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sabato 26 febbraio 2011

Benares e la presenza, mai ritratta, di Shiva.

Vivendo a Benares molto tempo ho finalmente deciso di approfondire la storia e lo spirito di questa città cui ho fatto cenno diverse volte nei miei libri. L'ho, ad esempio, definita "città santa e malsana", nel mio Un giardino dell'Eden, "dove gli hindu sperano di morire per l'ultima volta".
Oltre ad alcune letture ho deciso di intervistare Mark Dyczkowski, residente a Benares da circa 40 anni e considerato un'autorità mondiale in materia diTantra e shivaismo kashmiro. Mark è autore di diversi libri e di molti articoli ma più che presentarlo sinteticamente in questa sede, preferisco rimandare al suo sito internet, sicuramente molto più eloquente al suo riguardo.
Di seguito la prima sezione di una lunga intervista che gli ho fatto, nella sua casa di Narada Ghat, con bella vista sulle celeberrime albe di Benares.

Benares è la città vivente più antica del mondo. Da un punto di vista storico e storiografico è difficile stabilirne un’origine precisa, in un tempo preciso. Da un punto di vista mitico si sostiene sia stata fondata da Shiva. Tu sei un grande esperto di shivaismo dunque potremmo iniziare a considerare questa figura. Chi era Shiva? Un uomo successivamente divinizzato?

Intanto io consiglio di leggere due libri: The presence of Shiva, di Stella Kramrisch, l’altro è Shiva the erotic ascetic.

Cosa pensi di Shiva e Dioniso di Alain Daniélou?

E’ tutta fantasia. Come puoi scrivere un libro sostenendo che la religione di Shiva e di Dioniso era, 30000 anni fa, la religione di base degli indoeuropei? Dove sono i dati, le prove? Su cosa puoi basare un’affermazione del genere? Anche perchè gli archeologi, gli archeo-femministi, come Gimbutas, che parlano della vecchia Europa, si sono fissati con simboli femminili e quando vedono i falli perché ce ne sono parecchi, lei li chiama “colonne”.
Alain Daniélou non ci sta parlando del 3000 a.C., quando esistevano già forme di scritture. Lui era molto, molto omosessuale ed aveva prospettive omosessuali, aveva un’idea della creazione da parte di un Dio omosessuale. Ha vissuto a Benares molto tempo, ci ha preceduti tutti, è andato via all’inizio degli anni ’60. Ha scritto libri molto belli, importanti, sulla musica indiana. Ha fatto molte registrazioni di musica indiana e dunque possiamo dire che ha fatto cose importanti poi, più avanti, si è fissato su alcune idee per cui per il mondo accademico è un po’ “impazzito”.

In Italia è pubblicato dalla Ubaldini che è una casa editrice notoriamente seria…

Lui era una figura importante, come studioso dunque l’autorità che ha avuto dai suoi primi lavori gli ha permesso di pubblicare anche cose così. Questa è la mia opinione ma se chiedi a Bettina Bäumer [ugualmente residente a Benares da diversi decenni ed autrice di diversi testi di indologia] è probabilmente anche la sua, è un’opinione generale.

