TRANSUMANZA

QUESTO BLOG E' IN VIA DI SUPERAMENTO. NE STIAMO TRASFERENDO I POST MIGLIORI SUL SITO DI VIVEREALTRIMENTI, DOVE SEGUIRANNO GLI AGGIORNAMENTI E DOVE TROVATE ANCHE IL CATALOGO DELLA NOSTRA EDITRICE. BUONA NAVIGAZIONE!
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lunedì 25 marzo 2013

Il 5x1000 ai nostri amici dell'Associazione Anjali. Sarebbe proprio ben riposto!

L'Associazione Anjali è la matrice italiana che ha crucialmente cooperato alla realizzazione del Bal Ashram di Varanasi, di cui abbiamo abbondantemente parlato su Viverealtrimenti e di cui pubblichiamo, con regolarità, le newsletter.
Che dire: eventualmente, buona donazione!


sabato 16 marzo 2013

Intervista a Beppe Grillo dalla tv svedese.

Uno scalmanato? Il leader di una setta? L'uomo piu' pericoloso d'Europa? O un rivoluzionario provvidenziale? Siamo gia' fuori dall'euro? Possiamo veramente uscirne? Una banca nazionalizzata è un'idea veterocomunista?
Le domande sono molte, naturalmente qui, approfittando della liberazione del linguaggio che sta camminando con questa nuova "rivoluzione", "non caghiamo verità" ma, senz'altro, Viverealtrimenti sta seguendo il fenomeno Movimento a 5 stelle con un crescente interesse.
Di seguito la condivisione dell'intervista di Grillo alla tv svedese.
Buona visione! Chi vuole può anche lasciare un commento.


venerdì 1 giugno 2012

Dall'Economia Poetica alla SalvAvanguardia.

Ho il piacere di lasciare spazio ad un progetto ampio ed articolato degli amici Mario e Giulietta che, tra gli altri, hanno anche un bel rapporto di collaborazione con il Progetto Viverealtrimenti.
Buona lettura!

