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martedì 13 luglio 2010

INTERVISTA A MASSIMO NICOLAI REFERENTE DEL MERCATINO DELL’USATO E ABITANTE DI VILLAPIZZONE

Come anticipato un paio di post addietro, Viverealtrimenti ha il piacere di condividere un'intervista a Massimo Nicolai, pioniere dell'esperienza di Mondo di Comunita' e Famiglia a Villapizzone, un'area popolare di Milano.
L'intervista e' un allegato di una tesina curata da un gruppo di lavoro di studentesse dell'Universita' di Milano (Diana Passatutto, Monica Carraro, Simona Devivo, Viviana Comparin e Letizia Rossi Polidori)cui vanno i nostri sinceri ringraziamenti


Cosa sapete riguardo alle origini del quartiere e qual'è stata l’evoluzione del quartiere nel tempo?
Alla fine della 1ª guerra mondiale Villapizzone faceva comune a sé.
Alla fine degli anni ‘70 ancora si risentiva del fatto che Villapizzone fosse stato un comune autonomo da Milano. C’erano ancora le famiglie storiche che dicevano: ”Andiamo a Milano a fare spese, andiamo in città”, quindi la distinzione era ancora netta, anche perché ai quei tempi la Via Console Marcello era una strada chiusa che terminava alla ferrovia, quindi Villapizzone era un quartiere ai margini, nella periferia della città, ma non ancora degradato, il peggioramento c’è stato verso la fine degli anni ’70, in cui c’era già un campo nomadi e c’erano due fazioni mafiose opposte che si contrastavano, quelli di Via Bianchi contro quelli di Piazza Prealpi, fu così fino al blitz della fine degli anni ’80.
Vicino alla Piazza di Villapizzone c’era ancora la corte del fabbro, la corte delle lavandaie in Via Negrotto, era già un quartiere di persone anziane, c’erano ancora famiglie contadine ma quelle operaie iniziavano ad essere un numero maggiore.
Era ancora in funzione il gasometro che riforniva di gas la rete cittadina.
La villa si chiama Marietti ma è sempre stata conosciuta e chiamata come Villapizzone dal nome del quartiere, che ai tempi era un quartiere anche piuttosto vivace ma che stava invecchiando (c’era la festa della zucca).

Con quale scopo e da quali esigenze è nata la vostra associazione?
Non ci siamo mai seduti a tavolino a discutere se fare una comunità di famiglie, abbiamo sempre prima vissuto e poi guardato indietro per definire meglio alcune cose es. l’affitto e lo stesso patto di mutuo aiuto; semplicemente ci siamo chiesti: ma cos’è che ci tiene insieme? Delle regole o un modo di vivere i valori, sicuramente la seconda cosa perché in un ambiente di figli del ’68 guai a parlare di regole, di cose che ti rinchiudono, e comunque già in una famiglia ci sono di base delle regole.
La decisione di abitare a Villapizzone è arrivata dalla ricerca di un posto dove abitare in tanti, che fosse grande, con una zona verde però che fosse in un quartiere.
Ci si conosceva per l’impegno di volontariato in Africa, sia con i coniugi Volpi che con i religiosi gesuiti, che seguivano le missioni dei volontari cristiani.
L’idea era quella di ripensare la casa con criteri nuovi, non con il criterio dell’architetto che predilige la privacy e vede gli appartamenti ben distinti tra di loro ma con un criterio comunitario: zone giorno a piano terra tutte collegate e zone notte al primo piano, gli appartamenti sono in verticale uno a fianco all’altro, quindi non a strati ma affiancati, questo ci ha fatto capire quanto fosse importante per le famiglie sapere che si sta in piedi se ci si appoggia gli uni agli altri, la famiglia sta in piedi se sorretta anche dalle altre. La caratteristica dei primi 20-25 anni era un’apertura indiscriminata verso chi entrava e chiedeva di essere accolto, nata da noi famiglie che venivano da un’esperienza di volontariato ed avevamo capito quanto fosse importante per noi non perdere queste radici. Secondo l’idea che si ha di volontariato normalmente è concepito come uno spazio di tempo destinato ad opere in modo gratuito, una volta che uno ha espletato la sua azione di lavoro, di presenze nella società. La nostra idea non era quella di restringere il tempo del volontariato a qualche ora ma concepire la giornata e la vita come volontariato, siamo stati così bene negli anni d’esperienza nel terzo mondo che volevamo ripetere l’esperienza qua e questo si poteva fare solo trovando altre persone che credessero in questo stile di vita, uno stile di vita in cui io sto bene, mi trovo bene con l’altro e questo ritrovato benessere può essere d’aiuto anche a chi non vive una situazione del genere perché stando insieme a noi ritrova il benessere.