Va bene, torniamo a Shiva

Ci sono due divinità molto importanti, anche conosciute nei Veda ed i cui culti si sviluppano nel periodo più tardo del RigVeda e che dunque hanno avuto valenza anche nei Brahmana eccetera. Parliamo di Rudra e Vishnu, entrambe le figure danno l’impressione di essere state introdotte o accettate nell’ambito vedico. Possiamo dunque leggerle come figure eterodosse. Detto questo, sono figure molto importanti anche nel contesto della religione vedica ma direi che la loro importanza la si sente molto di più nel momento in cui sono diventate le due più importanti divinità maschili della religione induista post-vedica. Se questa evoluzione non fosse avvenuta ci si focalizzerebbe di meno sull’importanza di queste divinità nell’ambito vedico. Nel caso di Vishnu vediamo che c’è un mito molto importante secondo cui lui vuole la testa del sacrificio, la parte migliore e per ottenerla fa tre passi importanti con cui copre i tre mondi: la terra, gli spazi intermedi ed i cieli ed arriva al “pozzo di miele”. Questo tema mitologico viene ripreso anche nell’Induismo classico, nel vamana avatara, l’incarnazione di Vishnu come nano. Viene rappresentato in questo modo anche nella prima iconografia. Da questo mito si può capire che era una divinità che si stava introducendo, stava acquisendo grande popolarità ed aveva grandi ambizioni di crescita. Il nome Shiva non appare nel RigVeda, appare piuttosto quello di Rudra. Esiste l’inno ai cento Rudra, in cui vengono dati alla divinità 100 nomi tra cui quello di Shiva. Nel RigVeda, Rudra è una divinità delle foreste. I vedici avevano una particolare dicotomia: vedevano il mondo, la cultura, le divinità del villaggio e poi c’era il mondo delle divinità e delle realtà della foresta che era selvaggia, piena di incertezze e c’era costantemente il tentativo di mediare, di accomodare, di smorzare la forza intrusiva della foresta, del selvaggio, delle forze incontrollate, indomite. Questo è molto rilevante per capire la figura di Rudra. Generalmente, nel mondo umano, c’è una parte tranquilla, sotto controllo cui si affiancano, più o meno frequentemente, irruzioni di caos: le malattie, le calamità naturali, le carestie e poi…la pazzia. Tutto questo l’uomo vedico lo sentiva come l’irruzione, nel suo villaggio, nell’area cosmizzata, di forze aliene, non domate, caotiche, della foresta. Loro difatti vivevano in tanti piccoli villaggi, sui fiumi, circondati dall’immensa foresta.
Rudra come si presenta, nel RigVeda? Non è un dio della montagna, come Shiva nella mitologia classica. E’ un cacciatore che gira nella foresta. E’ il signore delle bestie selvagge. Nel rito vedico c’è una parte di sacrificio cruento. Si fa di due tipi: quello delle bestie domestiche e quello delle bestie selvagge per acquietare le forze irrompenti degli esseri che vivono nella foresta e potrebbero disturbare il sacrificio. Rudra è dunque il signore di queste forze, si veste con una pelle di tigre, gira con l’arco e le frecce e porta con se uno sciame di esseri come lui. Simbolicamente ce ne sono dieci nelle dieci direzioni. Dunque cento ma, di fatto, ce ne sono innumerevoli dappertutto e sono come lui: furiosi, cacciatori. In un inno molto conosciuto, recitato ai linga, regolarmente, in tutta l’India, si prega Rudra (i tanti Rudra) di non scoccare le freccia nella propria direzione, che sia clemente perchè le sue frecce portano malattie, calamità, epidemie, fanno impazzire gli animali e la gente. Dunque lui non facendo del male, fa bene. Si prega un dio molto forte che può avere effetti fortemente destabilizzanti che però è anche clemente, propiziato nel giusto modo e può prevenire le calamità. E’ dunque un Rudra selvaggio, ricalcato sulle figure che vivevano ai margini della società vedica, nella foresta. Si intravede che Rudra viveva nel mondo degli esseri soprannaturali che non erano nell’ambito vedico. E’ normale, nelle religioni, che le mie divinità siano i tuoi demoni e viceversa. I vedici avevano una sorta di religione “ambulante”, non localizzata in nessun posto. Le divinità dei Veda, i cosiddetti 33 dèi, non sono divinità del luogo, come lo sono ora. Vivevano nelle costellazioni e venivano invocate nel sacrificio che era anche ambulante. Era sufficiente pulire un pezzo di terra, farci una capanna che poi veniva bruciata assieme ai tanti utensili di legno. Si offriva il sangue della bestia sacrificata, invocando Vayu. La bestia veniva soffocata e poi sgozzata. Il sangue veniva raccolto, perchè impuro e versato oltre i confini dell’area sacrificale ed offerto alle divinità della terra, i rakshas che oggigiorno vuole dire “demoni” ma la parola deriva dalla radice raksh che significa “proteggere”. I rakshas si invocano come protettori del sacrificio. Viene data loro la propria parte perchè mangiano cose impure, per i vedici e dunque invece di irrompere nel sacrificio lo proteggono. Sono formule che vediamo in tutta l’Asia, nel distendersi di tutte le forme di religioni indiane, come il buddismo. Le divinità locali che sono demoni, per il buddismo, diventano “protettori”. Rudra è uno massimamente propiziato, mai visto come “demone”. Nei Veda gli si danno degli epiteti che calzerebbero molto più ad un demone che ad un dio ― “furioso”, “indemoniato” ― ma perchè tutto questo fa parte della sua personalità.
Rudra tuttavia si presenta anche come giustiziere. Nei Veda uno dei modi in cui il mondo viene creato è attraverso l’incesto. C’è l’incenso tra fratello e sorella (Yama e Yami) che introduce la morte nella creazione e c’è l’incesto del padre con la figlia che introduce la sessualità come modalità riproduttiva. In questo caso il signore delle creature guarda sua figlia che è un’ipostasi del suo potere, della sua saggezza, del suo potere. Dunque la desidera ma lei non vuole quest’attenzione dal padre ed inizia a scappare. Lui la rincorre e lei assume più forme per nascondersi ed il padre assume forme conformi. Quando finalmente lui la raggiunge lei ha la forma della cavalla e lui assume la forma dello stallone (figura molto importante presso gli ariani). Rudra vede questa scena “selvaggia”, fuori delle regole. E’ molto trasgressiva e peccaminosa. Allora Rudra, di fronte a questa scena primordiale, prima della creazione, sull’orlo del divenire, nell’irrompere dell’essere nel tempo segnato dal peccato, è indignato e dunque scocca la freccia ed evira il padre. Si forma dunque un grande lago di sperma da cui sorgono le creature sessuate. Una variante importante di questo mito, in ambito puranico, si ha nel momento in cui Brahma desidera la figlia Sarasvati. Shiva in questo caso gli taglia la testa. Dunque, in questa versione, c’è la copulazione, Brahma viene evirato, si viene a creare il lago di sperma ma non c’è modo di creare da esso perchè è solo maschile. Dunque Shiva viene pregato di essere lui l’attore della creazione, generando dal lago di sperma ed allora vi si tuffa, assume la forma del linga (fallo) e dalla forza della sua contemplazione si generano le creature sessuate. Una variante molto significativa perchè dà ancora più spazio alla figura di Shiva come dio creatore che crea in modo superiore rispetto al suo antecedente. Parliamo di un dio che, di base (Rudra), era distruttivo, nefasto ma anche compassionevole e che ora assurge al ruolo di creatore, in virtù della sua forma fallica. Consideriamo ora il culto vedico dei tempi in cui gli ariani erano ancora nomadi ed il culto consisteva in un fuoco ambulante cui venivano fatte offerte come tramite con gli dèi che, presenti come si diceva, nelle costellazioni, venivano utilizzati anche come “bussola”. Per quanto sia ripugnante ai nazionalisti hindu ― a partire dal loro predecessore Vivekananda ― l’idea di un’India antichissima, dei tempi vedici, pluriculturale, non si riescono a spiegare alcuni fatti come quelli di cui Shiva e Vishnu sono esempi, di una cultura vedica che si incontra con altre e poi, andando più avanti, ha mantenuto un suo prestigio e dominio ma si è dovuta pur sempre adattare ad essere una minoranza rispetto ad un ambito molto più vasto. Lo shivaismo è un grande esempio di questo. Nei Veda i Daisu erano gli indigeni ed erano adoratori dei falli (per quanto si sappia molto bene che i falli erano adorati in tutto il mondo preistorico). Dunque da una parte noi sappiamo che Shiva diventa uno dei grandi dèi dell’induismo classico. I Purana sono pieni di miti legati a Shiva, dove è il dio di rivelazioni tantriche, inizia ad apparire anche in alcune Upanishad, a partire dal terzo secolo dopo Cristo. I Purana di cui stiamo parlando iniziano anche intorno al terzo quarto secolo dopo Cristo. Abbiamo tuttavia dei precedenti, ad esempio una citazione da Panini che è del terzo secolo a.C. in cui parla dei seguaci di Baghwan(termine che oggi si usa soprattutto in ambito vishnuita), gli Shiva Baghawata di cui Patanjali, il commentatore, diceva girassero nudi con delle lance di ferro. Da questo possiamo dunque dedurre che già a partire dal terzo secolo a.C. esistevano devoti di Shiva che si presentavano come asceti.
Entrando nei primi secoli della nostra era, abbiamo un’iscrizione del terzo secolo d.C., abbiamo un’iscrizione che ci dà un lignaggio di maestri paśupata, seguaci di Shiva Paśupati. Ci indica l’esistenza di un riformatore nell’ambito di questo movimento, cosa che ci fa pensare che loro siano pre-esistenti a questo periodo e potrebbero essere i discendenti degli Shiva Baghawata. Noi sappiamo del culto di questi paśupata ― che sono molto importanti nell’evoluzione del culto di Shiva ― dai cosiddetti Paśupata Sutra, commentati da un bramino (Konvinya) del quinto secolo d.C.
Li presenta come asceti nudi, coperti di cenere, adoratori di linga cui fanno circumambulazione in senso antiorario. Vogliono essere insultati, trattati male perchè credono, in questo modo, di acquisire merito. Sono dunque un tipo di asceti le cui pratiche saranno assi portanti di tante forme diverse di shivaismo successivo. Loro ripetono 5 mantra che vanno recitati davanti al linga come ripetizione costante. Sono ripresi dall’inno ai 100 Rudra cui accennavo precedentemente e sono dedicati a 5 forme di Rudra/Shiva. Sono dunque 5 forme o nomi di Shiva inneggiati con 5 mantra vedici dell’inno ai 100 Rudra e diventeranno, in futuro, i 5 volti di Shiva, che sono i 5 volti del linga e sarà Shiva il grande dio dei tantra shivaiti, a partire dal quinto-sesto secolo d.C.
I paśupata sono dunque stati adoratori del linga e sono stati grandi divulgatori dello shivaismo in India. Risulta che dove andavano o stabilivano dei linga o li scoprivano ed alcuni dei loro posti di ritrovo diventavano luoghi di rilievo. Un esempio ne è Elephanta, a Mumbai. Elephanta è stato un grande centro paśupata e le sue sculture in rilievo risalgono al quinto sesto secolo d.C.. Quello che è stato più convincente, in merito all’attribuzione ai paśupata delle sculture di Elephanta è che vedendo la sequenza dei rilievi, vanno in senso antiorario rispetto al linga centrale, cosa molto singolare ed insolita (in genere si segue ritualmente il percorso del sole, che è in senso orario).
Le rimanenze dei paśupata si estendono per l’India, andando sempre più a sud. Importante sottolineare che rimane Rudra il dio dei paśupata.
Oggi il Rudra Visheka, l’inno ai 100 Rudra, la liturgia primaria del linga, consiste in tutta l’India nella recitazione puramente vedica e questo è molto significativo. Non si può provare per adesso ma a me fa molto pensare che il culto del linga, molto antecedente ai Purana ed i Tantra, rappresenta un grande ponte tra i Veda e la letteratura successiva. La figura di Shiva può essere dunque letta come quella di un grande intermediario (come del resto nel caso di Vishnu) e questo sarò molto importante nell’analisi di Benares, considerato il luogo più importante legato a Shiva.
Ora, quello che ti voglio dire in conclusione dell’intervista, è una mia osservazione personale, proprio in merito a Benares. L’estensione del territorio (aryavata, il paese degli arii) in cui il sacrificio vedico si considerava la forma eccellente di culto è un processo che dai primordi continua fino al quinto secolo d.C. Parte dall’attuale Pakistan, attorno al fiume Indo e, passando per il Punjab, si muove in direzione dell’attuale Delhi. Ai tempi dei primi brahmana gli ariani stavano in un’area che si chiamava Kurukśetra, un primo proto-stato (ai tempi del Buddha ce ne erano 16 di proto-stati). Nei Brahmana, l’area ad est di Delhi (dunque anche a Benares) diventa un’area di estensione del territorio in cui il sacrificio vedico si considerava la forma eccellente. Andare a sud era proibito, era considerata la direzione della morte per quanto la marcia degli ariani verso sud inizierà a diventare massiccia intorno al quarto-quinto secolo d.C.
Varanasi ai tempi del Buddha era dunque già un posto abbastanza importante e ci sono alcune storie nelle Jataka in cui il Buddha, nelle vite precedenti, viene presentato come un figlio di mercanti. Sappiamo che Buddha fece il suo primo discorso proprio qui, nell’attuale Sarnath, a pochi chilometri dal centro di Benares. Allora quale era la religione della gente di Varanasi (il nome più antico che troviamo anche nel Canone Pali e deriva dal nome dell’affluente del Gange nell’area più a nord della città, dove se ne è sviluppata la sezione più antica) mentre Kashi viene un po’ dopo e deriva dal nome di una tribù che governava quest’area (il nome sarebbe poi stato interpretato come “la città della luce”, dalla radice kash: brillare).
Qui la religione vedica, a quel tempo, non era dominante. Esiste la teoria per cui per primi vennero qui i paśupata che nel tempo, con l’avvento del tantrismo, sono stati sostituiti da tantrici del tipo del sud dell’India.
Ha senso pensare che ci fosse un culto generale, in più forme, centrato sul linga. In ogni caso, Varanasi sin da allora era un centro particolarmente importante. Shiva è massimamente importante qui ed è lo Shiva del linga che riscuote questa importanza. Il Rudra dei Veda non ha nulla a che fare con il linga e non è un dio della montagna. Viene dunque da pensare che il culto del linga venga adattato e ripreso in un momento, abbastanza ampio nel tempo, in cui si cercavano adattamenti di forme vediche che potessero essere applicabili a realtà più popolari. Il problema con i Veda era che il culto era diventato così complesso che fare un sacrificio vedico costava molti soldi e se lo potevano permettere solo i ricchi. Lo facevano per il popolo, rinunciando ai frutti che venivano, appunto, dati al popolo e se i raccolti, a seguito del sacrificio, andavano bene tutto bene altrimenti il popolo poteva anche vendicarsi. All’inizio, come si diceva, quando gli ariani erano nomadi, il culto era relativamente semplice, domestico mentre nel tempo la religione vedica perse la sua dimensione “popolare”. Anche oggi, del resto, certi sacrifici possono essere fatti solamente da alcune ristrette élites di bramini. Si era dunque venuta a creare l’esigenza di una nuova “vulgata” del culto vedico. Nel commentario di Shankara ai Brahmasutra sta scritto che se una donna o un uomo non bramino sente il suono dei Veda deve essere condannato ad avere il piombo fuso calato nell’orecchio. Dunque figurati: avere qui a Benares la recitazione di brani vedici di fronte ad un linga, accessibile a tutte le orecchie, era una grande liberalizzazione ed era anche un modo per tenere i bramini maggiormente sotto controllo. Qui le divinità hanno iniziato a “vivere negli alberi”, con rappresentazioni alla radice degli stessi. Poi hanno iniziato ad essere creati dei templi in muratura che prima, probabilmente, erano in legno ed ospitano dei linga. Allora, non essendoci ancora i Tantra, che culto c’era? Probabilmente erano culti vedici. Quello che mi viene da pensare è che il Rudra Visheka fa parte di una liturgia molto antica, precedente ai Tantra che riflette in qualche modo il tipo di liturgia che si faceva nei templi shivaiti dei primi secoli. Del resto questa ipotesi è coerente con il fatto che i paśupata recitano sezioni proprio da quell’inno. Questa è un’inquadratura generale che può essere, poi, ulteriormente sviluppata.

