TRANSUMANZA

QUESTO BLOG E' IN VIA DI SUPERAMENTO. NE STIAMO TRASFERENDO I POST MIGLIORI SUL SITO DI VIVEREALTRIMENTI, DOVE SEGUIRANNO GLI AGGIORNAMENTI E DOVE TROVATE ANCHE IL CATALOGO DELLA NOSTRA EDITRICE. BUONA NAVIGAZIONE!
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venerdì 26 luglio 2013

Insieme fuori dal fango

#INSIEMEFUORIDALFANGO
La campagna crowdfunding per il Festival
di “resistenza culturale” a Rimini,
dal 13 al 15 Settembre 2013


Cari tutti,
a seguito dell’alluvione e allagamento che abbiamo subito nella nostra sede a Rimini a fine Giugno, ci siamo attivati con una serie di campagne e iniziative di solidarietà.
Il fango ci ha piegati ma non spezzati, e, convinti da sempre che far cultura voglia anche dire “sporcarsi le mani”, abbiamo attivato due campagne di solidarietà, al grido: “INSIEME FUORI DAL FANGO”.
Attraverso il crowdfunding chiediamo contributi per organizzare la prima edizione del Festival di “resistenza culturale” a Rimini, nel bellissimo Borgo di San Giuliano, dal 13 al 15 Settembre 2013.
Daremo vita a una tre giorni intitolata “INSIEME FUORI DAL FANGO”, con la partecipazione di editori, librai, autori, ricercatori e giornalisti.
Attraverso incontri, dibattiti, reading e presentazioni, per affrontare tutti gli aspetti che oggi, al pari del fango che ci ha invaso, opprimono il mercato editoriale.
Lanciamo una nuova campagna di cowdfunding rivolta a tutti:
tutti coloro che doneranno almeno 50,00 euro riceveranno a casa la maglietta “INSIEME FUORI DAL FANGO”, simbolo del Festival.
Tutti coloro che avranno contribuito alla campagna con cifre inferiori, saranno menzionati nel manifesto dell’organizzazione del festival.
 
Qui trovate il sito di cowdfunding, con tutte le info: http://www.kapipal.com/3946a3fe7186430591a50dae28e46924
Qui trovate la pagina del nostro sito dedicata alla campagna #INSIEMEFUORIDALFANGO: http://www.ndanet.it/blog/2013/07/nda-fuori-dal-fango/
ADERITE, SOTTOSCRIVETE, FATE GIRARE LA NOTIZIA ATTRAVERSO SOCIAL NETWORK ,
PROMUOVETE L’HASHTAG #INSIEMEFUORIDALFANGO !
 
NDAfirmamail
via Pascoli 32
47853 Cerasolo Ausa di Coriano (RN)
Tel. +39.0541682186 Fax +39.0541683556 www.ndanet.it

venerdì 12 luglio 2013

NDA: I libri fuori dal fango!

Cari amici della Viverealtrimenti, il nostro distributore e' in difficolta'. Solidarizziamo!

14 anni al servizio dell'editoria indipendente. 14 anni con un’idea in testa: costruire un circuito distributivo per l'editoria di qualità.
Anni in cui abbiamo navigato per mari agitati guidati solo da un'idea romantica, che la cultura non possa essere un luogo separato dal resto della società.
Il 26 giugno 2013 a seguito delle abbondanti piogge che hanno investito la provincia di Rimini, il nostro magazzino centrale ha subito un drammatico allagamento di acqua e fango.
In un 2013 particolarmente difficile, per tutto il comparto economico del libro, aver perso più di 8.000 libri (per un valore di copertina di circa 120.000 euro) rischia di rappresentare una ferita mortale per la nostra attività.

Ti chiediamo di sostenerci scegliendo i tuoi acquisti tra i titoli degli editori con cui collaboriamo.
Chiedi al libraio, sarà felice di segnalarti e raccontarti le infinite storie raccolte nei libri che ci pregiamo di distribuire.

Maggiori info sulla nostra attività e sulla campagna I libri fuori dal fango puoi trovarle qui:
http://www.ndanet.it/blog/2013/07/nda-fuori-dal-fango/



sabato 8 settembre 2012

Verso il Darshan, sulle orme di Paramhansa Yogananda.

E' finalmente uscito il testo di Bhakti Binod Verso il Darshan, sulle orme di Paramhansa Yogananda.
Di seguito la quarta di copertina.

Vedere non con gli occhi dell’esperienza ma sulla base di un acquisito “vuoto mentale”. Una pura consapevolezza in cui nessun’agitazione può avere ricetto, perché è del tutto assente la scelta o classificazione tra piacevole e spiacevole.
Questa è meditazione!

[Brano ripreso dal santuario di Lahiri Mahasaya, maestro di Sri Yukteswar e Paramhansa Yogananda, a Benares].

Bhakti Binod nasce a Roma il 31/1/1940.  Laureato in Economia e Commercio, ha lavorato come impiegato statale fino al 1980, quando ha rassegnato le dimissioni per ritirarsi in un eremo spartano ed isolato, nei pressi di Assisi.
Dal 1977 (anno in cui, con una scarsa conoscenza dell’inglese, si è avventurato nel grande raduno hindu del Kumbha Mela) al 2009, si è recato regolarmente in India per periodi più o meno lunghi. Lì ha soggiornato soprattutto in ashrams, dedicandosi con fervore alla meditazione e ricercando la stretta vicinanza di grandi santi.
L’India che si svela dalle pagine di Verso il darshan, sulle orme di Paramhansa Yogananda, il primo e tuttavia pregnante testo di Bhakti Binod con Viverealtrimenti, non è, vivaddio, quella dei “guru da esportazione” ma di figure cardine della sua cultura tradizionale, alcune delle quali quasi del tutto ignote all’Occidente (è il caso della santa bengalese Ananda Moi Ma, cui l’autore è molto devoto).
Ne emergono l’affresco di un paese e di esperienze interiori che possono rappresentare un'interessante bussola per un Occidente quasi del tutto orfano, ormai, di bandoli di senso.
Allo stesso tempo, senza cedere ad acrobatici esotismi, Bhakti Binod, in questo testo, cammina su di un crinale affascinante ed attualissimo: un sincretismo (distante anni luce dalle macedonie spirituali propinate negli ultimi decenni) in cui trovino una comunione profonda l’essenza della tradizione cristiana e di quella hindu; forse una delle possibili ancore di salvezza dall’arretratezza sociale di un’India ancora tragica e mistica e dal vuoto di valori autentici dell’Occidente secolare.

E' già possibile acquistare il testo sul sito di Viverealtrimenti, scontato del 15% (clicca qui per accedere direttamente alla pagina dell'acquisto).

giovedì 14 giugno 2012

Attendendo "[...] sulle orme di Paramhansa Yogananda"

Uno dei prossimi libri in uscita con la Viverealtrimenti Editrice è Verso il darshan; sulle orme di Paramhansa Yogananda, di Bhakti Binod.
In attesa che i tempi maturino per questo nuovo testo, condivido volentieri con i lettori di questo blog-magazine un video di presentazione del capolavoro Autobiografia di uno yogi, nella versione originale del 1946, pubblicata dagli amici di Ananda Edizioni.
Dopo il video, un breve stralcio dal capitolo 49 della terza edizione di Autobiografia di uno yogi che credo meriti attenzione per la sua attualità.
Buona visione e buona lettura



I grandi maestri dell’India che hanno dimostrato vivo interesse per l’Occidente hanno compreso bene le condizioni dell’epoca moderna.
Essi sanno che fino a quando le virtù distintive dell’Oriente e dell’Occi-dente non verranno assimilate maggiormente in tutte le nazioni, la situazione del mondo non potrà migliorare. Ciascun emisfero ha bisogno di ciò che di meglio ha da offrire l’altro.
Nel corso dei miei viaggi in varie parti del mondo ho osservato tristemente grandi sofferenze: in Oriente sofferenza soprattutto sul piano materiale, in Occidente, principalmente sul piano mentale o spirituale.
Le nazioni si dibattono nella morsa dolorosa di civiltà non equilibrate. L’India, la Cina e altri Paesi orientali possono trarre grande beneficio dall’emulazione della capacità pratica nella gestione degli affari, l’efficienza
materiale, di nazioni occidentali come l’America. I popoli occidentali, d’altra parte, necessitano di una comprensione più approfondita delle basi spirituali dell’esistenza, e in particolare delle tecniche scientifiche
elaborate dall’India già nell’antichità per consentire all’uomo di raggiungere la comunione consapevole con Dio.
L’ideale di una civiltà sviluppata in modo compiuto ed equilibrato non è una chimera. Per millenni l’India è stata un paese illuminato dal punto di vista spirituale e, nel contempo, ha goduto di una diffusa prosperità materiale. La povertà degli ultimi 200 anni costituisce, nella lunga storia dell’India, soltanto una fase karmica transitoria. Per secoli e secoli “le ricchezze delle Indie” furono proverbiali nel mondo. L’abbondanza materiale, oltre che spirituale, è espressione strutturale di rita, la legge cosmica o naturale rettitudine. Non vi è alcuna parsimonia nel Divino e neppure nella Sua dea dei fenomeni, la rigogliosa Natura.
Le Scritture indù insegnano che l’essere umano viene attratto su questa terra per apprendere, in modo sempre più completo in ciascuna vita successiva, i modi infiniti in cui lo Spirito può manifestarsi, in tutte le condizioni materiali, esercitando su di esse un costante dominio. L’Oriente e l’Occidente stanno imparando questa grande verità in modi diversi e dovrebbero condividere volentieri le loro scoperte. È indubbio che il
Signore sia lieto che i Suoi figli terreni si sforzino di raggiungere una civiltà mondiale libera dalla povertà, dalla malattia e dall’ignoranza della propria anima. L’oblio da parte dell’essere umano delle risorse dell’anima
– risultato di un uso improprio del libero arbitrio – è la causa alla radice di ogni altra forma di sofferenza.

martedì 27 marzo 2012

I miei anni con Gesù; un nuovo libro per Viverealtrimenti.

E' appena uscito, con la Viverealtrimenti Editrice, I miei anni con Gesù, un vangelo psicosintetico, di Fabio Guidi.
Di seguito la quarta di copertina.
Il libro è in vendita sul sito di Viverealtrimenti.
Buona lettura!