Siamo Giulietta e Mario e facciamo parte della corrente artistica della SalvAvanguardia, salvaguardia dell'ambiente e della cultura e avanguardia umana e artistica; con l'Economia Poetica, progetto di vita e culturale, facente parte della RIVE, Rete Italiana Villaggi Ecologici, portiamo avanti un' OperAzione Artistica territoriale dando valore ai beni comuni e relazionali.
Ispirandoci a Joseph Beuys... "Il concetto di arte sarà inteso in senso antropologico come ARCHITETTURA SOCIALE creata da più persone"
ogni azione è portatrice di bellezza e armonia, in un ottica Eucratica (dal greco Eu: bene, bello) dove il sano e saggio principio governa i nostri animi e muove i nostri passi.
Applichiamo le 3T dell'Economia Poetica (Trasformazione, Trasitiva, Territoriale) e le 8 R della Decrescita (Rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare) e le 7 Leggi spirituali del successo di Deepak Chopra.
Questi sono ingredienti fondamentali della nostra poetica di vita e tutto il nostro Operato ne è impregnato.
Coinvolti in diverse attività sul territorio abruzzese diamo vita a ambienti abbandonati, quartieri dormitorio, nello specifico operiamo a Molino San Nicola (Bellante, Teramo), quartiere circolare immerso nel verde sulle rive del fiume Tordino. Insieme ai sensibili abitanti abbiamo dato vita al Comitato di Quartiere (www.molinosannicola.eu) che si fa promotore di tutte le esigenze dei cittadini, stanchi di aspettare partiti lenti e macchinosi, arricchendo lo spazio e gli animi di belle iniziative, valorizzando il bene comune e intessendo relazioni umane. Siamo partiti da un porta a porta, e un pranzo sociale..ora la popolazione è diventata attrice sociale e responsabilizzandosi è pronta a ridisegnare l'immaginario!
Operiamo anche nella Riserva del Borsacchio, Roseto..con un RistoPorto: Itaca..un bivacco sul mare.
Con gli abitanti della zona, in particolare un' associazione (L'AngoloC) e pellegrini di passaggio abbiamo costruito un accogliente luogo di ristoro, punto di partenza per sensibilizzare la gente a un passaggio più saggio, mettendo dei secchi della spazzatura, proponendo delle raccolte di rifiuti, informando della preziosità di quello che ci circonda e come ogni nostro atto può modificare la realtà.
Ed ecco Pangea, terra di amici che aspirano a creare una situazione comunitaria, ospitano anche un circolo Blues e fanno musica e ritrovi..noi li sosteniamo collaborando attivamente con loro e proponendo metodi di comunicazione alternativi, atti a fluidificare e armonizzare sentimenti e bisogni di ognuno e del luogo.
Il nostro scopo è creare Rete..che sorpassa le Rate..ed è per questo che abbiamo formato la R.E.A. Rete Ecologica Abruzzese, un occasione di confronto delle varie realtà sul territorio, da coausing, a ecovillaggi, a singoli, artigiani, contadini, artisti, attori..tutti coloro che vibrano nello stesso sentire sono ben accolti, per lo scambio delle arti e dei mestieri...ovviamente si lavora presso L'Assoluto..l'Universo ripagherà il tutto...è funziona a meraviglia!!
Perciò in una Economia Poetica: Baratti, Scambi...sul piano materiale
e Barconote sul piano relazionale: una fattispecie artistica di valore infinito, ispirata da Giacinto Auriti (Scec) e trasformata.
Passata in dono, come una barca che passa di mano in mano nell'oceano umano, riconosce il valore illimitato e gratuito dello scambio presente, tra due o più persone, di Sensibilità e Empatia al mondo. Rende Responsabile e Consapevole chi la riceve di essere portAttore ogni istante di questa bellezza e gli ricorda di manifestarla ovunque e comunque.
Porta al suo interno delle informazioni relative a luoghi o eventi sul territorio Italiano atti ad arricchire il patrimonio comune: relazionale e materiale;
spostando l'immaginario si trovano nuove soluzioni e opportunità di vita...
Stiamo Operando con il C.I.R. Corrispondenze e Informazioni Rurali, Rete esistenete da più di 15 anni, nel supportare con un mutuo appoggio le realtà nascenti,
rivolte verso l' autoproduzione, ecoreversibilità, sostenibilità, valori comunitari, nuovi modi relazionali e comunicativi più efficaci e soddisfacenti (comunicazione empatica, ecologica, metodo del consenso..), rapporti con la terra più rispettosi (l'orto sinergico e la permacultura), stessi valori della R.I.V.E., con la differenza che questa rete interviene con 2 raduni all' anno, chiamata dal luogo che fa trovare tutto il materiale pronto e alla fine di ogni incontro esce un giornalino, appunto il C.I.R.. Si mantiene con le offerte libere dei partecipanti e si autogestisce interamente.
Ora passetto dopo passetto le varie reti sul territorio italiano, Cir, Rive, Genuino Clandestino, Campi Aperti, Terra Terra, Decrescita felice, Mag, Gas, Des...e tanti tante altre si stanno unendo in un ottica di Rete delle Reti, dove la diversità è la ricchezza...ma prima l'inizio è dentro di noi, consapevoli di essere NOI attori sociali, "ognuno vale ed è fondamentale!" con le nostre scelte possiamo trasformare la realtà che ci circonda..tutto è come è perchè NOI ci siamo distratti..lavoro, figli, mutui, soldi..cibo...ci siamo DeResponsabilizzati..dando in mano a chi? Ora è arrivato il momento di rimettersi in gioco..sulla scena ATTORI SOCIALI Scolpiamo la società a nostra immagine e somiglianza!! Operiamo dentro di noi e intorno a noi, nel nostro territorio, quartiere, provincia e regione..si parte dal piccolo e si espande ovunque dalla riva all'orizzonte sull'intero contintente e un efetto risonante che unisce i destini eleva i cammini e fa degli incontri empatici la viva ricchezza di tutti!
ep
se
sat
ta

grazie per l' ascolto..buon cammino

mercoledì 23 maggio 2012

Sentistoria Newsweek (Puntata 2, 2012).

Riporto dal sito sentistoria.org/ un inusuale notiziario, con voce dell'amica Barbara Marchand.
Buona visione!

lunedì 2 aprile 2012

Sacco tra riti e tradizioni.

