TRANSUMANZA

QUESTO BLOG E' IN VIA DI SUPERAMENTO. NE STIAMO TRASFERENDO I POST MIGLIORI SUL SITO DI VIVEREALTRIMENTI, DOVE SEGUIRANNO GLI AGGIORNAMENTI E DOVE TROVATE ANCHE IL CATALOGO DELLA NOSTRA EDITRICE. BUONA NAVIGAZIONE!

venerdì 4 dicembre 2009

Sarvodaya: una mite fierezza!

Ho già parzialmente presentato, in un paio di post (riportati a fondo pagina) il network comunitario di Sarvodaya, in Sri Lanka, con cui sto collaborando da oltre un mese.
Credo sia dunque giunto il momento di una presentazione più approfondita:


Sarvodaya Shramadana (dal sanscrito “fare dono dei propri sforzi per il risveglio di tutti”) è la più grande organizzazione di base in Sri Lanka; un grande movimento iniziato nel villaggio di Kanatholuwa, alla fine degli anni ‘50 e cresciuto in maniera esponenziale. Oggi, difatti, sono oltre 15000 i villaggi coinvolti nel suo network.
A Kanatholuwa venne organizzato dal Dott. A.T. Ariyaratne — docente in una scuola di Colombo e fondatore di Sarvodaya — un campo di lavoro con studenti ed insegnanti della stessa scuola, uno shramadana camp, utilizzando la modalità “ricreativa” del campeggio. Vennero approntate le basilari infrastrutture, venne portato soccorso medico e, soprattutto, vennero stimolati gli abitanti a comprendere che avevano un proprio potere di auto-organizzazione indipendente dal governo centrale, tendenzialmente latitante, allora, nelle aree rurali.
Nei successivi nove anni, il “programma formativo” sperimentato a Kanatholuwa si estese in centinaia di altri villaggi, acquisendo le fattezze di un vero e proprio movimento per lo sviluppo “dal basso”, con l’obiettivo di una radicale, non violenta trasformazione sociale.
Sul calare degli anni ’70 Sarvodaya, con il sostegno di organizzazioni partner nei paesi più ricchi, raggiunse quasi tutte le aree del paese, finanche alcune tra le più remote.
I metodi dell’organizzazione, i programmi per l’autosufficienza e di partecipazione comunitaria e l’approccio olistico divennero oggetto di interesse non solo per coloro che ne beneficiavano direttamente ma anche per i volontari ed i supporters.
Migliaia di giovani donne e uomini hanno imparato a motivare ed organizzare le persone nei loro villaggi per soddisfare i bisogni umani fondamentali, dall’approvvigionamento di acqua potabile ed energia elettrica alla realizzazione di abitazioni semplici e funzionali, dalla basilare assistenza sanitaria all’organizzazione delle fondamentali strutture di comunicazione (identificabili, sino ad un recente passato, con essenziali servizi postali, poi con il telefono e, oggi, con la possibilità di accedere ad Internet; a questo riguardo merita menzionare che Bill Gates ha fatto dono di 500 computers a Sarvodaya), dall’istruzione di base alla garanzia di poter soddisfare i più importanti bisogni di ordine culturale e spirituale (sono state, ad esempio, approntate in diversi villaggi coinvolti nel network, piccole biblioteche e non è stata trascurata la realizzazione di luoghi di culto, in particolare templi buddisti).
Durante i suoi primi trent’anni di vita Sarvodaya, facendo inizialmente affidamento solo sulle proprie forze, è diventata una delle più importanti organizzazioni di base in Asia e nel mondo.
Nel tempo ha dovuto affrontare anche momenti difficili, ad esempio all’inizio degli anni ‘90, quando è stata fatta oggetto di ostilità da parte del governo, subendo forme di violenza politica.