Gli insegnamenti di Gesù il Nazareno ben si prestano ad illuminare la nostra ricerca esistenziale. Infatti, anche al di là della posizione di fede personale, Gesù non è stato solo un profeta d’Israele — o un guaritore carismatico — ma anche un grande maestro spirituale, capace di nascondere, dietro ingenui racconti allegorici rivolti alla gente semplice, delle verità profonde sulla natura dell’uomo e sul suo legame con la sorgente divina. Questo «vangelo psicosintetico» vuole rimanere strettamente legato alle fonti storiche in nostro possesso e, nel contempo, fornire delle suggestioni di una qualche utilità per il nostro cammino interiore.

Fabio Guidi è laureato in filosofia e diplomato in Scienze Religiose. Analista a indirizzo esistenziale e psicosintetico, negli ultimi anni si è particolarmente dedicato alla realizzazione, nel cuore della campagna pisana, di una Comunità di Psicosintesi, Hodos, impegnata nella ricerca e nella formazione in Psicosintesi Transpersonale (www.psicosintesi.org). Ha pubblicato, per le Edizioni Mediterranee, Iniziazione alla Psicosintesi, Conosci possiedi trasforma te stesso.

martedì 15 novembre 2011

Un libro che… profuma di civiltà!

Oggi ho il piacere di condividere con i lettori di Vivere Altrimenti una recensione del libro L'Olfatto tra storia, scienza ed arte cui ho dato un contributo loadato su questo blog-magazine: L'odore del viaggio.
La recensione e' di Anna Manna (nella foto) che ha anche firmato un bell'articolo critico sul mio ultimo libro:
Barboni si ma in casa propria.
Buona lettura!

Tutto ha un profumo! Ma poi cos’è un profumo? A leggere l’interessante saggio che l’Aracne ci propone, attraverso contributi culturali di primo piano, l’olfatto è il senso più intrigante, più misterioso, quasi l’annuncio subdolo ed inquietante di tutti gli altri sensi. Giancarlo Di Renzo E Manuela Marchi sono gli instancabili curatori del saggio “L’Olfatto tra storia, scienza ed arte.”edito da Aracne editore nel mese di settembre.
Instancabili per la perizia e la puntigliosa ricerca di nuove dimensioni, nuove visuali, nuove discipline attraverso le quali analizzare l’olfatto,che si presenta immediatamente come uno dei sensi più seducenti : profumi, essenze, vapori ci avvolgono subito alla prime pagine del libro che si apre con una significativa introduzione di Laura Biagiotti, regina italiana delle profumazioni.
Ma l’opera non è uno sguardo mondano e divertito al mondo dei profumi e delle essenze, tutt’altro. Il saggio - perché di un vero e proprio saggio si tratta - scandaglia la tematica scelta attraverso varie ottiche, ma tutte di livello alto e soprattutto attraverso una disposizione scientifica e professionale
verso l’argomento trattato. Giancarlo Di Renzo è medico ginecologo noto a livello internazionale ed ha riunito nel saggio molte presenze mediche. Così accompagnati dal commento esperto e puntuale di Manuela Marchi , molti nomi prestigiosi della cultura italiana ci svelano i segreti dell’olfatto analizzandolo in tutte le possibili sfaccettature. La trattazione scientifica annovera contributi di medici, sessuologi come Rita Grifoni, neonatologi come Giampaolo Donzelli vera autorità nel campo e soprattutto otorini.Del resto essendo la tematica trattata… profuma,era inevitabile dare gran risalto alla trattazione dell’otorino che in questo caso è Graziano Brozzi, nome prestigioso nel mondo medico. La parte storica è condotta magistralmente dagli interventi del Prof.Caliari, che ha trattato il profumo nella storia della religione, della prof.ssa Scolart ed altri. Avvincente il racconto avventuroso di Manuel Olivares che racconta… l’odore del viaggio .
E risulta molto interessante la relazione del filosofo, dott.ssa Francesca Brencio, di cui è nota la grazia ed il garbo nell’esposizione.
Per la parte letteraria un particolarissimo intervento critico di Dante Maffia, degno di un mago della critica, introduce le danze profumate che poi chiudono il libro. Poesie e racconti che la poetessa Anna Manna ha ricondotto ad un unico personaggio : il profumo. Il fatto è che Anna Manna sono io che sto scrivendo : dunque non posso dilungarmi nella esaltazione dei miei versi profumati !Che pure, debbo dire, sono stati premiati al Premio Alghero Donna poesia a settembre.
Ma non posso negarmi il piacere di raccontarvi con quanta graziosa disposizione mi sia cimentata in questa avventura profumata. Quando a Spoleto, in quella cittadina ricca di stimoli culturali e variopinta dimora dell’arte, la presidente dell’Associazione culturale Il Mascherone , Manuela Marchi, mi ha proposto di partecipare con poesie mie a questa avventura del libro che stava nascendo, era primavera. Quasi Pasqua. E con questo spirito ho affrontato l’impegnativo compito. Impegnativo perché scrivere leggiadramente in una società che mostra il disfacimento ad ogni passo , è impresa ardua. Ma credo di avercela fatta. Ho messo tutta la grazia di cui sono capace, ho ricamato un’atmosfera che ricorda il novecento di Sibilla Aleramo e Dino Campana, ho fatto poesia d’amore. In mezzo a tanti che fanno sesso, dal Grande fratello ed altri, questi miei versi innegabilmente romantici fanno senso, a volte sono scandalosi.
Inoltre addentrandomi nella strada perigliosa della poesia mi sono imbattuta nella splendida poesia di Corrado Calabrò “Peccato non originale” che del profumo fa un raffinato protagonista di versi indimenticabili. Così da poetessa sono diventata critico e ho affrontato i versi di Calabrò deliziandomi a scandagliarli con la penna del critico. Ma il mio viaggio nell’essenza delle delizie dei profumi non finiva qui. Da critico sono diventata narratrice e ho scritto per i lettori un inquietante racconto che oscilla tra il vero ed il falso, tra la vita e la morte. Tra l’inebriarsi di profumo e l’inalazione del veleno.
Che dirvi di più? Bisogna leggerlo questo saggio per capire fino in fondo le trappole del profumo come ci insegna lo scrittore omeopata Francesco Negro che chiude il libro, da par suo, con tematiche profonde. Con immagini della natura avvincenti e con il dubbio che il senso dell’olfatto sia una delle splendide trappole dalla vita.
Una strega per avvincerci? Un veleno per tramortirci? Non vi svelerò l’ultimo segreto.
Cercate la risposta nel saggio che annuncia anche la pubblicazione di saggi sugli altri sensi.
Cinque strade per sognare, più il sesto senso, quello che dovrebbe svelarci il senso dei sensi.
Ma questa è un’altra storia. A proposito la collana che ospita questo saggio si chiama appunto Il senso del senso. Attenti : quando una vampata di profumo vi avvolge, non crediate che si tratti di seduzione, forse si tratta di filosofia!
In quest’ottica la proposta di questo saggio potrebbe essere la risposta intellettuale alle volgarità ed alle performance di basso lignaggio che offuscano il mondo di questi tempi.
E’ possibile giocare, divertirsi, intrigarsi anche con livelli alti di studio. Anzi.
E’ il divertimento migliore.
E’ il profumo del gioco quando si vola nell’area della civiltà.

Anna Manna

mercoledì 7 settembre 2011

Aperitivo artistico & yoga shake a Viterbo

La Viverealtrimenti editrice sarà presente l'11 Settembre a Viterbo a L'Aperitivo Artistico & Yoga Shake (clicca qui per visionare il programma). Il nuovo collaboratore della Viverealtrimenti, Paolo Ceccarini, presenzierà all'evento con un banchetto di libri, locandine e materiale informativo.
A lui vanno i nostri migliori auguri. Chi si dovesse trovare in zona è, naturalmente, invitato a partecipare. Posso garantire che gli aperitivi viterbesi sono eccezionali; se dovessero esserlo altrettanto le diverse iniziative in programma partecipare sarà un'esperienza pressochè memorabile.

sabato 25 giugno 2011

Un nuovo libro per Viverealtrimenti.

Annunciato in diversi post precedenti, è finalmente uscito il nuovo libro di Vivere Altrimenti: Yoga based on authentic Indian traditions. E' il mio primo libro in inglese; è rappresentato davvero una sfida importante. Il testo ha circa 240 pagine e vuole essere un manuale teorico-pratico. Non trascura un importante excursus storico-filosofico sulla tradizionale disciplina indiana, si sofferma lungamente sulla città di Benares che ha dato i natali a Smriti Singh, la maestra di riferimento del testo, per poi terminare, con l'ultimo lunghissmo capitolo, con una presentazione delle più importanti āsana, i piu' importanti esercizi repiratori (prānāyāma) e mudra con fotografie e spiegazioni in dettaglio.
Chiunque fosse interessato può ordinare il libro via mail (scrivendo a info@viverealtrimenti.com) e lo avrà a casa, entro 4 giorni lavorativi, senza spese di spedizione aggiunte. Presto il libro sarà acquistabile anche sul sito di Viverealtrimenti. Il costo è di 15,50 euro.

venerdì 8 aprile 2011

Yoga from authentic Indian tradition.

Continuando sull'onda del bilinguismo di questo blog, di seguito l'introduzione al prossimo testo della Vivere altrimenti Editrice: Yoga from authentic Indian tradition che non puo' non avere come maestro di riferimento Smriti Singh.

