugine nepalesi, a causa del fatto che, per fortuna, l’India negli ultimi anni non ha subito i continui cambiamenti che hanno invece interessato il Nepal.
La prima interessante e peculiare caratteristica, comune a tutte le banconote indiane, è quella di avere un rettangolo riservato alla scritta in caratteri del valore in molte delle lingue ufficiali dell’Unione Indiana, dapprima 13, più recentemente 15.
Gli appassionati di linguistica, ma anche i semplici curiosi, non potranno fare a meno di notare le interessanti caratteristiche delle lingue indoariane del nord: hindi, sanscrito, nepali, marathi, gujarati, punjabi, bengali, assamese e oriya; oppure quelle dravide del sud: telugu, tamil, kannada, malayam; o ancora, i caratteri arabi di urdu e kashmiri.
L’inglese non appare in questo spazio, ma viene utilizzato, insieme all’hindi, per tutte le diciture che compaiono su banconote e monete.
Entrando nel dettaglio delle serie, tutte le banconote che vengono stampate dal 1996, da 1000, 500, 100, 50, 20,10 e 5 rupie, fanno parte della cosiddetta “serie Gandhi” e riportano, a destra del lato principale, il volto sorridente del Padre della Nazione.
Al centro vi è il numero del taglio, con sotto la scritta in hindi, e sullo sfondo una specie di disegno floreale stilizzato, mentre la zona sinistra rimane bianca e in controluce vi appare di nuovo il viso di Gandhi e la cifra della banconota.
Pur riconoscendo l’importanza del ruolo di Gandhi nella formazione dell’India moderna, è però evidente come questa serie di banconote, sul lato principale, risulti piuttosto monotona, seppur i pezzi più importanti da 1000 e 500 rupie siano abbellite dalla cifra di uno sgargiante verde chiaro metallizzato.
Sull’altro lato invece si trovano varie raffigurazioni decisamente più interessanti.
Sulla banconota da 1000 rupie, con colori predominanti marrone e rosso, vi è una composizione di simboli che dovrebbero rappresentare l’economia dell’India: una grande trebbiatrice, alcune spighe di grano, una piattaforma petrolifera, una colata di acciaio, un satellite e una donna davanti ad un computer.
Le notevoli dimensioni ed anche l’alto valore (circa una quindicina di euro), ne fanno una banconota “importante” e piuttosto rara. E visti i cronici problemi di resto dell’India, pressoché inutilizzabile nella vita di tutti i giorni.
La banconota da 500 rupie, dal gradevole colore giallo-dorato, raffigura un’interessante scultura dedicata a Gandhi, collocata in una piazza di Delhi, e rappresenta la nota “marcia del sale”, seppur nella banconota, a causa delle ridotte dimensioni, non sia possibile notare molti particolari.
La diffusissima banconota azzurra da 100 rupie è forse quella artisticamente più riuscita, con la raffigurazione di cime innevate di non ben precisati monti himalayani, con tanto di nuvole sullo sfondo, ben incastonate in due pannelli decorativi.
La banconota da 50 rupie propone l’enorme palazzo circolare sede del Parlamento Indiano, con tanto di bandiera centrale al vento; artisticamente piacevole, ma il tono sembra eccessivamente patriotico.
La banconota da 20 rupie si distingue per il suo vistoso colore rosso chiaro e per la piacevole raffigurazione di una spiaggia di Kovalam, nel Sud del paese, con tanto di palme a fare da cornice.
Purtroppo però, il colore stona con il contesto marinaro: buona l’idea della banconota rossa, buona l’idea della spiaggia e delle palme, ma messe insieme ne perdono entrambe.