Negli ultimi anni Sarvodaya si è impegnata in operazioni di soccorso nelle aree settentrionali del paese, dilaniate dal conflitto etnico oltre a continuare a realizzare progetti di sviluppo, dal basso, nelle realtà rurali. In particolare ha focalizzato i suoi sforzi sullo sviluppo tecnologico (in un’ottica, nella misura del possibile, di eco-sostenibilità), sull’assistenza a bambini “a rischio” (oggi si prende cura di più di 1000 orfani e gestisce 4335 asili con circa 98000 “piccoli utenti”), ragazze-madri, anziani e disabili e sul rafforzamento del potere politico dal basso.
L’organizzazione è attualmente distribuita in 345 unità divisionali, 34 uffici distrettuali e 10 istituti specializzati in trainings per lo sviluppo. Coinvolge oltre 100000 giovani come “costruttori di pace” attraverso Shantisena (sua diretta emanazione) e, attraverso SEEDS (Sarvodaya Economical Enterprise Development Services), rappresenta la più importante esperienza di micro-credito nel paese, con un portafoglio di prestiti per oltre 1 milione di dollari. Il capitale totale di Sarvodaya supera, oggi, i 5 milioni di dollari, con 1500 dipendenti a tempo pieno. Considerando i numerosissimi volontari, possiamo parlare di circa 200000 persone impegnate nell’organizzazione, tante quanto quelle del settore delle piantagioni in Sri Lanka.
Sarvodaya, operativa da quasi 50 anni, si è sviluppata attorno ad un sistema coerente di principi filosofici ripresi dal buddismo e dal pensiero di Gandhi e del suo principale discepolo, Vinoba Bhave (1895-1982). Centrale la sua concezione del villaggio — ovvero della “comunità tradizionale” — come luogo di “autogoverno”, in onore al termine vedico, usato da Gandhi e Vinoba, Swaraj. Questo può essere tradotto con “autolimitazione” e, come accennato, “autogoverno”, «da ottenersi», scriveva Gandhi, «educando le masse al senso delle loro capacità di regolare e controllare il potere» .
Nella filosofia di Sarvodaya, come emerge chiaramente dalla sua storia, è dunque a partire dal villaggio, dalla comunità tradizionale — tendenzialmente autosufficiente ed ecosostenibile — che si debbono realizzare equilibrati principi di sviluppo. In virtù di questo, Sarvodaya non può non rappresentare una delle più importanti realtà del GEN (Global Ecovillage Network), in cui è attiva da anni anche con un proprio, importante Living and Learning Centre.
Il fondatore e leader carismatico dell’organizzazione, il Dottor A.T. Ariyaratne, i cui contributi teorici sono stati riconosciuti a livello internazionale, continua ad esserne alla guida, per quanto il lavoro quotidiano sia nelle mani di una nuova generazione, che possa garantire una più moderna modalità di gestione.
Con la drastica riduzione di finanziamenti esterni, dirottati oggi da grandi organismi internazionali e dalle più importanti Organizzazioni Non Governative verso paesi considerati più bisognosi (Tanzania, Nigeria, Bangladesh) sta avendo inizio una nuova fase per Sarvodaya, in cui l’autosufficienza economica debba essere, in vari modi, implementata. Parafrasando il sociologo Ronald Inglehart, l’organizzazione sta passando da una fase di soddisfazione di bisogni immediatamente materiali ad una di bisogni post-materialisti, in cui debba migliorare la qualità dei suoi servizi e delle sue pubbliche relazioni a livello internazionale (si sta, ad esempio, sviluppando una sua branca legata all’ecoturismo ed a sempre nuovi e meglio organizzati shramadana camps come opportunità di vacanze-lavoro) e sia capace, con i prodotti genuini, talora biologici (caratteristica, quest’ultima, che va senz’altro potenziata), dei suoi innumerevoli villaggi, di cavalcare agevolmente la tigre del mercato.