Below the foreword to the next book of Viverealtrimenti LTD: Yoga from authentic Indian tradition whose reference master is Smriti Singh

Benares 25/7/2010

Topic of this book is the ancient discipline of Yoga, with a particular focus on a specific school of Ashtanga Yoga (literally translated as “the eightfold limbs of yoga” and also known as “classical yoga”) settled in the hearth of Benares, one of the holiest town in India and, probably, the oldest living town in the world.
Founder and qualified teacher of the mentioned school (Om International Yoga Health Society) is Smriti Singh, born in Benares the 3th of December 1976. She will be presented with the deserved attention at the right time.
In this introduction it is more important to underline that the teachings of Smriti Singh, from authentic Indian tradition, made their way to Europe this year (Belgium and Holland) sponsored by Association Belge des Enseignants et Pratiquants de Yoga in the person of its President Vincent Destoop. It has been just a first step on the way of internationalization and in these days the staff of Om International Yoga Health Society are organizing a new European tour. Workshops of Ashtanga yoga will take place, very soon, in Belgium, Holland and Italy while students in Spain, France, England and U.S. are also ready to welcome their Master.
The spreading of these yogic seeds, from their strong spiritual Indian matrix, is coherent with a bigger phenomenon: the “irruption of India in the history”, the growing role of the country in the geopolitics of the world which can also represent a good presupposition for its deeper cultural influence.
The greatest historian of religions ― author of the bestseller Yoga; immortality and freedom — Mircea Eliade, prophesied, in the second half of 20th century, the political, economical and cultural centrality of Asia in the 21st one. Eugène Ionesco, dramatist in Académie française and very closed friend of Eliade, writing an “homage” in the sad occasion of his death, quoted the French scholar André Malraux who told: “21st century will be religious or will be not”. “It will be!” wrote Ionesco, “even thanks to the big work of Mircea Eliade” who, among other things, greatly contributed to the promulgation of ancient Indian wisdom, preparing the West to accept the reinforced worldly power of the Subcontinent.
It is commonly accepted, in fact, that Indian people are the most religious in the world.
The great Italian writer Alberto Moravia, author in 1962 of Un'idea dell'India (An idea of India) after a deep (even if not too long) visit in the country, presents It as “the country of religion”. Not of a particular one (Hinduism, Buddhism, Jainism, Islam) but of the “religion as existential dimension”. In other words, wrote Moravia, “everything is religion, in India!”.
Because of a more powerful presence of India in the world, can we hope the 21st century will be more religious than the former one? What I’m thinking is just that, probably, a religious 21st century cannot come out from Europe, U.S. and the secularized western world which has something different to offer to the global new man, for example the culture of social contract.
A more religious attitude in daily life, the achievement of “religion as existential dimension” can, instead, be the gift of India to future Humankind.
Benares represents, in the subcontinent, one fundamental tirtha (holy place), one jewel box where an ancestral spiritual knowledge has been preserved by what Mircea Eliade called “the corruption of the history”.
I think something from this treasure could be wisely invested in a necessary intercultural dialogue of post-modern age and a yoga-teacher of the level of Smriti Singh, who started to learn yoga before to learn to walk (from her mother, yogini as well), has all the resources to be among the protagonists of this difficult but suggestive mutual exchange.

This book develops in 5 chapters. In the first one we will provide an outline of Indian philosophy and a general introduction to yoga.
In the second chapter we’ll try to give basic information about the history of this ancient integral path of personal development, starting from the non-written sources, considering the work of Patanjali and other Indian authors, quoting without reserve the great contribute of the West to the discipline — through the mastership Yoga, immortality and freedom from the Romanian scholar Mircea Eliade ― as well as some important texts written by Indian authors. We will also consider the most relevant contemporary yoga teachers, presenting the today status of yoga discipline in western countries. Back to India with the third chapter, we will have the pleasure to narrate with crucial details the holy town of Benares, in the frame of which grew Smriti Singh and her Om International Yoga Health Society, protagonists of the ultimate two chapters. In the final one, many fundamental postures (asana) of Yoga, some breathing exercises (pranayama) and some simple but crucial gestures (mudra), performed by Smriti Singh, will be explained in their characteristics and benefits. In that case, the text will be supported by several photos made by a Canadian student of Smriti who is an excellent photographer: Eleonore Gauthier.
The frame of photos is the base of Dameka Stupa in Sarnath, around 15 kilometers from Benares, where Buddha had His first speech, in the sixth century B.C., “to move the wheel of Dharma”.

sabato 2 aprile 2011

Una nuova, bella recensione per Viverealtrimenti.

Una bella recensione per il libro Comuni, comunita', ecovillaggi:

Splendida illuminazione, che apre a insospettate possibilità, sollecitando interrogativi e riflessioni. Questa è in sintesi la percezione, che si ha leggendo il libro serio, impegnato, bene articolato e ricco di riferimenti preziosi, libro, che è, tra l'altro, l'ultima tappa di un percorso, inziato con “ Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia “ e proseguito con “ Comuni, comunità ed ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo “. Manuel Olivares è un giovane colto, laureato in sociologia , che vive e lavora tra Londra e l'India e che ha voluto che non si spegnesse nel cuore e nella mente la scintilla di una forte tensione ideale. La visione trasmessa lucidamente dall'opera è quella che guarda alla terra come bene prezioso da condividere e ai suoi abitanti come soggetti, che scelgono di vivere in una dimensione comunitaria sulla base di convinzioni, di ideali, di intuizioni, di bisogni, affidandosi spesso a forme di spontaneità creativa. L'avvio del testo è delicato e profondo. L'India , tra descrizione e sovrasenso, invade la scena con le immagini pregnanti e armoniose della vita, che scorre intorno e dentro la casa del Dharma, in cui si trova anche un tempio antico dedicato alla Dea, principio femminile della vita. L'autore nel primo capitolo fa un excursus storico delle forme di vita in comune, dalla Homakoeion di Pitagora, fondata nel crotonese nel 52 a.C. e dalle comunità iniziatiche degli esseni alle esperienze comunitarie del protestantesimo radicale, al movimento dei diggers, agli esperimenti del diciannovesimo secolo in Francia, negli Stati Uniti, in Palestina e, poi, nel ventesimo secolo in Ucraina, Spagna fino al movimento hippy e alla New Age. Il secondo capitolo, preceduto da un'importante riflessione dell'autore, tesa ad annullare tutte le banalità dette e scritte sulle esperienze di vita comunitaria, è dedicato alle comunità intenzionali nel mondo. Queste, ci fa capire Manuel Olivares, sono gruppi di persone, che scoprono di voler vivere insieme perchè condividono visione del mondo o particolari ideali. Si snoda, così, un viaggio dell'esserci nel tempo e nello spazio. Si profilano nuove possibilità e scenari inediti, verificando che ogni esperienza prende la voce e assume anche i colori del luogo, in cui nasce. Tra le preziose informazioni del capitolo quella sul GEN ( Global Ecovillage Network ), la rete mondiale degli ecovillaggi – villaggi fondati su criteri ecologici - , nata nel 1994 e alla quale aderiscono migliaia di realtà distribuite sul pianeta. Stati Uniti, India, Thailandia, Srilanka, Australia e Nuova Zelanda, Gran Bretagna, Danimarca, Francia, Germania, Russia, Portogallo sono toccati a volo radente. Ogni villaggio mostra il suo volto, il suo sguardo, la sua vitalità, la sue scelte. Il terzo capitolo, che ha come incipit il testo “ La Comune “ di Giorgio Gaber , si articola intorno alle esperienze comunitarie italiane, che fanno riferimento alla RIVE ( rete italiana villaggi ecologici ), al CONACRES ( coordinamento nazionale associazioni e comunità di ricerca etica, interiore e spitituale ) e alla R.B.I., che coordina l'esteso e variegato movimento comunitario italiano. E' uno spaccato interessante e, per me, inedito nella ricchezza delle sue proposte e delle sue realizzazioni. Tutta l'opera è una mappatura, che decostruisce pre-concetti e luoghi comuni, tracciando in uno straordinario montaggio un lungo sentiero, battuto soltanto in parte, tra soggettività e pratiche politiche diverse e, soprattutto, ipotizzando un rapporto stretto fra ontologia e politica ( qui intesa nella sua accezione originaria ), tra l'essere e il vivere. Importante è l'angolatura in questo libro: distaccata e partecipe insieme; essa fa di questa opera uno strumento serio di conoscenza e di diffusione del fenomeno comunitario, fenomeno aperto e stratificato. Manuel Oliveres libera la storia, che ciascuna esperienza racchiude, e la mette sulla pagina con stile colloquiale e fluido e con la passione dell'osservatore, che accoglie una particolare esperienza di vita, tra l'altro sempre in crescita, assieme alla lucentezza delle sue prospettive. La sua osservazione, così, appare investita da una luce atemporale e metafisica, che investe spirito e cose. La scrittura di questo autore, sempre misurata e controllata, scatena risonanze e attiva echi. Personalmente sento il dovere di ringraziare Olivares per aver prodotto un'opera importante, lontana davvero dai rituali e dagli stereotipi, che il tema avrebbe potuto richiamare.

Merys Rizzo

giovedì 10 marzo 2011

Viverealtrimenti al Green Social Festival 2011.

Il rientro dall'India è stato faticoso ed il jet leg si sta facendoi sentire ma siamo pronti. Con la fidata collaboratrice Diana Passatutto Viverealtrimenti è in procinto di mettersi in viaggio per Modena. Saremo ospiti a casa di amici sulle splendide colline modenesi e domani, già nel primo pomeriggio, raggiungeremo Bologna ed il Green Social Festival 2011.
Verranno esposti alcuni contenuti del libro Comuni, comunità, ecovillaggi Venerdì 11 alle ore 19.00 nella yurta in Piazza Re Enzo per le comunità che costruiscono il futuro.
Vi aspettiamo numerosi.

venerdì 21 gennaio 2011

Un nuovo libro per Viverealtrimenti.

E’ in uscita, in questi giorni, un nuovo libro della Viverealtrimenti Editrice. E’ un testo bilingue, in italiano ed in inglese. Parliamo di Frammenti, di Emy Blesio, yogini di esperienza quarantennale, pittrice di talento e scrittrice.
Di seguito una sua breve presentazione e, naturalmente, una breve presentazione del testo, prestissimo in vendita sul sito di Viverealtrimenti.


