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martedì 29 dicembre 2009

Una newsletter per la RIVE.

Da dicembre verranno pubblicate tutte le informazioni relative alle iniziative, allo stato dei progetti già attivi e dei progetti futuri della Rete Italiana Villaggi Ecologici. Verrà anche dedicata la giusta attenzione alle esperienze di comunità intenzionali ed ecovillaggi in Europa e nel mondo.
Per poter accedere al servizio è necessario iscriversi alla newsletter.
Viverealtrimenti non mancherà di riportare le notizie che riterrà più interessanti, in una prospettiva di “lavoro in rete”.
Al momento, ho il piacere di divulgare alcuni nuovi progetti comunitari emersi nell’ultimo raduno nazionale della Rive, svoltosi lo scorso luglio a Campo Mascherina presso il Popolo degli Elfi.
Cito dal sito della RIVE:


-Associazione Rays
Da poco abbiamo in comodato d'uso una terra di 12 ettari, tra bosco e seminativo, con una casa e una sorgente, il podere si chiama "Cavi" è situato nel comune di Montieri (GR), vicino alla frazione Gerfalco a circa 700m di altitudine dentro il parco naturale le Cornate.
Essenzialmente desideriamo sviluppare uno stile di vita semplice nel pieno rispetto della natura e delle sue risorse. E' in avviamento un orto sinergico e un laboratorio di pronto soccorso fitoterapico, già attivo un laboratorio di ceramica, la biblioteca e una piccolissima sala proiezioni. Abbiamo intenzione inoltre di sperimentare nuove tecniche di riciclaggio di rifiuti organici e non, energie rinnovabili (attualmente usiamo i pannelli fotovoltaici, e un semplicissimo sistema per avere acqua calda); impianto di fitodepurazione e un compost-toilette.
Per il momento non abbiamo possibilità di inserire nuove persone ma comunque siamo aperti alla possibilità di ospitare chi voglia condividere con noi questa esperienza di "decrescita felice" o condividere le proprie esperienze e conoscenze. Ci interessa sopratutto creare una rete di scambi tra realtà già esistenti o in via di realizzazione con l'idea di barattare sementi, prodotti alimentari e curativi ed organizzare incontri a tema su: agri"cultura" e medicina naturale; energie rinnovabili ecc.. Ci proponiamo inoltre di realizzare laboratori permanenti ed itineranti per recuperare e diffondere gli antichi mestieri, e valorizzare la creatività a scopo educativo e liberatorio (con adulti e bambini).

Per contattarci:
telefono della casa 334/79.83.903
telefono itinerante 338/69.24.719 Sibilla
mail: famiglia.rays@gmail.com



-Podere «Il Monte»

Il nostro progetto è di realizzare una piccola comunità per cercare di ricreare l'atmosfera delle case coloniche di un tempo, con più famiglie che convivono aiutandosi nella gestione di campi e animali. Il tutto rivisto e adattato al nostro tempo, con la ricerca di uno stile di vita improntato ai temi della sostenibilità ambientale ed economica.
Abbiamo creato la Società Agricola “Il Monte s.s.” che si è impegnata nell'acquisto del podere omonimo situato sulle colline di Vicchio a circa 30
km da Firenze costituito da circa 900mq di strutture in parte da risistemare e in parte da ricostruire, con 20 ha di terreno con marroneta, ulivi, boschi e terreni incolti.
Abbiamo avviato le prime ristrutturazioni in bioedilizia e stiamo duramente lavorando per il recupero con i metodi dell'agricoltura biologica delle colture del marrone e dell'olivo abbandonate dagli anni ottanta.
Prevediamo di realizzare tre o quattro unità abitative indipendenti e spazi comuni da condividere. Riteniamo inoltre importante che le persone che abiteranno insieme al Monte siano 'coinvolte' in una dimensione di vita comunitaria che porti alla condivisione di esperienze, motivazioni, attività, oltre che di spazi fisici, e che si possano creare le condizioni per offrire una dimensione di gruppo ai bambini che speriamo popoleranno il Monte.
Abbiamo in progetto di ampliare le attività strettamente agricole con altre ad essa collegate (ospitalità, attività educative e ricreative, ristorazione...) che potranno occupare parte delle persone della comunità e auspichiamo inoltre di poterci dedicare ad attività di solidarietà (agricoltura sociale, accoglienza...).
Stiamo cercando persone e famiglie interessate alla nostra proposta. Sappiamo che la definizione di un progetto comune è una cosa lunga e complessa, che occorre il tempo per avere modo di conoscersi e confrontarsi.

frazione Rossoio,45 - Vicchio (FI)
Tel. 055-8493016
posta@ilmonte.net
www.ilmonte.net



-Un ecovillaggio in Abruzzo

Siamo un gruppo di semplici cittadini di Pescomaggiore, l’antico borgo in montagna vicino l’Aquila. Il 6 aprile alle 3,32 abbiamo perso la casa. Solo 1 su 10 di noi
questo inverno sarà il “fortunato” cui verrà offerto un tetto sotto cui
ripararsi. Un tetto a 10 km dal paese.
Invece di lamentarci abbiamo preferito rimboccarci le maniche. Meglio una casa vera, specie se costa come un container. Tre generosi compaesani ci hanno messo a disposizione un terreno, con un panorama da mozzare il fiato, a pochi passi dal centro storico.
Con l’aiuto di avvocati e architetti volontari, abbiamo progettato e cominciato a costruire sette piccole abitazioni che devono essere pronte prima del freddo, della pioggia e della neve, cioè entro due mesi. Stiamo dimostrando che è possibile costruire case economiche, ecologiche e rapide da realizzare se usiamo prevalentemente materiale naturale, economico e reperibile sul posto: la struttura portante in legno, la tamponatura in balle di paglia, il cemento ridotto al minimo, le stufe a pellet per scaldarci, i pannelli solari e fotovoltaici che ci daranno l’energia elettrica e l’acqua calda di cui avremo bisogno.
La mano d’opera siamo noi stessi che impugniamo gli attrezzi del mestiere e preferiamo la fatica attiva all’indolenza obbligatoria del terremotato.
Così, con la cifra di 150 mila euro con cui voi normalmente paghereste una casetta, noi possiamo costruirne sette; ma ricordate che no i abbiamo perso tutto e che lo Stato non ci sta aiutando, quindi anche quei pochi soldi che servono, per noi sono tantissimi.
Meglio la solidarietà diretta. Gli italiani sono già stati generosi ed hanno sottoscritto molti soldi per il terremoto; purtroppo però a noi è arrivata solo qualche tenda e molte chiacchiere. Questo ulteriore sforzo che chiediamo, invece, va direttamente da voi a noi: avrete nome e cognome di chi li usa, potete controllare su questo sito come procedono i lavori, soprattutto potrete partecipare alle decisioni.
Questi bilocali e trilocali ci permetteranno di non abbandonare Pescomaggiore in attesa della ricostruzione e di mantenere vivi i nostri rapporti sociali.

Ecovillaggio in Abruzzo - Pescomaggiore (AQ)
eva@pescomaggiore.org
http://eva.pescomaggiore.org



-Ultimi castellani cercasi

Siamo cinque nuclei familiari con membri di età compresa tra i 18 mesi e i 60 anni e abbiamo da poco acquisito un piccolo borgo a Castel Merlino sull'Appennino Tosco-Emiliano, a 36 km da Bologna e 78 da Firenze (vedi AAM Terra Nuova "Nascita di un cohousing" Aprile 2009). Il borgo, distante circa 1 Km dal centro abitato di Monzuno e circa 5 Km da quello di Vado dove c'è la Stazione FS (23 minuti di treno da Bologna), è costituito da 22 ha, quattro casolari in pietra di età compresa tra li XV secolo e XX, compresi spazi comuni per 300mq autorizzati da autocostruire insieme secondo i criteri del risparmio energetico e della bioedilizia. Cerchiamo due coppie o singoli per acquisire gli ultimi due appartamenti di circa 100 mq liberi. C'è la possibilità di ottenere un mutuo a tasso favorevolissimo!

Info: Marco 349 8358923, Giovanni 335 7409715, Roberta 340 3702934, Giovanna 3387423008


-L’erba sul tetto
L’idea è di costruire un modello visibile, alternativo alla civiltà dello spreco, dell’ inquinamento e dello stress, pur non essendo un’isola separata dal contesto globale – non una fuga dalla distruttività della civiltà dei consumi e dello sfruttamento cieco delle risorse della Terra, bensì una realtà posta ad esempio di come si possano realizzare pace e salute.
La ricerca costante della dimensione autentica dell’Uomo visto nella sua interezza materiale, psicologica e spirituale, sarà percorso e aspirazione per tutti i membri del villaggio.
Tutti insieme, famiglie e individui, pur mantenendo le loro libertà e individualità, potranno condividere risorse, spazi collettivi, servizi ed attività, cooperando in maniera solidale ai fini del bene individuale e comune: una struttura “familiare” dalla quale nessuno si senta escluso o emarginato.
Il nostro villaggio sarà caratterizzato da: ecosostenibilità, utilizzo di materiali naturali e risorse locali; durabilità, riusabilità e riciclabilità di tutti i beni; autoproduzione, autosufficienza: energetica, alimentare e idrica; ricerca, studio e sperimentazione in tutti i campi.

Info: Adriana tel 0187.840 510/ 347 7323 140 adriver@cdh.it, Rosanna-Marco 0583 983298/ 348 7917301 aldebaran.52@virgilio.it

lunedì 28 dicembre 2009

La vogliamo smettere di fare dell'allarmismo?

Commentando rapidamente l'articolo del Corriere "L'amicizia svuotata nell'era di facebook" che consiglio a tutti di leggere pur rigettando la conclusione disfattista: «L’immagine del vero amico, un’anima affine rara da trovare e molto amata, è completamente scomparsa dalla nostra cultura».
Una conclusione che mi fa venire in mente i "profeti di sciagure", una categoria di intellettuali che, agli esordi del fenomeno televisione, andavano ipotizzando scenari apocalittico-orwelliani di assoluto controllo sociale, eterodirezione e via discorrendo. La storia ha dato loro parzialmente ragione per quanto da quando esiste societa' complessa esistono controllo sociale ed eterodirezione, ieri (oramai) con la tv, oggi, in parte, con alcune espressioni di internet, andando indietro di qualche secolo con tanti altri mezzi, talora insospettabili. Pensiamo per un attimo all'oscurantismo del nostro medioevo ed alla manipolazione delle religioni istituzionalizzate che ha poi portato ad assunti semplicistici (la religione e' l'oppio dei popoli!). Io non so quanti amici abbia su Facebook. So che Facebook e' uno strumento come tanti altri per comunicare, trovare nuovi amici (sui 768 abominati dall'articolo in questione puo' anche darsi che due diventino le tanto idealizzate anime affini) e ri-trovarne di vecchi. Ci si puo' perdere con tutto, anche con un piatto di sanissimi spaghetti biologici se si hanno tendenze bulimiche. L'attitudine allarmista di pseudo-intellettuali spesso di matrice catto-comunista trovo debba essere, oggi,superata. In Italia dobbiamo imparare, una buona volta, ad essere piu' laici e meno manichei. E' una questione di organizzazione mentale, di prospettiva sul mondo, da diventare via via meno parrocchiana in una dimensione globalizzata. Ovvio dire che non ci debba mai abbandonare la consapevolezza e che se diventiamo facebook dipendenti e' perche' ci sono ben altre lacune nella nostra esistenza. Un ottimo antidoto a facebook, alle sue possibili degenerazioni, e' antico quanto il mondo: una maggiore prossimita' interpersonale (ecco il valore delle comunita' intenzionali e degli ecovillaggi anche solo da frequentare, nel momento in cui viverci puo' essee impresa impegnativa, finanche dei gruppi di acquisto se non diventano occasione, come spesso mi sembra accada, di comizi), del viaggio come momento di incontro di un altro non astratto ma in carne ed ossa, con tutta la vanificazione dei luoghi comuni che ne consegue, di una maggiore fisicita' (ecco una prospettiva in cui possono essere recuperati gli abbracci new age) ed in tanti altri modi.
Non rincoglioniamoci dietro a Facebook e prendiamoci qualche sana vacanza dalla rete ma, per cortesia, mandiamo anche in pensione certi modi parrucconeschi di fare informazione.

domenica 27 dicembre 2009

Uno youth camp a Sarvodaya.