International Division-Sarvodaya Headquarters
98, Rawathawatte Road, Moratuwa, Sri Lanka.
Tel +94112655419
E mail sarvishva@itmin.net
Web site www.sarvodaya.org


Post correlati:

Le proposte di Sarvodaya
Sri Lanka: brevi note di viaggio, parte seconda (Sarvodaya)

A chi legge l'inglesse segnalo, infine, il blog Sarvodaya Shramadana, creato da me e, naturalmente, gemellato con questo blog e con il sito, bilingue, viverealtrimenti.com

mercoledì 2 dicembre 2009

LUNA PIENA --- Mercoledì 2 dicembre 09 --- da Ajahn Munindo

Lo stolto che sa di essere stolto
ha un pizzico di saggezza;
lo stolto che pensa di esser saggio
è impudentemente stolto.


Dhammapada strofa 63

È una liberazione essere capaci di riconoscere i nostri errori nel
modo giusto al momento giusto. Quando la smettiamo di fingere con gli
altri di essere perfetti, possiamo smettere di nascondere a noi stessi
i nostri errori. È la saggezza che lo riconosce. La saggezza è come la
luce, nella misura in cui siamo aperti e onesti, può brillare
attraverso noi. Diventiamo trasparenti a noi stessi e agli altri.
Quando ci prendiamo troppo seriamente, la luce non può brillare e
l’oscurità crea paura. Notate, quando avete paura, come si contrae il
cuore, producendo un preciso senso del ‘me’. A un livello, questo
senso di sé può anche far sentire bene: sono un solido qualcuno. Ma
questo ‘qualcuno’ va in giro entrando in collisione con altri
‘qualcuno’ lasciando nella sua scia ansietà e danno. Comprenderlo è la
nascita dell’autentica umiltà.

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, tutti i giorni eccetto lunedì)
Fax: (+39) 06 233 238 629

sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

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www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
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www.dhammatalks.org.uk (audio files)

lunedì 30 novembre 2009

La Fellowship of Friends: una comunità per la "Quarta Via".

Sono bene felice, in apertura di settimana, di ospitare un contributo dell'amico
Ivan Osokin su una curiosa esperienza comunitaria californiana.
Ivan:


Se pensate che nella vita di un aristocratico europeo dei secoli scorsi vi fosse qualcosa di spirituale; che l’eleganza dei modi, la compostezza della posa, l’urbanità nel parlare predispongano l’uomo a gioie ultraterrene; che la contemplazione e l’ascolto dell’arte classica inducano stati alterati di coscienza: allora la comunità “Fellowship of Friends”, ad Apollo in California, fa per voi. Qui vivono circa 500 persone, provenienti da ogni parte del mondo, che seguono gli insegnamenti di Robert Earl Burton, un americano dell’Arkansas che si rifà (con qualche variante) alla “Quarta Via”, ovvero a quel complesso di teorie e pratiche spirituali portati in Occidente da George Gurdjieff all’inizio del ventesimo secolo, e divulgate dal suo discepolo russo Peter Ouspensky. Il cuore della “Quarta Via”, così come Burton l’ha interpretata, è nell’espressione di Gurdjieff: “Ricorda te stesso sempre e ovunque”. Dunque gli abitanti di Apollo (ma vi sono altri mille studenti di Burton sparsi per il mondo) cercano, in tutte le loro attività, di “dividere l’attenzione”: ovvero ricordare se stessi e allo stesso tempo attendere alle occupazioni del momento.
Secondo il maestro fondatore, ciò diventa più facile usando intenzionalità, cura e grazia in tutto ciò che si fa, ovvero restando “presenti” (un’espressione chiave ad Apollo). Niente, quindi, meditazioni a occhi chiusi, danze sacre, riti religiosi di qualsiasi tipo: ad Apollo “religione” vuol dire fare le cose di tutti i giorni, ma “con l’attenzione divisa”. Anzi: il proprio lavoro interiore deve essere sempre invisibile, altrimenti può sconfinare nella vanità.
Le uniche danze che si tengono ad Apollo arrivano dalla Russia, nientepodimeno che dal Teatro Bolshoi, uno dei più rinomati al mondo in fatto di balletto. Grazie ai suoi contatti, Robert Burton riesce tutti gli anni a far venire qualcuno dei ballerini del Bolshoi ad Apollo, e così i suoi studenti possono “produrre presenza” contemplando raffinate esibizioni in cui il massimo sforzo si coniuga alla massima leggerezza. E se proprio si vogliono trovare cerimonie religiose ad Apollo (a parte i balletti)… Beh, queste si chiamano: colazione, pranzo, tè e cena “con Robert”. In sale che paiono ispirate alla reggia di Versailles (ma la casa dicono si chiami “Galleria” in omaggio alla Galleria Borghese di Roma), si degustano prelibatezze e vini squisiti, quasi sempre senza riuscire a finirli, perché inflessibili maggiordomi in smoking, a un segno del maestro, portano via i piatti quando sei ancora a metà. Né le stranezze terminano qui: il primo boccone si lascia da parte, quando si mastica non bisogna fare altro, vanno usate sempre due posate impugnate “all’inglese”, il tovagliolo si ripiega con cura… Tutto per tenere sotto controllo “il sé inferiore”, direbbe Burton, che al momento di mangiare diventa particolarmente attivo.
Va da sé che un posto simile ha il suo prezzo. Se la bellezza e le più fini tra le impressioni costituiscono un ponte verso il divino, il pedaggio è elevato: nella Galleria ci sono arazzi Gobelins, mensole barocche napoletane, orologi Luigi XV, tele del Seicento italiano e molte altre cose non proprio economiche (chi vive e lavora ad Apollo, però, può godere di vari benefici economici, oltre che di un piccolo salario). Ma “la quarta via”, ti direbbe uno studente, “è per il buon padre di famiglia”: ovvero una persona con la testa sulle spalle, non “vagabonda”, ma capace tutte le sere di portare a casa un bel gruzzolo.
C’è chi ci crede, e c’è chi invece va su tutte le furie e accusa Burton e i suoi studenti di innumerevoli nefandezze, le stesse che si dicono, da che mondo è mondo, contro tutte le minoranze religiose un po’ strane: lavaggio del cervello, sfruttamento, ciarlataneria, etc. Ma Burton e i suoi non rispondono a nessuna critica, anzi fanno spallucce. Perché? Perché “il risveglio ha bisogno della forza contraria” e l’atteggiamento giusto di fronte a quest’ultima non è rispondere, bensì “trasformare”. In uno stato di presenza senza parole, of course.