Emy Blesio (MahaMandaleshwar Yogacharini Pandit Gayatri Devi) è Presidente della The World Community of Indian Culture & Traditional Disciplines, della C.U.I.D.Y. Confederazione Ufficiale Italiana di Yoga; di Suryanagara, Centro di Yoga, Arte, cultura e discipline orientali, dell’International Yog Confederation e della WIN Women International Network.
Creatrice e Art Director del grande Festival dell'India (MiticaIndia), dal 2002 propone Congressi di Yoga e Ayurveda e i Simposi della Spiritualità “Raggi di Un’Unica Luce”, in varie località d’Italia e nel Mondo.
Viene spesso richiesta la sua consulenza da riviste, giornali e televisioni, in virtù della sua quarantennale esperienza in materia di Yoga, Pranayama, Meditazione, Mitologia e Filosofia indiane. Creatrice del metodo Varutha Kriya, che utilizza tecniche di protezione da tensioni esogene, ha codificato 15 sequenze posture denominate “SuryaNamaskara” (Saluto al Sole) che possiedono innumerevoli benefici psico-fisici.
Nel 2006, a Mumbai (Bombay), è stata insignita "honoris causa" del titolo di "Pandit" per la sua attività nel campo dell'istruzione e cultura; nel 2008 ha ricevuto il titolo di Mahamandaleshwar e, in seguito, è stata eletta Presidente dell’International Yog Confederation di New Delhi (la prima donna in India a coprire un incarico tanto prestigioso nel campo dello Yoga, solitamente privilegio maschile) e, nel 2009, diviene presidente della WIN.

Frammenti è una raccolta, per Viverealtrimenti, di frasi, pensieri, aforismi, affiorati durante il suo corso di formazione insegnanti di Yoga.
Sono frasi utili, di respiro transculturale (ragion per cui ne è riportata anche la versione inglese) per comprendere “Il Gioco della Vita”…
Poco più di un centinaio di pagine, di simboli, parole, gocce, da leggere e ascoltare, da riflettere, meditare e da sperimentare, realizzare, come è nella tradizione del Vedanta: Sravana (ascolto della parola dei maestri), Manana (riflettere per accertare la coerenza di ciò che si è ascoltato), Nidhidyasa (il discernimento che permette di realizzare ciò che di buono si è ascoltato).
Questi tre sadhana (pratiche personali) sono necessari per arrivare alla Conoscenza. Sono gli strumenti per distruggere l’ignoranza…

giovedì 16 dicembre 2010

Con Jasmuheen al Kumbha Mela, parte IV.

Eccoci nuovamente alle prese con la mia esperienza, nel marzo 2010, al Kumbha Mela con Jasmuheen, presto disponibile in una nuova pubblicazione della Viverealtrimenti (per la prima parte cliccare qui, per la seconda qui, per la terza qui).

Haridwar 10/3/2010


L’indomani siamo, a nostra volta, riuniti sotto un grande tendone, nel nostro campo.
Jasmuheen ci espone le sue tesi sull’alimentazione pranica ma, soprattutto, è con noi per condividere la sua essenza, a livello “vibrazionale”.
I Kumbh Mela, del resto, come abbiamo già avuto modo di considerare, hanno esattamente questa finalità. Non sono posti dove si possono avere grandi insegnamenti sul piano intellettuale. La comunicazione avviene, soprattutto, ad un livello diverso. In un orrido linguaggio new age si scomoderebbe lo spazio del cuore. Io preferisco parlare di dimensione vibrazionale, cui ci si può anche avvicinare utilizzando il linguaggio della fisica quantistica. Capisco, difatti, che siamo disgustati dagli eccessi di raziocinio, in Occidente ma non credo sia una buona ragione per sconfinare nell’irrazionalismo (talora anche un po’ becero).
Jasmuheen accosta il prana, di cui si nutrirebbe da circa 10 anni, all’amore divino ed alla “pura coscienza”. Ci dice che noi viviamo in un flusso costante di amore divino, pur non essendone, evidentemente, consapevoli. In ottemperanza a quanto sosteneva Gesù, riportato nel Vangelo di Matteo e nel Vangelo di Luca: «chiedete e vi sarà dato», nel momento in cui si domanda, con fede sincera, di avere tutto quanto serve al proprio corpo senza dover necessariamente ricorrere al cibo, lo si può ottenere.
«Nel momento in cui si cessa di mangiare», ci dice Jasmuheen, «si vivono meno attaccamenti, meno rabbia, si è maggiormente altruisti, si ha una più accesa voglia di condividere. Sono tutti aspetti che in India sono più sviluppati che in Occidente» (si vede che non conosce bene il paese menzionato, altrimenti non credo sarebbe così ottimista).
«Quanto cerchiamo nel cibo possiamo trovarlo anche altrove, ad esempio nella musica; non a caso Shakespeare sosteneva che la musica fosse “il cibo di Dio”. Per riuscire a vivere di solo prana è necessario riprogrammare la mente riguardo quanto rappresenta il reale nutrimento».
Nel Kumbh Mela, effettivamente, potrebbe essere abbastanza semplice tentare, con i molti mantra, le molte campane ma anche, semplicemente, nutrendosi di meditazione, delle luci dell’alba sul Gange, della sacralità che il fiume, avendola immagazzinata nei millenni, restituisce.
Jasmuheen ci insegna ad utilizzare il nostro corpo come un pendolo. A chiedere a noi stessi se il nostro approvvigionamento pranico sia superiore al 50% osservando se il nostro corpo oscilli avanti o indietro. Non va omesso che ci si è precedentemente accordati con se stessi sul significato dell’oscillazione. Quando significa “sì” e quando significa “no”.
Jasmuheen ci tiene a sottolineare che dovremmo concepire di intraprendere il processo per giungere ad alimentarci direttamente di prana solo quando siamo sicuri che il nostro approvvigionamento è del 100% e che dunque siamo, potenzialmente, autonomi dal cibo. Chiaro che non si pretende, in questa sede, di argomentare quanto riportato dalla settimana al Kumbh Mela con Jasmuheen in maniera tradizionalmente scientifica. Non è questa la sede per considerare il fenomeno dell’alimentazione pranica scientificamente. In primo luogo perché non sono uno scienziato, in secondo luogo perché gli stessi scienziati possono difficilmente ricorrere a teorie specifiche o a sperimentazioni in laboratorio (ne sono state fatte in passato e non mancherò di parlarne al momento opportuno ma non sempre hanno avuto il successo sperato).
In altre parole, il fatto che Jasmuheen possa o meno nutrirsi di solo prana può avere due livelli di lettura. Il primo, il più grossolano, parte dalla considerazione del fatto che il fenomeno possa essere una “frode”.
Personalmente non ho sufficienti elementi razionali per escludere del tutto questa prima ipotesi (io non ho mai visto Jasmuheen mangiare nella settimana in cui ho partecipato al suo incontro ma non posso escludere che lo facesse di notte, per il semplice fatto che non dormivo nel suo stesso letto, non ero insieme a lei 24 ore su 24) ma, a livello empatico ed umano, non dubiterei della buona fede del personaggio.
Jasmuheen mi è sembrata genuinamente coinvolta nella sua esperienza e mi è sembrata una persona autentica, nella sua etericità.
Come mi avrebbe detto nel corso dell’intervista che le avrei fatto alcuni giorni dopo, lei lavorava come (cita intervista) e non erano certo i soldi a mancarle. Non si trovava certo nella situazione di dover prendere in giro il mondo per arricchirsi e poi, per fare una cosa del genere, credo francamente avrebbe dovuto avere un altro carattere, una spregiudicatezza che non mi sembra di aver colto nel suo essere.
Personalmente penso che quanto stia vivendo Jasmuheen ed altre persone che sono nel suo stesso percorso sia qualcosa di non ordinario, oggi difficilmente spiegabile con i parametri della scienza comune ma reale.
Credo in altre parole che Jasmuheen viva effettivamente senza il bisogno di mangiare, che questo abbia, come qualunque altra cosa, una spiegazione che, tuttavia, possa essere difficile, oggi, identificare con esattezza.
Ad ogni modo, ripeto, l’intento di questo libro non vuole né può permettersi di essere “scientifico”. È, più semplicemente, una testimonianza di cui ognuno può fare l’uso che ritiene più opportuno.

giovedì 18 novembre 2010

Un Giardino dell'Eden con le lenti di Dante Maffia.

Di seguito un bel pezzo critico di Dante Maffia,poeta, romanziere e saggista italiano, sul primo romanzo della Viverealtrimenti Editrice: Un Giardino dell'Eden.

Manuel Olivares è sociologo e inquieto viaggiatore attento a ciò che accade nelle comunità dei giovani, negli ambienti genericamente detti anarchici, tra quella popolazione insoddisfatta di come va il mondo e sempre in preda a cercare il senso recondito dell'essere, il fine dell'esistere.
Questo libro è una sorta di versione italiana di On the road ovviamente con problematiche diverse, con alle spalle tutto ciò che nel frattempo si è vissuto e consumato alla luce di esperienze caotiche e non sempre piacevoli.
Siddharta (il nome è mutuato da Hermann Hesse) ci dà immediatamente la misura di un cammino che si compirà verso luoghi che dovranno purificare e far ascoltare la voce del fiume, far palpitare l'anima occulta delle cose. Il protagonista ci riuscirà? Ha poca importanza, l'importante è viaggiare, incontrare gente, confrontarsi, chiudersi al mondo e poi ritornare a germogliare rispecchiandosi in un universo che sembra essere in depressione e sfaldarsi sulla ruota delle abitudini. Siddharta non si ferma un attimo, e Camelia è soltanto il primo arco di ponte su cui egli veleggia per andare oltre se stesso. Ed ecco Betania, ecco il Montepulciano di periferia, ecco la comunità semi-monastica, ecco uno squat di campagna , ecco Daddy e poi Cinghiale Assetato e finalmente l'approdo ad Auroville. Ma il giardino dell'Eden? Esiste davvero o è soltanto ansia per scoprire che cosa c'è dietro le apparenze? Così ogni incontro ne sviluppa un altro, ogni pensiero ne fa conseguire un altro in un girotondo che non ha requie e che tuttavia fa cadere le scorie dall'anima.
Si tratta quindi di una necessità che non ammette la quiete, la banalità dei rituali, che disconosce le occasioni imperanti del già visto e conosciuto. Siddharta è un uccello ubriaco di libertà, anche se non riesce a trovare il nido dove utilizzarla appieno o il cielo dove estendere le sue ali a piacimento in modo da poter dominare dall'alto. In effetti non vuole dominare, non combatte per egoismo, non si arrende alle regole che le varie società impongono e perciò vaga e vagando succhia il nettare del senso.
C'è una pagina che chiarisce apertamente il fine di questo racconto ed è uno squarcio del colloquio che il protagonista ha con Cinghiale Assetato: "Qui si trova una cultura incredibilmente antica, incredibilmente densa e la vitalità, l'esuberanza di un popolo che sembrerebbe giovanissimo. È veramente una dimensione paradossale, un universo di caos, di enormi discariche a cielo aperto ed un paradiso terrestre, soprattutto al sud, dove sembra di stare nella valle dell'Eden".
"Ma dai? Il posto che sto cercando io", si guadagna un minimo di spazio nella conversazione Siddharta, "cioè a me basta un giardino, un giardino dell'Eden. Io in realtà ci ho vissuto un certo periodo".
"Dove?".
"In un giardino dell'Eden ma non era uno spazio fisico, era piuttosto un luogo dell'anima -però- c'è un però- aveva un baratro...".
Dunque il giardino dell'Eden è come l'sola che non c'è se non dentro se stessi? Questa è la lezione del racconto? Questa la sintesi dell'errare per culture diverse, del prendere aerei, automobili, treni, motociclette? Neppure l'amore è riuscito a orientare la bussola verso il luogo cercato. Eppure è là, aspetta ognuno. Infatti "Siddharta ... parte, ancora una volta".

