TRANSUMANZA

QUESTO BLOG E' IN VIA DI SUPERAMENTO. NE STIAMO TRASFERENDO I POST MIGLIORI SUL SITO DI VIVEREALTRIMENTI, DOVE SEGUIRANNO GLI AGGIORNAMENTI E DOVE TROVATE ANCHE IL CATALOGO DELLA NOSTRA EDITRICE. BUONA NAVIGAZIONE!

lunedì 29 dicembre 2008

La comunita' della settimana: Cooperativa Agricola Mogliazze.

La Cooperativa agricola Mogliazze è una di quelle realtà comunitarie che si è venuta delineando nell’ambito di un progetto di recupero di un antico borgo, in questo caso di bassa montagna.
Il posto (una decina di case in pietra) è stato abitato fino alla seconda guerra mondiale da circa 50 persone.
In generale possiamo dire che l’immediato dopoguerra sia stato un momento di cesura particolarmente importante; il periodo della ricostruzione post-bellica ha rappresentato difatti l’occasione, per molte persone periferiche in campagna o in montagna, di migrare in posti più popolati che offrissero maggiori opportunità.
Sono stati dunque molti i borghi che, al pari di Mogliazze o altri attuali ecovillaggi come Torri Superiore e Bordo, caddero in uno stato di progressivo abbandono, fin quando i nodi della società post-industriale hanno indotto alcuni “pionieri” a viverli come rifugi ed alternative alla crescente alienazione del mondo e primi embrioni di una società utopica.
Piero Mozzi è stato uno di questi pionieri; inizia a frequentare il borgo di Mogliazze intorno alla metà degli anni ’70, come un “ritiro” per preparare gli esami di medicina.
Nel 1978 vi fonda, con la moglie Velia, una cooperativa agricola, pur avendo a disposizione una superficie minima di terra in concessione da una vecchia proprietaria, residente nella vicina Bobbio.
La coppia si trasferisce a vivere in pianta stabile nel borgo e, frammento di casa per frammento di terra, riesce ad acquistarlo tutto.
Inizialmente vive in condizioni particolarmente frugali, potendosi appena permettere la semplice sussistenza.
“Avevamo la luce elettrica perché c’era già”, mi ha detto Velia nel corso di un’intervista, “il telefono è arrivato una decina di anni dopo, non c’era l’acqua, c’era solo la fontana. Abbiamo fatto noi l’acquedotto e abbiamo anche fatto i servizi centralizzati”.
Oggi le loro condizioni di vita sono senz’altro più agiate e tuttavia, in accordo con altri che hanno aderito al progetto, non amano concedersi troppe comodità.
L’acqua calda, dunque, ancora non c’è, nemmeno la televisione e non si usano detersivi.
I piatti vengono lavati con la cenere ed i panni con il sapone di Marsiglia.
Insomma, si viaggia lungo le coordinate dell’ecologia profonda, per cui una sobrietà del vivere ed una “sana frugalità” vengono considerati valori al contempo umani, politici e spirituali.
A Mogliazze vivono attualmente 4 persone, assunte dalla cooperativa come braccianti agricoli avventizi.
Lo stipendio è uguale per tutti: 260 euro al mese e tutte le spese a carico della cooperativa (ad eccezione delle telefonate private).
A Mogliazze si coltivano e si trasformano frutta ed erbe medicinali, si produce miele e si fa un po’ di agriturismo.
Piero, che tra le mura allora cadenti di Mogliazze è riuscito a portare a termine i suoi studi, fa “il medico secondo natura”.
Lo spazio vitale è garantito dal fatto che ciascuno ha la propria camera, mentre i bagni e la cucina sono vissuti in comune.


Cooperativa Agricola Mogliazze,
29022 Bobbio (PC)
Tel. 0523936633
E-mail: mogliazze@libero.it
Sito internet: www.mogliazze.it

sabato 27 dicembre 2008

Tutta la solidarietà possibile a Pomaia.