Quali principali bisogni avete riscontrato nella popolazione?
Prima di tutto c’erano i nostri bisogni, non proprio l’esigenza del quartiere, poi fare trasporto è un lavoro facile che possono fare tutti, bastano un furgoncino e delle braccia, alla fine il cliente ti paga e spesso non vuole la fattura.
Inizialmente non si parlava delle esigenze del quartiere, non era un nostro interesse, non pensavamo neanche di fare questo lavoro, io quando sono arrivato pensavo di continuare a fare il fabbro, non c’è stata subito l’idea del lavoro in comune. Quando io e mia moglie abbiamo finito il nostro gruzzolo sono andato a domandare qualcosa a Bruno e lui non sapendo come calcolare quanto mi doveva mi diede un assegno in bianco e mi disse vedi tu quello che ti serve.
Abbiamo capito che il lavoro insieme fa comunità, accoglienza e facilita la cassa comune; con il tempo si è capito quanto era bello, elementare e semplice la consegna dell’assegno in bianco, che faceva si che uno decidesse quanto gli serviva, non sulla base di quanto si è lavorato ma su quella dei bisogni, questa poi è rientrata nella buona pratica della comunità. Milano ci ha sempre dato lavoro, ma non potevamo continuare a lavorare in nero in una maniera così destrutturata e ugualmente con la mentalità del buon padre di famiglia non potevamo permettere che le altre realtà che nascevano di comunità e famiglia prendessero queste caratteristiche e quindi nel ’99 abbiamo fondato la cooperativa.

Quali politiche avete attuato?
Essendo la nostra una comunità di famiglie lo stile e la modalità nella quale aprirsi cambia e si modifica col cambiare delle famiglie. Le famiglie di oggi, quelle più giovani (nel senso che si sono aggiunte in seguito) hanno leggermente modificato questo tipo di divisione e d’approccio, ogni famiglia è figlia del proprio tempo e la famiglia del 2000 non è quella che ha vissuto il ’68, abbiamo comunque cercato di tenere fede ai valori che sono: accoglienza, fiducia, condivisione, tolleranza, apertura, sobrietà, porta aperta però riconoscendo alla famiglia che viene a vivere nella comunità la libertà di vivere questi valori nel modo in cui è capace, quindi se nei primi 20-25 anni c’era un apertura a tutto campo ora le famiglie che sono qui da 10-15 anni hanno un modo diverso di approcciarsi, in un certo senso più organizzato, attento, calibrato sulle loro possibilità, molto più a progetto, accoglienze magari brevi con uno scopo e per un esigenza ben precisa, più leggere.

Siete ufficialmente riconosciuti dalle istituzioni?
In realtà dalle istituzioni siamo conosciuti come impresa sociale e cerchiamo di dare possibilità di lavoro a tutte le persone che vengono accolte in casa, pensando a contratti di lavoro innovativi. Le persone vengono indirizzate qua dalla borsa lavoro, da altre associazioni e dal comune che ci manda affidamenti di minori, facciamo un lavoro egoterapico: io sono anni che ospito un ragazzo psicotico che non potrebbe lavorare, ho con i genitori una sorta di contratto su di lui secondo il quale lui non è legato a nessun obbligo e/o orario lavorativo, se vuole venire a lavorare bene senno sta a casa, il lavoro deve essere funzionale al suo benessere, se lavora è perché sta bene lui.
Da una parte accogliere un certo tipo di persone è anche un rischio e può mettere in difficoltà la stabilità famigliare.

Si sono istituite delle collaborazioni?
Collaboriamo col CELAV ed altre associazioni, in realtà il comune ci ha sempre chiesto di istituirci come “comunità alloggio” perché così per ogni affido ci potevano pagare tutte le spese, ma questo ci faceva perdere la libertà di decidere se accogliere oppure no, come qualunque famiglia privata che vuole aprirsi, a noi l’aspetto economico non è mai interessato, per noi i soldi sono solo un mezzo per soddisfare i bisogni.
L’apertura comunitaria è una vocazione, che ognuno sviluppa come meglio crede.