mercoledì 23 febbraio 2011

Manifesto, programma, news CHE PASSO! - primo incontro 26-27 febbraio.

Candeggio, 14 febbraio 2010

Eccoci alla nostra terza newsletter, quella legata alla stagione invernale; sarà questa a introdurre il calendario delle attività del 2011 ed a spiegare le scelte che stanno maturando.
Le prime due newsletter (reperibili sul sito www.chepasso.org) si erano aperte con Antea e avevamo raccontato gli eventi in maniera cronologica. Questa volta ci concentriamo sul manifesto del progetto e rinviamo al sito in corso di definizione gli approfondimenti sugli eventi passati e gli altri temi in elaborazione.
Antea cresce bene e ci regala ogni giorno splendidi sorrisi, ma è anche giusto non metterla sempre al centro di tutto. La brevità accoglie invece il consiglio arrivato da più parti.

IL PROGRAMMA 2011
Dopo lunghe riflessioni, contatti e valutazioni abbiamo definito un programma delle attività da svolgere qui a Candeggio; sono incontri, laboratori, corsi, campi di lavoro e feste che si è scelto di differenziare per tema e colore.

1. “conosciamoci”, sono gli incontri esperienziale in cui più o meno un week-end al mese chi vuole conoscere il progetto, il posto e chi lo vive può raggiungerci per stare insieme;

2. “sperimentiamoci”, sono i campi di lavoro pensati per trascorrere più o meno una settimana insieme e sperimentarsi così in attività e azioni pratiche e concrete;

3. “confrontiamoci”, sono occasioni di incontro, eventi, corsi a cui si è deciso di partecipare e che possono essere occasioni preziose per stare insieme e confrontarci su interessi e passioni;

4. “aiutiamoci”, sono quei momenti in cui si fa rete e ci si aiuta reciprocamente mettendo a disposizione degli altri il proprio tempo, le proprie abilità e conoscenze acquisite. Faremo un forno in terra cruda con l’aiuto di chi lo ha già fatto, di chi si è già sperimentato. Chi vorrà potrà imparare insieme a noi e mettersi successivamente a disposizioni per aiutare altrove ed in un altro momento chi lo chiederà;

5. “apriamoci”, sono i laboratori e le iniziative ideate da noi e da chi si è offerto di svolgere una qualche attività presso la struttura di Candeggio. Laboratori di arte-terapia, di musica terapia, biodanza, massaggi, e tanto altro sono i benvenuti a chi vuole proporsi. In attesa di ricevere proposte per quest’anno o l’anno prossimo, abbiamo in cantiere da giugno a settembre nella terza domenica del mese il laboratorio di cucina: un ‘esplorazione nel mondo della cucina per apprendere conoscenze e pratiche culinarie. Si cucina e si mangia insieme.

6. “progettiamoci” è il grande evento dell’anno, il corso di progettazione in permacultura teorico-pratico valido per la certificazione delle 72h. Insieme a Saviana Parodi, Fabio Pinzi, Luca Denti, Barbara Garofoli, Eva Lotz e Sabina impareremo a progettare insieme il futuro eco villaggio.

Iniziamo l’ultimo fine settimana di febbraio con un’iniziativa “conosciamoci”. Chi vorrà raggiungerci a Candeggio conoscerà il posto e se il tempo lo permette aiuterà le prime semine oltre a divertirci insieme nella sala del parto.

IL MANIFESTO “ECOVILLAGGIO IN FORMAZIONE A CANDEGGIO”
Abbiamo letto e stiamo leggendo diversi libri legati al mondo degli ecovillaggi, della costruzione di una comunità, delle dinamiche di gruppo come “Eco-vilaggi” di Jan Martin Bang, “Comuni, comunità eco villaggi” di Manuel Olivares, “Ritorno alla creazione” di Manitonquat o il testo di Diane Leafe Christian “Creare una vita insieme”. Questa autrice l’avevamo già conosciuta anni fa leggendo”co housing e condomini solidali” . In questo testo, come anche in tanti altri ritorna spesso la necessità per un gruppo di ritrovarsi a dare forma con le parole ad una visione comune. La visione e la sua missione aiuta un gruppo a riconoscersi, a lavorare verso un comune futuro, a rivelare i propri valori, a verificare gli sforzi che si stanno o si vogliono fare insieme, a dichiarare gli impegni che si vogliono prendere. Noi non possiamo ancora definirci un gruppo e forse la scelta di stilare un manifesto con questa linea programmatica può risultare prematuro e forse pure presuntuoso o avventato, ma da mesi ne sentivamo l’esigenza, da mesi sentivamo che ci veniva richiesta da più parti.
Diciamo che è una traccia su cui lavorare, che è un modo più dichiarato per farsi conoscere e per chi vuole avvicinarsi comprendere certe direzioni e passi che vogliamo compiere.
Quando siamo arrivati qui a Candeggio si è deciso di non strutturarci troppo con obiettivi e organizzazione rigidi; le scelte e le direzioni da darsi sarebbero arrivate nel tempo, avremmo lavorato insieme con le persone che via via sarebbero venute. Adesso, raccogliendo queste riflessioni e spunti abbiamo stilato questo primo programma e cominciato a dare qualche risposta alle domande fatte.
Dopo la parte dedicata alla visione, alla missione e i suoi valori, in una buona seconda parte ci concentriamo sugli aspetti più pratici e sulle scelte economiche che si potrebbero fare. Il desiderio è di creare un’economia comunitaria che si regga sulla creatività, le capacità, le risorse del gruppo relazionandosi in maniera stretta con il territorio. Per questo ci vuole tempo, apertura e attenzione costante su di sé, gli altri, il luogo.
Cominciamo da questa casa, dagli spazi che abbiamo individuato vicino, sulle possibilità che offre questa terra affascinante e magica, sul lavoro stimolante che l’essere sul cammino di Francesco può fare e poi passo dopo passo arriverà tutto il resto.
Speriamo che questo manifesto sia uno strumento utile per chi vuole unirsi al progetto e accompagni le scelte da parte di chi vuole avventurarsi ad un mondo fatto di consapevolezza e attenzione all’ambiente e al mondo.
Sul sito metteremo altri documenti (ci piacerebbe ad esempio inserire presto due elaborati di Tamera tradotti da noi sul significato e i principi di una comunità) e prendendo spunto da altri testi approfondiremo quanto scritto; speriamo che si apra un forum che permetta a tutti di partecipare. Avremmo voluto descrivere meglio i luoghi e soffermarci in maniera più visiva ed emotiva sulle scelte che si vogliono fare, ma la razionalità e forse un certo formalismo hanno avuto la meglio; speriamo che sia apprezzato comunque per la sua concretezza.