E' con profondo dolore che riporto l'articolo di Repubblica (26 dicembre 2008), sull'incendio nell'Istituo Lama Tzong Khapa di Pomaia, in provincia di Pisa, uno dei piu' importanti centri di buddhismo mahayana in Europa:

Un vasto incendio, probabilmente innescato da un corto circuito, ha devastato buona parte del monastero buddista di Pomaia (Pisa), uno tra i più importanti d'Europa. L' incendio ha distrutto la sala grande di meditazione e moltissimi incunaboli, testi antichi e statue. Non ci sono feriti. I vigili del fuoco hanno circoscritto l' incendio e provveduto a isolare la zona. Il monastero non è più agibile.
Nell' incendio che ha devastato il tempio sono andati bruciati molti libri e testi tibetani, alcuni dei quali rarissimi. I danni materiali, hanno specificato i monaci, superano il milione di euro ma molte delle cose distrutte non hanno prezzo come, appunto, i libri con i discorsi di Buddah, una quarantina di tanke (i dipinti della storie del Buddah tra cui una risalente al 1800), oltre all'altare e numerose statue.
I responsabili dell'istituto Lama Tsong Khapa hanno aperto un conto corrente per eventuali donazioni che li aiutino a ricostruire la parte del monastero andata distrutta. Al momento dell'incendio erano presenti pochi volontari. Molti dei normali frequentatori dell'istituto, infatti, erano fuori per le festività ma domani sono attese 120 persone che avrebbero dovuto pernottare nel monastero una settimana per frequentare il corso di buddismo.
"Ci stiamo organizzando - ha detto Raffaello Longo, presidente dell'istituto - per sistemare gli ospiti in qualche struttura ricettiva della zona. Le lezioni si svolgeranno in palestra. Abbiamo subito un danno grande,non sarà facile porvi rimedio".

Come ho scritto sul mio ultimo testo sulle comunità intenzionali e gli ecovillaggi
, ho vissuto nell'istituto quasi due mesi "ed è stata un’esperienza significativa per quanto la ricordi in maniera controversa. Ha difatti rappresentato una risposta, efficace direi, ad un mio periodo di crisi profonda.I miei compagni di viaggio erano persone ugualmente in crisi, giunte ad un punto morto delle loro esistenze o bisognose di un momento di pausa per poter riflettere e guardare un po’ più a fondo dentro se stesse.
Ho avuto modo di vedere quanto le dinamiche che si creano tra i volontari, le persone dello staff e, in misura molto minore, i monaci e le monache, siano pur temporaneamente comunitarie; si lavora insieme, si mangia insieme, si condividono spazi e stati d’animo, si è solidali nelle emergenze.
[...]
Ricordo che [nel pomeriggio passavo le ore in biblioteca] ed era particolarmente suggestivo quando annottava e fuori del grande casale il silenzio riempiva quasi ogni anfratto".
A fronte dei danni considerevoli, non dubito che molta sia la voglia di ricostruire e ripristinare. Ho avuto modo di constatare, nel corso del mio soggiorno e di fugaci visite successive, quante persone siano coinvolte affettivamente con l'istituto e dunque credo si potrà contare su un aiuto sostanzioso.
Di seguito le coordinate dell'ILTK per comunicazioni di solidarietà ed informazioni su come contribuire, in vario modo, a superare questo brutto momento:

Istituto Lama Tzong Khapa, 56040 Pomaia (PI), 050685654.
http://www.iltk.it
iltk@iltk.it

Chi volesse contribuire finanziariamente
puo' avvalersi delle seguenti coordinate bancarie:


ILTK sul conto corrente n. 48
Cassa di Risparmio di Lucca, Pisa e Livorno, Filiale di Rosignano
Marittima
IBAN - IT21-A-06200-25100-000000000048
causale "Ricostruzione del Gompa"

Per una presentazione sintetica dell'ILTK, infine, consultare la seguente pagina del sito viverealtrimenti.com

venerdì 26 dicembre 2008

Due mesi di vita a Chiang Mai.