Un breve report di Gabriele Mappa, studente di Scienze della Formazione a Bologna, volontario, in questi giorni, a Sarvodaya ed attivo in uno youth camp del movimento.

Gli youth camp sono un’attività organizzata dal Sarvodaya Shanti Scena Sansadaya.
Shanti Scena è un’attività distaccata, sia fisicamente che legalmente, dal Sarvodaya Movement, ma che allo stesso tempo ne è parte integrante. Questa unità, che ha anche il nome di Peace Brigate, è nata nel 1978 in risposta ai vari problemi che attraversavano lo Sri Lanka, primo tra tutti il sanguinoso conflitto etnico. Anche dopo il diluirsi della tensione, Shanti Scena Brigate ha continuato ad esistere ed a lavorare.
Il lavoro è incentrato sui giovani e le linee generali che muovono questa unità sono la non-violenza ( o Ahimsa ) e la risoluzione pratica dei conflitti e gli obiettivi possono essere così suddivisi:

• Promozione della pace, della cooperazione e dell’armonia di tutte le comunità in Sri Lanka attraverso lo sviluppo di attitudini e valori costruttivi;
• Migliorare lo stato di salute delle comunità rurali del Paese attraverso programmi educativi;
• Incoraggiare la protezione e il rispetto dell’ambiente;
• Promozione della risoluzione di problemi attraverso il training di risoluzione delle emergenze;
• Sviluppare le personalità dei giovani in modo che siano pronti per la loro futura posizione nella propria comunità e nella rete Sarvodaya in generale.

Per raggiungere questi obbiettivi lo staff di Shanti Scena ha una preparazione basata sulla filosofia della non-violenza, di leadership, di educazione alla salute, conservazione e sviluppo ambientale tramite conoscenze di energie alternative.
Svolgono quindi svariate attività che vanno dalla lezione sull’igiene al corso nutrizionista, dall’insegnamento di alcune tecniche agronomiche a lezioni di economia di base e micro-credito.
Un’attività molto importante sono, appunto, gli Youth Camp. Questi consistono in un incontro, della durata di tre giorni, di vari ragazzi e ragazze ( piu’ o meno un centinaio ) provenienti da diversi villaggi. La scelta dei villaggi è molto importante: si trovano sempre relativamente vicini tra loro ed hanno predominanze religiose diverse. Questo permette ai villaggi di avere vicini “ amici “ su cui contare in caso di bisogno e vi è inoltre un incontro-confronto tra i ragazzi con religioni diverse ( hindu, muslim, buddisti).
Il programma del campus è ben strutturato.
Il primo giorno vi è, nella mattinata, l’accoglienza dei ragazzi e delle varie rappresentanze (polizia, monaci buddisti o rappresentanti di altre religioni). Il pomeriggio passa tra una conferenza di presentazione e l’altra e l’intervento di importanti personalità del movimento.
Il secondo giorno iniziano le attività vere e proprie: i ragazzi vengono suddivisi in dieci gruppi misti ( ragazzi e ragazze di vari villaggi e si fanno alcuni giochi ice-break che consistono sia in giochi fisici in cui il gruppo si forma e si rinforza, sia in giochi che migliorino la conoscenza e la fiducia dei vari componenti all’interno del gruppo. Altro momento molto interessante è la presentazione. Difatti, essendo ragazzi provenienti da diversi villaggi, ma soprattutto di diverse religioni, vi è lo scoglio della lingua, in quanto alcuni parlano cingalese, la lingua nazionale, ma altri ( gli induisti soprattutto ) il tamil. Per rimuoverlo, i ragazzi vengono disposti a coppie uno di fronte all’altro e gli vengono lasciati una quindicina di minuti per presentarsi vicendevolmente, usando le poche parole che hanno in comune e sbizzarrendosi poi con disegni, sorrisi, occhiate, descrizioni mimiche delle parole…insomma trovando un linguaggio universale e impegnandosi uno a favore dell’altro per intendersi. La sessione sii chiude “ democraticamente’ con una canzone in tamil e una in cingalese. A questo punto si radunano un’altra volta tutti insieme, si compongono le file, si esegue l’alza bandiera e si canta l’inno nazionale srilankese.
Finito questo momento di ulteriore costruzione del gruppo viene aperto un piccolo dibattito sulla situazione odierna del Paese e sulle visioni future dei ragazzi: dibattito che sarà seguito da un momento artistico in cui vien richiesto di disegnare “lo Sri Lanka che vorresti tra dieci anni” ( nella successiva spiegazione dei disegni è venuto fuori uno Sri Lanka interreligioso, aperto al Mondo internazionale, economicamente fiorente, comunitario, senza frontiere linguistiche e, soprattutto, pacifico). Ultima attività della giornata: la costruzione della rete. Questo gioco consiste nel consegnare ad ogni gruppo 2-3 rotoli di filo: i ragazzi, disposti a cerchio, dovranno passarsi i gomitoli e costruire così una rete, come quella dei ragni. Costruita la rete un ragazzo o una ragazza, di solito il-la più gracilino-a viene fatto salire sulla rete e fatto saltare. Il significato di questo gioco è far capire che costruendo una rete tutti insieme, una rete solida, un grosso problema può essere risolto facilmente in virtù del supporto comunitario.
E anche il secondo giorno è finito ed il lavoro della formazione del senso comunitario è già a buon punto. Manca, tuttavia, la parte pratica: per questo il terzo giorno è dedicato al lavoro manuale. Tutti i ragazzi vengono impegnati in lavori che beneficino il villaggio ospitante: pulire le strade, eliminare le erbacce, ripulire i canali di scolo, riempire le buche nelle strade… e tutti lavorano insieme. Non vi sono attrezzi per tutti e questo è fatto perchè così si lavori a turno, diluendo la fatica.
La sera dell’ultimo giorno la si passa tutti insieme tra una canzone, un balletto o una rappresentazione teatrale.
La mattina dopo vi è un ultimo fugace incontro, giusto il tempo della consegna degli attestati di frequenza, un tè al volo e un nostalgico saluto tra amici.
Questo è quel che ho avuto modo di vivere in tre giorni di campo intensivo. Le persone che lo organizzano sono molto professionali e preparate. La sensazione che ne ho avuto è stata di un risultato tra i ragazzi molto positivo. Li ho visti difatti cambiare da una timidezza del primo giorno, ad un calore quasi esagerato dei due giorni seguenti. L’unica osservazione che ho da fare è che forse il ‘ militarismo” del componimento file, l’alza bandiere e l’inno nazionale potrebbe essere un po’ eccessivo, consapevole che, tuttavia, è comunque questione di punti di vista. Capisco, del resto, che il tutto “ faccia gruppo” e comunque parliamo di un Paese con una presenza militare ancoraggi molto sentita e presente. Nel momento lavorativo ho sentito veramente la sensazione di comunità; nessuno si è mai tirato indietro ad aiutare l’altro, ed appena si vedeva una smorfia di fatica o una goccia di sudore ognuno era pronto a mettersi in azione.

Chiunque volesse contattare Gabriele (belle ragazze in particolare; il ragazzo è momentaneamente single...) può utilizzare il seguente indirizzo e-mail gabriele.mappa@gmail.com

sabato 26 dicembre 2009

Per santo Stefano: una poesia di Tagore!

Teniamo eterei, in questi giorni, i toni di Viverealtrimenti. Per Santo Stefano vi proponiamo una poesia del grande poeta indiano, premio nobel per la letteratura nel 1913, Rabindranath Tagore. Viverealtrimenti ha già parlato di questo gigante nel seguente post. Per vedere alcune fotografie della scuola-ashram che ha fondato in Bengala, oggi prestigiosa istituzione educativa indiana dalle elementari all’università, consiglio una visita alla sezione “Oriente” del sito di Viverealtrimenti. Potete arrivare a leggere di Shantiniketan (“posto di pace”, scelto non a caso dal grande poeta) direttamente da qui.
Rinrazio Elena Budria, lettrice fissa di questo blog-magazine, per avermi spedito, con auguri affettuosi, questa bella poesia.
Buon santo Stefano da Viverealtrimenti!



A lungo durerà il mio viaggio


A lungo durerà il mio viaggio
e lunga è la via da percorrere.
Uscii sul mio carro ai primi albori
del giorno, e proseguii il mio viaggio
attraverso i deserti del mondo
lasciai la mia traccia
su molte stelle e pianeti.
Sono le vie più remote
che portano più vicino a te stesso;
è con lo studio più arduo che si ottiene
la semplicità d'una melodia.
Il viandante deve bussare
a molte porte straniere
per arrivare alla sua,
e bisogna viaggiare
per tutti i mondi esteriori
per giungere infine al sacrario
più segreto all'interno del cuore.
I miei occhi vagarono lontano
prima che li chiudessi dicendo:
"Eccoti!".
Il grido e la domanda: "Dove?"
si sciolgono nelle lacrime
di mille fiumi e inondano il mondo
con la certezza: "Io sono!".

venerdì 25 dicembre 2009

I regali di Viverealtrimenti.

Buon Natale a tutti!
Viverealtrimenti ha qualche regalo per voi. E' stato difatti aggiornato il sito, che lavora in sinergia con questo blog-magazine, con nuovi riferimenti per i girovaghi del vivere alternativo ed una sezione storica in cui potete trovare tutti i links ai post sino ad ora realizzati sulla storia del fenomeno comunitario.
Tra i riferimenti trovate: Ca' Favale, antico borgo ligure riadattato a comunità di matrice libertaria e la vicina (anche ideologicamente) esperienza de La cattiva strada.
Per restare in ambito "antagonista" trovate Cascine Preoccupate, "progetto trasversale tra centro sociale, casa occupata e comune" nell'alto Varesotto e, per spostarci nella "ecologia del profondo", il podere di Pratale, nell'entroterra di Gubbio, dove vivono da molti anni Etain e Martin animando una sorta di cangiante "caravanserraglio libertario".
Cambiando decisamente genere e regione, trovate Merigar, nella bassa Toscana (Maremma), il più importante centro europeo di Buddhismo Dzog Chen e la Fattoria Hare Krishna Gauramandala tra Roma e Viterbo.
Ce ne è se non per tutti i gusti, per i gusti di molti. Da nomade alternativo non posso che consigliare, pur con le dovute cautele: vagate, vagate...in fondo, chi è nato oggi ed è ricordato un po' in tutto il mondo era, prima di tutto, un nomade e forse non avrebbe mancato di visitare qualcuno di questi posti.
Un ultimo regalo: una mia vecchia poesia sul maestro Gesù (chiamandolo con il suo nome originale ebraico: Joshua), visto come "girovago del vivere alternativo" e non come "scassapastore":

Penso proprio che se Joshua tornasse oggi
si metterebbe il deodorante biologico nei sandali
e dovremmo correre a ripescarlo, spettinato
e sudatissimo, in un rave party di Goa.
Allora non sarebbe più lui un pescatore di anime
né tantomeno uno scassapastore,
e ci ritroveremmo sensuali alle nostre esistenze,
rapiti-trasognati in una coinvolgente storia…
…e Joshua sarà già ripartito e nessuno chiederà più di lui.