Proponiamo oggi un secondo video (per vedere il primo, cliccare qui) di una ricca serie, curata dalla giornalista salernitana Mariantonietta Sorrentino - che vive con il marito in un piccolo paese del Cilento - e proposta sul sito http://www.chora.tv/index.php.
Mariantonietta sta anche curando un diario di vita cilentana che verrà probabilmente pubblicato con la Viverealtrimenti Editrice.
Di seguito l'introduzione al video e, poi, il video stesso.
Buona lettura e buona visione!


Millenarie tradizioni che rivivono in popoli dalle matrici comuni.
Il Mediterraneo, luogo privileggiato d' incontro tra culture,ha visto sulle sue acque viaggiare uomini ed idee trasferendo conoscenze e terrore.

 

venerdì 30 marzo 2012

L'oro del sud.

Proponiamo oggi un video di una ricca serie, curata dalla giornalista salernitana Mariantonietta Sorrentino - che vive con il marito in un piccolo paese del Cilento - e proposta sul sito http://www.chora.tv/index.php.
Mariantonietta sta anche curando un diario di vita cilentana che verrà probabilmente pubblicato con la Viverealtrimenti Editrice.
Credo il miglior modo di dare il bevenuto a Mariantonietta sul nostro blogmagazine sia proporre un suo video su un buon olivicoltore, certificato AIAB, meridionale, onorando la vocazione ecologista del Progetto Viverealtrimenti.
Di seguito l'introduzione al video e, poi, il video stesso.
Buona lettura e buona visione!

La coltura dell'olivo, tipica della intera fascia del Mediterraneo, assorbe nelle zone del Sud Italia gran parte degli interessi agronomici. Il prodotto che da queste piante è possibile ottenere è quanto di meglio si possa sperare di ricevere dalla natura.Le proprietà caratteristiche delle foglie, delle cortecce e dell'olio riverberano i loro effetti in azioni nutritive, ipotensive, emolienti e febbrifughe.Si racconta che fosse stata la stessa Dea Atena a donarlo agli uomini.


mercoledì 14 marzo 2012

Olos 2012.

Un bel documentario, autoprodotto e lanciato gratuitamente su You Tube per permetterne la massima divulgazione.
Viverealtrimenti da il uo piccolo contributo a promuoverne la diffusione.
Buona visione!

giovedì 2 febbraio 2012

Fruttarismo.

Scheda libro

Titolo: Fruttarismo, la via verso il Paradiso
Autore: Anne Osborne
Editore: Impronte di Luce
Collana: nutrizione, per un pianeta sacro, vol. 1
Traduttore: Elena Grassi
Formato: 14x21
Nr. pagine: 300
Legatura: brossura
Codice ISBN: 978-88-95946-11-5
Prima pubblicazione: novembre 2011
Prezzo: € 17,00


Descrizione
In questo libro potrete scoprire:
- quale dieta siamo biologicamente adattati a mangiare;
- in che modo una dieta fruttariana possa essere di beneficio per la nostra salute e per quella del Pianeta;
- in che modo, aggiungendo più frutta alla dieta, si può aiutare il proprio corpo a guarirsi da sé;
- come sia possibile sentirsi sani, vitali e pieni di energia a qualsiasi età;
- come ridurre la nostra impronta ecologica sul Pianeta mangiando più frutta.

L’autrice
Nata a Leicester, in Inghilterra, nel 1966, Anne Osborne ha scoperto la dieta fruttariana all’età di 24 anni.
Nel 2003 si è trasferita nel Queensland, nell’Australia subtropicale, dove il clima è favorevole alla crescita
di frutta abbondante e succosa.
Anne ha cresciuto i suoi due figli, Camlo e Cappi, con una dieta fruttariana, e oggi si dedica attivamente
alla diffusione di questo stile di vita per condividere con tutti i benefici che ne ha tratto.

martedì 10 gennaio 2012

Pecoranera.