Ero stato a Chiang Mai, nel nord della Tailandia, tra gennaio e febbraio 2008. La città viene raccomandata per la buona qualità di vita, le buone accommodations a prezzi ragionevoli, i buoni ospedali, le possibilità di trekking nella bella natura circostante (da visitare anche a dorso di elefante) e via elencando…

Volendo rimanere un periodo in Tailandia, per spezzare un soggiorno prolungato in India, non ho dubbi e scelgo Chiang Mai come luogo di permanenza. Rimango oltre due mesi, avendo modo di elaborare alcune riflessioni.
La qualità della vita si è confermata buona; la città, pur non essendo una metropoli, è senz’altro cosmopolita, offrendo l’opportunità di conoscere tanta, varia e talora pittoresca umanità.
Si possono trovare, è vero, accomodations piacevoli senza spendere cifre eccessive: intorno ai 100-150 euro per una camera mensile o, nel caso si rimanga più di tre mesi, per appartamentini un po’ fuori città, in genere ben ammobiliati e, nei casi più fortunati, con un piccolo spazio verde ed una piscina da condividere con i vicini.
Non mancano buoni ristoranti e non si contano quelli italiani, con proprietari spesso affabili e fidelizzatori.
Si possono fare del buono shopping (la Tailandia e’ famosa per i centri commerciali su quattro o cinque piani dove e’ possibile comperare dall’oro ai prodotti high tech, dal vestiario al cibo internazionale, dai souvenirs ai prodotti per la casa eccetera) ed ottime cure dentarie risparmiando cifre considerevoli rispetto all’Europa.
La città, come generalmente accade in Tailandia, pullula di massaggerie e non mancano buoni cinema e locali notturni.
È agevole ed economico assistere ad incontri di Muay Thai, l’arte marziale nazionale, con incontri a volte simulati, altre realmente appassionanti.
Insomma: vivere due mesi a Chiang Mai può essere interessante e costruttivo e dunque credo sia una prospettiva appetibile per molti travelers o “permanent tali”.
Ho trovato, tuttavia, anche aspetti meno apprezzabili e credo meriti segnalarli per smontare facili mitizzazioni.
La discreta efficienza dei servizi (non dimentichiamo che siamo sempre in Asia, di qui l’utilizzo dell’aggettivo, un po’ tiepido, discreta), il buon gusto di molti locali, possono rischiare difatti di divenire elementi scontati.
Il loro portato di piacere rischia dunque di annacquarsi ed anche svaporare rivelando la drammatica assenza di un nutrimento superiore.
Come ho scritto in altri articoli, la Tailandia non ha mai brillato per produzione culturale, non ha mai fatto grandi investimenti in questa direzione pur avendo una cultura abbastanza delineata, in massima parte buddista.
Il buddismo tailandese è il cosiddetto theravada, snobbato spesso, dai cugini del mahayana (“del grande veicolo”) come hinayana (“del piccolo veicolo”).
Vivendo un minimo in loco ho avuto modo di subodorare questa ipotizzata piccolezza. Nel buddismo theravada manca la figura del bodhisattva, di colui che rinuncia ad uscire dal samsara — il ciclo di nascite, morti e rinascite — e dalla sofferenza della vita per reincarnarsi ed aiutare altre persone ad avvicinarsi alla stessa opportunità.
Il buddista theravada, pur sensibile alla qualità della compassione, vive in funzione della propria salvezza individuale, nulla di più.