Per ritrovare Joshua in India ed a Srinagar, in Kashmir, clicca qui!

mercoledì 23 dicembre 2009

L'elefante si sta muovendo!

Con un pizzico di scetticismo condivido la mail ricevuta Avaaz.org con segnali un minimo incoraggianti per il dopo-Copenaghen.

Cari amici,
Copenaghen: il mondo in azione È stato un duro finale di una settimana sorprendente. Nelle negoziazioni protrattesi per tutta la notte a Copenhagen, i leader hanno raggiunto un debole accordo che non garantisce gli obiettivi necessari sulle emissioni di gas serra tali da prevenire un catastrofico surriscaldamento globale. L’accordo era maggiore riguardo i finanziamenti, ma non era vincolante, e non stabiliva alcuna scadenza urgente per firmare un vero accordo sul clima. Le grandi nazioni inquinatrici come la Cina e gli USA volevano un accordo debole, e campioni potenziali come l’Europa, il Brasile ed il Sud Africa non hanno combattuto con forza sufficiente per fermarli.
Ma mentre i leader hanno fallito ad entrare nella storia, la gente di tutto il mondo ci è riuscita. In migliaia di veglie, manifestazioni e proteste, centinaia di migliaia di telefonate, e milioni di firme delle petizioni, un movimento senza precedenti si è levato per questo momento. Dopo aver ascoltato il risultato dei colloqui, un membro dall’Africa ha scritto "Ci vuole molto per far muovere un elefante, ma quando ci si riesce è difficile fermarlo...l’elefante si sta muovendo..."
Nonostante il risultato, Copenhagen ha realizzato il movimento che può vincere la lotta per salvare il nostro pianeta. Clicca in basso per dire "Grazie" a tutte le altre fantastiche persone che hanno partecipato, guarda le foto, i video e i resoconti di ciò che abbiamo fatto nell’ultima settimana, e partecipa ad una chat in diretta, globale, multilingue, in traduzione immediata, dove tutti possiamo scambiare parole di saggezza per il cammino che abbiamo dinnanzi:

http://www.avaaz.org/it/after_copenhagen

Solo nell’ultima settimana, abbiamo organizzato migliaia di veglie ed eventi in 140 paesi, un’enorme petizione firmata da milioni di persone, e dozzine di campagne telefoniche nazionali che hanno fatto migliaia di telefonate. Abbiamo creato migliaia di articoli nei quotidiani, organizzato sit-in con una pacifica lettura della petizione di fronte ad importanti edifici governativi, e condotto diverse manifestazioni di alto livello ed eventi al vertice stesso.
Mercoledì il Primo Ministro inglese Gordon Brown ha richiesto una conferenza di emergenza con membri di Avaaz, dicendo a 3000 di noi: "Avete guidato in avanti l’idealismo del mondo...non sottovalutate l’impatto sui leader qui presenti". Il premio Nobel Desmond Tutu si è appellato a noi personalmente per raccogliere il testimone delle lotte passate e ormai storiche e non arrenderci mai.
Questo fine settimana abbiamo visto che la lotta per salvare il nostro pianeta non può essere vinta ad un singolo vertice. Ma abbiamo anche imparato cosa siamo capaci di fare, quando ci uniamo tutti insieme. Se resteremo insieme, niente ci fermerà.

http://www.avaaz.org/it/after_copenhagen

Con speranza e gratitudine,

Ricken, Ben, Paul, Alice, Luis, Milena, Iain, Pascal, Graziela, Paula, Benjamin, Veronique, Taren, Sam, Raj, Raluca, Yura, Saravanan, Vladimir, Josh, David e l’intero team Avaaz.

PS - Ci sono stati alcuni brindisi oggi a Copenhagen. I lobbisti dell’industria inquinante e le grandi imprese – coloro che hanno catturato le nostre democrazie e diviso i nostri leader -- celebravano la loro vittoria. Hanno agito tranquillamente nell’ombra, ma le loro voci erano chiare e forti nelle orecchie di alcuni politici. Mentre bevevano il loro champagne la loro unica preoccupazione possiamo essere stati noi – il potenziale del nostro nuovo movimento a propulsione umana. Infatti, stanno già lanciando un tentativo di ridurci al silenzio, e la prossima settimana, porteremo la nostra lotta nel cuore di questa potente lobby di contaminatori- controllate la posta elettronica....

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CHI SIAMO
Avaaz.org è un'organizzazione non-profit e indipendente, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa "voce" in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra. +1 888 922 8229

Clicca qui per avere maggiori informazioni sulle nostre campagne.

Non dimenticare di andare a vedere le nostre pagine: Facebook, Myspace e Bebo.

martedì 22 dicembre 2009

Il Buddhismo in Italia. Un E-Sangha italiano.

Ho il piacere di condividere con i lettori di Viverealtrimenti alcuni link utili della grande e variegata comunità buddista italiana. Mi sono stati inoltrati da Marco Sonam Tashi (Fondatore "Buddhismo Italia") e YogaChakra (Responsabile Rete Sociale Multifunzione). Un buon network buddista, in rete, è senz’altro necessario dunque, da appassionato di storia delle religioni e membro della Società Teosofica, non posso che dare il mio piccolo contributo divulgativo. Personalmente ho visitato e documentato, sul mio sito viverealtrimenti.com, tre posti cruciali nella tradizione buddista: Lumbini, nel sud del Nepal, luogo di nascita di Gautama Siddharta, Bodhgaya, nello stato indiano del Bihar — dove ebbe l’esperienza della bodhi, della “comprensione” (la radice sanscrita budh sta per “intelletto” per quanto sappiamo che la sua “comprensione” non sia stata un atto banalmente intellettuale) o “risveglio”, l’equivalente italiano dell’inglese awakaning. In questo periodo sono particolarmente propenso ad usare quest’ultimo termine perché rappresenta la traduzione ufficiale del singalese sarvodaya (awakening of all; risveglio di tutti) che, come i lettori fissi di Viverealtrimenti sapranno, identifica la più importanza ONG in Sri Lanka, affiliata al GEN ― e Sarnath, a 17 chilometri da Varanasi, ancora in India del nord, dove il Buddha tenne il suo primo sermone, fondando, di fatto, il buddismo ed “avviando la ruota del Dharma”.
Venendo, infine, ai link, mi auguro che i lettori di questo post ne possano trarre il massimo beneficio e, per parte mia, non posso che concludere con una invocazione di una meditazione buddista praticata a Sarvodaya:

Possano tutti gli esseri essere liberi da dispiacere,
possano tutti gli esseri vivere in buona salute, liberi da malattie,
possano tutti gli esseri liberarsi dai propri attaccamenti morbosi,
possano tutti gli esseri vivere felici!


Per la guida sul buddhismo:
http://buddhismoitalia.forumcommunity.net/?t=18709664
L´indice centri e gruppi buddhisti in italia:
http://buddhismoitalia.forumcommunity.net/?t=22215410
Il nostro canale youtube:
http://www.youtube.com/user/Buddhismo

Il gruppo Buddhismo Puglia Facebook:
http://www.facebook.com/group.php?gid=58109211551

Progetto per la creazione di un centro buddhista a GENOVA:
http://www.facebook.com/group.php?gid=58109211551#/pages/Nuovo-Centro-di-Dharma-a-Genova/376399825005?ref=ts

lunedì 21 dicembre 2009

Storia del fenomeno comunitario: Volute comunitarie sulle ali del socialismo utopistico.

«In Socialismo utopistico e scientifico, Friedrich Engels diede una definizione marxista alla parola “utopistico” che è poi stata ampiamente accettata. Mentre fino allora un’utopia veniva considerata come una immaginaria repubblica ideale la cui realizzazione era impossibile o difficile, Engels le diede un significato molto più ampio e incluse tutti i progetti sociali che non riconoscevano la divisione della società in classi, l’inevitabilità della lotta di classe e della rivoluzione sociale»(Maria Luisa Berneri, Viaggio attraverso utopia, edizione a cura del M.A.I., Carrara, 1981, p. 241).

Il socialismo utopistico si sviluppa nelle prime decadi del diciannovesimo secolo. In Francia — su ispirazione soprattutto di Henri de Saint-Simon (1760-1825), Charles Fourier (1772-1837) ed Etienne Cabet (1788-1855) ― ed in Inghilterra, dove emerge la figura del filantropo gallese Robert Owen (1771-1858), il cui lavoro (come nei casi di Fourier e di Cabet) avrà modo di fiorire negli Stati Uniti.
Consideriamo brevemente i personaggi citati, in relazione al loro influsso sugli esperimenti comunitari.
Henri de Saint-Simon viene considerato il fondatore del socialismo francese, un importante teorico della filosofia positiva e propugnatore di un approccio scientifico ai problemi politici e sociali.
Di cruciale importanza è stata la sua influenza sull’allievo Auguste Comte (1798-1857), autore del celebre Corso di Filosofia Positiva, “padre” del positivismo nonché fondatore, in primo luogo a livello nominalistico, della sociologia.
Il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato, in una società gestita all’insegna della scienza e del progresso, erano una delle priorità della visione Sansimoniana, anche in relazione alla sua lettura “socialista” del messaggio evangelico. Alla morte del filosofo francese, nel 1825, prende corpo un vero e proprio movimento sansimoniano, con una consistente opera di proselitismo (molto a mezzo stampa) che porta, nel giro di pochi anni, a circa 40000 il numero degli aderenti. Il movimento coinvolge, pur “esternamente”, intellettuali del calibro di Johann Wolfgang von Goethe e John Stuart Mill fino ad influenzare il nostro Giuseppe Garibaldi.
La focalizzazione sugli aspetti mistico-religiosi del sansimonismo guida, nel 1831, una scissione tra i suoi seguaci, capeggiata da Barthélemy-Prosper Enfantin, “Père Enfantin”, precursore della teoria del “libero amore”.
Questi fonda a Ménilmontant, un’area successivamente assorbita dalla municipalità di Parigi (poco distante dal celebre cimitero di Père Lachaise), una comune paradossalmente celibataria, di cui dà un’interessante ― per quanto rapida — descrizione la scrittrice Anna Klumpke in Rosa Bonheur: the artist’s (auto)biography:

«La casa di Ménilmontant era concepita come una sorta di seminario dove gli apostoli stavano preparandosi per la loro missione gloriosa. Dunque, come gli apostoli di Cristo, dovevano spargere la “buona novella” ai quattro angoli della terra. I discepoli della nuova religione erano quasi tutti giovani uomini robusti, con barbe superbe e con indosso divise davvero pittoresche: pantaloni bianchi e maglia rossa, oltre ad una tunica blu, tendente al viola. Un particolare curioso ci mostra quanto loro tenessero al valore simbolico del completo: la maglia aveva i bottoni dalla parte della schiena, di modo che nessuno potesse vestirsi da solo. Questo era il loro memento quotidiano della necessità della fratellanza».
[…]
« Malgrado Enfantin continuasse ad invocare l’arrivo di un messia donna oltre a rivendicare la totale emancipazione del sesso femminile, le donne occupavano una posizione paradossale dopo lo scisma del 1831. Erano state rimosse dai cruciali gradi gerarchici. Nessuna donna, nemmeno le mogli dei sansimoniani importanti, coinvolte attivamente nel movimento, potevano partecipare all’esperienza comunitaria. A Ménilmontant il modello monastico era applicato quasi alla lettera; erano dunque previsti un celibato apostolico e la separazione di mariti e mogli era assunta come permanente. Questo causò, naturalmente, perplessità e dolore a molte donne» (Anna Klumpke, Rosa Bonheur: the artist’s (auto)biography, Gretchen Van Slyke, 2001, pp. 96-97, traduzione mia).