Sempre meglio della marroncina banconota da 10 rupie che, oltre all’anonimo colore, propone una sovrapposizione di immagini dove compare in primo piano una tigre messa frontalmente, mentre dietro di lei a sinistra appare il muso di un rinoceronte di profilo, al centro una strana composizione floreale e a destra il muso di un elefante, anch’esso di profilo.
Va apprezzato lo sforzo, ma forse un’immagine più “pulita” avrebbe reso di più; inutile paragonare i disegni degli animali di questa banconota indiana, con quelli meravigliosi delle banconote nepalesi.
La banconota da 5 rupie, di un gradevole verde chiaro, propone invece un piacevole paesaggio agricolo con un trattore in primo piano e un grande sole arancione che albeggia all’orizzonte.
Nella penultima serie, al posto della foto di Gandhi, vi era raffigurato il simbolo dell’India: il famoso capitello della Colonna di Ashoka, che raffigura i quattro leoni schiena contro schiena (quindi se ne vedono solo tre), sopra alla ruota buddista, il simbolo circolare che compare anche nella bandiera indiana.
Oltre a queste banconote, esclusi i “moderni” tagli da 1000 e 500 reperibili solo nella “serie Gandhi”, è ancora possibile trovare dei pezzi di serie precedenti, che hanno un carattere decisamente più esotico, tale che, seppur non siamo propriamente dei collezionisti, nell’arco degli anni ne abbiamo conservate alcune di piccolo taglio (10, 5, 2 e 1 rupia), proprio per la loro bellezza.
Una delle più esotiche è sicuramente la quart’ultima serie delle banconote da 10 (oggigiorno quasi introvabile sul mercato), dove le varie sfumature di marrone e qualche tocco rosato, si integrano perfettamente con le eleganti scritte e le elaborate decorazioni, mentre la raffigurazione del donghi, una tipica imbarcazione a vela locale, gli dona uno splendido tocco che rimanda al passato.
La penultima serie da 5 rupie, prima della “serie Gandhi”, come detto presenta il capitello di Ashoka, con la caratteristica che talvolta il capitello è rosso e il contorno verde, talvolta il contrario, e a giudicare dalle condizioni dei pezzi che possediamo, le prime dovrebbero essere le più datate.
La penultima serie di banconote da 2 rupie, di un gradevole rosso chiaro, è anch’essa piuttosto esotica, grazie ai numerosi ghirigori e alla riproduzione di una tigre in posizione dominante sulle zampe anteriori e con la fauci spalancate.
Anche quella dell’ultima serie (prima di quella Gandhi, nella quale le banconote da 1 e 2 rupie furono eliminate), era molto elaborata, soprattutto sul lato principale, dove viene segnalata la valuta, ricco di fitte decorazioni di colore rosso chiaro e verde.
Infine veniamo alla banconota più esotica e “tenera”, quella da 1 rupia, non solo per l’ormai scarso valore, ma perché rappresenta un’era ormai lontanissima, come traspare chiaramente dalle caratteristiche di queste storiche banconote, per esempio, le ridottissime dimensioni (6 x 9,5 cm).
Le ultime due serie, di cui possediamo alcuni esemplari, raffigurano anche la moneta per cui è possibile, cosa in genere rara con le banconote, sapere l’anno di emissione.
Emblematica è sicuramente una logora e lurida banconota, della penultima serie, spezzata in due e attaccata con la pece, che riporta la storica data del 1968, e dove non vi è nessun disegno particolare ma semplicemente la cifra 1 e la scritta One Rupee.
Sempre meglio della serie successiva stampata fino al 1996, dove l’esoticità è drammaticamente rovinata dal disegno di una piattaforma petrolifera, chiaro simbolo dell’avanzare della modernità.