Quali sono stati i riscontri da parte del quartiere alle vostre attività?
Il primissimo impatto è stato di una certa diffidenza, era la fine degli anni ’70. I Volpi avevano i capelli lunghi, erano vestiti un po’ così e si confondevano con il gruppo di giovani che abitava qua in un qualche modo: i tossici, democrazia proletaria, le giovani femministe… poi durante l’estate del ’79 chi abitava questa casa è andato in giro per il mondo, in ferie; nel frattempo i coniugi Volpi coi gesuiti si sono installati e già pensavano al rientro di queste persone come poter convivere ma poi i precedenti occupanti si sono allontanati per proprio conto.
Quindi il quartiere ha vissuto questo cambiamento di persone senza capire cosa succedesse, cambiamenti d’abiti e di capigliature non ne hanno visti e quindi pensavano che fossero sempre le solite persone, col passare dei mesi si sono accorti dei figli giovani che uscivano con la cartella per andare a scuola, vedevano che la casa stava iniziando ad essere messa a posto da noi e che cercavamo un'interazione con la parrocchia; hanno capito piano piano che la situazione era cambiata, Bruno aveva iniziato una piccola attività di sgombero con un furgoncino (di ferro, carta, piccoli traslochi) ma era un lavoro in nero completamente destrutturato, non era intenzionato a mettersi in regola e mettere su un'impresa.
Io sono arrivato qui nella primavera del ’79 perché Bruno mi ha detto “venite pure che qui c’è tanto spazio e serve un aiuto”.
Il quartiere piano piano ci ha conosciuto e apprezzato, ha apprezzato la nostra presenza vedendo anche la rinascita della villa.
Inizialmente abbiamo cercato di produrre qualcosa per l’autosostentamento ma poi abbiamo capito che era più importante coltivare l’ortolana che l’orto, ossia erano più importanti le relazioni con l’ortolano, il panettiere, il macellaio, che in effetti ci hanno ben accolti e anche noi ci siamo resi accoglienti per esempio un gesto semplice ma molto significativo è stato lasciare sempre il cancello aperto perché ha fatto si che la gente entrasse spinta dalla curiosità di vedere cosa stava cambiando, hanno visto che anche noi in un certo senso avevamo dei bisogni e questo ha fatto si che arrivassero degli aiuti tramite abiti usati, mobili ecc… non è stato un aiuto richiesto ma accettato nel momento in cui e' arrivato; il fatto di avere un cancello aperto ha facilitato la comunicazione.
Ancora oggi, nonostante ci sia la cooperativa, molti portano qui gli abiti usati, anche per venire a fare un saluto e due chiacchiere e se hanno bisogno di fare qualche lavoro chiamano noi.
Accogliamo ancora ma un po’ meno di una volta.
La media dei figli naturali è la più alta nazionale, come in tutte le altre comunità e questa è una conseguenza della vita comunitaria.
La nostra accoglienza serve per accompagnare la persona ad un‘autonomia.

Quali sono i principali destinatari?

Non ci sono dei destinatari in particolare, si valuta di volta in volta a seconda di chi si presenta se si può fare qualcosa; ai tempi si era molto più propensi all’affido, nei primi vent’anni, ora dopo molto tempo che non ne abbiamo più fatti e ne abbiamo solo uno, è più un accoglienza di adulti, molte vocazioni mancate che sono più semplici da gestire, c’è molta più attenzione al proprio clima famigliare, non è cattiva volontà ma si valutano bene le conseguenze che può avere l’accoglienza di una persona particolarmente problematica. Questo è possibile perché il fatto di vivere una situazione comunitaria e quindi il fatto di sapere di avere un sostegno anche dalle altre famiglie da più coraggio, si ha anche l’osservazione di un occhio esterno, quindi ci si espone di più perché si sa che c’è tutto un contesto.

Quali iniziative sono previste nel futuro?
In quali aree d’interesse?
E’ stato importante il fatto di aver destinato subito dei locali a spazi comuni aperti al quartiere e a tutto il territorio, avendo ricevuto il dono di questa villa, cosa che non ci aspettavamo, per noi era importante permettere al quartiere di entrare e usufruire di questo bene e farlo sentire anche loro, ad oggi abbiamo due strutture adibite ad uso pubblico molto usate per le settimane comunitarie degli scout e degli oratori e per feste di compleanno, oltre al parco dove i genitori o i nonni portano i bambini a giocare, poi ci sono due serate tenute dai gesuiti dedicate alla lettura della bibbia oltre agli incontri dell’associazione comunità e famiglia, la Rosa Bianca e qualsiasi forma culturale che ne faccia richiesta.
Adesso la struttura è del comune che ci ha aiutato a ristrutturarla e a mettere tutto a norma di legge e in sicurezza.
Questa apertura ci serve per essere vivi nel quartiere, perché questo arricchisce la famiglia, è l’esagerata privacy che impoverisce.
Ora con le persone che escono la mattina e rientrano la sera la casa rimane stranamente vuota ed i momenti di vita insieme vanno cercati, bisogna trovare degli escamotages per fare qualcosa insieme, è tutto un po’ più artificiale.
In molte “comunità famiglia” lui e lei lavorano, escono la mattina e rientrano la sera, per questo ora più che di comunità si parla di condominio solidale, perché si risponde ai bisogni storici sociali diversi, nella società di oggi il bisogno di realizzarsi col proprio lavoro è molto sentito.
Quindi da un lato c’è questo bisogno/sogno/desiderio di vivere in una comunità, dall’altro c’è un’azione che va in senso contrario.