venerdì 27 novembre 2009

Di nuovo su "Il Popolo degli Elfi".

Sono molto contento di poter nuovamente ospitare un intervento della sociologa Cristina Salvadori sul Popolo degli Elfi. Cristina ha già curato, per Viverealtrimenti, una presentazione storica di questa radicale esperienza comunitaria italiana. In questo post ne dà una lettura più generale, interpretativa oltre che descrittiva. Ulteriori elementi sul Popolo degli Elfi vengono offerti nel sito viverealtrimenti.com.
Cristina:


Il mondo contemporaneo sta marciando ad un passo sempre più globale, diffondendo strutture uniche che tendono a presentare il modello prevalente di vita come esclusivo. All’interno di questo mondo diffuso si possono scorgere però spazi locali che propongono soluzioni di vita diverse, costruite su particolari esigenze e concezioni. Ospiti nel ventre di una realtà ormai dominante, queste piccole società offrono percorsi esistenziali alternativi che hanno trovato la loro autorealizzazione in odierne comunità ed ecovillaggi, facendo germogliare microcosmi di vita differenti nell’orientamento economico, politico, sociale, culturale e spirituale, dando così alla luce un’opportunità di vivere attraverso altri modi e di approcciarsi alla quotidiana routine mediante schemi diversi.
Il Popolo degli Elfi, comune situata all’interno dei boschi dell’Appennino Pistoiese dal 1980, rappresenta uno di questi spazi locali, proponendoci una solida alternativa di vita sociale con trent’anni di esperienza da raccontare. La comunità è infatti una vera e propria microsocietà composta da circa duecento persone distribuite tra case e villaggi immersi nel verde delle montagne toscane, animata giornalmente da ritmi di vita che volgono il loro sguardo soprattutto al passato contadino che abitava quei luoghi prima del boom economico di metà Novecento.
Il sistema economico elfico tende all’autosufficienza mediante l’impegno nel settore primario: gran parte delle attività quotidiane della comune sono dedicate alla coltivazione dei prodotti della terra, lavorata con metodi poco invasivi e attenti alle esigenze naturali. Semplici attività commerciali come la pizzeria ambulante o la vendita dei prodotti confezionati in valle vanno ad alimentare una cassa comune, necessaria all’acquisto di beni che non possono essere prodotti all’interno dell’area comunitaria. Ogni membro può inoltre detenere una somma personale di denaro per soddisfare i propri bisogni.
La struttura politica è assente per il rifiuto di qualsiasi forma di potere e gerarchia: il non governo elfico dà vita ad una democrazia diretta nella quale non esistono cariche politiche o leader ed ognuno può esprimere la propria opinione e far sentire la propria voce all’interno del “cerchio della parola”, regolatore dell’ordine e portavoce delle decisioni finali che emergono con la maggioranza legata al prevale di una particolare idea.
La composizione socio-culturale della comunità è variopinta: possiamo identificarla come anarchica, antagonista, hippy, pacifista, new age, contadina, rurale, ambientalista, poiché attraverso piccole sfumature riesce ad emanare tutte queste cose, anche se la tonalità più forte è rappresentata dal richiamo ad una realtà societaria agreste e rivolta al passato.
La sola descrizione dei caratteri generali rischia di far percepire la comunità in termini di perfezione. La capacità di sopravvivenza della comune in realtà non ha niente di straordinario: essa ritrae la concreta realizzazione di una diversa opportunità, resa possibile dalla volontà umana disposta a cercare valide alternative di vita, ma anche attraverso la costruzione di qualche accorgimento e riadattamento necessario nonché funzionale alla positiva realizzazione di questa microsocietà e alla sua permanenza nel tempo. Scendendo nei dettagli vediamo infatti che, oltre alla ricerca di una vita ecologica, solidale, a misura d’uomo, la struttura comunitaria si regge su alcuni muri portanti che ne permettono in sostanza la longevità e il reale funzionamento.
Gli Elfi rifiutano ogni tipo di gerarchia e di potere e basano la loro convivenza su un’anarchia ordinata fatta di parità, libertà di pensiero e uguaglianza tra le voci. Se la parola anarchia rimanda etimologicamente ad una mancanza di struttura governativa legandosi automaticamente nella nostra vita ad immagini di caos e disordine, essa diventa negli Elfi un congegno funzionante che smentisce la concezione comune.