sabato 5 maggio 2012

LUNA PIENA -- sabato 5 maggio -- da Ajahn Munindo.

La vittoria porta all’odio
perché gli sconfitti soffrono.
Chi è in pace vive lieto
al di là di vittoria e sconfitta.


  Dhammapada strofa 201


Chi vive al di là di vittoria e sconfitta è definito ‘in pace’ non
perché sia privo di sentimenti. Non è ‘al di là di vittoria e
sconfitta’ perché è sfuggito alle sensazioni di dolore e di perdita.
Quello a cui si è sottratto è il raggiro del sé. Il sé è come un
arcobaleno: da lontano sembra reale e solido, ma se vi avvicinate,
cominciate a sospettare che non lo sia affatto. Se ci aggrappiamo
troppo saldamente al senso del sé, ci perdiamo in visioni confuse
riguardo a come trovare una felicità durevole. Crediamo che vincere
sia l’unica cosa che conta, senza vedere che nel percorso procuriamo
sofferenza agli altri. Se ci teniamo in modo troppo vago al senso del
sé, anche in questo caso ci perdiamo, questa volta per mancanza di
confini, diventando eccessivamente sensibili e privi di fiducia. Il
rispetto e la fiducia in se stessi sono la conseguenza naturale di una
vita vissuta con integrità e comprensione.


Con Metta
Bhikkhu Munindo


(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)


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venerdì 4 maggio 2012

Thoreau.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

In risposta alla condivisa richiesta di maggior filosofia da parte del mio caro amico ed editore Manuel, propongo un breve articolo sul filosofo trascendalista Henry David Thoreau, anche per rendere omaggio alla sua morte avvenuta esattamente 150 anni fa.
Di certo non posso competere con le lezioni filosofiche, tenute da eminenti professori, proposte spesso su questo blog, ma un profondo interesse personale mi ha spinto a compiere questo timido tentativo, sperando di sollevare un minimo di curosità.
Henry David Thoreau (1817-1862) è stato uno scrittore e filosofo americano tra i più originali del suo tempo.
L’essenza del suo pensiero può essere esemplificata citandone due caratteristiche peculiari: l’avversione nei confronti della politica e di qualunque forma di governo, e l’amore incondizionato verso la natura, entrambi conditi da generosissime dosi di umanità.
Il suo impegno politico – o forse nel caso di Thoreau dovremmo dire disimpegno – è contenuto nel suo saggio del 1849 intitolato Disobbedienza civile.
Lo spunto per questa sagace critica contro il Governo scaturì dal rifiuto di Thoreau di pagare la tassa che esso chiedeva per finanziare la guerra contro il Messico, e a causa del quale fu addirittura imprigionato (e liberato il giorno seguente quando una zia, contro il suo parere, pagò la tassa per lui).
Essendo chiaro che quella guerra era solo un pretesto per ottenere nuovi schiavi, Thoreau decise semplicemente che il metodo migliore per evitare tale misfatto fosse quello di non fornire supporto economico.
Per capire l’importanza storica di questo atteggiamento bisogna ricordare come al tempo di Thoreau in America il razzismo fosse la norma e i diritti civili non rientravano ancora minimamente nei piani dei governi.
Seppur questo interessante saggio sia pressoché sconosciuto al di fuori dell’ambito accademico, la sua influenza fu notevole visto che pare essere stato la fonte di ispirazione per personaggi del calibro di Gandhi, Luther King e Tolstoj.
Il profondo amore di Thoreau verso la natura è invece contenuto nella sua opera più famosa, Walden, il resoconto dei due anni vissuti dall’autore in una piccola capanna di legno, sulla riva del Lago Walden, a pochi chilometri dal suo luogo di nascita.
Il motivo della sua scelta è spiegato da lui stesso nel testo: “sono andato a vivere nei boschi perché volevo vivere deliberatamente, confrontarmi solo con i fatti essenziali della vita e vedere se potevo imparare quello che aveva da insegnarmi e non scoprire, in punto di morte, che non avevo vissuto.
Non volevo vivere ciò che non era vita ma vedere se potevo imparare quello che aveva da insegnarmi; e nemmeno volevo praticare la rassegnazione, se non quando era proprio necessario.
Volevo vivere profondamente e succhiare il midollo della vita, vivere così ostinatamente e in maniera spartana per far sparire tutto quello che non era vita, per mettere la vita in un angolo e ridurla ai suoi minimi termini. E se questo si fosse rivelato mediocre perché allora non cercare di ottenere tutta la genuina mediocrità e pubblicarla al mondo; e se fosse stata sublime, conoscerla per esperienza diretta, e di dare un vero resoconto nella mia successiva escursione.”
Per terminare degnamente questa breve introduzione, lasciamo di nuovo la parola a Thoreau stesso e riportiamo una selezione di sue citazioni, recuperate comodamente da internet.
Il problema con gli elenchi di aforismi è quello della svalutazione temporale, cioè i significati illuminanti di uno cancellano quelli del precedente, lasciando un vago senso di saggezza ma nessuna duratura lezione; mi sono pertanto limitato ad un numero esiguo di citazioni legate agli argomenti della natura e della politica.