Dante Maffiìa

domenica 7 novembre 2010

IL MITO SMITIZZABILE (DELLA GIOVINEZZA).

Di seguito, una lettera saggioo dell'amico Plinio Perilli, critico letterario, in merito ai primi 2 titoli della Viverealtrimenti Editrice.
Plinio:


Per Manuel Olivares
e i suoi comunardi ecovillaggi o Giardini dell’Eden…


Caro Manuel,
quest’estate dunque ho fatto una scorpacciata dei tuoi libri: parlo nella fattispecie degli ultimi due, e in contemporanea, passando peraltro da uno all’altro senza soluzione di continuità… Due testi in effetti simmetrici, felicemente specchiati, biunivoci, rifrangenti – che mi tengono compagnia e mi inducono a viaggiare con loro: nei paesi, nei luoghi, nei “siti” comportamentali, e soprattutto nelle ininterrotte, irrinunciabili odissee della Psiche; fra i corpi “idealisti” e perfino nei linguaggi accaniti o taciturni quasi di tre generazioni di giovinezza…
Fu vera gloria? insinuava, catechizzava Manzoni per le impennate, sciabolanti imprese napoleoniche… Figurarsi per le grandi conquiste e le piccole ma assolute guerre di Libertà che oggi – ma ancor più nei decenni scorsi – un drappello eroico di paladini frikkettoni combatterono, per se stessi e per noi tutti, a nome dell’inseguita, conclamata, rivendicata Pace Nel Mondo…
Ai posteri l’ardua sentenza – ma dove sono i posteri?, le vie luminose di una posterità che oggi langue o si macera nella totale anarchia della speranza, in preda a una sindrome da benessere all’ultimo grado sconsolata d’anima e orfana di qualsivoglia autocoscienza…
Lontane, troppo lontane, Manuel, le emozioni distillate e poi bevute in versi dei padri storici della beat generation… Loro, oh loro sì, ebbri sempre di libertà e promesse magnanime! Ricordi certi passaggi, certe arringhe per l’appunto lirico-libertarie di Kerouac?:

È un amico fallo sognare;
Non è tuo fratello, non è tuo padre,
Non è San Michele, è uno qualsiasi.

È sposato, lavora, continua a dormire
Dall’altra parte del mondo,
Va’ a meditare nella Grande Notte Europea

Ve lo spiego a modo mio non al vostro,
Bimbo, Cane – – ascoltate: cercate la vostra anima,
Andate a fiutare il vento, andate via, lontano.

Ti sto scrivendo, ora me ne rendo conto, una lettera-saggio dove ti do conto di questa emozione, di questa Utopia concretata… Ah, questi intellettuali nostrani, che nemmeno per fare i complimenti agli amici sanno staccarsi dalle forme codificate, dai codicilli seppur felici della cultura codificata!…
… Cercate la vostra anima, / Andate a fiutare il vento, andate via, lontano.”…
E tu l’hai preso proprio alla lettera, Padre (o meglio, Nonno) Jack On the Road…

La vita è una disgrazia. Chiudete il libro, tirate avanti,
Non scrivete più sui muri, sulla luna,
Nella Taverna del Cane, nel mare, nel fondo nevoso.

Cercate Iddio nelle notti, anche le nuvole.
Quand’è che si chiuderà questo gran cerchio nel teschio
Ah, Neal; esistono uomini, cose da fare, fuori.

Grandi immense tombe d’Attività
nel deserto africano del cuore,
Angeli neri, donne a letto

con le belle braccia aperte per te
da ragazze, un po’ di tenerezza
Implorano nello stesso sudario.

… Esistono uomini, cose da fare, fuori… Emozione, dicevo, utopia concretata…

“Benvenuti in una storia che inizia in un modo banalmente post-moderno”…
Fortuna che sei autoironico, Manuel caro! Non ne potevamo più di questi stereotipi e perfino del loro esatto contrario; dei tòpoi borghesi e delle risvoltate, rovesciate trasgressioni catartiche… Occorreva insomma una grande, impietosa prova – o autoritratto – di dolente sarcasmo: epocale, libertario, psicologico, narrativo…
Benissimo allora accelerare e aggirare l’impervio, affabulato Mito (smitizzabile) della Giovinezza, con una sana, agile professione (e profusione) d’ironia omeopatica, sfottò – evviva – sapientemente psicoterapico…

“ Siddharta – i suoi amici gli hanno affibbiato un soprannome un po’ abusato e forse impegnativo dopo aver letto, a turno, il celebre romanzo di Hermann Hesse – è stato iniziato oggi al Sahaja yoga ed ha la Kundalini che corre libera nelle sue nadi.
Di lui posso iniziare a dire che, quasi del tutto digiuno di senso pragmatico della vita, tenti rocambolescamente di rifarsi coltivando una vaga propensione mistica.
Figlio della New Age, di cui ha respirato in famiglia le autentiche suggestioni dei primordi e le più recenti cadute becere, ha millantato troppe volte una dubbia tensione a vivere semplicemente qui ed ora, avvolto in un’aura di ‘sdrammatizzata’ buddità”. (pp. 5-6)…

Ebbene, sempre più ammaliato, intrigato dalla qualità (e quantità) di ricerca di Comuni, debbo anche e al contempo riconoscere che Un giardino dell’Eden (diciamo così, il suo monozigotico “gemello” narrativo), ha delle sue precise doti espressive, “visive”, nonché di ritmo, che davvero lo rendono adattabilissimo a una sorta di riduzione diciamo cinematografica… Lasciamo stare le ingenuità – che vi sono – ma in ogni caso compensate dalla insolita freschezza e soprattutto necessità del suo porsi, imporsi, scomporsi, deporsi, riporsi – come creatura paradossalmente e (forse) parodiatamente sincera di un mondo e un modello dominante viceversa spasmodicamente falso e atteggiato al nuovo:

“ La sua mente è un groviglio di desideri contrastanti per cui, da anni, si affida fiducioso a quotidiane sedute di meditazione. Tuttavia, maldestro quasi come Will Coyote o Lupo de Lupis, la sua ricerca di ‘mente vuota’ approda solo di rado a qualche fragile risultato.
Siddharta studia lingue orientali e sta cercando di specializzarsi in sanscrito.
Ha avuto la sua brava esperienza in India, alcuni anni or sono da cui sostiene di essere stato cambiato.
Al momento vagabonda da alcuni mesi senza avere un posto fisso dove stare ma, a suo modo, è un signore.” (p. 6)…

“Di Manuel mi è sempre piaciuta la ‘velocità californiana’.” – scriveva Angelo Quattrocchi, nostro compianto amico e rimpianto editore di Malatempora, la Libertà libertaria fattasi stampatrice, propagatrice in proprio… – “L’ho toccata con mano sin dai nostri primi incontri. Dopo averlo messo alla prova come autore-Malatempora con un bel testo sui non mangiatori di cadaveri (l’ormai celebre Vegetariani come, dove, perché) e due, riuscitissimi, sulle comunità alternative e gli ecovillaggi in Italia e nel mondo, gli ho suggerito di cimentarsi con un lavoro di fiction. Ne è venuta fuori questa densa storia di una coppia che scoppia in quei contesti peculiarmente anomali che solo lui ha dato la prova, di volta in volta, di riuscire a scovare.”…

Angelo aveva ragione. Utilizzare gli stessi, medesimi scenari indagati da giovin sociologo per i primi saggi libertari eppure analitici, informatissimi, comprovati, testimoniati – e trasporli, arringarli all’unìsono per una storia, delle storie che ti riguardano, ti raccontano, ma insieme divagano nella consueta metafisica della fiction attualistica – è insieme una scommessa (vinta) e uno smaccatissimo, geniale colpo di teatro.
Curi, ritempri il saggio con il romanzo – e viceversa. Lascia o raddoppia: e tu raddoppi, rilanci, non lasci mai (neppure, in spirito e cuore, il corpo della tua Camelia: indimenticabile contro-eroina, dolcissima, in fondo, ed istintivamente felina, paracula e sorniona)…

“… Camelia – con cui il nostro ha appena concluso un’intensa relazione – lavora in una bottega del Mercato Equo e Solidale.
Ha l’ossessione del volontariato ed ama permettersi ancora il lusso di sognare la rivoluzione.
La sua mente è un altro groviglio di desideri contrastanti – addirittura peggiore di quello di Siddharta – che cerca invano di dirimere con una macedonia di pratiche ‘spirituali’.
Camelia si è laureata in lettere con una tessi sul campo nel Chokò, in Colombia, in cui ha elencato le articolate, pressoché irrimediabili problematiche dei nativi. ”
(pp. 6-7)…

Miracoli della Giovinezza! Protervia felice, illusione a gogò! Tempesta elettrica – avrebbe intonato, gridato in canto Jim Morrison:

Sotto la luna
Sotto le stelle
Balla roteando
La Gioventù

Condotta al Lago
da un Re & una Regina

O, io voglio esserci
Noi dobbiamo esserci
Vicini al lago
Sotto la luna
Fredda & rigonfia
che stilla il suo liquore
bollente