L’esperimento ha termine nel maggio 1832 con l’imprigionamento di Père Enfantin per truffa, per aver fondato, illegalmente, una società segreta ed incoraggiato pratiche contrarie alla pubblica moralità.
Tuttavia, anche l’esperienza di Ménilmontant non passa senza lasciare traccia. Ritroviamo difatti il nome, ad enfatizzare uno stile di vita comunitario, in un gruppo jazz contemporaneo, creato dal sassofonista afro-americano, residente a Parigi, Steve Potts: la Ménilmontant street band.

Poco più giovane di Saint Simon, Charles Fourier nasce a Besançon, nella Francia orientale. Influenzato dai filosofi illuministi, in particolare da Jean Jacques Rousseau, dichiara di aver scoperto, nel 1799, una scienza dell’interazione umana che può avvalersi del “calcolo dell’attrazione passionale”. Sostiene esistano dodici tipi di sensazioni/emozioni/passioni, partendo da quelle riconducibili agli organi sensoriali, attraversando l’amicizia, l’ambizione, l’amore ed il “senso della famiglia” sino a giungere al “cabalismo” (attitudine competitiva), allo “sfarfallare” (il bisogno di variare le proprie attività e frequentazioni) e ad una passione “composita”, risultante da un’integrazione di piaceri fisici e spirituali.
Combinando queste dodici sensazioni/emozioni/passioni è possibile ricavare, a parere di Fourier, ottocentodieci possibili personalità umane.
Ad una classificazione degli uomini, Fourier ne accosta una di natura storico-sociale, ritenendo il genere umano debba attraversare sei stadi prima di giungere ad una società ideale che possa rispondere, legittimamente, al nome di “Armonia”.
La realizzazione di primi nuclei di società armonica prevede, a parere di Fourier, la creazione di strutture produttive (falangi) collegate, ciascuna, ad una struttura abitativa (falansterio).
Falangi e falansteri diventano dunque le due facce della comunità fourierista (in cui vengono valorizzate l’agricoltura non estensiva, la floricoltura e l’artigianato, lasciando solo un piccolo spazio all’industria, sono dunque l’espressione di un’utopia “pastorale” più che industriale) in cui è previsto vivano, su circa quattrocento ettari di terra, milleseicentoventi abitanti: due per ciascun tipo di personalità umana.
Nelle comunità fourieriste le occupazioni, in coerenza con l’attitudine allo “sfarfallare”, devono cambiare, per evitare di cadere nell’alienazione, i costumi sessuali devono essere “liberati” ed i bambini allevati dal nucleo comunitario.
Fourier ritiene debba essere la passione — usando un termine freudiano: l’eros ― a guidare la scelta del lavoro di ciascuno, lasciando i lavori più semplici ai bambini (che possono trovare divertente farli) e quelli meno piacevoli a chi sia disposto, momentaneamente, a sacrificarsi per un salario più elevato.
Nel momento in cui la repressione delle passioni umane (che si prevede vengano utilizzate, come abbiamo visto, in modo creativo) viene condannata, ampio spazio viene lasciato alle attività ludiche: balli, banchetti, spettacoli.
La comunità fourierista, una piccola città-giardino, non è comunista o egualitaria, pur in presenza di cibo, case ed altri beni essenziali garantiti dalla falange. Le retribuzioni di ciascun individuo, erogate ancora dalla falange, sono oggetto di calcoli che prevedano, accanto al compenso per il lavoro svolto, una percentuale in relazione al capitale personale (in modo da promuovere una moderata redistribuzione della ricchezza; i più poveri hanno difatti diritto ad una percentuale più alta) ed una in relazione al talento di ciascuno (per non trascurare un po’ di sana meritocrazia, valorizzata nel pensiero fourierista).
Fourier non ha modo di veder realizzato il suo sogno. Non manca, tuttavia, chi lo realizza per lui. Si chiama Albert Brisbane (1809-1890), uno studente di una famiglia di mercanti di New York, simpatizzante sansimoniano prima di convertirsi, appassionatamente, al fourierismo.
Attraverso la pubblicazione di libri e giornali riesce a coinvolgere migliaia di persone di varia estrazione culturale e religiosa, pacifisti, socialisti, eccetera.
Oltre venti comunità fourieriste vengono fondate, negli Stati Uniti, nel corso degli anni quaranta dell’Ottocento. La più celebre è, probabilmente, Brook Farm, nel Massachusetts. Poche tra queste superano gli anni cinquanta dello stesso secolo e, comunque, non sopravvivono a lungo.
L’influenza di Fourier rimane tuttavia viva e non solo in ambito comunitario (dove verrà espressamente citato ― come uno dei propri “maestri” — da John Humphrey Noyes, fondatore della celebre comunità di Oneida, ancora negli Stati Uniti, di cui si parlerà più avanti). I suoi principi verranno ripresi da architetti del calibro di Le Corbusier oltre che in molti progetti contemporanei di co-housing, in particolare per la valorizzazione di spazi da fruire in comune.
Credo meriti anche segnalare il comune di Campomaggiore, in provincia di Potenza, presentato come “il paese dell’utopia sociale” perché progettato e realizzato, fra la fine del Settecento ed i primi decenni dell’Ottocento, in linea con principi fourieristi ed oweniani.
L’architetto Giovanni Patturelli, allievo di Luigi Vanvitelli (progettista della Reggia di Caserta), aveva difatti concepito il paese come una falangeria per 1600 abitanti, con una struttura perfettamente a scacchiera. Era stato anche previsto che un certo numero di terreni venisse dato ai contadini (il Conte Teodoro Rendina, sui cui possedimenti si trovava Campomaggiore, emanò un editto in virtù del quale tutti coloro che vi si fossero trasferiti avrebbero avuto diritto ad “una casa e due tomoli di terreno”). La piccola “utopia lucana” vede dunque la luce, il paese si popola (nel 1884 conta circa 1500 persone) e prospera finchè un inarginabile evento franoso, nel 1885, distrugge il sogno di una “cittadina ideale”.
L’antico borgo, tuttavia, oltre ad essere ancora visitabile, è attualmente oggetto di una lavoro di rivalutazione e valorizzazione come cornice suggestiva per eventi mondani e culturali .
Last but not least, l’anarchico italiano Giovanni Rossi, esplicitamente influenzato anche dai testi di Fourier, promuove nello stato del Paranà, in Brasile, un esperimento di comunità libertaria tra il 1890 ed il 1894. Questo prende il nome di Colonia Santa Cecilia ed arriva a coinvolgere circa duecentocinquanta persone, persuase della validità della dottrina del libero amore.

Consideriamo ora l’ultimo dei pensatori francesi cui si è accennato in apertura di paragrafo: Etienne Cabet. Repubblicano convinto, protagonista dei moti parigini del 1830, è il primo pensatore a parlare, sistematicamente, di comunismo. Rispettivamente nel 1840 e nel 1845 pubblica i due opuscoli: Il mio credo comunista e Perché io sono comunista.
La sua opera più importante, tuttavia, ispirata anche da un suo periodo di vita in Inghilterra, dove ha modo di confrontarsi con il lavoro di Robert Owen, è Voyage en Icarie, fatta circolare in edizione clandestina nel 1840 e pubblicata ufficialmente due anni dopo. Conosce subito un buon successo; ne vengono stampate cinque edizioni ed è tradotta in diverse lingue.
Vi troviamo quella che può essere considerata una sorta di “frase-manifesto” del successivo movimento comunista — «ciascuno ha il dovere di lavorare lo stesso numero di ore al giorno, secondo i propri mezzi, e il diritto di ricevere una parte eguale di tutti i prodotti, secondo i propri bisogni» ― che contribuisce a rendere famoso il suo autore come “apostolo di un comunismo gradualista (che, sosteneva, avrebbe contagiato un numero crescente di persone attraverso l’esempio pratico) e pacifico”.
Maria Luisa Berneri, in Viaggio attraverso utopia, cita alcuni brani dell’opera in questione, ovvero del mondo ideale (Icaria) sognato da Cabet:

«Icaria è convenientemente isolata dal resto del mondo […]. È divisa in un centinaio di province, più o meno uguali per dimensioni e per popolazione. Ogni provincia è divisa in dieci comuni della stessa grandezza all’incirca. Il principale capoluogo è situato approssimativamente al centro della provincia e le città al centro del comune. Ogni comune comprende, oltre alla città, otto villaggi e molte fattorie, proporzionatamente disseminate sul suo territorio. Un’estesa rete di strade, ferrovie e vie d’acqua collega ogni parte del paese.
[…]
Ogni cosa ad Icaria è fatta col più scrupoloso rispetto per la simmetria. Tutte le strade sono rettilinee e ampie. Cinquanta strade principali percorrono la città parallelamente al fiume e cinquanta le intersecano perpendicolarmente. Tra le strade ci sono delle piazze con meravigliosi giardini e tutte le case hanno giardini sulla parte posteriore, che vengono coltivati dalle famiglie cui appartengono.
[…]
Ogni cosa è attentamente pianificata dallo stato con l’aiuto di esperti e dopo consultazione con l’intera nazione.
[…]
Ogni cosa è stata fissata dalla legge, dalla massa delle città al modello dei capelli, dal rigido orario al menu per ogni giorno della settimana
»(Maria Luisa Berneri, Viaggio attraverso utopia, op. cit., p. 258).

Tutto, dalla proprietà personale degli abitanti che Cabet ama definire “soci”, ai prodotti agricoli ed industriali, rientra in un unico capitale sociale.
L’organizzazione politico-istituzionale, ad Icaria, è un misto di democrazia diretta e rappresentativa.
Esiste una Rappresentanza popolare, composta da duemila deputati ed un’unica camera.
A loro il potere di predisporre la costituzione e le leggi per il popolo.
Esiste poi un Esecutivo, composto da un presidente e 15 membri, completamente subordinato all’organo legislativo.
Il popolo si esprime nelle sue assemblee, ove può discutere le leggi «prima e dopo le deliberazioni dei suoi rappresentanti» .
Sia la Rappresentanza popolare che ogni assemblea comunale si dividono in 15 Comitati principali per gestire, ciascuno, i diversi affari (costituzionali, educativi, produttivi, ecc…) della vita collettiva.
Nel 1848 prende corpo una prima colonia icariana negli Stati Uniti, a Nauvoo, in Texas, mentre in Francia il movimento cabetiano è arrivato a coinvolgere alcune centinaia di migliaia di persone. Seguono altri sette esperimenti sociali icariani ma il numero dei membri si va gradualmente assottigliando fino alla completa estinzione, nel 1898. Contrariamente a Fourier, che non ha modo di vedere realizzata la sua utopia, Cabet muore troppo presto, nel 1856, per assistere alla graduale dissoluzione del suo nucleo di società ideale.