Devis Bonanni, Pecoranera; Un ragazzo che ha scelto di vivere nella natura, Marsilio Editori [In libreria dal 7 marzo 2012]

Tra le montagne della Carnia, la straordinaria storia di un ventenne e della sua scelta di vita coraggiosa e controcorrente, a mezza strada fra i libri di Mauro Corona e Adesso Basta di Simone Perotti

Ha solo vent’anni Devis, quando in lui scocca la scintilla: vivere altrimenti è possibile. All’inizio è solo un sentimento, un’aspirazione, che a poco a poco si trasforma in concreto progetto di vita. Inizia così la sua avventura: da un piccolo orto senza aver mai visto prima una pianta di pomodoro, coltivando patate e cereali per ritrovare un contatto più immediato con la Natura e realizzare una prima, rudimentale forma di autosufficienza alimentare, accompagnata da uno stile di vita semplice ed ecosostenibile. Passa un po’ di tempo e a chi prevede che presto si stancherà di tutto ciò risponde con un atto irrevocabile: a 23 anni si licenzia dall’impiego come tecnico informatico e si trasferisce in una casetta prefabbricata riscaldata da una stufa a legna per dedicarsi a tempo pieno a quella che battezza “vita frugale”. Sono gli anni della crociata solitaria, caratterizzati da avventure e disavventure di ogni tipo, da episodi epici e tragicomici. Sono gli anni in cui nasce e matura un rapporto simbiotico con la Natura e i suoi elementi. E proprio quando le forze sembrano esaurirsi e l’entusiasmo delle prime stagioni vacilla, in Devis matura la convinzione che non potrà proseguire oltre senza condividere con altri il suo cammino.

La scheda del libro: http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/libro/3171181-pecoranera/

La pagina Facebook: http://www.facebook.com/pecoraneralibro

Il documentario di MTV sulla storia di Devis: http://www.mtvnews.it/storie/la-storia-di-devis/

Devis Bonanni classe 1984, è nato e cresciuto in Carnia. A ventitré anni visita alcune esperienze di ecovillaggi in Italia e all’estero e decide di lasciare il lavoro per inventarsi contadino a tempo pieno. Da quest’esperienza scaturisce il progetto Pecora Nera, con l’intento di coinvolgere altre persone nella realizzazione di una rete comunitaria ecologica e solidale. Dal 2003 racconta la sua esperienza sul blog www.progettopecoranera.it

martedì 3 gennaio 2012

La storia di Mattia.

Prendo in prestito questo video dalla pagina facebook Vorrei un ecovillaggio a Trieste, liberamente gemellata con la pagina facebook della RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici) per ridare fiato alla sezione Storie di un'altra vita di questo blog-magazine.
Buona visione!


martedì 13 dicembre 2011

Linea guida per Viverealtrimenti sul libro "Matevo®, invecchiamento e forza questioni risolte".

Il filone alimentare - accanto a quello comunitario, filosofico-gnostico e delle "storie d'oriente" - ha senz'altro un suo spazio ed una sua funzione nel Progetto Viverealtrimenti. Di seguito una presentazione ragionata del testo, di Davide Bartolomeo Bertinetto, Matevo, sull'omonimo metodo da lui ideato (che ha nell'alimentazione fruttariana uno dei suoi fondamenti). Probabilmente il testo arricchirà il catalogo della Viverealtrimenti Editrice.Buona lettura!