La società elfica non è affatto dotata di una naturale forza interna che mantiene ogni elemento al suo posto creando un ordine congenito, ma i suoi membri sottoscrivono un patto di tacita accettazione di fondamentali regole implicite necessarie alla quotidiana convivenza che rappresentano la vera realizzazione di questi due concetti apparentemente inconciliabili. In poche parole, l’anarchia ordinata non è innata alla comune ma deve essere costruita ponendo in essere gli strumenti necessari alla sua concreta realizzazione. La sottoscrizione silente al rispetto di regole tacite e implicite costituisce uno dei presupposti alla creazione dell’armonia anarchica: entrare a far parte di una comunità costruita su valori di solidarietà, cooperazione, tolleranza e rispetto reciproco presuppone l’accettazione obbligata nonché la loro messa in pratica, ponendo così un primo tassello alla sostanziale anarchia. Un’altra importante pietra è costituita dalla necessaria affermazione di qualche membro che avviene non in termini di potere ma di autorità. E’ un presupposto naturale quello che fa prevalere la voce di qualcuno rispetto agli altri in merito a particolari esperienze o a diversi livelli di maturità, conoscenza e saggezza riguardo certi argomenti. La voce che risalta deve essere ascoltata perché è quella che può condurre alla giusta decisione da prendere.
Ecco allora come l’anarchia ordinata degli Elfi sia in realtà una costruzione sociale che nell’ambito della realtà comunitaria può essere definita funzionante.
Un’altra considerazione da fare in merito al successo e alla longevità di questa realtà riguarda la rivisitazione della realtà contadina di inizio secolo. La tradizione rurale narrata nei ricordi dei nostri nonni può essere rivissuta tramite gli Elfi, ma con modifiche pratico-teoriche. La ripresa del passato contadino è uno dei fattori che permette ai comunardi di ricreare uno status alternativo: attraverso questo stile di vita avviene un richiamo ai valori autentici della solidarietà, della collaborazione e della semplicità, si ha la possibilità di fare appello alla saggezza e alla sapienza, riemerge la corporeità del vivere, si instaura quel legame e quel rispetto profondo per la natura, ormai perduto. Il loro stile di vita è per questo estremamente frugale e ben lontano dai moderni comfort. Il differenziale con i loro ispiratori sta però in un fattore da non sottovalutare, importante anche per capire la longevità e la stabilità della comunità: i membri si sono trasformati in Elfi per una scelta volontaria, non per forzate condizioni di nascita. La rinuncia alle comodità, l’allontanamento dal mondo di provenienza e la scelta di un ritorno al passato fanno parte di strade soggettive che si incrociano tutte nell’area della comune, ma nessuna è partita da una condizione obbligata. Il passato dei nostri nonni narrato con nostalgia ma anche con punte di dolore legate all’oppressione padronale, alla fatica, alla fame e alla miseria, è rivissuto nel presente da questa comune attraverso delle correzioni sia pratiche che concettuali che permettono loro di mantenere l’equilibrio di questo fabbricato sociale.
Tutte queste considerazioni ci aiutano a capire la trentennale esperienza elfica, la sua capacità di sopravvivere ad un concetto visto spesso come il massimo dell’utopia, anche a causa dei fallimenti comunitari presentati dalla nostra storia. Gli ideali di comunione e solidarietà sono pietre miliari presenti anche tra gli Elfi, come continuazione di quel filo rosso che lega gran parte degli esperimenti societari a partire dalle comuni religiose ottocentesche, ma vediamo anche che essi devono essere accompagnati da risvolti pratici e umani, che nella concretezza del vivere permettono il sopravvivere di un’alternativa reale.
In un discorso più ampio possiamo anche tentare di creare un approccio produttivo alla diversità, proprio a partire dall’esempio elfico. A pochi passi da casa nostra si trovano realtà che hanno rovesciato la quotidianità, che vivono partendo da presupposti esistenziali estremamente diversi e che stanno lì pronte a dimostrare come siano possibili altri modi di vivere la vita all’interno della nostra collettività. Ma un buon confronto lo si fa solo se andiamo oltre il fascino che queste realtà possono emanare. La diversità produce tanta ricchezza quanto attrito: l’occhio che riesce a guardare con fare sincero la differenza è quello che non si pone né come idealista né come nemico poiché queste due tendenze opposte tendono paradossalmente a divenire uguali tra loro per la posizione estrema che entrambe assumono.
Valutare senza pregiudizi una realtà come quella degli Elfi significa elencare gli ingranaggi che la fanno muovere, spiegarne il funzionamento e, sulla base delle proprie idee ed esperienze di vita, creare una propria visione concettuale. L’esistenza di una comunità come quella elfica non deve limitarsi ad indicare soltanto la strada dell’accettazione o quella del rifiuto, ma deve gettare le fondamenta per ulteriori vie intermedie che portino ad un confronto produttivo su questi mondi purtroppo ancora poco conosciuti.