ULTREYA SUSEYA
Per chi vuole la versione lunga della newsletter ci scriva o si colleghi su www.chepasso.org
info@chepasso.org – 075.852 6282 - Località Candeggio 1/B –Città di Castello 06012 (PG)

venerdì 18 febbraio 2011

LUNA PIENA -- venerdì 18 febbraio -- da Ajahn Munindo

Come il pastore
conduce il
gregge al pascolo
vecchiaia e morte
sospingono gli esseri viventi.

Dhammapada strofa 135

Il Buddha non dice mai niente con l’intenzione di farci sentire
depressi. Qual è dunque il senso di questa strofa sull’inevitabilità
di invecchiamento e morte? Il senso è la realtà, il Dhamma. Fintanto
che neghiamo la realtà, i nostri sforzi nutrono le abitudini della
confusione, il nostro cuore viene privato della linfa della vitalità.
Dal giorno in cui siamo nati abbiamo proceduto verso la morte. Al
contrario di quanto ci aspetteremmo, quando apriamo cuore e mente a
questa verità delle cose così come sono, non ci deprimiamo, ci
liberiamo piuttosto dal dover mentire a noi stessi. Sappiamo già cosa
ci aspetta e prende energia continuare a negarlo. Il Buddha insegnò
che dietro i veli dell’illusione c’è il senza-morte. Saperlo significa
non essere più trascinati.

Con Metta

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, 7:30-8:30 durante il ritiro)
Fax: (+39) 06 233 238 629
sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter.org (newsletter in English)

mercoledì 16 febbraio 2011

L’India e l’incontro con l’Occidente. Vicende storiche, culti, racconti di viaggio, parte VII.

Riprendiamo, dopo alcuni posts di pausa, con la tesi, a puntate, di Eleonora Luisi, un'ottima occasione per avere un'idea generale dell'India.
Per la sezione precedente (da cui accedere anche alle altre), cliccare qui.

La religione indiana
La religione indiana è l’Induismo che si basa su un corpus di testi sacri: i Veda, che risalgono circa al 2000-1000 a.C., costituiti da una serie di canti in onore agli dei, da rituali e da formule che vengono pronunciate durante i sacrifici.
Nell’Induismo la pratica rituale viene affidata alla casta sacerdotale dei brahamana, che custodiscono i diversi criteri per la costruzione dei sistemi di pensiero detti “darshana” .
Il darshana più completo, che si occupa di studiare i Veda e le Upanishad, si chiama Vedanta il cui fondatore è Shankara.
Il Vedanta teorizza l’esistenza del Brahaman, l’Assoluto, definito come l’unità che comprende il tutto, dal quale derivano il dharma, che è la legge che determina e sostiene l’ordine cosmico e l’Atman, il “sé” di ogni individuo. Secondo il Vedanta il fine della vita è la liberazione dal ciclo delle morti e rinascite detto “moksha”. Gli hindù credono nella trasmigrazione delle anime a seconda delle azioni compiute nella vita precedente (legge del Karma): le buone azioni saranno premiate, mentre quelle negative implicano una nuova reincarnazione.
L’uomo per raggiungere la liberazione deve distruggere il Maya, l’ignoranza, l’insieme delle illusioni causate dal desiderio, il velo che nasconde il Brahaman.
Con la distruzione del Maya l’individuo raggiunge alla consapevolezza suprema dell’origine divina dell’Atman. Per il raggiungimento della conoscenza suprema l’Induismo è diviso in tre diverse correnti: il vishnuismo, lo shivaismo e lo shaktismo. Il vishnuismo si basa sulla “bhakti”, la devozione religiosa verso il dio creatore Visnu e delle sue reincarnazioni come Rama e Krishna. I testi sacri di questa corrente sono quattro: la Bhagavad-gita, il Visnu-Purana, i Bhakti-sutra e il Bhagavata- purana.
Nello shivaismo viene praticato il culto di Shiva concepito come divinità cosmica, che con la sua danza crea e distrugge l’universo. I seguaci del culto devono seguire pratiche ascetiche come lo yoga e la recitazione di mantra.
Nello Shaktismo, la dea Shakti è concepita come energia femminile che sostiene il mondo, attraverso di essa si arriva a un rapporto diretto con l’unità divina. I tantra sono testi sacri con sfumature erotiche, infatti secondo questi durante il coito si giunge all’unione tra Shiva e Shakti.

La filosofia indiana

I Veda
I Veda sono le sacre scritture della tradizione indiana, il termine significa “sapienza” e la loro origine risale circa al 2000 - 1000 a.C. Questi testi sono divisi in tre raccolte :
1) Rg- Veda detto anche il “Veda delle strofe” è quello più antico.
2) Yajur-Veda “Veda delle formule”.
3) Sama- Veda “Veda delle melodie”.

Oltre questi testi bisogna menzionare anche l’Atharva-Veda costituito da inni magico-religiosi.
Esistono altre scritture che sono un commento ai Veda con lo scopo di interpretare le formule e i rituali vedici: i Brahmana e gli Aranyaka .
Nella tradizione indiana i Veda e i Brahmana sono considerati i pilastri su cui si fonda la sruti ossia la rivelazione e vi è la credenza che questi testi derivino dal mondo divino.

Rta e dharma: l’ordine cosmico e la legge universale
Il Rta viene definito come un ordine cosmico:
“Si tratta di una nozione cardinale dell’universo giuridico, religioso e morale degli Indoeuropei: è l’“Ordine” che regola sia l’ordinamento dell’universo, il movimento degli astri, la periodicità delle stagioni, il rapporto degli uomini con gli dei e infine degli uomini tra di loro.
Niente di quello che riguarda l’uomo nel mondo sfugge all’ impero dell’ “Ordine”” .
Secondo la tradizione vedica il rta si trova alla sommità dei cieli o sull’altare del fuoco.
Nel Pantheon hindù è rappresentato dal dio Varuna, che è il sovrano del mondo, il custode di ogni norma e viene rappresentato sul dorso di Makara, un grande mostro marino, con in mano le reti con le quali cattura i trasgressori delle legge. Viene considerato anche il dio del Maya, il cambiamento che induce una trasformazione nell’ordine cosmico.
Nella concezione vedica troviamo i due concetti principali di rta e maya. La legge del dharma deriva dal rta, mentre il maya è l’illusione.
Secondo la tradizione il rta si reincarna nel brahamanesimo sotto forma di dharma, la legge cosmica sulla quale si basa l’universo .
Il dharma è l’ordine grazie al quale si mantiene l’armonia del mondo, ed è costituito da una serie di leggi che l’uomo nella sua vita deve seguire.
Il codice di Manu raccoglie l’insieme di queste norme che guidano gli uomini alla ricerca della sapienza, della pazienta e dell’autocontrollo.
La legge eterna del dharma viene identificata con le sacre scritture rivelate, la sruti, e costituisce il dovere spirituale di ogni hindù.
Il dharma si fonda sulla sruti, che è la rivelazione divina, tutta la conoscenza che è raccolta nei Veda e sulla Smrti che letteralmente significa “memoria” e indica tutto il corpus dei testi di origine umana. Nella Smrti troviamo anche i Purana, un insieme di racconti e leggende mitiche accompagnate da insegnamenti, i quali sono qualificati come un quinto Veda.

Il codice di Manu
Nella mitologia indiana Manu è considerato il legislatore e il progenitore dell’umanità.
Anche la divisione in caste della società viene attribuita a Manu secondo la classica ripartizione in sacerdoti, i guerrieri, coltivatori, artigiani e commercianti.
Il codice di Manu è un’opera di grande importanza e contiene la legge del Dharma, l’insieme dei diritti e doveri che ogni individuo deve compiere nel corso della sua esistenza.
Il codice venne composto intorno al IV sec. d.C e dall’opera emerge il predominio assoluto della casta dei brahamana per l’interpretazione e la custodia della tradizione.
L’opera si compone di dodici libri, in ognuno dei quali troviamo tematiche differenti.
Nel primo libro viene descritta la creazione ad opera di Brahma, la divinità creatrice di tutte le cose; nel secondo sono elencate le norme che disciplinano i sacramenti e il noviziato; nel terzo troviamo le prescrizioni riguardanti il matrimonio, che prevedono il dovere per la donna di attenersi alle istruzioni del padre, dei fratelli e del marito; nel quarto libro sono esposti i doveri della casta
sacerdotale; nel quinto le regole che le donne devono seguire per l’astinenza e la purificazione; nel sesto sono descritti i doveri degli anacoreti e asceti; il settimo tratta dei doveri che riguardano la casta guerriera; l’ottavo descrive le regole della professione degli giudici; il nono contiene le leggi sui matrimoni e le successioni; il decimo elenca i doveri che caste più basse devono compiere; l’undicesimo tratta le cerimonie di penitenza e il dodicesimo indica le strade per raggiungere la pace finale e la dottrina della trasmigrazione delle anime. In sintesi il codice di Manu è un insieme di principi morali e religiosi che guidano la condotta umana verso la beatitudine.