Il percorso umano è antico... Nei millenni si sono alternati periodi di conoscenza che hanno dato luogo a molte civiltà, cronologicamente separate una dall'altra ma legate dal sapere acquisito proveniente da quella morente verso quella nascente. Nonostante ciò molta dell'antica conoscenza è andata persa, questo è il caso della più vera e giusta alimentazione per l'essere umano. Ogni animale possiede un suo cibo elettivo: la vacca con l'erba, lo scoiattolo con le ghiande, il koala con l'eucalipto... Ma qual'é il vero cibo ideale all'essere umano? La nostra è una specie estremamente adattabile. Grazie a ciò ha saputo stravolgere le nozioni alimentari imposte dalla natura a seconda dell'offerta ambientale, delle esigente climatiche e anche soddisfando i propri piaceri. Nei millenni sono talmente mutate le condizioni della civiltà umana che è ora difficile dire quale sia il cibo elettivo della nostra specie. Forse non esiste nemmeno più, perché già estinto!
L'uomo ha iniziato ad essere carnivoro alcuni millenni fa per motivi legati probabilmente a carenze alimentari di natura climatica, avviate forse a causa dell'ultima glaciazione. Insieme alla concomitante scoperta del fuoco è divenuta possibile la nutrizione carnivora, 'abborbidendo' la consistenza dei cadaveri, rendendo così la carne più saporita al gusto. L'abitudine carnivora anche se non propria della nostra specie si è conservata fino ai giorni nostri. Ciò però non significa che sia adatta alla nostra fisiologia anche perché l'uomo per essere predatore necessita di strumenti 'artificiali', quali armi da punta e da taglio, trappole... Mentre se si osserva l'anatomia del genere homo si scoprono alcune caratteristiche che lo rendono completamente adatto alla nutrizione fruttariana, senza necessità di stratagemmi artificiali aggiuntivi. Prima fra tutti la vista a colori, ideale per individuare e distinguere alimenti colorati ed evidenti in mezzo a foglie e rami. Normalmente in quasi tutti gli altri esseri viventi la vista è monocromatica, invece in noi e nei primati superiori non è così. Inoltre le mani prensili con pollice opponibile su arti estremamente mobili fanno pensare ad una funzione adatta al districarsi tra i rami per arrivare in profondità nella vegetazione più inaccessibile, per procurarsi il cibo. Inoltre l'estrema precisione nell'afferrare elementi minuti come bacche ed altri frutti di piccole dimensioni avvalorano questa ipotesi. Inoltre è interessante notare la dentatura del uomo, adatta alla masticazione di cibi moto 'polposi'. Contrariamente ai carnivori, che possiedono una struttura mascellare imponente, adatta a rompere e triturare ossa, tendini e carni. Inoltre la struttura digestiva dell'uomo con la sua grande lunghezza, oltre all'assenza di enzimi adatti allo smaltimento degli acidi prodotti dai cibi carnei, fanno la nostra specie totalmente frugivora.
Alcuni luminari del passato hanno già riflettuto sul argomento, come i pitagorici, così oggi con a disposizione la più vasta conoscenza che sia mai stata a disposizione del genere umano, ricominciano ad affiorare da almeno 100 anni a questa parte, ideologie sulla nutrizione fruttarina come unica l'essere umano.
Con queste righe si vuole introdurre la natura fruttariana del metodo Matevo® per ottenere la migliore salute possibile. D'altro canto almeno in teoria il mondo del fitness, di cui oggi tanto si parla, vuole essere il capostipite della salute. Purtroppo però questa realtà fino ad ora non è mai stata raggiunta per via dell'associazione di 'illusori corpi magri e muscolosi' da associare ad una improbabile salute. La causa è da ricondurre all'alimentazione artificiale che caratterizza il fitness odierno, fatto di ormoni sintetici, integratori, alto consumo proteico e cibi inesistenti in natura. Si dovrebbe invece ragionare al contrario, quindi ribaltando il concetto di muscoli e bassa percentuale di grasso uguale salute. Dovrebbe invece essere un fisico sano con alimentazione naturale ed elettiva per l'essere umano, fatta di sola frutta per ottenere un corpo tonico, magro ed atletico. Non il contrario. Fino ad ora nel mondo del fitness è stata scelta la soluzione 'tossica' per raggiungere la migliore forma fisica. Con Matevo® e la sua alimentazione, si cerca di arrivare prima alla salute per ottenere poi una lunghezza della vita, un benessere ed una efficienza fisica superiori.
Le tematiche offerte da questa strategia di preparazione fisica non si limitano alla sola alimentazione ma vengono estese ad un più approfondito 'espediente motorio' con caratteristiche evolutive.