Chi volesse contattare Cristina puo' avvalersi del suo indirizzo e-mail salvadoricristina@hotmail.com

martedì 24 novembre 2009

Sri Lanka: brevi note di viaggio, parte seconda (Sarvodaya).

Sono giunto a Colombo l'11 di ottobre per ottenere un nuovo visto e ritornare in India. In virtù della complessità del visto richiesto e delle lungaggini dell'ambasciata indiana, ho deciso di rimanere più del tempo programmato (un paio di settimane). Siamo oramai sul calare di novembre e sono ancora qui. Ho iniziato difatti collaborare con Sarvodaya, cui ho già accennato alcuni post addietro.
Sarvodaya, una delle realtà più importanti del GEN (Global Ecovillage Network), è un'organizzazione di base che coinvolge oltre 15000 villaggi srilankesi. Promuove il microcredito e garantisce gli elementi basici di una vita decente a tutti i suoi membri. Non è esente da limiti ma trovo sia una realtà molto interessante, il cui esempio può essere seguito, con opportuni adattamenti, anche in paesi più sviluppati. Non mancherò di tornare su Sarvodaya e di parlarne in modo più approfondito. Ora preferisco raccontare qualche mia esperienza in questa terra e nel network comunitario citato.

Gampaha

È distante appena 45 minuti da Colombo. Un tempo da trascorrere, spesso in piedi, su di un treno che ricorda facilmente le nostre linee metropolitane. Con la differenza che anche in questo caso, come ho già scritto per i treni indiani e gli autobus di Colombo, corre con i portelli aperti. Corre lungo paesaggi riccoverdi in cui risaie o fiumi placidamente animati spezzano l’intensità lussureggiante dei coccheti e dei banani e di chissà quali altre specie vegetali. Corre e si ferma in stazioni secondarie, preservate dal freddo anonimato delle nostre stazioncine europee, colorate, sobriamente vitali. Sul treno è un moderato via vai di venditori di modeste cianfrusaglie, di poveri sacchetti di noccioline. Non manca qualche mendicante o qualche istrione che si cimenta in capriole un po’ spericolate nel vagone o in prove di forza alzando con i piedi ― a testa in giù nell’asana yogica della candela — un pesante macigno. Il tutto, per una manciata di rupie spiegazzate.
Gampaha è una cittadina come tante nel turgore della foresta srilankese. Con i suoi templi buddisti e le sue chiese, i suoi mercati, i daba “moscheolenti”, i suoi tuk tuk, i vestiti sobri e pudichi delle donne, le loro lunghe capigliature nere, qualche cane malandato, qualche insegna di compagnia telefonica, poca ressa, poche smanie, poco clamore. Il distretto di Sarvodaya rimane un po’ fuori città. È costituito da un paio di edifici a piano unico su un francobollo di terreno preso in prestito alla foresta.