La creazione secondo il Rg-Veda
Nel decimo mandala del Rg-Veda viene esposta la tendenza della religiosità vedica. Troviamo la spiegazione dell’ordine cosmologico che deriva dall’Uno da cui nascono tutte le cose e le divinità. L’ondeggiamento delle acque è collocato all’origine e costituisce una caratteristica delle cosmologia vedica, in seguito viene prodotto il calore dalle tecniche dello yoga, detto tapas, poi una volta “scaldato” l’Ekam (Uno), kama, il desiderio creatrice determina l’esistenza di questo Uno. Il principio responsabile della creazione in molti inni viene descritto come l’Ekam, l’Uno, oppure come il Tat, “Quello”.
La tradizione associa a questo principio l’immagine di diverse divinità per esempio Visvakarman, l’operatore di tutte le cose, Brhaspati, il signore della preghiera, Prajapati, il protettore di tutte le creature concepiti come embrioni d’oro collegati al Sole e alle acque, oppure è definito come un principio eterno ed innato.
Nell’ “Inno dell’Uomo cosmico Purusa” riemerge la tendenza monistica.
In questo inno la creazione deriva dall’Uomo cosmico, dalle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo e in particolare dal sacrificio cosmico di Purusa, divinità e vittima del sacrificio:

“Quando gli dei distesero il sacrificio col Purusa come offerta, la primavera fu il burro fuso, l’estate la legna, l’autunno l’oblazione […]
11. Quando divisero il Purusa, in quante parti lo fece? Che cosa (è chiamata) la sua bocca, che le braccia, che cosa sono chiamate le cosce e i piedi?
12. Il Brahmana (il sacerdote), fu la sua bocca, le braccia divennero il rajanya (guerriero), le sue cosce il vaisya (l’agricoltore, artigiano), dai piedi nacque lo sudra (il fuori casta)”.

Secondo Mircea Eliade basandosi sulla teoria del sacrificio espressa nei Brahamana e negli Aranyaka, il sacrificio ripeterebbe l’atto della creazione e verrebbero mantenute delle relazioni tra l’uomo e il cosmo per cercare di continuare questo ordine nella sua unità, in seguito saranno definiti legami anche tra le funzioni psico-fisiche e gli astri arrivando alla solita identità fra l’Atman e il Sole.

L’età del mondo
La descrizione della cosmologia indiana si trova nei Purana e si divide in differenti epoche.
La prima epoca è definita “mahakalpa” o vita di Brahma e ha una durata di cento volte trecento sessanta giorni di Brahma o “kalpa”. Quando termina questo periodo Brahma muore e rinasce e si inizia una nuova creazione .
Il kalpa è costituito da quattordici manvantara, corrispondenti a dodici mila anni divini, che corrispondono a mille mahayuga. A sua volta il mahayuga è diviso in quattro ere: il Krtayuga nel quale predomina il Dharma e dura quattromila anni divini, seguito dal tretayuga di tremila anni dove il dharma viene diminuito, il dvaparayuga di duemila anni e infine kaliyuga di durata pari a cento anni divini.

Le Upanishad
Il corpus dei Veda è formato oltre che dai Brahmana e dagli Aranyaka dalle Upanishad, che si prefiggono di commentare e approfondire gli scritti vedici.
Nelle Upanishad avviene la condivisione della conoscenza, sruti, che deriva dalla parola sacra.
Il suono del significato della parola ne determina la sacralità e questo è espresso nella formala magica e nel mantra:

“Prajapati covò i mondi. Dai mondi covati nacque il triplice Veda. Egli li covò. Ne uscirono le sillabe bhuh, bhuvah, svah. Egli li covò ne uscì il suono Om. Come le foglie sono tenute insieme dal gambo, così ogni linguaggio è tenuto insieme da Aum. La sillaba Aum in verità è tutto questo.”
(Chandogya,II,23,3)

Il termine “Upanishad” ha il significato di “sedere devotamente vicino” e questa definizione implica la conoscenza segreta trasmessa dal maestro ai suoi discepoli .
Le Upanishad sono considerate da molti critici moderni una interpretazione mistica del sacrificio, nella quale verrebbe diminuita l’influenza della casta sacerdotale dei Brahmana.
Le Upanishad cercano di ridurre l’influenza del sistema delle caste predominante nella società indiana. Infatti a differenza dei Brahmana nelle Upanishad la conoscenza può essere trasmessa a tutti, comprese le donne e non è più custodita solo dai sacerdoti. Sono costituite da centootto colloqui tra maestro e discepolo, secondo la tradizione il numero centootto è un numero sacro tra cui ricordiamo le principali: Brhadarankyaka, Chandogya, Aitareya, Kausitaki, Isa, Kena, Katha, Mundaka, Mandukya, Prsna, Svetasvatara e Taittiriya.
Le Upanishad sono state fino dall’epoca cristiana tramandate oralmente, poi hanno assunto la forma in versi e in prosa, la lingua che viene utilizzata è il sanscrito ritenuto sacro.

Il Sé o anima: l’Atman
L’universo viene descritto nei Veda come basato su l’ordine cosmico rta, che attraverso l’esecuzione del sacrificio deve essere rispettato, nei Bhamana si mantiene questo principio, ma viene aumentata l’importanza di un’analisi della autoconsapevolezza.
Il sacrificio esteriore nelle Upanishad è trasformato in sacrificio interiore. Dal sacrificio deriva l’alternarsi del giorno e della notte e il complesso rapporto tra microcosmo e macrocosmo. Secondo i versi vedici la creazione viene identificata con le membra umane, dal cui sacrificio è nato il mondo. Secondo i versi dell’inno a Purusasukta:

“All’inizio questo mondo era solo il sé (atman), sotto forma di persona. Disse per prima cosa: “Io sono”. Quindi apparve il nome Io.”

Lo sviluppo del creato deriva dalla solitudine di questo Io che si divide in maschio e femmina. L’Io diviene la creazione e crea gli dei immortali.
Il mondo viene creato dall’Atman in base al desiderio, questo è un anticipo della verità buddhista.
Nelle Upanishad si è arrivati alla scoperta che la falsa proiezione dell’incompletezza è alla base del desiderio. Infatti noi siamo completi, non dobbiamo desiderare nulla. La meditazione sul Sé conduce alla consapevolezza che in esso è tutto compreso. La sede del Sé è nell’anima detta jiva.
Questo Sé o Atman coincide anche con l’Assoluto, il Brahaman. Le Upanishad cercano di definire l’Atman con le seguenti parole:

“Il sé, non è questo, non è questo. È incomprensibile perché non può essere compreso. È indistruttibile, perché non può essere distrutto. Non ha impedimenti perché a nulla aderisce, svincolato, perché da nulla viene turbato o nulla lo lede. Per mezzo di che cosa si potrebbe conoscere il conoscitore?” (Brhad. IV, 5, 15)

“Più piccolo del piccolo, più grande del grande, l’Atman risiede nel cuore di ogni creatura.” Ma come fare per vederlo? “Non colui che non ha desistito dalle vie malvagie, non colui che non è tranquillo, non colui che non ha una mente concentrata, neppure colui che non ha una mente composta può raggiungerlo attraverso la giusta conoscenza”. (KathaI,2,20)

Tramite il controllo della mente e dei sensi si riesce ad ottenere la conoscenza. Una metafora che viene utilizzata nella Katha Upanishad così afferma: “il Sé è il signore della carrozza, il corpo la carrozza, l’intelletto è il cocchiere e la mente sono le redini”.

“Colui che ha una comprensione del cocchiere della carrozza e controlla le redini della mente, raggiunge la fine del viaggio, la suprema dimora di tutto ciò che pervade”(Ibidem,I,2,30)

Ogni Io trova il suo fondamento nel Sé, che dimora in ogni essere vivente.
Il Sé è chiamato anche Brahman, la causa dell’universo. Molto difficile risulta spiegare il rapporto tra il Brahman e l’Atman e viene definito l’“Incomprensibile”. Nel cuore deve avvenire la ricerca del passaggio dal particolare all’universale. La limitatezza del Sé individuale ci appare dal profondo del cuore e ci viene aperta la strada verso il Brahman, il Sé universale.
Non esiste un Brahaman impersonale e un Atman personale, perché quest’ultimo è un sentiero che conduce al Grande Sé.