Pertanto, sempre parlando di fitness in palestra legato al sollevamento pesi, esistono delle necessarie modifiche da apportare struttura dei programmi di preparazione oggi esistenti. Infatti questi sono composti da un insieme di esercizi che non rispecchiano affatto la spontaneità dei movimenti  per i quali, l'uomo è stato naturalmente modellato dall'evoluzione quando si maneggia un carico importante. Movimenti artificiosi sotto carichi imponenti portano inevitabilmente ad usura articolare e successivamente all'infortunio. L'ostinazione protratta per lunghi periodi sotto pesi via via più grandi, conduce ad una serie di eventi autodistruttivi che debilitano il corpo di chi si allena, invece di rinforzarlo e migliorarlo. Il nostro organismo è 'fatto' per svolgere movimenti composti che sfruttano grandi catene cinetiche come: la spinta, la trazione ed il sollevamento di un oggetto da terra. Solo questi sono i tre movimenti evolutivi che permettono lo spostamento di carichi imponenti, senza imbattersi mai nell'infortunio. Quindi tutti gli esercizi in palestra che emulano tali prerogative naturali, manterranno e miglioreranno la salute articolare. Seguendo questa logica non invasiva, via via potranno progredire lentamente i carichi maneggiati di settimana in settimana, permettendo così di costruire una struttura muscolo-schelettrica imponente. Matevo® è strutturato per far ottenere all'utente questo risultato nel lungo periodo, garantendo progressi lenti e distribuiti negli anni. Non sarà raro ritrovarsi più forti a cinquant'anni che a vent'anni! Un metodo per funzionare deve poter essere utilizzato con profitto per un periodo paragonabile alla lunghezza della vita.
Strategie alimentari ed allenamento non sono gli unici parametri considerati dal sistema Matevo®. La progressione della forza non è fine a se stessa considerando come unico obbiettivo una salute muscolo-schelettro-articolare migliore. Infatti esiste un'ulteriore fattore di profitto: quello ormonale. Grazie ad alcuni studi indipendenti, condotti sui praticanti del metodo, è stato misurato il livello ormonale del testosterone endogeno. Ciò ha evidenziato uno stretto collegamento tra aumento della forza e potenziamento del profilo ormonale. Un profilo ormonale migliore crea a ricaduta effetti su tutta la sfera corporea ed anche psitica. Infatti sono molti gli effetti benefici di una spontanea ripresa ormonale, sia per coloro che non sono più giovani, che per quelli che ne hanno sempre posseduto un basso livello. Il testosterone è l'ormone maschile per eccellenza, ma non si deve ingenuamente pensare che nella donna non ne esista traccia. Infatti anche nel corpo femminile ne deve essere presente una minima quantità(tra un ventesimo ed un decimo rispetto all'uomo) per la corretta salute organica. Gli effetti benefici sono quindi identici per entrambi i sessi.
Una spinta ormonale superiore, che mantenga nel tempo valori stabilmente alti e paragonabili al livello di un 20/30enne garantisce significativi effetti anti-età.
L'ultimo elemento contemplato dalla tecnica di preparazione fisica Matevo® è il digiuno. Allo scopo di raggiungere la massima efficienza fisica, viene spiegata dettagliatamente la metodologia per costruire un'efficienza fisica superiore, attraverso la 'carenza' alimentare autoindotta. Normalmente il digiuno viene svolto per ottenere un effetto 'pulitore' dell'intestino oltre a ridurre l'ostruzione organica, mettendo a riposo per un certo periodo l'apparato digerente. Qui tali obbiettivi vengono sempre ricercati ma non sono il fine ultimo. Infatti il metodo cerca di guidare l'utente al 'fare tanto con poco', permettendogli dopo un certo tempo di riuscire a condurre una vita del tutto normale, insieme all'allenamento, durante il digiuno. Matevo® cerca e riesce, dopo un certo periodo di pratica ad educare i suoi praticanti verso l'indipendenza fisica sull'ambiente. Da notare che Matevo® non vuole affatto martoriare chi decide di seguirlo, con interminabili periodi di digiuno ma ricerca il benessere attraverso brevi periodi intermittenti di carestia, intervallati da altri con abbondanza alimentare fruttariana. Insomma, anche sul frangente digiuno, si cerca di emulare la naturale qualità umana(ormai perduta) per la ricerca del cibo usando ugualmente il corpo, anche se questo non è disponibile. Ogni animale, quando il cibo scarseggia non resta certo immobile aspettando che questo 'piova dal cielo', anzi si sposta ancora di più per aumentare le probabilità di trovarne. Per questo solo pochi esseri viventi hanno acquisito capacità letargiche e l'uomo non è fra questi! Probabilmente nei millenni passati la specie umana ha trascorso più tempo senza cibo e nella sua ricerca continua, piuttosto che mangiarlo...
Concludendo, sul modello del contenuto appena scritto, con il metodo Matevo® si cerca di far riaffiorare quello che faceva parte della vita primordiale dell'essere umano in tempi arcaici. Il tutto trasferito però nel mondo 'confortevole' odierno. Grazie ad inflessibili regole matematiche si vuole plasmare il praticante come se fosse immerso in un mondo selvaggio dove è l'ambiente a 'piegare' i suoi abitanti e non il contrario, annullando il libero arbitrio. Non per niente il significato della parola Matevo® non è nient'altro che la somma di MATematica+EVOlutiva.
Ottenere una salute migliore può fornirci una longevità superiore. Il raggiungimento di questo obbiettivo è alla portata di ogni persona pronta ad organizzare al meglio la propria alimentazione, allenamento e purificazione col il digiuno razionale.
La pagina di riferimento ufficiale del metodo Matevo® è:

http://www.bertinettobartolomeodavide.it/MATEVO/


Dott. Bartolomeo Davide Bertinetto

martedì 15 marzo 2011

Nel cuore della Lucania una piccola storia preziosa: di grano, ospitalità e sogni

Ho il piacere di condividere un bellissimo articolo su una "storia di un'altra vita".
L'articolo e' apparso su Altra Economia n. 73 del giugno 2006 con il titol
o Agricoltura di ritorno e condiviso su Facebook da Vittorio Veg Kurtszjo.
Buona lettura!
Una migrazione a rovescio. Dalle pianure bergamasche alle colline della Lucania. Per una nuova vita. Piena di guai e di sogni. Per seminare grani antichi e allevare cavalli. È che se ripenso alla nostra passeggiata-chiacchierata fra le querce di Serra del Carpine mi viene da sorridere.

Sono qui a Cancellara, paese di 1.500 abitanti, nel cuore della Lucania, meno di 20 chilometri da Potenza, e, con un ex-geometra, migrante di ritorno dalla bergamasca, ostinatamente comunista, parlo di un celebre e quasi dimenticato tipo di grano duro che si chiama “senatore Cappelli”. Ricordate le foto in bianco e nero di Benito Mussolini che, a torso nudo, miete fasci di grano più alti di lui? Bene, le spighe Cappelli, selezionate nelle campagne di Foggia attorno al 1915, sono state le protagoniste indiscusse delle “battaglie del grano” degli anni del fascismo.
E Raffaele Cappelli, senatore abruzzese, è stato uno dei padri della riforma agraria dei primi del ‘900. Aggiungete a questo dialogo quasi irreale, la bellezza del paesaggio: colline a perdita d’occhio, Lucania verdissima, pascoli e campi che ondeggiano, a 800 metri di quota, in valli improvvise, reticoli contorti di strade poderali tagliano le campagne. È una geografia quasi irlandese. Con in più le case di Cancellara aggrovigliate attorno a un campanile e alla mole di un castello abbandonato.
Mariano Ianniello, 60 anni, barba brizzolata, occhi sorridenti, carattere tumultuoso, è l’ex-geometra: il suo sguardo indaga sui campi seminati a grano e la sua mano indica macchie differenti di verde: “Ecco, vedi laggiù dove le piantine sono già alte? Guarda il colore: è verde scuro. È la prova che il grano è stato fertilizzato con il nitrato, con la chimica”.
Già, in fondo sono venuto fino a questo paese per parlare con chi, lasciata, anni fa, la pianura Padana, vuole vivere di grano e agricoltura nel profondo Sud d’Italia.
Andiamo con ordine. Questa è una storia lunga, lenta e bella. Mariano è nato a Cancellara. Nel 1946. Ma a 4 anni segue già il padre, medico condotto, fra le nebbie di Mornico sul Serio, piana padana a un passo dalle Prealpi bergamasche. Gabriella Pizzarello, 56 anni, sua moglie, è anche lei una migrante: a 5 anni è costretta a lasciare la sua Istria. Anche lei arriva nella bergamasca. Mariano e Gabriella si conoscono, quarant’anni fa, sui pulmann della scuola. Lui diventerà geometra, lei insegnante. Testimone delle loro nozze è un vecchio comandante partigiano. I figli si chiameranno Emiliano ed Anita. Forte è l’impegno politico: lui fa il segretario del Pci, lei dei Giovani Comunisti. Fanno entrambi i consiglieri comunali. Per 4 anni, dal 1986 al 1990, si trovano a gestire la Casa del Popolo di Romano Lombardo. Mariano ha un perfetto accento bergamasco, ma non dimentica Cancellara: appena ci sono giorni liberi, lui e Gabriella scendono al paese.
La famiglia Ianniello ha una storia qui: in altri tempi, hanno sfidato l’arroganza dei Borboni, hanno terre, 140 ettari dove due mezzadri seminano grano e foraggi. Ci sono piccole mandrie di bovini.
Una zia di Mariano guida la vecchia azienda agricola.
Incroci del destino: la zia muore nel 1990 e il Nord leghista non piace più tanto a Mariano e Gabriella. Hanno lasciato la Casa del Popolo. Al paese, al Sud, c’è una bella e antica casa dal portale in pietra, ci sono quelle colline, c’è la terra. E allora ecco che un geometra e un’insegnante, digiuni di agricoltura, con due figli ancora piccoli, saltano su una vecchia Renault 4 bianca e fanno un viaggio di 1.500 chilometri fino a Cancellara. Non è più una vacanza: è un trasloco, una migrazione a rovescio.
“In paese ci guardavano come matti -ricorda Mariano-. Dovevamo esserlo se avevano lasciato il Nord per tornare al paese”.
“I primi anni sono stati una festa -dice Gabriella-, ci sentivamo esploratori di nuovi territori. Abbiamo cercato di imparare a fare i contadini e di capire un mondo. Ci interessavano il grano, le vacche, la terra”. Mariano crea una cooperativa con i mezzadri della sua azienda. Ma, davvero, non è stato facile: la produzione di grano crolla, cominciano i conflitti con un parente che avanza pretese sui terreni, ci sono tensioni, litigi, minacce. Una brutta notte, 8 anni fa, qualcuno ruba le vacche di Mariano e Gabriella. È un segnale fin troppo chiaro: “Andatevene da qui, se non volete fare una brutta fine”.
“Da queste parti il furto del bestiame vuol dire condannare chi lo subisce alla fame. Vuol dire morte -mi racconta Gabriella mentre cucina la pasta fatta con il suo grano-. Ecco, credo che proprio allora decidemmo davvero di rimanere qui. Capimmo che questa era la nostra terra, qui volevamo creare qualcosa che avesse un senso”.

