TRANSUMANZA

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martedì 9 agosto 2011

A colloquio con l'antropologo Gabriele Mina.

Di seguito un colloquio avuto con l'antropologo Gabriele Mina, curatore del saggio Costruttori di Babele. Sulle tracce di architetture fantastiche e universi irregolari in Italia, in uscita a novembre per Elèuthera. Nel saggio comparirà un estratto della seguente conversazione, incentrata sul rapporto fra “costruttori babelici” (artisti autodidatti, “ispirati al bordo della strada”) e “costruttori comunitari”.


Esistono delle espressioni “artistiche” nelle comunità e negli ecovillaggi, oppure attività simili (ceramica, artigianato, vestiti, etc.) sono funzionali all’uso interno e alle partecipazioni ai piccoli mercati? Esiste qualcosa di paragonabile alla “autocostruzione artistica” o necessariamente prevalgono architetture e forme povere e funzionali alla comunità? Verrebbe da pensare che simili forme siano più presenti in contesti urbani (come Christania o i luoghi occupati dagli squatters) piuttosto che in realtà di campagna, o sbaglio?

Io credo, innanzitutto, che l’idea stessa di vivere in una comunita’ o in un ecovillaggio riveli un “approccio artistico” alla vita. Fatta questa premessa, indubbiamente esistono espressioni artistiche di vario ordine e grado nelle comunita’ intenzionali e negli ecovillaggi. Dalle forme piu’ semplici di arte, funzionali all’uso interno ed ai piccoli mercati (penso alla cesteria degli elfi, alle ceramiche raku di comunita’ come La Citta’ della Luce, alle saponette artigianali di Torri Superiore, eccetera) fino all’autocostruzione artistica vera e propria. In questo senso, l’esempio piu’ calzante e’ quello di Damanhur e dei Templi dell’Umanita’, di cui torneremo a parlare.
Pensando ad espressioni artistiche nelle comunita’ e negli ecovillaggi che mi hanno colpito, ritrovo l’ecovillaggio di Campanara la cui chiesa, sconsacrata, e’ stata affrescata con motivi religiosi sincretici, i quadri, spesso a carattere metafisico, di Oberto Airaudi, fondatore di Damanhur o alcuni spettacoli teatrali di strada degli Elfi; meravigliosi!. Sono solo tre esempi cui si potrebbero aggiungere, in maniera “eterodossa”, gli splendidi orti sinergici che si trovano in diverse realta’ comunitarie, prima fra tutte quella di Basilico, nel Mugello. Credo davvero possano essere considerati, a loro volta, una forma d’arte.
Da un punto di vista specificamente architettonico, credo meriti segnalare la struttura del Villaggio Verde, in Piemonte, concepita dall’architetto Giorgio Grati, le cui idee hanno preso forma nel progetto, parzialmente realizzato, di un insediamento circolare attorno ad un laghetto centrale. Da un punto di vista storico, un teorico comunitario che ispiro’ la creazione di particolari citta’-giardino fu l’utopista francese Charles Fourier che credo meriti un focus a parte. Qui basti citare che alcuni suoi principi architettonici sono stati ripresi dal celebre Le Corbusier ed in molti progetti contemporanei di co-housing.
Al riguardo credo meriti menzione anche il comune di Campomaggiore (in provincia di Potenza), presentato come “il paese dell’utopia sociale” perche’ progettato e realizzato, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in linea con principi fourieristi ed oweniani (l’inglese Robert Owen fu un altro importantissimo teorico comunitario ottocentesco).
Non mancano, del resto, nell’eterogeneo mondo comunitario, forme povere e funzionali alla comunita’ ma non so quanto si possa pensare che forme di autocostruzione artistica siano piu’ presenti in contesti urbani, come Christiania o luoghi occupati dagli squatters. Sicuramente Christiania ha dato prova di una grande creativita’ in vari ambiti: architettonico (con case costruite anche sugli alberi), teatrale, musicale (e’ riuscita ad ospitare, nei suoi eventi, musicisti di indiscusso successo internazionale come Bob Dylan).
Per trovare un equivalente “rurale” bisogna considerare comunita’ con una consistenza numerica di membri che possa reggere il confronto. Mi viene dunque in mente ancora una volta Damanhur che, oltre che nel caso dei Templi dell’Umanita’, ha dato prova di una gran creativita’ ed autocostruzione artistica nelle proprie abitazioni. In particolare ho descritto dettagliatamente, in un articolo, un edificio damanhuriano — Aval — che, considerato all’altezza dei migliori parametri di sostenibilita’ (e, per questo, e’ stato progettato in maniera artistica oltre che architettonica), e’ stato premiato con una bandiera verde dalla FEE (Foundation For Environmental Education), nell’ambito del programma di educazione ambientale “Green Home”. Per saperne di piu’ potete leggere l’articolo sul mio blog viverealtrimenti.blogspot.com cercando il post, del 29 giugno 2008, Ecosostenibilita’ premiata a Damanhur.