SSSSSSSSSSSSSSSSSSSS

Manuel caro, la tua Gioventù (prima che diventi ex!, e accade presto…), balla roteando in una serie ammirevole di Comuni, comunità, ecovillaggi personalmente indagati e praticati – vorrei quasi dire testati, se il participio con valore aggettivale non mi suonasse invero tronfio, automobilistico, beceramente appunto post-moderno… Qui la tua saggezza portatile, nonché elegante autocritica con la 48ore, trova accenti (e argomenti) di squisita adesione, ma anche meditazione, giustapposizione. E ho quasi sempre condiviso il tepore equilibrato delle tue analisi:

“ Quanto una certa stagnazione culturale, la difficoltà a delineare scenari nuovi induce a rimasticare, più o meno consapevolmente, idee, concetti che possiamo anche definire anacronistici? Quanto il ‘giovane alternativo’ di oggi, quasi per riflesso condizionato, continua ad alimentare un agonizzante approccio contestatario che non sarebbe necessariamente sbagliato se non fosse, semplicemente, inutile? Non sarebbe forse ora di accantonare un atteggiamento meccanicamente nostalgico dandosi delle concrete ed appetibili prospettive del viverealtrimenti? È, per fortuna, quanto sta accadendo in diverse realtà comunitarie attuali per quanto ritenga che molti vecchi luoghi comuni continuino a penalizzare, in modo diverso, il movimento.
Sono luoghi comuni che, partendo spesso da una visione antisistema, vanno a colpire la prosperità economica, esaltando stili di vita pauperistici, il progresso tecnologico, esaltando un ‘deep-ecologismo’ con derive arcaiciste, il pluralismo culturale (che ritengo essere uno degli elementi forti della scelta comunitaria), rifiutando talvolta il dialogo e la collaborazione con realtà che, pur comunitarie, non vengano considerate affini (magari perché troppo nel mercato o troppo spirituali, eccetera).” (p. 73 e segg.)

Balla roteando la Gioventù… Ma il rischio – che tu ben percepisci – è di rimanere al palo, prigionieri perfino della propria sacrosanta, beneamata Utopia avverabile… E dietro quell’avverabile, c’è il fervoroso e fascinoso snodo di quasi 250 pagine: e una mappa di viaggi, che sazia realmente la fantasia progressista di qualsivoglia mente libera o avventura nel mondo: USA, India, Thailandia, Sri Lanka, Australia e Nuova Zelanda, Gran Bretagna, Danimarca, Francia, Germania, Russia, Portogallo… E non minore romanzo alternativo s’instaura seguendo, diremmo quasi ex contrario, per ribaltato contrappasso, il retrocammino di Santiago che invece riconduce a casa, in Italia, nella Terra Madre di Mogliazze, Valpisa, Basilico, Campanara, Pignano, Nomadelfia, Upacchi, Ananda Assisi, Alcatraz, Urupia… Vince chi azzecca i comuni, o se non altro i capoluoghi di provincia!…

Il popolo degli elfi, sull’appennino pistoiese, in particolare, mi ha commosso e a tratti rapito come nemmeno le storie (e i miti) danesi di Christiania o quelli indiani di Auroville, mi avevano indotto ad ammettere, accogliere.

“ A pochi passi da casa nostra si trovano realtà che hanno rovesciato la quotidianità, che vivono partendo da presupposti esistenziali estremamente diversi e che stanno lì pronte a dimostrare come siano possibili altri modi di vivere all’interno della nostra collettività. Ma un buon confronto lo si fa solo se andiamo oltre il fascino che queste realtà possono emanare. La diversità produce tanta ricchezza quanto attrito: l’occhio che riesce a guardare con fare sincero la differenza è quello che non si pone né come idealista né come nemico poiché queste due tendenze opposte tendono paradossalmente a divenire uguali tra loro per la posizione estrema che entrambe assumono. ” (p. 190)…

Rovesciare la quotidianità… Divenire uguali tra noi… In feconda diversità e compresenza, anzitutto dentro noi stessi… Quella lunga riflessione che tu riporti della tua amica sociologa Cristina Salvatori mi ha illuminato il cuore con un impegno raro, e certo ostico: quel concetto insomma di anarchia ordinata che ci accende dentro un (laico) furore mistico, ma anche una letizia semplice, di valenza e rivoluzione quasi neofrancescana:

“ Gli Elfi rifiutano ogni tipo di gerarchia e di potere e basano la loro convivenza su un’anarchia ordinata fatta di parità, libertà di pensiero e uguaglianza tra le voci. Se la parola anarchia rimanda etimologicamente ad una mancanza di struttura governativa, legandosi automaticamente ad immagini di caos e disordine, essa diventa presso gli Elfi un congegno funzionante che smentisce la concezione comune. La società elfica non è affatto dotata di una naturale forza interna che mantiene ogni elemento al suo posto creando un ordine congenito, ma i suoi membri sottoscrivono un patto di tacita accettazione di fondamentali regole implicite necessarie alla quotidiana convivenza che rappresentano la vera realizzazione di questi due concetti apparentemente inconciliabili. ” (p. 188)…

Ma ecco insieme la voglia, la golosa necessità di tornare alla fiction vera del romanzo – a quel ritmo friabile e zuccherino da meringa leggera, bianca come una nuvoletta, un sogno a fumetti, ma in verità nutrientissima! – e chiedere al tuo alter-ego Siddharta nuove emozioni e approfondimenti, perfino serene ironie moderatamente, nobilmente polemiche:

“ Ad Auroville Siddharta incontra l’Europa ed anche l’Oriente, un certo edonismo occidentale e l’innocenza e la miseria indiane mescolate insieme.
La ‘Città dell’Aurora’, per essere un po’ meno critici, non dà certo la sensazione di essere uno spazio protetto o un contesto di ascesi.
È piuttosto una realtà in cui non si è perso nulla della dimensione mondana, neanche gli aspetti meno nobili ma dove, seguendo gli insegnamenti di Aurobindo, si tenta di compiere uno sforzo per farne veicolo di consapevolezza, un vettore di evoluzione.” (p. 118)…

Manuel, quando lasci il buen retiro e il Bal Ashram di Varanasi e torni un po’ (solo un po’, sia ben chiaro!) a ritemprarti nella dannata, irredimibile anarchia anarchica, anarchia disordinata di Roma?… Prima delle feste? Mi piacerebbe farti vedere una sorta di breve scaletta “in itinere”, dove scena dopo scena, viaggio su viaggio, cresce insieme la solitudine e la fervida maturità del protagonista. Un Siddharta che la sua iniziazione la fa tutta e meglio dentro se stesso, risalendo una buffa, dolce, a tratti anche cruda odissea d’esperienze.
Niente però a che fare con certe presunte ironie comiche e ridicole notazioni di costume dei filmetti italioti spacciati per “progressisti”… Basta coi frikkettoni in celluloide e perfino con quelli in digitale!… Se film ha da essere, che sia un film tagliente, scomodo e bello come una confessione sincera – un vero amore sbagliato e imperituro proprio in quell’alone e quella provvida macchia di luce…
Mi piacciono i dialoghi d’anima e più ancora gli approcci corporali, di Un giardino dell’Eden… Pochi sanno raccontare la verità tattile, starei per dire olfattiva degli amori. Tu sei fra questi pochi: “Emozioni incontenibili fluiscono con lacrime grassocce che si asciugano quasi subito ai raggi del sole, lasciando una eco chiaramente salina” (p. 64)…
Ma il messaggio vero è ancora più forte e pieno:

“Il suo sguardo non c’è più e gli occhi si socchiudono.
Il suo viso esprime un dolore senza tempo, un baratro assoluto; sembra sia stato appena deposto da una croce virtuale.
La follia l’amore, l’utopia: tutto in una stanza di suppellettili frugali, alla luce di alcune candele ed al guizzare della fiamma di un camino.
Deve andare in bagno Siddharta.
Esce e si avvicina allo spazio delle zappe.
Ne prende una, riempie una bottiglia di acqua e si avvia verso i vecchi castagni.
La nebbia spande goccioline bagnate sulla sua faccia.
Inizia a scavare una piccola buca mentre lo scuro del cielo volge, timidamente, al rosa.
Si accuccia, evacua e poi si lava, ancora accucciato, con l’acqua della bottiglia.” (p. 65)…

Da questo baratro assoluto – sdivinatamente corporale – tu risali in letizia, con autoironica, ripeto, posa di pensiero. E la Croce Virtuale attraversa, consacra e benedice in fondo entrambi i libri – con doni sapienziali, e buffe o aspre scorie emotive, di inappagabile “Disordine e dolore precoce” (il titolo è manniano).
A presto, amico mio d’Utopia (ir)risolta.
A presto, visionario “loico” che insegue insieme ai suoi amori o amorazzi, fulgidi e sudati, mezza storia ancestrale e mezzo destino sacrale di un’Umanità smarrita nel benessere, nell’equivoco in atto d’un Futuro tecnologico che retrocede invece (Pasolini dixit) nell’inarginabile Nuova Preistoria!
Si salvi chi può. Però salviamoci insieme! Ma certo non più, semplicemente, Ballando Roteando La Gioventù…
E l’hai spiegato a perfezione tu stesso, nella morale finale del tuo bel saggio sulle Comuni:

“Le comunità intenzionali e gli ecovillaggi possono dunque rappresentare realmente un vettore di cambiamento ma credo sia importante essere costantemente consapevoli della giusta dose di realismo necessaria allo scopo, del giusto tributo da pagare alla natura anche, non solo, materialistica dell’essere umano, evitando il più possibile cadute in ideologismi ingenui o spiritualismi astratti. ” (p. 238)…

Sì, le astrazioni lasciamole ai pittori astrattisti, e costruiamo, accendiamo un vettore di cambiamento, intanto dentro di noi. Con tutto il realismo necessario ai veri scopi e cambiamenti spirituali…
Credimi, tuo

Plinius

giovedì 28 ottobre 2010

Viverealtrimenti alla Scintilla di Modena.