La natura è così piena di genio e del divino, che neppure un singolo fiocco di neve può sfuggire la sua mano modellatrice.

Devi amare la crosta della terra sulla quale dimori più della dolce crosta di qualunque pane o torta; devi essere in grado di estrarre nutrimento da un mucchietto di sabbia.

Sono fermamente convinto che cessare di nutrirsi di animali rappresenti un momento imprescindibile nella progressiva evoluzione morale della razza umana.

Se un migliaio di persone quest’anno non pagassero la loro tassa, questa non sarebbe una misura violenta o sanguinaria come lo sarebbe pagarla, e permettere allo Stato di commettere violenze e spargere sangue innocente. Questa è la definizione di una rivoluzione pacifica, se mai una fosse possibile.

Il fato del paese non dipende da come voti alle elezioni, il peggior uomo è forte quanto il migliore a quel gioco; non dipende dal tipo di foglio che getti nell’urna elettorale una volta all’anno, ma dal tipo di uomo che getti per strada dalla tua camera tutte le mattine.

Esistono leggi ingiuste: dovremmo obbedirvi, oppure dovremmo cercare di emendarle e obbedirvi solo finché non avremo successo, oppure dovremmo trasgredirvi di colpo?

Non ci sarà mai un vero Stato illuminato e libero finché lo Stato non riconosce l’individuo come un potere maggiore e indipendente, dal quale tutto il suo potere e autorità derivano, e lo tratta di conseguenza.

Quello che viene chiamato politica è qualcosa di così relativamente superficiale e inumano, che praticamente non ho mai pensato che mi potesse minimamente riguardare.

giovedì 3 maggio 2012

Il guru, il discepolo ed il pappagallo.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Un Guru e il suo giovane discepolo vivevano insieme da dodici anni, e se il discepolo pensava che il suo maestro non gli stesse insegnando molto, in realtà il Guru stava facendo tutto il possibile e il vero problema erano le limitate capacità del ragazzo.
Un giorno, durante il loro girovagare, giunsero nei pressi di una piccola città e mentre il Guru faceva il bagno nel fiume mandò il discepolo a chiedere l’elemosina per il pranzo.
Giunto vicino ad una grande casa, fu chiamato da un pappagallo che si trovava in una gabbia davanti alla porta: «venite Maharaja, venite!».
Egli quindi si avvicinò e dalla porta ne uscì la padrona di casa che lo invitò a mangiare.
Mentre la signora preparava un pacchetto col cibo da portare al Guru, il discepolo si sedette e mangiò la sua parte, seppur, secondo la tradizione, un devoto discepolo dovrebbe sempre mangiare dopo il proprio maestro.
Finito il pranzo uscì di casa e il pappagallo gli chiese: «così allora tu sei un asceta?».
«Sì! – rispose con orgoglio il giovane discepolo – Io e il mio Guru Ji siamo da poco arrivati in questa città e gli sto portando da mangiare».
Il pappagallo quindi gli disse: «allora ti prego, fai questa domanda al tuo Guru: quando potrò finalmente uscire da questa gabbia?».
Il discepolo gli rispose: «va bene, visto che è grazie a te che mi sono avvicinato a questa casa, lo farò senz’altro».
Una volta tornato presso il suo maestro, gli servì il cibo e il Guru rimase piuttosto deluso quando scoprì che il discepolo aveva già mangiato.
Quando infine gli raccontò della domanda del pappagallo improvvisamente il Guru si sentì male, gli si girarono gli occhi e crollò a terra esanime.
Il discepolo si spaventò tantissimo, soprattutto per il suo futuro nel caso Guru Ji fosse morto, e iniziò a versargli un po’ d’acqua e a massaggiarlo, fin quando il maestro, piano piano, riprese conoscenza.
Il giorno dopo il discepolo si recò in città per elemosinare il pranzo e fu di nuovo invitato dal pappagallo ad avvicinarsi e dalla gentile signora a mangiare.
Uscendo dalla casa col cibo per il Guru, il pappagallo lo fermò e gli chiese: «allora Maharaja, cos’ha detto il tuo maestro? Quando sarò libero da questa gabbia?».
«Brutto stupido pappagallo! – rispose arrabbiato il discepolo – Quando gli ho posto la tua domanda il mio Guru Ji si è sentito male e non sai quanta fatica ho fatto per farlo tornare in sé».
Udite queste parole il pappagallo lanciò un forte urlo, iniziò a respirare affannosamente e cadde nel fondo della gabbia.
La padrona di casa, sentendo l’urlo, uscì e aprì la gabbia per vedere cosa era successo, ma proprio in quel momento l’astuto uccello si riprese e volò veloce verso un albero lì vicino.
Quindi guardò il discepolo e gli disse: «asino che non sei altro! Sei stato dodici anni insieme al tuo Guru e non hai imparato niente, a me invece è bastata una sola lezione!».