La conoscenza
Le diversità tra conoscenza mondana e quella dell’Atman sono spiegate nelle Upanishad.
Tutto il mondo terrestre con i suoi fenomeni appartiene alla conoscenza empirica.
L’opposizione tra la mente e il corpo è inesistente. Le Upanishad spiegano la cosmologia che è il risultato di un’emanazione. L’etere, la sostanza fondamentale, viene emanata dal Sé, che a sua volta emana l’aria, l’acqua e la terra.
La vita è il Sé, che emana il respiro, dal respiro deriva la mente o manas, da quest’ultima l’intelletto e la facoltà razionale chiamata vijnana, poi avviene il ritorno al Sé.
Il processo per arrivare al Sé è l’involuzione, il ritiro.
“Il Sé, nascosto in tutti gli esseri, non si manifesta ma può essere visto dai sottili veggenti, attraverso il loro spirito acuto e sottile. Il saggio raffreni la parola nella mente; quest’ultima raffreni nel Sé fatto di comprensione; la comprensione raffreni nel grande Sé e questo raffreni nel Sé placato.”(Katha,I,3,12)
La complessa teoria della conoscenza viene formulata dalle Upanishad e comprende due principali facoltà: il respiro e la mente (manas). Dalla mente non deriva la vera conoscenza, ma occorre l’intervento della consapevolezza, detta vijnana, o della conoscenza buddhi.
Il fondamento dell’attività è dato dalla mente, mentre la consapevolezza è passiva e può svelarci la strada verso l’Atman.

“Al di là dei sensi, vi sono oggetti dei sensi; al di là degli oggetti dei sensi vi è la mente; al di là della mente vi è la comprensione (buddhi), al di là della comprensione vi è il grande Sé.”( Katha Up.I,3,2)

La creazione ha evoluzione dal Sé e con l’addensamento dell’etere si arriva alla formazione della terra. Il limite del processo di rarefazione è giunto con la ragione che rappresenta lo specchio del Sé da cui ha avuto inizio il ciclo.

La Purva-Mimansa
Secondo la tradizione brahmanica, la Mimansa si divide in due parti: la Purva-Mimansa e la Uttara-Mimansa. Nella prima, che significa “riflessione prima”, viene spiegata la natura del Dharma come troviamo anche nei Veda, invece nella seconda il cui significato è “riflessione ultima” si indagano le caratteristiche del Brahaman.
Nella Purva-Mimansa si continuano ad analizzare gli aspetti liturgici dei Veda. Nella vita quotidiana assume rilievo fondamentale la presenza del rito tramite le preghiere, le abluzioni e i riti di passaggio nelle fasi dell’esistenza dell’uomo. Il Sutra di Jaimini che risale al IV sec.a.C risulta essere il testo di riferimento della Purva-Mimansa. Nella Purva-Mimansa che celebra il rito, è sancita l’autorità dei Veda che non sono ritenuti testi rivelati.
I versi sacri sono considerati essere una proiezione dell’essere detto sat, tramite il suono chiamato sabda. Sia i mantra che i versi vedici sono considerati derivanti dall’Assoluto.
Nel periodo vedico è stato associato il suono del mantra OM con le diversi parti dell’Universo.
La riproduzione del mantra riveste un ruolo centrale.
Gli inni vedici incitano o proibiscono tramite prescrizioni, che vengano attualizzate attraverso l’atto.
Il sacrificio non ha un fine nei Veda. La maggioranza dei sacrifici si compiono in onore agli dei, che sono incarnazioni dei loro nomi. Per esempio gli dei Agni o Indra corrispondono alle parole “Agni” e “Indra” che sono eterne. Da questo si deduce che la parola viene prima della sua incarnazione.
Di solito quando un individuo compie un sacrificio, spera che in futuro verrà ricompensato, per esempio con un abbondante raccolto, con la nascita di un figlio, con una vita serena dopo la morte. L’atto del sacrificio è considerato molto potente e i suoi frutti saranno raccolti un domani. Oltre all’aspetto visibile dell’atto, ne troviamo anche uno invisibile che si compirà quando arriveranno le condizioni necessarie. Il sacrificio viene legato ai suoi frutti futuri e questo legame è detto apurva.
L’uomo riuscirà a usufruire della potenza dell’atto e continuerà a vivere anche dopo che sarà morto: da qui deriva la teoria del karma.
La teoria della conoscenza elaborata dalla Purva-Mimansa attribuisce piena validità all’autorità dei Veda. Jaimini teorizza l’esistenza di una percezione diretta (pratyaksa), inferenza (anumana), comparazione (upamana), la parola (sabda) e la presunzione (arthapatti) .
La conoscenza è ritenuta valida in se stessa, e da ciò deriva che tutte le conoscenze sono corrette, la sua validità deriva dall’esistenza del soggetto, dell’oggetto e dell’atto nella percezione diretta.
Quando tra due situazioni si trova una relazione di necessità è utilizzata l’inferenza. In conclusione la conoscenza più valida è ritenuta essere la parola, perchè fondata sui Veda.

Il Vedanta
Il Vedanta è una corrente filosofica, che ha elaborato il pensiero contenuto nelle Upanishad.
Le varie scuole riconoscono l’autorità di un testo fondamentale il Brama sutra scritto da un tale Badarayana, dove viene ribadito che l’Atman, il Sé individuale, è equivalente al Brahman, il Sé universale . Dopo la morte di Badarayana, il suo successore Gaudapada continua il lavoro di studio delle Upanishad, fino all’arrivo di Shankara considerato il massimo esponente della corrente del monismo.

Il Monismo assoluto
Shankara sostiene che nelle Upanishad si trovi la concezione dell’identità tra l’Atman e il Brahman.
Il ragionamento non sarebbe in grado di spiegare questa identità a causa del suo carattere metafisico, ma si pensa sia ritenuta valida in base all’autorità delle Upanishad.
Per Shankara l’interpretazione mistica dell’universo vedico oltre che essere consona al ritualismo ne esprime anche il messaggio. Fra i critici di questa interpretazione delle Upanishad ricordiamo i Mimansika, secondo i quali i Brahamana contengono prescrizioni sul sacrificio. Le Upanishad non sono considerate importanti, perché lontane dalla verità dei Veda.
Shankara controbatte ritenendo i Brahamana dei testi con un grado di consapevolezza minore.
L’Assoluto non sarebbe raggiunto dal sacrificio che mantiene solo valore di purificazione.
Non esiste per Shankara un “io vado, io faccio, io vedo, io conosco”, ma tutto ciò è una pura illusione. Questa illusione nasce perché il Sé è considerato simile al corpo:

“Anche se si deve ammettere che il Sé è uno, le proibizioni sono possibili grazie alla differenza causata dalla connessione del Sé con i corpi e le altre limitazioni sono prodotte dall’ignoranza. Ne consegue che per colui che ha raggiunto la conoscenza perfetta, limitazioni e proibizioni sono senza scopo” (ibidem,II,34,8).

Le Upanishad quando affermano l’uguaglianza tra il Brahman e l’Atman non trovano la soluzione che spiega la possibilità che molti individui fanno parte del solito Sé. A questo proposito la dottrina Samkhya sostiene la dualità fra lo spirito e la materia oltre che l’esistenza di numerose anime. Shankara non ritiene che possano esistere anime infinite, la molteplicità del Sé è considerata un illusione come i raggi solari che riflettono la loro immagine nell’acqua. È necessario trovare una spiegazione della relazione tra i molteplici Atman e Brahaman. La definizione attribuita al Brahaman è quella di essere (sat), intelligenza (cit), e beatitudine (ananda). Tutto il mondo fenomenico deriva e si fonda su di esso che è definito “puro essere”. Il reale e pure noi stessi siamo considerato da Shankara come una pura illusione, Maya. L’essere fonda ogni apparenza, mentre il non- essere è privo di una propria essenza. L’illusione non contiene né essere né non-essere:

“Maya viene chiamato il non sviluppato o il non manifesto dato che non può essere definito né come ciò che è, né come ciò che non è” (Brama Sutra, I,4,3)

La coscienza viene offuscata dall’ignoranza (ajnana), mentre l’essere viene limitato dalla Maya, l’illusione. L’Io e il mondo psichico nascono dal confine della coscienza con l’ignoranza, mentre la nascita del mondo deriva dal confine tra l’essere con il non essere dell’illusione. Maya produce una serie di brahman che sono basati sull’essere che non riesce a manifestarsi a causa degli oggetti mondani. L’Atman appare come se pensasse e se si muovesse anche se resta immobile e rimane in relazione con il mondo psichico. Shankara aveva sostenuto che tutto il mondo sensibile doveva essere condannato perché era un effetto dell’ignoranza e che solo grazie alla conoscenza dell’Atman saremmo giunti alla sua fine. Essere, coscienza e beatitudine sono attributi del Brahaman che sono avvolti dal velo dell’ignoranza, però restano sempre come caratteristiche fondamentali del mondo. Chiunque libero dalle illusioni è riuscito ad arrivare alla verità agisce nel mondo come se questo esistesse realmente fino alla morte corporea.