Domani, 29 Ottobre, a partire dalle 21.30, Viverealtrimenti ha il piacere di promuovere il testo Comuni, comunita', ecovillaggi al centro sociale, di matrice libertaria, La Scintilla (via Attiraglio 66, 059/310735; Vignola-Mo) . Chiunque si trovasse nelle vicinanze e', naturalmente, piu' che benvenuto. Probabilmente, nei prossimi giorni, Viverealtrimenti postera' una presentazione della Scintilla come "riferimento per i girovaghi del vivere alternativo".

venerdì 1 ottobre 2010

Con Jasmuheen al Kumbha Mela, parte terza.

Dopo un periodo relativamente lungo di silenzio, riprende la condivisione del mio diario esperienziale scritto nel corso di un workshop tenuto da Jasmuheen nel corso del Kumbha Mela di Haridwar. Era Marzo 2010.
Il presente diario e' parte integrante del prossimo testo della Viverealtrimenti Editrice:
Con Jasmuheen al Kumbha Mela. In fondo, i link alle due sezioni precedenti (dalle quali conviene, naturalmente, iniziare la lettura).

L’abbraccio di Jasmuheen

Alle 5.30, dopo essere arrivato dalla stazione con Luca, sono in tenda. Anche questa volta il freddo non si lascia davvero desiderare e la dotazione consta sempre di vecchie coperte impolverate, per la gioia degli allergici alla polvere, tra cui il sottoscritto. Nel campo inizia a fervere la vita mentre io mi metto a dormire. Mi sono dovuto svegliare alle 3.00 sul treno, per non mancare la fermata ad Haridwar. Mi sveglio dopo mezzogiorno. Puzzo! Ho la barba orrendamente lunga. È tempo di fare la toeletta! Nel campo sono state approntate cabine di lamiera con diverse turche e qualcuna adibita a doccia. Oddio: un rubinetto basso, un secchio ed un secchiello di plastica ed un buco, in terra, per far rifluire l’acqua. La maggiorparte degli indiani fa ancora la doccia in questa maniera: riempie il secchio di acqua fredda e, con il secchiello, se la versa, ad intervalli, sul corpo.
È senz’altro un modo ecosostenibile di docciarsi ma non è godibilissimo. Dopo un periodo prolungato in India inizio difatti a sognare l’enorme soffione che ho scoperto a casa del mio amico Umberto, nella Bassa Bresciana e che ho riprodotto, pur in versione ridotta, nel mio domicilio italiano.
Come accennato l’acqua, in India, può essere riscaldata con una resistenza metallica ma qui, al Kumbha Mela, non c’è troppo da fare i difficili!
Mi faccio dunque una doccia fredda e poi, senza schiuma, metto mano, un po’ dolorosamente, alla barba indurita. Compenso godendomi quello che considero un autentico piacere: una manata generosa di dopobarba. Soprattutto in India, nella puzzolente India delle piccole cose, è bello muoversi nel proprio alone di dopobarba e di profumo; sembra quasi preservi da ogni “contaminazione esterna”. Può sembrare un discorso da puristi ma come nella canzone di Gaber «qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali ed affini», così qualcuno può farsi prendere, in questa sede, da discutibili isterismi antropologici perché non conosce le putrefazioni, gli odori da scoli fognari a cielo aperto, la merda umana ed animale del paese in questione.
Ci vediamo presto, con Luca, per un discreto pranzo di corollario. Lui ha ancora su la sua barba: scelte soggettive!

Torniamo al mio campo (Luca si è sistemato a Rishikesh, in una guest-house che non ho visto ma che, a sentire la sua descrizione, un po’ gli invidio, con vista immediata sul Gange e silenzio montano).
Il mio campo, invece, è quasi nel centro del Kumbha Mela e mi tocca sorbire i mantra di mezzo evento che sembrano davvero, in certi momenti, i lamenti di qualcuno con le interiora e le viscere a tracolla.
Arrivati nel campo si presenta una donna francese con cui avevo avuto uno scambio di e-mail: A.
Ha i capelli lunghi ed un po’ selvaggi, è vestita con un pajami scolorito. Più avanti avrei iniziato a pensare a lei come alla sorcière, alla strega.
«Volete conoscere Jasmuheen?», ci chiede.
«Certo, why not?!», rispondiamo quasi in coro io e Luca.
Arriva una donna/donnina con i capelli biondo-canarino, i begli occhi celesti, apprezzabili già dalle copertine dei libri o dalle foto che si trovano su internet. È un personaggio di cui è difficile non cogliere l’essere etereo e ci troviamo lì, davanti alla mia tenda un po’ annerita dalla muffa e da macchie indelebili di origine incerta. Mi abbraccia e mi bacia sulla guancia. Il suo viso profuma di crema di donne ed una eco di rossetto. Abbraccia e bacia anche Luca. Ci dice che si sta organizzando un piccolo Kumbha Mela Tour, una visita ad alcuni baba.
«Vi volete aggregare?».
Ci guardiamo io e Luca-che-ha-ancora-su-la-sua-barba e rispondiamo, nuovamente quasi in coro: «of course!» (te li vuoi perdere?!).
Io faccio subito l’italiano; guardo Jasmuheen e le dico: «andiamo fra dieci minuti, no?! così abbiamo il tempo di…». Segue con tempistica da crociera la risposta di Jasmuheen. Secca e stemperata da un dolce sorriso: «now!».
Io guardo Luca: «Now, it is better! Don’t you think so?!».
Partiamo in visita guidata ai baba. Jasmuheen apre il corteo, assieme a Swami-Ji, vestito di fuoco. Jasmuheen, di spalle, sembra una vitalissima studentessa universitaria che scatta foto a ripetizione. È vestita in maniera molto semplice, da turista in India. Haridwar è davvero bella. È una città ariosa, poco addensata, attraversata dallo scorrere veloce, ricco di correnti, del Gange su letto, visibile, di pietre. Attraversiamo precari ponti di legno e siamo, presto, nella tenda di un baba di cui ritroveremo diverse fotografie in giro per l’evento. Questi è, a mio modo di vedere, banalmente improponibile! I capelli lunghi, un po’ schiacciati, gli danno un’aria ambigua ed un po’ pervertita. Ha lo sguardo di chi pretende la sottomissione totale dell’altro, uno sguardo che ho trovato più volte in questo paese, come è noto, spietatamente gerarchico. Siede su un dondolo pacchianamente addobbato, con panneggi e cuscini dai colori rutilanti ma di qualità del tutto dozzinale. Snocciola un rosario ed ogni tanto risponde ad un sofisticato cellulare. In terra: un branco di discepoli indiani in spenta adorazione. Uno gli massaggia i piedi che penzolano inerti. Lui è il padrone del mondo ed ha al collo un collanone con grandi grani di plastica. È uno spettacolo che può sconfinare facilmente nel disgusto. C’è una sorta di cameretta, ricavata con un separé di stoffa dallo spazio dove siede, su tappeti scadentissimi e polverosi, il branco di discepoli. Lui si alza. Si muove un po’ sgraziato verso lo spazio appartato dove lo raggiungeranno Swami-Ji e Jasmuheen. Lui siederà su altri cuscini, probabilmente ugualmente rutilanti e dozzinali, con la schiena ritta e le curve arrotondate dal grasso. I capelli liberi, sulle spalle, di una chiara consistenza grassa. Si intrattengono un quarto d’ora circa, con Jasmuheen e Swami-Ji, poi loro escono e noi li seguiamo docili. Fuori dalla tenda del brutto figuro (non ho davvero il coraggio di chiamarlo ancora baba ma forse ne ho avuto semplicemente un’impressione eccessivamente negativa), Jasmuheen è in vena di rivelazioni.
Ci riunisce attorno a sé e ci dice: «ho chiesto a questo baba quale è il segreto della sua pace interiore. Lui mi ha risposto: guardare nella propria anima! Ricordate: guardate nella vostra anima! È un buon suggerimento, non vi pare?!».
Credo sia superfluo, soprattutto per chi ha fatto anche solo un minimo di catechismo alle elementari o si è letto un libro di Coelho o di Osho (non è davvero necessario aver intrapreso la lettura delle Upanishad in sanscrito), qualunque commento. Di lì ci spostiamo in un villaggio mesolitico di baba. Hanno capannette di paglia identiche a quelle che si trovano, ricostruite, nei musei a rappresentare l’infanzia dell’umanità. Tante capannette ad altezza d’uomo. All’interno c’è lo spazio appena per un materasso e qualche coperta e, di fianco, per una ciotola, una statuina di Shiva o di altre divinità del pantheon induista.
Dalle prime capannette escono due o tre swami vestiti di fuoco. Altri transitano per il pittoresco accampamento. I volti illuminati, in diversi casi innocenti. Jasmuheen non si trattiene dall’entrare in una di queste capannette, facendosi fotografare nel momento in cui ne fa capolino. Credo che una dimensione del genere, in questo caso di “un cuore ed una capanna”, risvegli in noi risonanze profonde, memorie ancestrali. Abbiamo vissuto millenni in questo modo ed il nostro essere questo lo sa, lo sa molto bene, ne riporta una chiara eco nostalgica, la stessa che ci fa odiare i condomini e vibrare di emozione imperscrutabile innanzi ad un fuoco. Comprendo dunque che una “esperienza regressiva” di questo tipo, per i baba che la stiano vivendo, rappresenti un tassello importante della loro sadhana (pratica spirituale), del loro rivolgersi indietro alla scaturigine dell’unità della coscienza.
Lasciamo i baba alle loro capanne ed alla scoperta, rinnovata ogni giorno, del fuoco e finiamo in un tendone dove tanti baba siedono in file che si fronteggiano, nelle loro spesso logore vesti di fuoco. È l’ora della cena per la quale, tuttavia, bisogna avere molta pazienza in contesti come questo. Prima è il momento di lunghe giaculatorie e noi abbiamo tutto il tempo di studiare i visi dei commensali seduti, rigorosamente in terra, su lunghe strisce di tela iuta. Qualcuno sembra davvero l’archetipo del saggio. Un saggio trasversale che possa incarnare le tradizioni indiana, greca e persiana. Potrebbe esserci qualche orfico sopravvissuto, tra costoro, qualche zoroastriano pentito. Altri sembrano quasi dei subnormali, con fazzoletti arancioni sulla testa, che scendono a coprire le orecchie e si annodano sotto il mento.
Hanno talora nasi grossi, un po’ bitorzoluti, occhiali con montature senza tempo. L’India, del resto, come sosteneva l’indologa francese Madeleine Biardeau, è la patria dell’abolizione del tempo. Non vedo perché ne dovrebbero essere escluse le montature degli occhiali...
I baba, variegati come si è avuto modo di considerare, mangeranno su piatti di foglie intrecciate che finiranno, poi, in pasto alle scimmie o alle mucche. Mangeranno, con le mani, un pasto frugalissimo: un po’ di riso, lenticchie annacquate in cui trapelano goccioline rosse di grasso di olio di semi o di mostarda e l’immancabile chapati: il pane non lievitato.
Luca-che-ha-ancora-su-la-sua-barba impazzisce con la sua bella Reflex ad immortalare ritratti. Ha un bel lavoro da fare!