È anche vero che i monaci theravada rappresentano un modello di saggezza e virtù, con tutte le positive ricadute sociali del caso e difatti sono tenuti in grande considerazione nel paese ma, come dire, dopo un’esperienza di oltre due mesi la mia impressione è che qui manchi un elemento di scatto.
Culturalmente la Tailandia ha riciclato molto dall’India: la stessa religione buddista, l’epica nazionale — il Ramakien che riprende tutti i motivi del Ramayana indiano — ed i nomi dei re dell’ultima dinastia thai: Rama, come il virtuoso monarca di Ayodhya (nell’attuale Uttar Pradesh, nel nord dell’India), città che ha a sua volta ispirato il nome della tailandese Ayuthaya.
Ha anche preso molto dalla cultura cinese, dando il meglio di sé solo sul fronte del pragmatismo e del più genuino senso pratico.
Assuefatto alla buona qualità dei servizi, della buona musica nei locali, dei buoni ristoranti, è giunto il momento che ho sentito una pungente mancanza di un “oltre”. Su quest’ultimo punto ritengo invece che l’India, a fronte dei suoi immensi difetti che ho tentato di non mancare mai di stigmatizzare, resta insuperata: è un paese inesauribile ed inesauribile è la capacità che ha di stupire, emozionare come, del resto, di disgustare.
Vivere un periodo a Chiang Mai, oltre ad avermi dato alcune importanti opportunità sul piano materiale, mi ha fatto anche contattare una piccola/grande miseria esistenziale.
Questa si è profilata come una percezione fastidiosa di piattume, aridità che, con l’andare del tempo, avrebbe potuto acquisire alcune caratteristiche della noia baudelairiana.
Considerando quella che io definisco la mancanza o l’inadeguatezza di un nutrimento superiore, quali ne siano le cause è difficile dire; si può appena azzardare qualche ipotesi.
Per prenderla un po’ alla larga, ritengo che il fascino dei templi thai non regga il confronto con quello dei monasteri tibetani o alcuni luoghi di pellegrinaggio hindu dove è possibile cogliere la profonda, ineguagliabile devozione del popolo indiano.
Si potrebbe dire: sono tradizioni diverse e tuttavia credo che l’epiteto poco lusinghiero di “piccolo veicolo” abbia un suo perché.
La mente umana può essere facilmente assimilata ad un software ed i miti e le credenze hanno un ruolo particolarmente importante nel realizzarne la programmazione.
Prescindendo ora dal fatto che esistano o meno i bodhisattva, trovo che postularne l’esistenza sia culturalmente importante per dare alla gente il riferimento di un pur lontano “oltre”, di un modello attendibile di autentico altruismo.
Il discorso della montagna ed altri passi del Vangelo che molti poeti ed intellettuali hanno definito rivoluzionari, hanno alimentato nel mondo cristiano un’attenzione all’altro (che avrebbe anche assunto la forma di tante, variegate espressioni socialiste) che purtroppo io non ho ritrovato nella mia esperienza tailandese. Quello di cui ho maggiormente sentito la mancanza è la gratuità di emozioni e sentimenti (un nostro prete potrebbe invocare la “gratuità dell’amore cristiano” che, malgrado la controriforma e la Santa Inquisizione abbiano fatto probabilmente più vittime dei nazisti nel corso della Shoah, ha lasciato una pur debole traccia nel vituperato Occidente).
I thai mi sono sembrati davvero poveri di slancio (almeno da sobri, sotto i fumi dell’acool possono rivelare una buona affabilità), opachi, poco comunicativi (anche per ragioni di lingua, pochi conoscono sufficientemente bene l’inglese), mai disinteressati.
Piccoli come il loro veicolo, pragmatici, buoni affaristi con evidenti derive bottegaie, tendenzialmente incolti ed aridi pur non risparmiando su sorrisi e moine.
È forse la stessa aridità di fondo a contribuire a fare della Tailandia il più grande puttanaio del mondo che magnetizza quindici milioni di turisti ogni anno, la maggior parte dei quali, per loro stessa ammissione, soprattutto interessata a molto sesso a buon mercato. Mi preme chiarire subito che la cosa, non essendo un moralista, non solo non mi scandalizza ma vi individuo degli aspetti positivi — il sesso è una delle migliori medicine e vivere parte del mio tempo a Varanasi mi ha fatto toccare con mano gli effetti devastanti di una cultura ferocemente sessuofobica — ma non ho potuto non interrogarmi su alcune cause ed alcuni effetti.
Le massaggerie sono piene di ragazze madri, vedove, divorziate con figli a carico. Una donna senza un uomo vicino e senza un lavoro qualificato fa una gran fatica ad arrivare alla fine del mese e dunque offrire un hand job (servizio di mano) in una massaggeria o qualcosa di più per qualche centinaio di bath può essere l’unica alternative praticabile. Questo nella totale assenza di uno stato minimamente sensibile alle problematiche delle donne sole. Al contrario, i cui contabili potrebbero essere ben contenti di vedere crescere i dividendi per i soldi carpiti ad occidentali soli, spesso anziani, talora obesi, non di rado ubriaconi.