mercoledì 2 maggio 2012

Notizie "solari" dall'India.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Uno dei notevoli lati positivi della peculiare mentalità indiana è sicuramente l’atteggiamento tendenzialmente pacifico e non violento.
Nonostante questo, a causa di condizioni di vita difficili, spesso ai limiti del disumano, non si può negare che, purtroppo, la violenza sia ben presente anche all’interno della società indiana.
Una violenza forse minore nel numero dei casi, almeno rispetto a molti paesi sviluppati, ma se possibile ancora più efferata sia nelle forme che a causa dell’apparente futilità.
L’edizione del The Times of India di Lunedì 30 Aprile, può essere presa come ottimo esempio, seppur forse gli avvenimenti di Domenica 29 sono stati particolarmente tragici.
La prima pagina riportava un grande articolo su un grave incidente avvenuto sulla strada verso il confine nepalese, in cui due autobus si sono scontrati frontalmente e sono finiti dentro un fosso.
Il bilancio parla di ben 20 morti, di cui 15 sul colpo e 5 una volta giunti all’ospedale.
Sebbene questo non sia un esempio di violenza, è emblematico della precarietà della vita in India, visto che purtroppo queste notizie sono quasi all’ordine del giorno, a causa di un’infinità di motivi: il traffico, le condizioni delle strade, i mezzi sovraffollati ed altre simili aggravanti, che rendono la sicurezza delle persone un concetto decisamente astratto.
Sempre sulla prima pagina, la colonna dedicata a brevi notizie nazionali iniziava con un articolo intitolato: Honour killing: man kills daughter in Indore (Omicidio d’onore: un uomo uccide la figlia a Indore).
Siccome la 19enne figlia aveva una relazione con un ragazzo di un’altra casta, il padre 45enne ha deciso bene di strangolarla, dopodiché, da buon cittadino, si è recato alla stazione di polizia a confessare il delitto.
Notizie di questo tipo non sono rare sui quotidiani indiani e solo per caso su quel numero di Lunedì non vi era nessun articolo riguardo il noto e tristissimo caso di Aarushi Talwar, una ragazzina di 14-15 anni uccisa nel 2008, presumibilmente dai genitori perché aveva una relazione con l’aiutante domestico, anche lui massacato con un machete.
Essendo i genitori dei dentisti affermati, il caso ha suscitato molto scalpore, anche perché sostengono che il duplice omicidio sia stato causato da fantomatici rapinatori.
In questi giorni la madre è stata arrestata mentre il padre è libero su cauzione, e potendosi servire di buoni avvocati potrebbero riuscire a ritardare il processo, ma sembra che le loro responsabilità siano evidenti.
Proseguendo con le tragiche notizie di Lunedì, a pagina 3 un articolo era intitolato: Man killed by sons, grandson over property (Uomo ucciso dai figli e dal nipote per i beni).
Avendo il capofamiglia registrato il proprio terreno a favore di una nuora, gli altri discendenti hanno deciso di tagliargli la gola con un’ascia.
Ovviamente le dispute familiari sono argomenti molto delicati, ma non è raro, in India, che situazioni simili termino in questo modo.
Dopo ben due pagine prive di notizie tragiche (anche grazie all’ampio spazio dedicato alle inserzioni pubblicitarie), pagina 6, la prima sulle notizie nazionali, poteva attingere da un’ampia riserva e presentava ben 3 articoli “violenti”.