Passiamo ora la Manica e raggiungiamo, idealmente, Newton, cittadina del Galles dove, sul calare del Settecento, troviamo giovanissimo — penultimo figlio (il sesto) di un sellaio e maniscalco — colui che è stato unanimemente riconosciuto come uno dei massimi e più propositivi esponenti del movimento operaio britannico: Robert Owen. Il ragazzo è particolarmente dotato e dunque diventa presto un businessman di successo a Manchester, nel mondo del cotone.
L’amore per la futura moglie, Caroline Dale, lo porta in Scozia, a New Lanark, un villaggio sorto attorno ad un cotonificio (il cui proprietario è David Dale, padre di Caroline) in cui vivono e lavorano, come operai, circa 2000 persone, un quarto dei quali bambini provenienti dagli orfanotrofi delle vicine Edimburgo e Glasgow.
Robert Owen amministrerà il cotonificio per circa 25 anni (dal 1800 al 1825), compiendo una trasformazione radicale, abolendo il lavoro minorile e le punizioni corporali, provvedendo ai lavoratori buoni alloggi, istruzione, buoni prodotti nello spaccio del villaggio (venduti a prezzi ragionevoli e dove la vendita di alcolici viene rigorosamente controllata) ed un servizio sanitario gratuito. In una parola: una vita più umana; un’utopia per una classe operaia ancora poco sindacalizzata ed organizzata in un movimento internazionale.
New Lanark diviene dunque un insediamento produttivo-modello, da un certo punto di vista si rivela un successo anche sul piano commerciale ed è oggi un sito patrimonio-dell’umanità.
Durante il suo periodo nel villaggio/cotonificio scozzese, Owen tratteggia i lineamenti fondamentali del suo pensiero. Li ritroviamo nel suo A New View of Society, or Essays on the Principle of the Formation of the Human Character,Preparatory to the development of a plan for gradually ameliorating the condition of mankind, pubblicato a Londra nel 1816 e risultato di una rielaborazione ed aggiornamento di testi pubblicati tra il 1812 ed il 1813. Centrale la sua concezione dell’ambiente, dunque del contesto politico/economico/sociale, nella formazione del carattere dell’individuo, ragion per cui nessuno sarebbe responsabile dei propri desideri e delle proprie azioni perché l’indole di ciascuno avrebbe preso corpo a prescindere da lui. Di qui, la necessità di un ambiente “sano” e dell’investimento in capitale umano. Owen appunta, inoltre, l’attenzione sul sistema produttivo, sostenendo vada valorizzato l’artigianato più del lavoro in fabbrica e che lo sfruttamento feroce dei lavoratori e l’esasperazione della concorrenza rappresentino degli eccessi inutili per un buon funzionamento dell’industria.
Di qualche anno successiva la sua “tesi politico-comunitaria”, che identifica nel decentramento delle collettività in tante, piccole, comunità un buon antidoto alla povertà ed alle peggiori piaghe sociali: analfabetismo, alcoolismo, disoccupazione.
Precisamente, avendo sullo sfondo l’esperienza di New Lanark, sostiene si debbano moltiplicare comunità di massimo 3000 abitanti, su tenute di 4-6 chilometri quadrati. Lo spazio residenziale dovrebbe essere un unico edificio quadrato con cucine e mense comuni ed appartamenti familiari privati.
I bambini verrebbero cresciuti, dopo i tre anni di età, dalla comunità — un po’ come nei falansteri di Fourier ― mentre il lavoro (in primo luogo quello agricolo, senza togliere spazio al maggior numero possibile di occupazioni) ed i profitti dello stesso sarebbero comuni.
Più comunità dovrebbero federarsi tra di loro — creando organismi federativi di decine, centinaia di unità — essendo ciascuna, auspicabilmente, autosufficiente.
La concezione di comunità autogestite, liberamente federate tra di loro avrà, qualche decennio più tardi, una buona fortuna nel pensiero anarchico.
Gli affari interni delle comunità di Owen dovrebbero essere di pertinenza del Consiglio Generale, composto da comunitari con età compresa tra i 30 ed i 40 anni.
Degli affari esterni, invece, si dovrebbe far carico un altro consiglio generale, composto questa volta da tutti i membri tra i 40 ed i 60 anni.
L’esperimento sul campo di Owen ha luogo nell’Indiana (Stati Uniti) dove inaugura, nel 1826, New Harmony.
Scrive Ronald Creagh, autore di Laboratori di utopia, a proposito della “comunità modello” concepita dal filantropo gallese:

«[New Harmony] rifiuta i fondamenti socio-culturali dell’ordine americano: la religione, il matrimonio e, ancora peggio, la proprietà privata. La sua rivendicazione dell’uguaglianza dei sessi, la sua volontà di laicizzare la vita pubblica, la sua rivoluzione permanente le conferiscono, per l’epoca, un’immagine di avanguardia libertaria. Se per molti aspetti essa può rivendicare il ruolo di precorritrice, per altri non è mai stata superata: una pedagogia che rifiuta la divisione tra lavoro intellettuale e manuale, un’associazione che riunisce i più grandi intellettuali americani dell’epoca insieme ai contadini e agli operai. Si direbbe un sogno!» (Ronald Creagh, Laboratori di utopia, Eleuthera, Milano, 1987, p. 13).

Il “laboratorio di utopia’, tuttavia, fallisce un paio di anni dopo. Alcuni sostengono per l’eccessiva eterogeneità delle persone coinvolte. L’anarchico individualista Josiah Warren, coinvolto nell’esperimento comunitario, ricondusse invece le ragioni del fallimento alla mancanza di sovranità individuale e di proprietà privata.
Di ritorno a Londra, Owen si dedica all’organizzazione delle Trade Unions e, successivamente, di cooperative di consumo per i lavoratori.
Ispira nuovi esperimenti comunitari nel Regno Unito ed in Irlanda che, tuttavia, non reggono alla prova del tempo.

domenica 20 dicembre 2009

Dopo Copenaghen: potenziare il network degli ecovillaggi!

Il summit sul clima a Copenaghen e’ stato, a detta di molti, “un fiasco totale”. Obama, dal canto suo, nobilita quel che e’ stato ottenuto, parla di “storico accordo con Cina, India, Brasile e Sudafrica […] non sufficiente per combattere il cambiamento climatico” ma che rappresenta, comunque, “un importante primo passo”.
L’intesa raggiunta a Copenaghen non menziona alcun dato sui tagli a CO2 né a medio né a lungo termine; l’accordo è stato realizzato solo sui fondi da garantire ai paesi più poveri per investire in tecnologie verdi (“aiuti per 30 miliardi di dollari entro il 2012”).
La frustrazione è, comprensibilmente, palpabile, soprattutto da parte dei paesi maggiormente a rischio per il surriscaldamento del pianeta, l’arcipelago di Tuvalu, nel Pacifico, in testa.
A fronte di questo, Viverealtrimenti cerca, come sempre, di cogliere gli aspetti meno negativi e più promettenti. Questi vengono da uno studio menzionato dal movimento degli ecovillaggi danesi (il Løs) che, in occasione del summit di Copenaghen, ha preparato un bellissimo magazine telematico. Lo studio, realizzato dal Pöyry Group (fondato in Finlandia nel 1958, presto presente, con propri uffici e succursali, in diversi paesi europei, negli Stati Uniti, in Sud America, nel Sud-Est Asiatico ed in Australia e specializzato in consulenza ambientale) ha dimostrato ― cito da un articolo, di Kai Hansen, del magazine ― “che gli ecovillaggi danesi hanno un’emissione del CO2 del 60% inferiore alla media nazionale” (già di per sé esemplare, nella panoramica internazionale). Quello danese è il caso più interessante ma, stando allo stesso studio, tre ecovillaggi presenti rispettivamente negli Stati Uniti, in Ungheria ed in Gran Bretagna possono vantare valori di emissione di CO2 più che dimezzati rispetto alle rispettive medie nazionali.
Il GEN”, scrive Kai Hansen, “ha sempre sostenuto che il cambiamento negli stili di vita è una chiave di volta nella riduzione della pressione sugli ecosistemi senza per questo sacrificare nulla di una buona qualità di vita” (di cui in Danimarca sanno essere maestri).
Il problema del riscaldamento del pianeta e dei contraccolpi ecosistemici del mondo attuale è spaventosamente complesso per additare facili ricette. Tuttavia, credo che, forti di questi dati, gli ecovillaggi possano contribuire sempre di più ad un processo di compatibilizzazione tra benessere e rispetto ambientale. Per questo è importante che lavorino, ogni giorno di più, in rete, che si parli sempre di più delle loro esperienze, che la divulgazione dei loro punti di forza sia sempre più ampia e consistente.
Fritjof Capra, nel corso di un’intervista che ho avuto l’onore di fargli nel 2005, mi disse che, a suo parere, gli ecovillaggi non potevano rappresentare, da soli, una soluzione per il futuro del pianeta ma che potevano essere una buona fonte di ispirazione, con il loro lavoro di avanguardia, per la conversione ecologica di “comunità spontanee” ― borghi, paesi, cittadine —, metropoli e megalopoli e per la promozione di uno stile di vita globalmente più sostenibile.

sabato 19 dicembre 2009

«Ma sullo yoga sbagliamo tutti!».

Credo sia giunto il momento di ridare fiato all'anima teoretica e filosofica di questo blog-magazine, riportandoci nel "Grande Oriente". Di seguito un vecchio articolo di Livia Manera, comparso su La Stampa il 10 dicembre 1995 sul libro di Elémire Zolla Le tre vie, presentato direttamente dall'autore. L'articolo mi venne spedito da Gianfranco Bertagni, autore del sito in quiete, di cui consiglio a tutti una visita.