Ben più squallido è il fenomeno dei go-go-bars, dove si viene letteralmente trascinati dentro da ragazzotte con minigonne vertiginose, dove si viene sollecitati a bere, ad ingoiare, mentre altre ragazzotte sculettano su un palco, avvinghiate ad un palo evidentemente fallico. Fino al momento di prenderne una in prestito per un’ora o una notte, pagando dazio al bar e portandola in uno dei tanti alberghi “convenzionati” delle piccole e delle grandi città. In questo contesto, è facile che intervenga una sorta di febbre ed una ragazza a notte non sia più sufficiente ed i dividendi dell’industria turistica continuino ad aumentare nell’imperversare di un’incultura disgustosa, di bibitine e bibitoni e fast food, della mortificazione della sensualità autentica — che cede spazio alla provocazione becera —, della ripetizione ossessiva e belante del termine bath e di richieste, all’alito alcoolico, sempre più esose.
Forse sarebbe il momento di riconsiderare, a livello culturale ed umano più che religioso, la dimensione del veicolo in questo bel paese (bello e, a suo modo, un po’ folle, per fortuna) senza nulla togliere al mare cristallino, alle buone opportunità di shopping, all’alta qualità delle cure dentarie, al pragmatismo ed al genuino senso pratico che, nella giusta dose, continuo a considerare “un’espressione di intelligenza verace”.

Articoli correlati: Itinerando in Tailandia. Bangkok: la sensualità degli spiriti reinacarnati.

lunedì 22 dicembre 2008

La comunita' della settimana: Crespina.

È questo un progetto di ecovillaggio giunto momentaneamente ad un “punto morto”. L'idea di impegnarsi in un’esperienza di vita comune parte, alcuni anni fa, da un paio di famiglie di Pisa, con quattro e due figli.

Dopo alcune ricerche la scelta cade, nel 2004, su di una bella proprietà dell’entroterra pisano: Villa Corsini, nella cui tenuta ci sono alcuni ruderi che, una volta restaurati, potrebbero ospitare nuovi membri.
Le condizioni dell’acquisto sono piuttosto vantaggiose ma l’ipotesi di coinvolgere altre persone non riesce a prendere corpo. I ruderi, gli spazi più adatti alla realizzazione di un ecovillaggio, debbono dunque essere venduti ed i residenti rimangono proprietari dei soli stabili della villa, rigorosamente non frazionabile. Dati questi presupposti non è facile, oggi, coinvolgere altre famiglie ma, mi dice Lisabetta -che si occupa di tenere i contatti con l’esterno- “la nostra intenzione è di perseverare. [Tuttavia] il progetto per il futuro è che se non si riesce a trovare qui qualcosa di produttivo e ad inglobare altre persone è bene vendere ed optare per un posto più semplice”. In questi anni lavori importanti sono stati fatti a Villa Corsini, ad esempio un impianto di scarico fitodepurato ed il recupero di un uliveto.
Oltre ai residenti è molto facile trovare diversi volontari, data anche la convenzione con il WWOOF.
Il posto è davvero bello, sia da un punto di vista architettonico che naturale. Potremmo definirlo “aristocratico e selvaggio ad un tempo”.
Al momento una persona di ciascuna coppia lavora fuori e questo consente al piccolo esperimento comunitario di sopravvivere.
Con il tempo l’intenzione è di dare impulso all’ospitalità, in modo da poter produrre reddito in loco. A questo progetto potrebbe connettersi quello della realizzazione di un biolago balenabile e di sfruttare i circa venti ettari di bosco della proprietà per alimentare un futuro impianto di riscaldamento a biomasse. A Crespina si è scelta la strada dell’economia privata, pur in presenza di una cassa comune per la cucina e quella sezione di proprietà utilizzata dal nucleo coabitante.
Data la dimensione “familiare” di quest’esperienza, le decisioni vengono prese in maniera grossomodo informale nel corso di periodiche riunioni.
Il criterio scelto è, in genere, l’unanimità.
Particolare non trascurabile, tra gli stabili di Villa Corsini c’è una chiesetta deliziosa, a disposizione dei residenti e degli ospiti per momenti di raccoglimento e meditazione. La dimensione spirituale è difatti abbastanza sentita qui, pur in assenza di un preciso percorso comune.