Un terreno con un vecchio pozzo, un paio di tettoie per poche bufale e qualche vitello, dove si aggirano visibili, nel verde, un grosso gallo bianco e più discrete galline. Nel distretto vive Nimal-Aya con la famiglia, con la moglie e due figli maschi, di 7 e 14 anni. Persone semplici, in simbiosi con il loro ambiente naturale. Il francobollo di terreno da loro l’indispensabile per vivere: le banana (da mangiare crude o cotte), i jack fruits (da mangiare crudi o cotti), il latte delle bufale, le noci di cocco, ingrediente fondamentale delle ricette srilankesi. Non manca difatti, nella cucina di Manel-Akha, moglie di Nimal-Aya, un utensile primitivo, a manovella, per raschiare scagliette di cocco dall’interno delle noci aperte. Le scagliette vengono mescolate con dell’acqua che ne acquisisce il sapore. Questa, mischiata con altra acqua spremuta dall’impasto delle scagliette, viene usata nella cottura di quasi ogni pietanza ragion per cui, in Sri Lanka, è possibile ravvisare il peculiare sapore di cocco quasi in ogni piatto. Le galline danno, naturalmente, le uova fresche ma non la carne, data l’etica tradizionalmente vegetariana di Sarvodaya. Eccezioni saltuarie vengono invece fatte per piccoli pesci che Nimal-Aya e Manel-Akha allevano in pochi metri di stagno.