Un convegno a Lucknow, un volo sopra il verde luccicante della piana del Gange interrotto dalla macchia bianca del Taj Mahal e poi Benares, dove li attendono cibo castigato e “calma inespugnabile”.
Così Elémire Zolla e sua moglie giungono, molti anni fa, all’università indù dove la facoltà di filosofia è divisa in due insegnamenti separate, l’Advaita Vedanta ed il Tantra. Nell’uno si ragiona, nell’altro il ragionare rinvia a una ginnastica ed a un’erotica. E qui — qui e nelle campagne circostanti, i cui monumenti visita con un eruditissimo monaco thai — il grande studioso di religioni e sincretismo si lascia assorbire dai pensieri su tre sentieri che si aprono all’indù, a cui un giorno dedicherà un libro.
Si tratta di Le tre vie, per la piccola biblioteca Adelphi, che esplora tre distinte maniere di giungere alla liberazione, scopo ultimo e massimo dell’esistenza nella filosofia indù.
«La liberazione è una trasformazione totale dell’uomo, che si scioglie non soltanto dai doveri — quello sarebbe molto semplice, lo fa anche il criminale — ma si liberaa da qualunque istinto, da qualunque forza dell’inconscio che possa minacciarlo», spiega pacatamente Zolla nella sua casa di Montepulciano dove da anni conduce un’esistenza da studioso cosmopolita. «È il presupposto di una concezione perfettamente razionale della realtà. È anche il presupposto di una vita sensata».
Per la filosofia indù, infatti, l’uomo liberato avrà assolto tutti i suoi doveri, verso la società — procreando, lavorando, assestando la famiglia — prima di affrancarsi dalle infinite coazioni che affliggono l’esistenza di tutti. E allora, spoglio e dimentico, vivrà in pieno, senza ostacoli, tutt’uno con il nucleo di felicità che nel corso dell’esistenza affannosa l’ha sorretto. Libero, dunque, non solo dagli obblighi ma anche dall’istinto che fa scattare la presa, l’istinto che annebbia, infervora, accende i tormenti del desiderio. «Chi giunga a questa sconfinata apertura sulla vita — scrive Zolla — sarà simile a chi detenga la somma del potere; abbia a disposizione l’intera estensione del lecito e dell’illecito, abbracci con sguardo imperiale la verità documentata e quella, più importante, di cui non resta traccia…».
Non volendo aggiungere nemmeno una virgola a quello che Mircea Eliade ha scritto sullo yoga, via per eccellenza alla liberazione, Zolla sceglie di concentrarsi dunque sul metodo di tre vie alternative — conoscenza, devozione e tantrismo — che corrispondono a tre tipi umani: il razionale, il sentimentale e l’uomo soggetto s furiose passioni. Ma che cosa induce a sceglierne una in particolare? «È l’istinto — risponde Zolla —. È uno scatto che non si è nemmeno meditato».
Parla con un leggero accento toscano, tradendo talvolta di pensare in inglese, lingua di sua madre in cui ha scritto parte di questo libro nell’arco di quindici anni, mentre dava alle stampe una quantità à di altri saggi tra cui Archetipi, I letterati e lo sciamano, Uscite dal mondo e Lo stupore infantile.
Molti anni fa Mario Praz lo chiamò a Roma a insegnare letteratura nord-americana all’Università della Sapienza, ma quando Zolla gli mandò un suo libro in cui parlava del controllo dei sogni che I tibetani conoscono perfettamente, Praz, che non riteneva una simile ipotesi ammissibile, s’indispettì e ruppe l’amicizia. Fin da allora, convinto che la conoscenza razionale sia insufficiente senza la frequentazione di un sapiente, Elémire Zolla è andato alla ricerca di maestri, di sciamani e li ha trovati tra gli studenti della cabala o del sufismo, tra gli iniziati del Tao e dello zoroastrismo, insomma in quell’universo di culti e miti da sempre ignorati dagli intellettuali d’Occidente.
Ne Le tre vie ricorda che è dal 1789 che in Europa va crescendo la diffusione del pensiero indiano, da quando alcuni suoi testi entrarono a far parte della British Library.
«Fu Sir William Jones a farli conoscere — dice —, un giovanotto molto intelligente, di straordinaria rapidità nell’imparare le lingue orientali. Dopo aver appreso il persiano ed il sanscrito, cominciò a interessarsi della filosofia Indiana e riuscì a farsi mandare in India dalla Compagnia delle Indie. Si portò dietro alcuni amici, con I quail fondò la Società per gli Studi Orientali di Calcutta. E si mise nella condizione di discepolo di alcuni saggi kashmiri, imparando tutto quello che era possibile in quegli anni. Poi iniziarono le guerre napoleoniche e buona parte di questi giovani tornarono in Inghilterra con mille difficoltà. E da quel momento in poi si può dire che l’India cominciò a far parte della cultura europea».
Ma la diffusione della cultura indiana, soprattutto in Inghilterra, racconta Zolla, è stata soggetta a cicli di innamoramento e freddezza.
«Dopo il primo entusiasmo, il governatore dell’India Macauly tentò di imporre lo studio del latino e del greco scoraggiando il sanscrito, cosa che spinse gli indiani a creare l’Università di Benares come reazione all’imposizione inglese». E lo stesso ciclo di entusiasmo seguito da freddezza lo si ritrova in T.S. Eliot e Friedriech Schlegel, entrambi i quali, dopo un’opera influenzata dall’India, si volgono al cattolicesimo in modo molto chiuso e diffidente. «Persino sir William Jones, spaventato dall’idea che la filosofia indiana potesse avere un effetto rivoluzionaro e indebolire l’Occidente, ha un moto di paura».
Tuttavia è un fatto che la filosofia nata dal buddismo e dall’induismo si sia rivelata più ammaliante di quella di tradizione greca, toccando in California, negli Anni 70, il culmine della sua popolarità.
«Questo si spiega — dice Zolla — col fatto che è la coerenza assoluta. Non c’è una maglia di questa dimostrazione che non tenga pienamente, quando si sia accettata la premessa. Ora questo è un esame logico che non tiene per nessun sistema diverso. In tutti c’è il punto in cui si smaglia la costruzione, persino nella meravigliosa logica di un sistema come quello di Leibniz. E poi c’è anche il fatto che alcune menti erano semplicemente stanche delle proposte ideologiche a cui era ridotta la filosofia ad un certo punto. Questo è il momento in cui Huxley e tutti i suoi amici, Isherwood e gli altri, si convertirono filosoficamente all’induismo, sazi di ideologizzazioni europee».
In quel momento cominciò a diffondersi su larga scala anche lo yoga. Ma Zolla ci ricorda che a dispetto dello splendido saggio che ad esso ha dedicato Mircea Eliade nessuno in Europa lo consoce veramente e nessuno lo pratica nel modo giusto, non come ginnastica ma come via alla liberazione che non comporta soltanto lo sforzo della mente, ma anche del muscolo, la produzione di ormoni ed una purificazione costante dei condotti nasali, dell’ano e dell’uretra, la cui assenza ci rende di fronte allo yogin di un sudiciume intollerabile.
Allo stesso modo, nell’arco di tre secoli, abbiamo scoperto così poco del patrimonio culturale dell’India, secondo Zolla, da brancolare ancora nelle congetture. Persino le date della sua storia restano misteriose.
«Eppure — confessa nell’ultima parte del suo piccolo e densissimo libro —ramingando per foreste, indagando angoli dimenticati di templi, percorrendo torridi, umidi, tenebrosi vicolacci, raccogliendo confidenze, lì ancora può capitare l’incontro con qualche barbaglio del passato remoto che ci tramuta».

Livia Manera

giovedì 17 dicembre 2009

Scontri a Christiania.

Copenaghen: scontri nel quartiere hippy di Christiania, oltre 200 arresti, titola il Corriere.it. Il tutto è avvenuto lunedì sera a seguito dell'intervento della polizia in una festa cui partecipavano militanti ambientalisti danesi e stranieri (molti dei quali a Copenaghen per seguire il summit sul clima). Il movente sarebbe stato un precedente lancio di molotov, da parte di alcune persone presenti a Christiania, contro poliziotti che stavano tentando di spengere incendi di barricate di cassonetti all'ingresso della più grande comune metropolitana d'Europa. I 200 arresti hanno fatto seguito a quelli di 17 persone, a seguito di una manifestazione per "l'apertura delle frontiere ai profughi climatici".
Trovo che l'articolo citato sia sgangherato ed un po' approssimativo, riguardo la presentazione di Christiania che non si limita ad essere, genericamente, un "quartiere hippy" (per una presentazione più dettagliata dell'esperienza comunitaria danese cliccare qui) nè ad essere "il più grande rifugio di emarginati d’Europa".
Sono stato l'ultima volta a Christiania nel giugno 2006 e la situazione era cronicamente tesa con le forze dell'ordine. E' in atto da anni, infatti, un tentativo di normalizzazione dell'area occupata che fa gola a costruttori per la realizzazione di un quartiere residenziale, in una zona appartata ma ragionevolmente vicina al centro di Copenaghen, con meraviglioso laghetto dove rilassarsi con barchette, canoe, eccetera. I cristianiti, naturalmente, non ci stanno, molti di loro enfatizzano, forse in maniera un po' infantile, un'attitudine estremista ma trovo perfettamente legittime le loro istanze di difesa di quello che venne considerato nei primi anni, dallo stesso governo danese, un interessante "esperimento sociale". E' vero, altresì, che il posto è un magnete per persone emarginate, anche, ad esempio, profughi groenlandesi (rispetto ai quali svolge, tuttavia, un'importante funzione di accoglienza) e che questo sia anche dovuto al fatto che nei suoi viali principali venisse venduta, alla luce del sole fino a pochi anni fa, droga leggera (hashish e marijuana). Identificare Christiania con l'estremismo e l'emarginazione rientra in una lettura necessariamente riduttiva del fenomeno che ha, ad esempio, straordinari recuperi sul fronte dell'espressione artistica, in particolare musicale. Christiania è in discreti rapporti con il network comunitario danese ed internazionale, non è dunque una realtà isolata e non credo vada lasciata a sè stessa per quanto, effettivamente, alcuni cristianiti potrebbero smetterla di giocare agli squatters e non ostacolare l'adozione una linea comune (cosa difficilissima viste le tante anime di questa realtà) maggiormente in grado di dialogare con il mondo contemporaneo, finanche con le istituzioni. In altre parole, credo davvero la storia abbia dimostrato che l'anarchia e la ricerca del conflitto a tutti i costi non siano carte vincenti.

IL PENSIERO ORIENTALE.

Scuola di Filosofia Orientale
a cura di Gianfranco Bertagni

3 Seminari - Filosofia Indiana, Buddhismo, Zen - presso il Centro Natura (Via degli Albari 6, Bologna)

Filosofia indiana
Dalla filosofia della natura alla logica; dall'etica alla metafisica; dalla condizione di illusione a quella di liberazione. Un percorso nel grande patrimonio della filosofia indiana, la più antica tra le tradizioni di tutta l'umanità.

Buddhismo
Una delle più grandi tradizioni spirituali della storia. Il cammino che ha origine dalla figura del Buddha e dal suo insegnamento. Le tappe di un percorso che si propone come la via di uscita dallo stato di sofferenza proprio dell'uomo.

Zen
La Via che punta direttamente al centro dell'uomo, al suo stato di buddhità sempre presente. L'apice dell'esperienza spirituale. Al di là dei maestri e delle scritture: la visione del cuore delle cose, eternamente illuminato. Un attraversamento di questa nobile tradizione. Un insegnamento che vuole andare al di là dell'insegnamento.


16/17 Gennaio FILOSOFIA INDIANA

-I Veda.
-Brahmana e Aranyaka.
-La filosofia delle Upaniṣad.
-Le sei visioni brahmaniche: Mimamsa, Vedānta, Samkhya, Yoga, Nyaya, Vaisesika.
-La Bhagavad gītā: il "vangelo" dell'India.
-Concetti chiave: Brāhman (l'Assoluto), Ātman (l'anima individuale), Moksha (la liberazione), Saṃsāra (il ciclo delle nascite e delle morti), Karman (il principio di causa ed effetto).
-Le vie che conducono alla liberazione: la via intellettuale, la via dell'abbandono, la via del tantra.


13/14 Marzo BUDDHISMO

-La vita del Buddha.
-Le quattro nobili verità: la verità sulla sofferenza, la verità sulla causa della sofferenza, la verità sulla fine della sofferenza, la verità che conduce alla cessazione della sofferenza.
-L'Ottuplice Sentiero.
-I cinque costituenti dell'essere umano: i khanda.
-La coproduzione condizionata: il ciclo dallo stato di ignoranza alla morte.
-La meditazione buddhista.
-Il Nirvāna.


15/16 Maggio ZEN

-Gli elementi principali del buddhismo mahayana.
-La Natura di Buddha.
-Dualismo e Illuminazione.
-Il Vuoto.
-Lo Zen del Nord e lo Zen del Sud.
-Scuola Sōtō e Scuola Rinzai.
-I Kōan.
-La meditazione Zen.


Orari e costi

-Sabato 15.30 - 18.30
-Domenica 9.30 - 12.30 14.30 - 17.30

Prezzo:

-3 seminari 250 euro
-2 seminari 180 euro
-1 seminario 100 euro


Prenotazioni

Le prenotazioni devono giungere al Centro Natura entro e non oltre Venerdì 8 Gennaio 2010.

Centro Natura
Via degli Albari, 6
40126 - Bologna
Tel. 051.235643 - 051.223331
Email info@centronatura.it (richiedere il programma completo in pdf)

mercoledì 16 dicembre 2009

LUNA NUOVA --- Mercoledì 16 dicembre 09 --- da Ajahn Munindo

Benedetta è la nascita di un Buddha
benedetta la rivelazione del Dhamma
benedetta l'armonia del Sangha
beata è la melodiosa comunione.