Ecovillaggio di Crespina
Via di Sonzi 56042, CRESPINA (PISA)
Tel. 050.86852 348.8891316
E-mail lisabettamatteucci@gmail.com

giovedì 18 dicembre 2008

Da "Donne con la valigia": India, tutti verso la dea Yellamma.

Donne con la valigia è un blog-magazine di grande successo, segnalatissimo dentro e fuori la rete. Il post che segue è di Gaia Champa, una "ragazza con la valigia in India". Sono suoi appunti di viaggio e lavoro nel sud del paese. Gaia Champa vive a Goa dove sta diventando una fotografa professionista presso Shoba, fondatrice del centro di fotografia Mother India School. Gaia Champa:

India, 11-14 dicembre 2008, luna piena
Partiamo da Goa per Saundatti, nel Karnataka, per un reportage sulla dea Yellamma. Siamo quattro donne di Motherindia school. Shobha, direttrice e fotografa, io Champa, la sua assistente, Deva, fa riprese video, Anu è la nostra astrologa consigliera. Sette ore di macchina per incontrare la dea Yellamma. Attraversiamo piccoli villaggi, campagne, i colori sono di terra e acqua, i bambini lavano i bufali al fiume, le scimmie aspettano i turisti alla cascata, piccole bambine luminose pascolano le pecorelle del villaggio. Piantagioni di riso, palme e alberi secolari.

E’ il tempo della raccolta dei pomodori. Ci fermiamo lungo la strada, una donna china sul terreno lentamente li divide, la luce del sole brilla tutto intorno e il suo sari si scioglie tra colori.
I pellegrini sono in marcia da giorni, allegre fanciulle alla guida di lunghe carovane, pentole, legna per il fuoco da ardere, vecchi, bambini, caprette, muli, bufali dalle grandi corna colorate di giallo, in onore della dea Yellamma, annunciano il loro arrivo.

Ci lasciamo immergere nell’India più antica, si parla solo il karnata, il dialetto del luogo. E’ un sogno!

Ci troviamo nel piccolo villaggetto di Saundatti. Siamo spinte con forza dai pellegrini dentro una delle quattro porte del grande tempio, ci trascinano nel vortice continuo e circolare, una sottilissima polvere di tamarindo color ocra ricopre tutti noi e ci benedice. C’è chi urla, chi si rotola a terra, chi invoca, posseduto dallo spirito della dea Yellamma, vibrando forte come casse di risonanza della terra che coltivano.

Il simbolo della dea Yellamma è scolpito in ogni luogo, due serpenti s’incrociano, il maschile e il femminile. Donne, devadasi, eunuchi, ballerine, ex prostitute, fachiri, contadini e pellegrini, vecchie sciamane, solcate da rughe profonde ricoperte di polvere di tamarindo, con forza ed energia muovono intorno a loro, tra la gente, lo scettro della purificazione, una folta chioma di capelli neri legati ad un piccolo bastone argentato. Tutto è molto forte,come il peperoncino del cibo che mangiamo. Un piatto grande con riso, lenticchie, e tante salse speziate, il tali. Shivani è l’albergo che ci ospita, l’unico per europei decente di Saundatti. Al nostro arrivo mancava tutto, acqua calda, luce, lenzuola, carta igienica e asciugamani, e le chiamano “camere de lux”.