Il primo era intitolato: Man kills father for govt job (Uomo uccide il padre per un lavoro statale).
Il 30enne Murugan, dopo aver scoperto che se suo padre fosse morto prima di andare in pensione, tra circa 4 mesi, avrebbe ottenuto il suo posto di lavoro, si è messo d’accordo con un amico per strangolarlo e poter ottenere il “prestigioso” incarico di guardia forestale.
Perfino i solitamente imparziali e navigati giornalisti indiani non hanno resistito a un piccolo commento ironico, e sopra il titolo vi era una scritta bianca all’interno di una rettangolo arancione che riportava: Death come cheap (Morte a buonmercato).
Sotto a questa agghiacciante notizia ve ne era un’altra dal titolo: Man killed for not lowering TV volume (Uomo ucciso per non aver abbassato la TV), seppur in realtà all’interno dell’articolo la dinamica dell’incidente sembra diversa e forse ancora più orribile.
La vittima si è lamentata col vicino poiché il volume della sua TV disturbava il figlio di pochi mesi.
Il vicino si è rifiutato e per concludere la lite ha preso un coltello da cucina e assassinato il premuroso papà.
La terza notizia d’argomento violento, riguardava invece gli animali e riportava l’uccisione di una tigre da parte di una mucca!
Almeno questo diceva il titolo: Tiger gored by cow succumbs to injuries (La tigre incornata dalla mucca muore per le ferite), seppur anche in questo caso fosse fuorviante rispetto al contenuto dell’articolo.
Pare infatti che la tigre abbia sì preso una cornata quando è entrata nel recinto della mucca ma, secondo l’autopsia, poco prima aveva mangiato un porcospino i cui aculei avevano perforato il cuore e l’intestino del felino.
Pagina 7, sempre dedicata alle “allegre” notizie nazionali, per non sfigurare con la pagina precedente riportava due pezzi piuttosto tragici.
Un breve articolo era intitolato: 2 schoolgirls run over after molestation bid (2 studentesse investite dopo tentativo di stupro).
Le due povere ragazze stavano tornando a casa su una jeep collettiva, usate comunemente come mezzi pubblici nelle zone rurali, e sono state importunate dagli occupanti, presumibilmente l’autista e l’aiutante.
Resistito il tentativo di molestie, sono scese e scappate ma gli occupanti della jeep le hanno inseguite e travolte: una è morta sul colpo, la seconda poco dopo in ospedale.
L’altra tragica notizia di pagina 7 riportava il suicidio di un ragazzo di 19 anni al primo anno di college, probabilmente a causa della pressione degli esami.
Risparmiamo ogni commento personale ma una società dove queste cose avvengono con regolarità ha sicuramente qualcosa che non va.
Quando pensavamo di aver finito con la dose giornaliera di tristezze, un piccolo articolo di pagina 9, ultima dedicata a notizie nazionali, era intitolato: DMK leader, 2 others held for humane sacrifice (Leader del DMK e altri due fermati per sacrificio umano).
Il caso riguarda l’uccisione di una bambina dalit (di bassa casta) di 5 anni, avvenuto circa un anno fa, ma sembra che la protezione politica del responsabile stia venendo meno.
Pur seguendo il noto principio che un imputato è innocente fino a prova contraria, il fatto che un politico di medio-alto livello venga arrestato, almeno in India, è già chiaro simbolo di colpevolezza.