Lasciamo il tendone ed i ritratti di Luca intenti a smaneggiare nei piatti di foglie solo per finire in un altro tendone. Ci troviamo di fronte ad una scena molto simile, con la sola differenza che vogliono cooptarci nelle libagioni. Hanno trovato il gruppo giusto: capeggiato da Jasmuheen, che non mangia da circa 16 anni.
Accetteremo, tuttavia, un masala chai, buonissimo tra l’altro, fatto con ottimo latte. Un’ala del tendone è riservata alle donne. Tante donne, spesso consumate, nei loro sari. Le mani ed i piedi induriti, tagliuzzati, nello strato coriaceo, da anni ed anni di acqua fredda e di camminate scalze. Qualcuna di loro è più giovane. Una avrà meno di 18 anni ed è deliziosa nel suo pajami blu-tuareg. Uno scialle dello stesso colore ne copre i capelli incorniciandone il viso di mogano e gli occhi neri.
Luca, naturalmente, non dimentica il suo duty dei ritratti. Scatta e riscatta con la sua Reflex, si accuccia, si protende, si sdraia, si mette su di una gamba sola per cogliere tutte le angolazioni, i giochi di luce ed i riverberi sul viso. Bravo Luca!

Bevendo il chai scambio due chiacchiere con S., russo. Finito il comunismo, l’India si è riempita di russi con una bruciante sete spirituale (complimenti all’efficacia dell’ateismo di stato!). I russi che ho conosciuto in India hanno tutti la stessa caratteristica: se si accenna al comunismo e si vuole avere qualche informazione al riguardo si adombrano, non rispondono, cambiano subito argomento. È chiaro in maniera cristallina che si debba arginare la propria curiosità, se non si vuole fare loro violenza.
S. ha occhi celesti che ogni tanto si dilatano enfatici. È un ingegnere petrolchimico, seguace di Jasmuheen da anni. Lei ha avuto un buon successo a Mosca. All’ultimo incontro, qualche mese or sono, mi dice S., erano presenti più di 500 persone. E bravi i marxisti-leninisti; hanno avuto un successone ad imporre la loro stupida cecità!
S. non mangerà mai durante la settimana al Kumbha Mela con Jasmuheen. Il prana è servito! Nel corso della nostra prima chiacchierata, sotto al tendone dei baba e davanti ad una tazza di chai, mi dice che cerca di non mangiare anche in ufficio ma che non riesce a resistere a lungo alle conseguenze che questo ha a livello sociale, di cui è consapevole la stessa Jasmuheen. Qui non deve dare spiegazioni a colleghi scettici e beffardi e, dunque, non si tira indietro.

Di gran lunga meno eterici, io e Luca finiremo nel migliore ristorante di Haridwar, quella sera. Nostra intenzione sarebbe concederci un piatto di carne ma ad Haridwar ed a Rishikesh è un lusso impossibile da poter soddisfare. Sono città sante: alcool e carne ne sono severamente banditi.
Il Big Ben di Haridwar, poco distante dalla stazione, si rivelerà anche un po’ deludente. Del resto, non si può proprio dire che si sia venuti qui per mangiare!

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lunedì 9 agosto 2010

Con Jasmuheen al Kumbh Mela, seconda parte: Esperienze pregresse.

La prima volta che venni nell’India del nord, tra la fine del 2005 ed i primi mesi del 2006, sono stato al Magha Mela, un incontro annuale che rappresenta la versione ridotta del Kumbh Mela, ad Allahabad.
Io ed una mia amica italiana eravamo gli unici europei, a parte un ragazzo russo che girava con una telecamera enorme e fece una rapida intervista anche a noi. Buona parte degli indiani pervenuti erano di estrazione molto modesta. Arrivavano vestiti miseramente, a volte con valige chiuse con lo spago. Era pieno di sadhu che, a mio modo di vedere, rispondevano meglio alla definizione di barboni. Ricordavano anche gli asura della tradizione vedica, con gli occhi nero-ardenti spiritati, la polvere che ingrigiva loro i capelli e la barba incolti, i vestiti usurati dalla vita in strada.
Avevano approntato simil-tende di stracci e si scaldavano davanti a fuochi stentati. C’erano anche moltissimi mendicanti, spesse volte mutilati, sfigurati dalla lebbra o con gravi malattie invalidanti che li facevano camminare carponi. In alcuni frangenti, sedevano in lunghe file, ciascuno con la propria ciotola davanti. Ricordo distintamente il viso, lo sguardo di un’anziana signora che muoveva le mani senza dita per attrarre l’attenzione dei passanti. Le muoveva quasi al ritmo di un mantra che fuoriusciva da altoparlanti montati, con grovigli di fili, su pali di legno.
Aveva un’espressione difficile da comprendere e tantomeno da descrivere. Qualcosa che mi faceva pensare ad una sobria, quasi composta e pura disperazione. Terribilmente naturale, nella misura in cui era del tutto irrimediabile.
Quella donna occupava uno degli scalini più bassi nella configurazione di quella che io chiamo “la tragedia, indiana, dell’ineluttabilità” da cui pochi sono esenti, nel paese.
Era solo un volto, credo il più espressivo, in una fila di tanti altri che erano lì per il suo stesso motivo. Aggirandoci per il Sangam (l’area alla confluenza dei fiumi Gange e Yamuna), trovammo altri disperati disposti su carretti di legno. Erano integralmente coperti; fagotti umani da cui trapelavano scorci di visi, straziati, deformi. Non si capiva se costoro avessero o meno le gambe e le braccia. Erano lì, immobili sotto il sole, anche loro innanzi ad una ciotola, dando l’idea di aver trasceso qualunque sensibilità. Ricordo che mi ritrovai a pensare quanto fosse difficile considerarli in un qualunque modo: esseri umani, animali o anche, semplicemente, “cose”.
Più facile pensare che rappresentassero una minima fonte di reddito per intere famiglie, che tiravano avanti con quanto si posava, con compassione o raccapriccio, nelle loro ciotole.
Trovammo francamente poco di spirituale in quella visita.
Venimmo ospitati da una famiglia in una tenda. Una coppia con diversi figli e “parenti di corollario”. Il capofamiglia non si stancava di officiare rituali.
Ci siamo trattenuti a lungo innanzi all’offerta al fuoco di burro fuso, riso, incenso ed altri accessori di oblazione. A pomeriggio inoltrato abbiamo risalito quella distesa di miserabili che avanzavano con provata determinazione su strade sporche e terrose, all’echeggiare ossessivo di mantra da megafoni montati ancora su pali di legno, vagamente consapevoli di vivere una dimensione che aveva qualcosa di apocalittico, rappresentando quasi il set di un “incubo metafisico”.

Ancora ad Allahabad saremmo stati all’Ardha Kumbh Mela, nel 2007, con il mio amico Daddy, uno swami suo amico ed un professore di filosofia del linguaggio all’Università di Siena. Fu un’esperienza un po’ meno traumatica per quanto, mi ricordo, non ci fosse una bottiglia di acqua filtrata o minerale nel raggio di diversi chilometri ed io soffrivo di una bruciante arsura. Ero difatti in cura antibiotica per aver preso la giardia, un parassita intestinale. Quella volta, tuttavia, colsi più distintamente la sacralità dell’evento. Non restammo a dormire, l’assenza di acqua potabile e di servizi igienici decenti non era un particolare trascurabile. Saremmo tuttavia tornati, con Daddy ed avremmo dormito nel campo di Ananda Mai Ma, probabilmente la più importante santa dell’induismo del Novecento (di origine bengalese, era considerata la compagna spirituale di Paramahamsa Yogananda, autore del bestseller Autobiografia di uno yogi). Una notte memorabile per il freddo. Dormivamo su due materassi posti su uno strato di paglia. Potevamo utilizzare pesanti e vecchissime coperte leggermente odorose di muffa ed un po’ indurite dall’umidità. Malgrado ciò, si faceva davvero fatica a dormire per il freddo. Daddy meditò tutta la notte mentre io riuscii a prendere sonno rannicchiato, feto gigantesco, sotto una coperta e facendomi caldo con il mio stesso alito.
Colsi qualche frammento di Satcitananda (identificato nella cultura indiana tradizionale con uno stato di autentica percezione del reale, cui si partecipa in piena risonanza e di beatitudine) in quell’occasione per quanto venimmo presto sequestrati da un amico indiano di Daddy, un giovane bramino che non fece altro che farci girare e rigirare per il posto. Girare a vuoto e facemmo anche fatica a riuscire a fermarci a bere un chai. Colsi inoltre, maggiormente, lo spirito del gigantesco raduno. «Il Kumbh Mela», ci avrebbe detto lo swami amico di Daddy (dunque di comprovata serietà), «è un grande momento di condivisione di livelli, talora altissimi, di realizzazione spirituale». Esistono baba che vivono tutto il tempo in ritiro sull’Himalaya e partecipare al Kumbh Mela rappresenta il loro unico dialogo con il mondo. Scendono dai loro romitaggi per dispensare saggezza, per condividere il loro livello vibratorio, per officiare le loro puje, cantare o far cantare, dai discepoli, i loro mantra. Il risultato è un’arca di spiritualità dove non mancano, accanto alle inevitabili cialtronate, vette autentiche di purezza, stati di compiutezza umana prima che “divina”. Una sorta di Shamballa temporanea (la mitica capitale del sotterraneo regno di Agartha abitata da un alto numero di persone “illuminate”) in quanto luogo ad alta incidenza di individui notevolmente evoluti, pur nell’inevitabile disagio dell’India delle piccole cose.

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