La celebrazione continua. Il ritmo delle percussioni è forte, travolgente. Una donna balla tra tanti tamburi. Il suo sari è bianco, ha una lunga treccia e ai piedi scalzi porta cavigliere con sonagli. In verità non è una donna, è un eunuco che balla sotto la luna piena.

(testo: Gaia Champa - Credits photo: Shobha)

mercoledì 17 dicembre 2008

La comunità della settimana: Campanara.

La valle di Campanara è piuttosto appartata, in una sorta di “terra di mezzo” tra Toscana ed Emilia, vicino a Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze. Prende il nome da una chiesa seicentesca che si staglia ieratica al suo centro. È uno di quei posti che vennero progressivamente abbandonati all’indomani della seconda guerra mondiale o a seguito dell’incremento del PIL nazionale sull’onda del miracolo economico. L’ultima famiglia di mezzadri se la lascia alle spalle negli anni ’60 ed i bei casolari in pietra grigia non possono eludere la rapida usura del tempo. Nel 1984 un gruppo di 8 persone di ritorno da un viaggio in India ottiene il permesso per insediarsi nella canonica annessa alla chiesa.
Questa, sconsacrata, verrà affrescata con immagini di s.Francesco, Buddha e figure del paganesimo celtico. In poco tempo la valle attrae altre persone (qualcuno le definisce presto “squatters rurali”), desiderose di un posto tranquillo dove riuscire a vivere, in semplicità, coltivando la terra ed allevando qualche animale. Gli stabili non mancano e sono in condizioni discrete ma quasi tutto il territorio -ad eccezione della canonica e di qualche altro casolare che vengono nel tempo acquistati- è di proprietà demaniale. Ciononostante la presenza, italiana e mitteleuropea, incrementa e dopo una quindicina d’anni si sostanzia di circa quaranta persone.
Nascono diverse piccole comuni indipendenti, in rapporto di mutuo appoggio e si utilizzano pannelli solari per produrre un minimo di energia elettrica. Si riescono faticosamente ad ottenere periodici contratti d’affitto, concessioni annuali e si ricorre alle occupazioni. Da alcuni anni, tuttavia, la regione Toscana ha messo in vendita gli immobili di cui è proprietaria ed oggi, nel territorio attorno alla chiesa sincretica e paganeggiante, non sono rimaste neanche venti persone, circa la metà delle quali a rischio di sfratto. A difesa della gente di Campanara si è attivata l’associazione Nascere Liberi che conta tra i suoi soci molti degli attuali residenti nella valle. Obiettivo dell’associazione: persuadere la Comunità Montana ad affidarle casolari e terreni, con l’impegno di utilizzarli per progetti di natura ecologica e solidale (coinvolgendo, ad esempio, cooperative sociali di assistenza ai disabili). Al momento la situazione è precaria e la vita comunitaria ridotta all’osso. Le venti persone sono distribuite in piccoli nuclei (anche solo di una o due persone ) in diversi casolari sparsi nel territorio. È una situazione di grande frammentazione che diventerebbe con ogni probabilità irreversibile se i casolari abbandonati e quelli occupati venissero venduti a ricchi privati. L’ipotesi di creare un ecovillaggio a Campanara, dunque, malgrado i presupposti ecologici non manchino (il posto è davvero bello ed incontaminato), è di là da venire e non può prescindere, data la situazione, da un equilibrato dialogo con le istituzioni. Questo detto, persone seriamente motivate potrebbero contribuire ad una auspicabile “rinascita” del luogo.

CAMPANARA
Torre Campanara, 50035 Palazzuolo sul Senio (FI)
Responsabili relazioni esterne:
Silvia: Via Campanara 1 Cell.335.7104642
Ilaria: Villetto 13 cell.338.6861843
Ottavio: Vallibona cell.338.9388957