Il Mahabarata
Questo grande poema epico narra le guerre di Barata una stirpe guerriera che abitava nell’India del Nord. La guerra fratricida viene combattuta tra due famiglie discendenti di Barata un eroe dell’India antica, la famiglia dei Kuru e dei cugini Pandava . Quest’ultimi costretti all’esilio con l’inganno si recano dal re Kuru Duryodhana per la richiesta della terra su cui regnare, ma dopo che gli viene negata iniziano la guerra, che dura diversi anni e culmina nella battaglia di Kuruksetra. La battaglia è vinta dai Pandava devoti di Krishna, incarnazione di Visnu, il quale si schiera dalla loro parte.Yudhisthira, della stirpe dei Pandava, lascia il regno al figlio Arjuna e intraprende la vita ascetica con i suoi fratelli. Il poema termina con il ricongiungimento di Krishna con il dio Visnu e con Yudhisthira che giunge al cospetto del dio. Nel Mahabarata emerge il tema dell’etica del giusto e secondo il poema gli dei sarebbero trecentotrenta milioni. Una struttura trinitaria la cosiddetta Trimurti dell’Induismo costituita da tre divinità principali che sono Brahama, Vishnu e Shiva emerge al di sopra dei molti dei del pantheon induista come Indra, Varuna, Kali, Kama, Soma, Surya, Agni, Yama, …

mercoledì 9 febbraio 2011

Damanhur Newsletter Febbraio 2011.

NOVITA' A DAMANHUR

Aggiornamento sul progetto New Life: Al 15 gennaio, sono presenti in Damanhur 32 cittadini “temporanei”, mentre sulla base dei dati attuali gli arrivi attesi entro l’estate sono circa 150.
Continuano soprattutto ad arrivare richieste di informazioni che, oltre a continuamente modificare questi numeri, manifestano quanta voglia ci sia nel mondo di conoscere esperienze comunitarie spirituali. (informazioni newlife@damanhur.it)...

Ancora una sentenza del Tribunale di IvreaIl Tribunale di Ivrea ha emesso, il 28 gennaio, la sentenza relativa ad una causa di lavoro intrapresa da una ex damanhuriana, Raffaella Ginepro, contro la Federazione Damanhur e contro Oberto Airaudi, Falco.
La donna chiedeva il pagamento delle proprie presunte spettanze dal 1983 al 2007, sostenendo di avere per tutto quel periodo lavorato alle dipendenze di Falco e della Federazione, quantificando la sua richiesta in circa € 500.000,00.
Al termine del dibattimento, il Giudice, Dottoressa Sonia Mancini, ha respinto ogni richiesta nei confronti di Falco, confermando la sua estraneità nella conduzione diretta della Federazione.
Il Giudice ha riconosciuto l’esistenza di un rapporto lavorativo solo dal 1996 al 2007 ritenendo però che la Ginepro fosse stata già adeguatamente pagata durante la sua permanenza a Damanhur...

Il centro Damanhur Crea sta riorganizzando le propria attività e la propria organizzazione interna, per meglio proporre al pubblico servizi e prodotti. Le attività presenti hanno deciso di considerarsi come una grande astronave, nella quale ogni impresa fa parte di un unico equipaggio. Il coordinatore è Cogia, che ha assunto il ruolo di “Capitano” dell’Astronave Crea.
Ogni sabato sera, si svolgono serate di musica e intrattenimento, legate ogni volta a temi diversi, nelle quali si mescolano diverse generazioni di damanhuriani e di ospiti, insieme a nuovi amici che vengono dai paesi vicini, in un clima di amicizia e di “scoperta” che è nuovo ogni settimana.
Mentre prosegue la formazione di nuovi nuclei, come segnalato sulla newsletter di fine dicembre, i nuclei con caratteristiche e progetti comuni stanno organizzandosi per dare vita alle regioni damanhuriane, cioè ad aree comprendenti due/tre nuclei abitativi. Sono già attive le regioni di Damjl-Atenà e di Magilla-Dendera e altre stanno partendo a mano a mano che i cittadini si organizzano...

La proposta di legge per il riconoscimento giuridico delle comunità intenzionali, progetto sul quale è impegnato da anni il Conacreis, è stata presentata in Parlamento. Il documento ha superato una prima valutazione tecnica, in base alla quale sono ammesse o respinte tutte le proposte di legge. Parte di fatto adesso l’iter burocratico politico per arrivare (speriamo) alla trasformazione del progetto in Legge dello Stato...

Liberalità per i Templi dell'Umanità
Nei Templi dell’Umanità, sono in preparazione i nuovi pavimenti in mosaico per la Sala del Labirinto. A questo proposito, ringraziamo tutti coloro che sostengono i Templi attraverso l’acquisto dei gadget a essi collegati e le donazioni. Le liberalità servono per proseguire, mantenere, completare questa grande opera.
Ricordiamo che è possibile fare donazioni con assegno bancario o postale, con bonifico, sul sito tramite Paypal. Per gli italiani, è possibile detrarre le liberalità fatte presso le Associazioni di Promozione Sociale, quale è l’Ass. Templi dell’Umanità. È necessario che le erogazioni siano effettuate tramite versamento postale o bancario, o con carte di credito, carte prepagate, assegni bancari o circolari. Sono possibili deduzioni dal reddito anche per le imprese. Per informazioni: templi@damanhur.it; www.damanhur.info

NOVITA' INTERNAZIONALI

Sabato 15 gennaio, Damanhur ha ospitato per una breve visita una delegazione di dieci tecnici partecipanti a un progetto per lo sviluppo umano sostenibile promosso dal Ministero per lo Sviluppo cinese...
Il sito di Damanhur è ora tradotto anche in cinese e in sud coreano! Essere presenti in tante lingue diverse ci permette di abbattere le barriere linguistiche e culturali, ed essere sempre più un punto di incontro tra esperienze diverse. Chi, fra i nostri lettori, è un potenziale traduttore in lingue non ancora presenti, o ha amici che potrebbero esserlo, si faccia avanti! (pressoffice@damanhur.it)
Nei primi giorni di gennaio, è stata in visita a Damanhur Elena Vrubleskaja, la gallerista moscovita presso la quale è tuttora in corso la mostra sui quadri selfici di Falco. Elena era accompagnata dalla famiglia e da amici, tutti provenienti dalla Russia...
Un ritiro di sei giorni su Damanhur: lo ha condotto Esperide Ananas in Brasile, presso la Fazenda Juerana Milagrosa, un'area di 182 ettari acquistata 10 anni fa dai nostri amici Catarina e Zsolt per proteggerla dalla distruzione, nello stato di Bahia. Il ritiro, che ha visto la presenza di 12 partecipanti, ha compreso attività al mattino, al pomeriggio e meditazioni serali...
“El secreto de Damanhur” è il titolo di un articolo pubblicato sul numero 2 del mensile spagnolo “Magia natural”. L’articolo presenta uno spaccato della vita quotidiana nelle comunità damanhuriane.

PROSSIMAMENTE
L’Accademia dell'Equilibrio, la Federazione Damanhur e il Conacreis organizzano il convegno “Informazione e Comunicazione: verità e manipolazione”, che si terrà sabato 19 febbraio a Damanhur Crea.
Possiamo fidarci delle notizie dei giornali e della televisione (e della radio, di internet e via dicendo)? Non molto, a giudicare dalla contraddittorietà dei messaggi veicolati dai mass-media. ... Come orientarci?
In questo convegno abbiamo chiesto ad esperti di settore di produrre una relazione informativa su cinque temi di estrema attualità: Sanità, Giustizia, Nucleare, Ogm, Ambiente.