Dhammapada strofa 194

L’armonia è una piacevole risonanza che nasce da diversi elementi:
note suonate su uno strumento, colori combinati in un’immagine,
opinioni condivise in un dialogo. La diversità non è di per sé un
ostacolo all’armonia e alla concordia. In effetti, il contrasto può
arricchire e rendere più profonda l’esperienza. Vivendo con
consapevolezza impariamo dove sta il potenziale della bellezza. Anche
il disequilibrio ha una sua bellezza se c’è armonia. La saggezza,
l’abilità e la sensibilità che permettono di manifestare tale bellezza
sono una rara benedizione.

Con Metta

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, tutti i giorni eccetto lunedì)
Fax: (+39) 06 233 238 629

sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter (newsletter in English)
www.dhammatalks.org.uk (audio files)

Un blog per Sarvodaya.

Ahi ahi quanto è duro fare le pubbliche relazioni per Sarvodaya! Il network comunitario ha una gran buona reputazione, anche presso il GEN e, effettivamente, i suoi membri sono riusciti a fare cose egregie in Sri Lanka, coinvolgendo ben 15000 villaggi nelle loro attività, “per il risveglio di tutti”. È altresì vero, come stiamo notando con Peter, volontario a Sarvodaya per circa un trimestre, che il network sconta alcune “tare culturali” del paese: un atteggiamento eccessivamente spontaneista, poco progettuale, fatalista, scarsamente dinamico. Il paese, del resto, vive, a nostro parere, in uno stato di torpore buddista-tropicale. Incide ancora molto, purtroppo, lo strascico del conflitto etnico, definitivamente concluso da appena qualche mese e che ha prosciugato, a causa delle ingenti spese militari, le casse governative. Anyway: si va avanti. Abbiamo problemi con il wireless in quanto l’High Tech Unity del quartier generale di Sarvodaya ha i computers infettatissimi di virus. Questo determina continue disconessioni da parte del server. Abbiamo provato a sollecitare il nostro referente, coordinatore della International Unity, a far intervenire dei tecnici, ad installare versioni gratuite di buoni anti-virus. Il sistema funziona a singhiozzo e, quando funziona, dà una buona opportunità al coordinatore per dire: vedete, funziona! E rimandare un intervento strutturale serio. Noi, per fortuna, possiamo anche disporre di un modem con uscita USB e dunque siamo abbastanza autonomi da quella che io definisco “una connessione con il calesse”.
Il paese, tuttavia, resta molto bello e Sarvodaya, con i suoi limiti, una buona opportunità per visitarlo (come si può leggere nel post le proposte di Sarvodaya).
Quello che crediamo sia necessario, per il presente ed il futuro, al network comunitario sri lankese è un “cambio di paradigma”. Sino ad oggi, difatti, ha ottenuto dei buoni successi muovendosi nell’ambito della soddisfazione dei basic needs, delle esigenze primarie dei villaggi: strade, scuole, pozzi, energia elettrica, essenziale assistenza medica oltre ad attività di più ampio respiro legate a campagne di sensibilizzazione alla non-violenza eccetera. Per fare questo ha trovato buone risorse umane nei giovani dei colleges e delle università, coinvolti di volta in volta in campi di lavoro. Ho partecipato recentemente ad uno di questi, per scavare un lago artificiale e ripulire alcuni terreni da piante infestanti e devo dire che ho visto all’opera una buona macchina: 100-150 ragazzi e ragazze armati di pala, rastrello, macete, qualcuno alla guida di una scavatrice e, nell’arco di una giornata, il lavoro è stato brillantemente portato a compimento. Il tutto con una spesa assolutamente modesta per Sarvodaya che si è dovuta limitare ad offrire pasti ed una spartana accommodation. Il tutto è avvenuto in un’atmosfera leggera e socievole, dando l’opportunità a ciascuno di conoscere persone provenienti da diverse città, paesi, finanche angoli remoti dello Sri Lanka. Sono le classiche situazioni in cui possono nascere belle amicizie, amori puberali e, nel frattempo, si approntano laghetti artificiali, si disinfestano terreni e via discorrendo.
Quel che si deve, disperatamente, sviluppare è l’ambito “post-materialista”, svincolato dai bisogni immediatamente primari e proiettato verso una nuova stagione per Sarvodaya, in cui ci sia una maggiore autonomia economica dalle donazioni delle ONG e degli organismi internazionali, la capacità di generare, in proprio, un buon reddito (e dunque aumentare i salari delle persone impiegate, a tempo pieno, nell’organizzazione), in cui si riesca a tenere il passo con un mondo, oggi, globalizzato che interagisce sempre di più nel web e ad aumentare gli scambi internazionali.
Per tutto questo crediamo ci voglia tempo, ci vogliano molte persone, da altri paesi, in visita in loco ed in grado di offrire suggerimenti e supporto di vario ordine e grado. Si dovrebbe intanto iniziare a lavorare sugli aspetti comunicativi e commerciali, cercando di traghettare l’organizzazione fuori da una cultura di tipo assistenziale.
Personalmente ho pensato fosse necessario uno strumento semplice e tuttavia efficace di divulgazione e confronto in rete: un blog. Questo, come potete vedere, sta iniziando a lavorare in sinergia con il GEN, avendo una sezione dedicata alle notizie del network planetario degli ecovillaggi. Stanno timidamente iniziando alcuni scambi anche con Gaia Education, associazione che ha tra i suoi membri più attivi Hildur Jackson, fondatrice, assieme al marito Ross, nella prima metà degli anni ’90, dello stesso GEN.
Torneremo a parlare degli sviluppi della collaborazione con Sarvodaya, per ora siete tutti invitati sul blog e i più coraggiosi e coloro che hanno maggiore disponibilità di tempo, a trascorrere un periodo tra le braccia di Serendib, “l’isola dei gioielli”, come chiamarono lo Sri Lanka i commercianti arabi che iniziarono a frequentarla, con buon profitto, dall’epoca pre-islamica.

lunedì 14 dicembre 2009

Tutta la solidarietà a Silviotto dallo Sri Lanka.