Gli autodidatti babelici spesso sono visti con sospetto, talora con ostilità: bollati come eccentrici o “scemi del villaggio”, vengono sentiti estranei dalla comunità che non comprende il senso di imprese decennali, dedicate alla costruzione di monumenti eccentrici ed effimeri, senza ritorni economici. Considerazioni analoghe si possono fare per molti comunardi e zappatori, circondati dalla diffidenza (penso alla storia di Ovada, agli elfi appenninici). Eppure entrambi sono radicati nella cultura: molti villaggi nascono ridando vita a borghi abbandonati, riallacciano dei legami con mondi agricoli e pastorali, ritrovano saperi. Sembrano ai margini della cultura, periferici, quasi extra-terrestri, mentre in realtà sono profondamente radicati alla storia di un territorio. È una prospettiva che ti convince?

Mi convince senz’altro; la storia del mondo comunitario e’ ricca di episodi di diffidenza ed ostilita’ che, per quel che ne so io, nella maggiorparte dei casi si sono risolti, a livello locale, felicemente (meno quando la controparte sono state le istituzioni; questo argomento e, in genere, episodi in cui comunita’ intenzionali ed ecovillaggi hanno subito attacchi molto pesanti da istituzioni o media importanti, meriterebbe un’intervista a parte).
I comunitari, difatti, sono spesso le “anime contadine” di cui canta Fabrizio de Andre’ in Anime salve e finiscono per trovare forme di dialogo efficaci con gli autoctoni, pur a fronte di diversita’ culturali profonde. Potremmo dire, con uno slogan, che la terra li unisca. E’ verissimo che i comunitari (i casi di Damanhur e degli Elfi sono particolarmente emblematici al riguardo) ridanno vita a borghi abbandonati, riallacciando legami con mondi agricoli e pastorali dimenticati (potremmo dire “in via di estinzione”), ritrovando saperi e radicandosi nella storia di un territorio di cui diventano, in vario modo, i nuovi protagonisti. Gli Elfi sono ormai particolarmente amati, nelle aree interne della Toscana dove sono insediati, perche’, profondamente ecologisti, tengono in ordine i boschi scongiurando pericoli di incendi e, in generale, tengono vivo un ecosistema che altrimenti richiederebbe interventi governativi perche’ del tutto de-antropizzato. A questo va aggiunto che hanno un ruolo di rilievo anche a livello sociale, contribuendo al recupero di tossicodipendenti, emarginati, persone che possono trovare nei loro villaggi una condizione alternativa alla detenzione ma qui si rischia gia’ di divagare...
In merito al rapporto di Damanhur con il proprio territorio, cito dal mio ultimo libro Comuni, comunita’, ecovillaggi: «il grande dinamismo dell’esperienza comunitaria, il suo incremento demografico, la sua valorizzazione di antichi mestieri e della produzione artistica stanno portando benessere e vitalita’ nell’area circostante, i cui indici di depressione ed invecchiamento, a quanto scrive il sociologo Luigi Berzano, sono alti ed allarmanti». Quanto abbiamo detto per Damanhur e per gli Elfi accade, naturalmente, in piccolo, anche nel caso di esperienze comunitarie “minori”, credo sia una dinamica intrinseca ad ogni esperienza comunitaria, o quasi.

I Templi dell’Umanità di Damanhur sono, ovviamente, un elemento centrale del dialogo. Alcuni siti internazionali della cosiddetta “outsider art” li segnalano, al fianco dei giardini di sculture e le case eccentriche che io documento. Io sono incerto: possiamo definirla un’opera collettiva di autodidatti? È da intendersi come una straordinaria idea architettonica di Airaudi o di poche persone, che si sono poi affidate a delle competenze (paragonabile dunque a certe belle architetture degli ashram nostrani)? Oppure questa creazione di Damanhur, a tuo giudizio, ha caratteristiche antropologicamente differenti – al di là della bellezza e della singolare collocazione – rispetto agli spazi sacri costruiti dalle comunità religiose?

In certa misura, per quel che ne so io, possiamo intenderla come un’opera collettiva di autodidatti. Non mi risulta i damanhuriani si siano avvalsi troppo di professionisti, soprattutto all’inizio. Sicuramente tra di loro ci sara’ stato qualcuno con competenze precise ma la dimensione collettiva dell’esperienza ha avuto senz’altro un ruolo non trascurabile. Hanno tutti scavato e tutti hanno dato il loro contributo creativo e continuano a darlo, nel momento in cui l’opera dei Templi dell’Umanita’ e’ in divenire, non e’ “statica”.
A fronte di questo, e’ chiaro che esista anche un nucleo damanhuriano piu’ ristretto che si relaziona con i Templi in qualita’ di staff.
In breve, credo che a Damanhur, rispetto agli spazi costruiti dalle comunita’ religiose (bisognerebbe poi vedere quali), abbia avuto un ruolo maggiormente incisivo il carattere comunitario. Del resto, nel momento in cui si parla di Damanhur, come scrive il sociologo americano Bill Metcalf, esperto di comunita’ intenzionali ed ecovillaggi a livello internazionale, si parla di una tra le comunita’ piu’ avanzate del mondo.