Lo sciamano tuvano Nikolay Oorzhak, in visita a Damanhur la scorsa primavera, terrà un seminario sull’utilizzo della voce e il canto bitonale. Il seminario si svolgerà a Damanhur dal 19 al 20 marzo, in occasione dell’Equinozio di Pramavera. Informazioni: welcome@olami.it

giovedì 3 febbraio 2011

LUNA NUOVA -- giovedì 3 febbraio -- da Ajahn Munindo

Chi parla molto
non vuol dire che sia ispirato dalla saggezza.
Il saggio si riconosce
perché è in pace con la vita
libero da ostilità e paura.

Dhammapada strofa 258

Il Buddha parlò spesso dei saggi e dei benefici del frequentarli. Ma
come essere sicuri che qualcuno sia saggio? Un modo è vedere quanto
siano liberi dalla malevolenza. E possiamo saperlo ascoltandoli con il
cuore. Lo stesso vale per la paura. Questa persona genera pace o
contrasto? Se ascoltiamo solo con la testa possiamo restare
eccessivamente impressionati da un linguaggio intelligente. Ma se
smettiamo di cercare di sapere con certezza e nutriamo una quieta
fiducia nell’azione consapevole, sarà la nostra stessa saggezza
interiore a guidarci.

Con Metta

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, 7:30-8:30 durante il ritiro)
Fax: (+39) 06 233 238 629

sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter.org (newsletter in English)
www.dhammatalks.org.uk (audio files)

martedì 1 febbraio 2011

Newsletter a cura della Comunità di Psicosintesi «Hodos». Febbraio 2011.

La Comunità Hodos è costituita da un gruppo di persone che, all'interno di una prospettiva psicosintetica, intendono utilizzare e promuovere una serie di strumenti orientati alla progressiva integrazione delle molteplici parti del nostro Io, allo sviluppo della nostra unicità e della nostra creatività e, in definitiva, alla piena espressione del nostro potenziale umano. In particolare, i gruppi, i seminari e i ritiri di Hodos si servono di una varietà di metodi, tutti orientati al motto della psicosintesi «conosci, possiedi, trasforma te stesso»: drammatizzazioni, meditazioni, esercizi bioenergetici, analisi di gruppo, lo «specchio», pratiche corporee, e così via. Per maggiori informazioni visita il nostro sito www.psicosintesi.org.
Puoi anche iscriverti al Blog di Fabio Guidi, dedicato all'applicazione della Psicosintesi nella vita quotidiana. Riceverai una mail ogni volta che sarà pubblicato un post. Su un piano più teorico, approfondisci le tematiche psicosintetiche attraverso la nuova rubrica di Fabio Guidi sul portale www.riflessioni.it. Per iscrizioni o comunicazioni: info@psicosintesi.org.

2011
Gruppi di Psicosintesi

I Gruppi di Psicosintesi costituiscono l'attività di base del nostro Lavoro, in quanto strumento potente di osservazione e studio di sé.
I prossimi seguono il seguente calendario:

26-27 febbraio
26-27 marzo
16-17 aprile

21-22 maggio

25-26 giugno

I Gruppi , vere e proprie immersioni nel lavoro psicosintetico, intendono offrire una reale concreta «esperienza» della Psicosintesi e non una semplice informazione teorica, che spesso costituisce l'alibi migliore per non lavorare veramente su di sé.
All'interno di questi gruppi sono utilizzati dramma-tizzazioni, esercizi bioenergetici, meditazioni e diverse altre tecniche di lavoro individuale, di coppia o di gruppo, mantenendo sempre l'attenzione su ciò che avviene 'qui e ora'. Segue l'elaborazione del materiale emerso secondo la prospettiva psicosintetica.
Si ricorda che il numero dei partecipanti è limitato e che è pertanto consigliabile, se interessati,
prenotare per tempo. Maggiori informazioni possono essere richieste tramite e-mail.

Gennaio 2010
Seminari di Yoga

19 febbraio
19 marzo
9 aprile
14 maggio

Pratiche di distensione muscolare,
respirazione e rilassamento.

L'incontro si svolgerà il sabato dalle 9:30 alle 18:30.
A pranzo sarà offerto cibo biologico.

Conducono:
dr. Daniele Morganti, Insegnante della Federazione Italiana Yoga
Ilaria Magonzi, Insegnante di Danza

Maggiori informazioni possono essere richieste tramite e-mail.


La «scienza degli idioti»

G. I. Gurdjieff è un autore essenziale per afferrare determinati princìpi del Lavoro psicosintetico. In queste newsletter verranno offerti alcuni passi che illustrano il suo pensiero in proposito.
Il seguente elenco è tratto da un'interessante rivista portoghese, Tentaculo, che riporta questa formulazione della «scienza degli idioti», sulla quale si fondavano i famosi «brindisi agli idioti» di Gurdjieff. L'elenco, non è una semplice trovata umoristica, ma qualcosa su cui riflettere seriamente. La traduzione ci è stata gentilmente offerta da una traduttrice cubana, Alatiel, che ha visitato la nostra comunità e che ringraziamo di cuore.

L’idiota ordinario

Tutto psichismo, niente essenza. Cerca conforto, evita pressioni a tutti costi. Ordinario in tutti i sensi.

Il super idiota

Pieno di emozioni. Si sente superiore agli altri. Ha molti bisogni e tutti sono più importanti di quelli altrui. Non è capace di parlare di sé, ponderare, esaminare, pensare in modo razionale. Passa sopra tutti e tutto. Ha dei frequenti squilibri emozionali e la sua volontà è l’unica ad essere ubbidita.

L’arci-idiota

Segue la routine come un orologio. Totalmente prevedibile ma non fidato, a meno che si prendano delle precauzioni contro le sue debolezze e abitudini. Non riesce mai a finire qualcosa.

L’idiota senza speranza (disilluso)

Si prende pena solo di sé stesso, è incapace di vedere la sofferenza altrui.

L’idiota compassionevole

Si prende compassione degli altri, vede la sofferenza degli altri più grande della propria e non riesce ad aiutare se stesso. Tende a negarsi personalmente o nulla.

L’idiota strisciante

Non ha pietà di sé né degli altri. Non accetta aiuto e quando questo gli è dato, si sente a disagio e colloca una maggiore distanza fra lui e la fonte di aiuto.

L’idiota scatolato

Coglie lampi di verità, ma non cambia nulla dentro di sé. Incomincia a vedere, ma non ha volontà, è restio o incapace di avere un obiettivo reale.

L’idiota totale

Vede il proprio “io” reale e lo riconosce come un semplice cumulo di abitudini inconsce. Si vede vorticare nel ciclo della vita e dell’esistenza e può avvertire i risultati di un lavoro incessante e ripetuto. Tuttavia, nonostante sia totalmente cosciente di sé in quanto essere essenziale, non può agire veramente.

L’idiota a zig-zag

Inizia una lotta disperata per liberarsi dalla oppressione della mente. Costui è dominato dai bisogni sociali e culturali, ma la lotta ha avuto inizio. Si muove da un lato all’altro a zig-zag perché non riesce ad andare in linea retta per via del suo psichismo. Solo la battaglia attira la sua attenzione. Dimentica tutto il resto

L’idiota illuminato

Conquistata la libertà, si è liberi dalle sofferenze e dalle esigenze della psiche. È in uno stato di essenza attiva, ma è alla ricerca della scelta di una via.

L’idiota che dubita

Anche se è libero dalle esigenze della psiche, l’universo è infinito e inconoscibile. “Quella formichina sono io! La libertà stessa ha i suoi limiti!”

L’idiota imbecille

Rifiuta la fuga e la liberazione personale, e si rivolge al mondo per ottenere potere e riconoscimento, condividendo con altre persone, ma alla sua maniera e nei suoi termini. Desidera essere il signore del mondo.

L’idiota capace

Talentuoso e dotato di una mente fortemente sviluppata, è capace di fare e agire senza dover pensare o dare troppe spiegazioni. È un artigiano o un artista.

L’idiota benevolo

È capace di aiutare gli altri in modo concreto e allo stesso modo è capace di una vera misericordia, e non di una compassione immaginaria e inefficace.

L’idiota immobile

Non cerca di fuggire né di avvicinarsi alla fonte di aiuto. È capace di ricevere e canalizzare gli aiuti dalle fonti e dai poteri superiori.

L’idiota al quadrato

Deliberatamente crea ostacoli e pressioni insormontabili.

L’idiota al cubo

Sviluppa la coscienza di sé, creando deliberatamente ostacoli e pressioni per le altre persone, malgrado il suo desiderio di pace e di quiete.

L’idiota logaritmico

Deliberatamente crea il paradosso di tentare di trasmettere la conoscenza agli altri. Tenta di guidarli attraverso il Corridoio della Follia, sapendo che è impossibile aiutare là nelle profondità dei loro ‘io’.

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«Conosci, possiedi, trasforma te stesso» (R. ASSAGIOLI)