I lettori fissi di Viverealtrimenti sanno che, in questo periodo, sto vivendo in Sri Lanka, collaborando con la più importante ONG del paese (Sarvodaya) che è anche un fiore all’occhiello del Global Ecovillage Network. A Moratuwa, sobborgo di mobilieri vicino Colombo dove ha sede il quartier generale di Sarvodaya, divido un appartamento con Peter, ragazzo inglese di 46 anni, temporaneamente volontario nella ONG.
Una persona di cui sto apprezzando la tolleranza (mi consente di fumare i sigari anche mentre mangia o di ascoltare la musica mentre sta lavorando sul suo laptop, nella living room comune) ed il senso, tipicamente inglese, dell’umorismo. "La tolleranza è stato il segreto dell’impero britannico", mi diceva ieri mentre, davanti ad una bella Carlsberg gelata, discutevamo di puritanesimo, della regina Elisabetta e delle diverse sfaccettature del Commonwealth.
Peter è orgoglioso di essere inglese come del resto Smriti, maestra di yoga della Om International Yoga Health Society, gemellata con Viverealtrimenti, è orgogliosa di essere nata e cresciuta in India. Continua ad essere orgogliosamente indiana anche dopo il suo recente rientro da un giro di seminari in Europa, pur rendendosi conto, fresca dell’esperienza europea, che non è esattamente normale avere le strade con i rigagnoli fognari a cielo aperto, non avere la corrente elettrica per diverse ore al giorno e vivere costantemente immersi in un frastuono di clacson e rumori disumani.
Peter e Smriti: due esempi — da due diverse aree del mondo ― rivelatori, con modalità ancora diverse, di uno stesso orgoglio di appartenenza. Mi capita sempre più spesso di chiedermi perché lo stesso orgoglio non lo ritrovi nei miei connazionali. Ne abbiamo discusso più di una volta con Prisco, citato nella presentazione di questo blog-magazine. Ci siamo soffermati spesso a pensare quanto avere anche un minimo moto nazionalista, in Italia, rischi di essere identificato con una poco lusinghiera attitudine fascista. Discutevamo quanto fosse idiota un’assimilazione di questo genere, quanto sia del tutto naturale avere un amore sincero, genuino per la propria terra, da esaltare e difendere in terra straniera. Noi Italiani, invece, abbiamo la pessima abitudine di lavare i nostri panni sporchi in piazza, rivelando un senso profondo di frustrazione ed impotenza, lo stesso che colgo, molto presto, nei miei rientri in Italia. Credo davvero che un serio dibattito politico dovrebbe partire dalla considerazione dei motivi che stanno dietro a tutto questo. L’Italia è al settantottesimo posto nel mondo per facilità di imprendere. L’Inghilterra di Peter al terzo o al quarto. In Italia pensare di avere un’attività in proprio è atto temerario per l’infinità di adempimenti e di spese cui si deve andare incontro. In compenso, i tanto agognati posti fissi sono oramai una rarità mentre il lavoro dipendente riempie sempre meno la vita di soddisfazioni (pur con tutte le eccezioni del caso). Peter, come me in Sri Lanka, ha subito colto una miriade di attività che si potrebbero promuovere a partire dai distretti di Sarvodaya: produzione di mozzarella di bufala, di miele (quasi una rarità, stranamente, nel paese) o marmellate biologiche (il settore del biologico è quasi del tutto assente in Sri Lanka), per fare solo gli esempi più banali. Si tratterebbe di prodotti che, con un buon marchio, potrebbero anche essere esportati, avvalendosi in primis del network comunitario internazionale. Peter si può permettere di pensare alle sources of income, a prospettive di business perchè in Inghilterra, probabilmente, nessuno viene massacrato se tenta di trarre profitto dalle sue idee, dalla sua creatività. In Italia, in alcuni ambienti, a fronte di idee come quelle di Peter in Sri Lanka, scatta un’altra identificazione idiota; quella con il berlusconismo: "sei business-oriented, sei un berlusconiano!". Certo, è molto meglio marcire dentro ad un call center con un master in economia e commercio o languire con un contratto di tre mesi, non avere diritto ad un sogno, non avere diritto ad un futuro, restare a casa con i genitori oltre i 40 anni, non potersi permettere una famiglia, dei figli, non scopare nemmeno tranquilli. La stessa cultura alternativa (principale oggetto di interesse di Viverealtrimenti), in Italia, dà talora spazio a idee antimonetarie, anti-imprenditoriali come il paradigma della decrescita felice che, nelle versioni più naïves (e, tuttavia, piuttosto diffuse) poggerebbe su esortazioni del tipo: che bisogno c’è di guadagnare molto se è tanto bello coltivarsi i pomodori e tanti altri prodotti nel proprio piccolo orticello, bere l’acqua della fontana con grande risparmio di plastica, non dover correre al supermercato se non per gli assorbenti (da usare fino all’ultimo millimetro pulito), dividersi una macchina ― meglio, una bicicletta ― in sei persone, prendere i libri in biblioteca, usare il cellulare dello zio ed andare in vacanza a casa del cugino? Idee di un semplicismo rivoltante! Credo siamo vittima di vecchi assunti cattocomunisti maldigeriti e non adeguatamente evacuati il tutto mentre fuori, guarda un po’, c’è il mondo, un mondo ricchissimo di fregature ma anche di opportunità. Consiglio a tutti la lettura de L’impero di Cindia di Federico Rampini. Tra i tanti aspetti su cui si sofferma Rampini, riguardo l’emergere dell’Asia ― in particolare del Dragone e dell’Elefante, della Cina e dell’India nello scacchiere internazionale — ci sono anche la pizza ed il caffè. Proprio così! Non conosco, per esperienza, la Cina ma posso pienamente confermare che in India il caffè sta diventando un’autentica fissazione, soprattutto presso i giovani imprenditori (capitalisti! consumisti! berlusconiani!). La bevanda nazionale, in India come del resto in Cina, sarebbe tradizionalmente il thè che si porta dietro un altro immaginario, altri ritmi di vita eccetera. Tuttavia, la corsa dell’India al benessere (perfettamente legittima nel momento in cui posso assicurare ai sostenitori della decrescita felice che la povertà che si può ancora vedere nel paese ha tanti, caleidoscopici aspetti così spaventosamente degradanti che se solo loro li vedessero e li annusassero smetterebbero, probabilmente, di predicare certe stronzate!) sta anche implicando che i giovani ricchi o aspiranti tali "vadano a caffè". Si stanno dunque moltiplicando i locali trendy che offrono le diverse varianti della bevanda (Barista, Sturbacks e Coffe Day per citare le catene più famose). Vantano, in genere, la provenienza italiana del caffè (Illy e Lavazza vanno per la maggiore) ed usano termini italiani come: cappuccino, macchiato, espresso. "A fronte di questo", si chiedeva giustamente Rampini, "dove sono gli imprenditori italiani?". Il business del caffè, in Asia, è del tutto in mano ad altri, spesse volte americani. Lo stesso vale per la pizza. Pizza hut è una catena americana che sta facendo faville in Asia. Anche qui a Moratuwa, anonimo "postaccio" appena a sud di Colombo, ce ne sono almeno due ristoranti. Io mi sono limitato a mangiarci un paio di volte e devo dire che la pizza vera, che ha reso Napoli famosa nel mondo, non sanno nemmeno come sia fatta. Noi siamo dunque maestri di pizze e di caffè, un continente dove solo Cina ed India superano abbondantemente i due miliardi di persone sta impazzendo per la nostra pizza ed il nostro caffè ed il business è tutto in mano ad altri? Complimenti al genio italico! Stessa idiozia, per continuare a citare Rampini, sul fronte degli scambi culturali, dei rapporti tra università. Ci sono tantissimi studenti cinesi, scriveva ancora su L'impero di Cindia, che si stanno riversando in Occidente. Solo per citare i nostri vicini europei, Inghilterra, Francia e Germania stanno aprendo senza indugi le loro università ai giovani cinesi, se li stanno letteralmente litigando. Noi, invece, insistiamo a complicare loro la vita con astrusità burocratiche sui visti ed in tante altre maniere. In ogni città che si rispetti, nel mondo, esiste un British Council per promuovere la cultura inglese, per offrire corsi, a costi ragionevoli, della lingua eccetera. I francesi tentano di non essere da meno; basta aprire una qualunque Lonely Planet e, tra i centri culturali delle maggiori città di ogni paese (o quasi), difficilmente manca l’Alliance Française. Io non credo davvero che la cultura italiana non abbia proprio nulla da proporre. Solo a livello gastronomico avremmo da insegnare più di qualcosa dappertutto e, tuttavia, non ho mai trovato, se non a Delhi, un centro di cultura italiana nei miei spostamenti in Asia. Ricordo un’esperienza da Pane e cioccolata, celebre film con il grande maestro Nino Manfredi, sulle misere condizioni degli immigrati italiani in Svizzera. Nell’agosto del 2007 sono a Kathmandu per richiedere un visto studentesco di un anno all’ambasciata indiana. Ho un problema: mi manca un timbro sul passaporto. La cosa rischia di compromettere l’ottenimento, già farraginoso, del visto. Ho bisogno di un consiglio e, possibilmente, di una buona parola da parte di qualcuno che lavori in un’ambasciata. Penso dunque, un po’ temerariamente, di cercare l’ambasciata italiana. A Kathmandu non abbiamo alcuna ambasciata ma un consolato. Oddio! Vi ci porterei uno ad uno!! Trattasi, piuttosto, di tavolino semisgangherato, in un ufficio buio, accanto ad altri tavolini di altri consolati (forse uno del Burkina Faso, non ci ho fatto caso al momento ma avrei davvero dovuto). Trovo una donna con tratti marcatamente mongolici. Mi presento, naturalmente, in italiano (siamo al consolato italiano…) e lei non ha la minima conoscenza della nostra lingua. Va bene, parliamo in inglese! Le espongo il mio caso, lei non batte ciglio, mi ascolta con sciatta sopportazione. Quando ho finito, lei non dice nulla. Io la guardo interrogativo, le rispiego la questione, lei non reagisce. Alla fine, le sollecito, anche un po’ scherzosamente, una risposta. Lei si limita a dire: "cosa vuole che le dica?!". Esco da quello sgabuzzino sconsolato e sconsolati sarebbe stato l’aggettivo utilizzato da una ragazza di una ONG operativa a Kathmandu che avrei contattato telefonicamente. Le espongo il mio problema, le dico: "sono andato al consolato italiano…". Lei mi ferma subito: "no, lascia stare, lì al consolato sono più sconsolati che altro, anche io quando ho avuto bisogno non ho avuto alcun supporto! Vai piuttosto all’ambasciata francese. Io, quando ho bisogno di aiuto, per il mio lavoro, vado da loro che, sapendo che al consolato italiano sono sconsolati, sono anche disponibili con i nostri concittadini". Mi reco dunque all’ambasciata francese, in una bellissima palazzina, con bel giardino, nel cuore di Kathmandu. Nella comoda sala d’aspetto, vedo cartelloni disegnati da bambini ed un accenno ad uno scambio culturale tra scuole francesi e scuole nepalesi. L’impiegata è una graziosissima nepalese che ringrazio ancora, anche in questa sede. Le spiego la situazione e lei fa un cosa semplicissima: alza il telefono, chiama il collega dell’ambasciata indiana e gli accenna di un cittadino francese con il seguente problema. Chiuso il telefono mi guarda morbida e mi fa: "Il dr. Suklaj l’aspetta fra mezzora, ignori pure la fila, vada direttamente da lui, dietro lo sportello, gli dica che la mando io e gli spieghi la situazione, vedrà che si risolverà tutto facilmente. Ho detto che lei è un cittadino francese per semplificare, lei naturalmente gli dica subito che è italiano ma non si preoccupi, la cosa non creerà alcun problema".
Lascio quasi commosso l’ambasciata francese, pronto a recitare la parte di Nino Manfredi nell’amaro Pane e cioccolata, con l’impiegato dell’ambasciata indiana. Questi, difatti, come mi vede mi fa: "ah, è lei il cittadino francese?!" ed io: "no, veramente sono italiano" (ci mancava solo che aggiungessi, come nel film: "nessuno è perfetto, signore!").
Torniamo a Moratuwa. Questa mattina siedo comodo sul divano, fumando un sigaro dopo colazione. Esce Peter dalla sua stanza, nella sua bella mise di volontario professional pronto per la giornata di lavoro e, con il suo tono un po’ ironico, mi fa: "Berlusconi è in prima pagina sulla BBC, oggi" e non aggiunge altro. Mi passa il modem per connettermi ad internet ed io gli rispondo: "ok, do un’occhiata ai giornali italiani, intendevo giusto farlo". Vado sul sito del Corriere della sera e trovo una maschera di sangue: "Silviotto! Ti hanno preso a sassate!". Leggo l’articolo, realizzo che Peter ne ha ben d’onde a considerarci, sostanzialmente, con il suo humour inglese, degli zulu.
Silviotto è stato colpito con una statuina del duomo di Milano da uno squilibrato. Diciamo pure che può succedere, una volta o l’altra, ad una persona del suo calibro. Quel che mi sgomenta è quella che il sociologo reazionario francese Gustave Le Bon chiamava la psicologia delle folle. Il fatto che lo squilibrato abbia rischiato il linciaggio e che La Russa abbia dichiarato, quasi orgogliosamente: "i sostenitori di Silvio sono stati fermati altrimenti dell’aggressore sarebbero rimasti solo pezzetti!". Il fatto che su facebook si sia scatenato un delirio di consensi all’atto sconsiderato di un povero cristo. Il fatto che, al di là del web, tantissime persone, in Italia, stiano vivendo un momento orgasmico perchè finalmente qualcuno è riuscito a spaccare la faccia all’odiato premier. Trovo un’inquietante continuità tra l’aggressione fisica di ieri e la campagna elettorale di questa primavera (allora ero in Italia e me la sono goduta tutta) in cui la cosiddetta sinistra non ha fatto quasi altro che correre dietro alle gonnelle dietro cui avrebbe corso il premier, cercando di fare leva sulle sacche di bigottismo più retrivo del nostro paese. Ora io mi chiedo: perché il popolo della sinistra (buona parte del quale immagino come stia gongolando oggi) non prova ad avere delle idee? Perché non si sofferma un minimo a pensare che Silviotto, a fronte di avversari politici così insulsi ed umanamente mediocri, non poteva che vincere le elezioni? Perché non si sofferma a pensare che il consenso a Silviotto è del tutto trasversale e non parte solo dai ceti dominanti ed è tale perché dall’altra parte della barricata c’è un inquietante vuoto pneumatico? A questo riguardo credo meriti menzionare un articolo letto su Newsweek di ottobre in cui si accusava Silviotto di tutto quello di cui viene accusato comunemente in Italia. Un articolo ferocemente antiberlusconiano, dunque, in cui, tuttavia, il giornalista non mancava di sottolineare l’assoluta inconsistenza dell’attuale sinistra italiana, "prima responsabile", scriveva, "del clamoroso successo dell’avversario". Il popolo della sinistra, da qualche anno, è talmente ossessionato da Berlusconi che ha perso qualunque altro interesse genuinamente politico quando, in una prospettiva di mondo oramai indiscutibilmente globalizzato, potrebbe avere qualche minimo scatto planetario (come aveva, del resto, fino a qualche anno fa). Esiste, ad esempio, la questione titanica del costo del lavoro nei paesi in via di sviluppo. Un problema a tutto tondo tanto per i lavoratori locali (in Cina, Sri Lanka, nelle Filippine eccetera), che fanno una vita infame, quanto per i lavoratori occidentali, licenziati in gran numero perché le aziende delocalizzano, spostano la produzione nelle celebri zone industriali di esportazione di cui parla Naomi Klein in No Logo. Perché non pensare ad un movimento internazionale per rivendicare un aumento consistente del costo del lavoro nei paesi poveri? Naomi Klein è attiva da anni in questa direzione; sarà ben più interessante che parlare, a mo’ di disco rotto, della deliziosa Noemi Letizia o di Patrizia D’Addario (passi per il lodo Alfano)! Non è una grande espressione di maturità politica fare, in continuazione, le pulci ad un premier per trovare il modo di spedirlo dritto in gattabuia o in esilio senza avere, peraltro, un programma attendibile da proporre. Un programma che andrebbe elaborato, argomentato, che dovrebbe avvalersi di importanti contributi di ricerca, che andrebbe confrontato su di una piattaforma internazionale. Per questo, tuttavia, i sinistri potrebbero, forse, trovare qualche ritaglio di tempo nei prossimi mesi — tempo sottratto allo scartabellare ossessivo negli archivi giudiziari o a rintracciare paparazzi con preziose foto compromettenti o pseudo-escort pronte a vendere informazioni scottanti ― ma ora, ora no, lasciamo che godano, che sproloquino davanti al volto insanguinato di Silviotto.
Vorrà dire che questa sera dovrò portare Peter fuori a cena, farlo bere più del solito (ogni popolo ha il suo punto debole) per fargli dimenticare che sta dividendo un appartamento con uno zulu. È bene, tuttavia, che alzi un minimo il gomito anch’io per dimenticare, parafrasando questa volta Alberto Sordi, che quando i miei antenati costruivano acquedotti, gli antenati di Peter si dipingevano il volto di blue ma che la storia ha fatto il suo corso ed, oggi, le parti si sono drammaticamente rovesciate!