La cucina è disarmantemente semplice, mi ha ricordato subito quelle che ho visto in zone particolarmente primitive in India ed in Nepal. Lo spazio in cui vengono cotti i cibi è una semplice struttura in terra cruda con 4 nicchie dove possono essere messi a bruciare piccoli pezzi di legna. Sui bordi della struttura, all’altezza delle nicchie, possono essere poggiate pentole o padelle in lega, annerite dalla fuliggine, a 20-40 centimetri dal crepitare della legna. È il tipo di cucina “più amata” dai ceti contadini srilankesi, dagli adivasi del Kerala, da montanari nepalesi e chissà da quanti altri spezzoni, dimenticati, di popoli. Manel-Akha ha uno sguardo estatico, gioioso, pur nell’ambito di una vita che non riesce a non trovare un po’ monotona. Vive nel francobollo di terreno, buona parte del tempo dietro la struttura in terra cruda, cucinando per il marito ― militante impegnato di Sarvodaya e piccolo allevatore — e per i figli Damidu e Ganidu. Vive, tuttavia, una vita fitta di relazioni, con la casa spesso occupata da militanti del movimento o di parenti o amici di passaggio. Il network di Sarvodaya, del resto, è sempre presente nella vita dei suoi membri. La domenica è quasi sempre giorno di ritrovo a casa di qualcuno, nella costellazione di vicini villaggi. Non mancano legami abbastanza stretti con monasteri di buddismo theravada ragion per cui, nel corso degli incontri domenicali, i monaci hanno modo, la mattina, di trasmettere la loro saggezza ai laici, come da antica tradizione ed essere rifocillati, serviti e riveriti. Mi è sembrato di percepire che la presenza dei monaci (in genere in numero di 10-15) porti un ineffabile equilibrio negli ambienti, con le loro parole pacate, veicolate a mo’ di predica, cui fanno spesso seguito recitazioni di mantra. Dar da mangiare ai monaci è, potenzialmente, dovere di ogni laico presente. Loro siedono, uno vicino all’altro, in fila orizzontale, avvolti nei loro abiti arancione, zafferano o amaranto. Ciascuno ha, davanti a sé, la propria ciotola capiente. Il cibo abbonda sulle tavole della casa ospite di turno. Ciascuno ha portato qualcosa da casa propria, in un bello spirito di condivisione (lo stesso che ho ritrovato, ultimamente, nel corso di un’agape fraterna della Società Teosofica in Italia). I laici prendono, ciascuno, un piatto dal ricco desco della casa ospite e, sfilando davanti ai monaci, servono un po’ di pietanza nella ciotola di ciascuno. Il monaco può accettare o rifiutare con un semplice gesto della mano. Nel momento in cui copre la ciotola con il palmo aperto significa, naturalmente, che non ha intenzione di essere servito. Dopo pranzo viene offerta loro la radice di betel nella foglia di pan utilizzata, tradizionalmente, anche qui come in India (in cui credo si possa facilmente dire che se ne abusi) ed in Birmania.
A questo punto è giunto, per i monaci, il momento di ritirarsi ed il desco resta ad integrale disposizione dei laici. Personalmente ho avuto modo di godere di diversi omaggi e trattamenti di favore qui in Sri Lanka. Ad esempio, nel corso di questi incontri, mi è stato chiesto di servirmi per primo. Ho avuto dunque modo di scegliere con cura nella vasta offerta di pietanze. Ce ne era davvero per tutti i gusti, per carnivori e vegetariani. Tutto, anche il pollo, all’inconfondibile sapore di cocco. Ottimi, poi, i dolci. Meritano menzione il tipico wattalappam, una sorta di cream caramel arricchito con frutta secca (uva sultanina, frammenti di anacardi e di arachidi) e dell’ottimo gelato alla vaniglia fatto in casa.
Il tutto senza una goccia di alcool, bevendo semplicemente acqua.
Nimal-Aya e Manel-Akha vivono con gli introiti del latte di bufala ed affittando qualche stanza nel distretto di Sarvodaya.
La loro è una grande casa, pur poco ammobiliata, con bella veranda con vista su di un giovane coccheto, perfetta per leggere, scrivere e fumare i discreti sigari locali.
Va anche bene, per me e Damidu, il più piccolo dei due fratelli, per giocare con l’arco e le frecce con punte a ventosa. Ricordo che era uno dei miei giochi preferiti quando ero bambino e sono ben contento, ora, di riviverlo con un amico srilankese di 31 anni più giovane.
Giochiamo anche a badminton, nel francobollo di terreno e a cricket. Gampaha è dunque, per me, in questo mio soggiorno srilankese, il posto ideale per riprendere fiato dal fisiologico caos di Moratuwa (dove ha sede il quartier generale di Sarvodaya e dove dunque passo la maggior parte del mio tempo) e di Colombo. Il sabato prendo, regolarmente, magari al volo, il treno-metropolitana con i portelli aperti. Raggiungo questa piccola oasi di semplicità ed innocenza, questa famiglia di “elfi esotici” e, automaticamente, seguendo la tradizione di Sarvodaya, divento Manu-Aya (fratello Manu; il nome abbreviato che uso in Asia perché si presta meglio ad essere ricordato) o Manu-Malli (fratello più giovane Manu) come mi chiama Manel-Akha (sorella Manel). A Gampaha ho dunque ritrovato un posto dove nutrire la fiducia nell’essere umano, dove ci si possa davvero permettere di sentirsi come in famiglia, in un rapporto di fratellanza che possa diventare via via più autentico, meno sproloquiato ed affatto retorico.

martedì 17 novembre 2009

Luna nuova --- Martedì 17 novembre 09 --- da Ajahn Munindo

Come il bambù distrugge se stesso
nel dare frutto
a se stessi fanno male gli stolti
prestando fede a false opinioni
e deridendo i saggi
che vivono in accordo con la Via.

Dhammapada strofa 164

Pensare che tutte le cose naturali siano leggiadre è un’idea
romantica. La natura può essere crudele e micidiale. La natura delle
nostre passioni non domate può farci aggrappare a pensieri e
sensazioni che non fanno che precipitarci in maggiore sofferenza. Le
nostre menti non addestrate ci fanno mancare il potenziale per la
libertà che potrebbe essere nostro se facessimo lo sforzo di coltivare
la retta presenza mentale. Questo testo ci incoraggia a una
consapevolezza a tutto tondo: sedendo, stando in piedi,
camminando, da sdraiati, una presenza mentale 24 ore su 24.
Una mente preparata a fondo per una vita di consapevolezza è
costantemente vigile verso la tendenza ad attaccarci alle opinioni e al rischio di essere posseduti dall’auto-importanza.
Finché non siamo totalmente liberi dall’ignoranza, i semi dell’illusione restano dentro di noi con la loro possibilità di fare danno, a noi e agli altri.
Una mente ben addestrata vede dove sta la virtù anche quando
le nostre opinioni più care vengono contraddette e le preferenze personali frustrate.

Con Metta,

Ajahn Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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