Storia lenta e preziosa
Fare il contadino non è mai facile. Non ci sono solo le annate storte e le malattie che ti mandano a rotoli un raccolto. Ci sono burocrazie, impigli di ogni genere, guai con i soldi che non sono mai abbastanza. E un mercato povero: il prezzo del grano si è dimezzato in pochi anni. I contadini sono l’anello debole della catena del cibo: il loro lavoro è sottopagato, malconosciuto. “Volevamo fare produzioni biologiche”, dice Mariano. Che si mette a cercare vecchi semi ormai dimenticati. È così che un comunista si imbatte nel grano “senatore Cappelli”, un tempo diffuso in Lucania. E lui prova a seminarlo nuovamente: ottima pianta, indenne da mutazioni genetiche. Con un difetto: cresce altissimo e le piogge di tarda primavera possono “stenderlo” senza rimedio. Ci vuole un certo coraggio a seminare questo grano.
Mariano sta cercando anche di andare oltre: semina Saragolla, grano di origine egizia approdato in Abruzzo 1.600 anni fa. Un grano duro, vitreo, color dell’ambra, quasi del tutto scomparso dall’Italia. “E pensare che è di grande digeribilità e ottimo per chi soffre di intolleranze”, spiega Gabriella.
Ma è impresa dai nervi saldi trovare chi trasforma questi prodotti con le regole dell’agricoltura biologica: per macinare il farro bisogna andare fino a Teramo (400 chilometri), più semplice lavorare il grano duro (c’è un mulino a Potenza), mentre per le paste integrali e aromatizzate è necessario salire fino alle campagne romane. C’è poi un mercato da creare: a chi vendere la pasta di Cancellara, terra lontanissima? Gabriella scopre, su internet, la rete dei Gruppi d’acquisto. Si imbatte nel leggendario Gas brianzolo delle Perle ai Porci (hanno sede all’Arci di Arcore). Scopre i Gasp di Luca e Lino. Intesse una rete di piccoli baratti: ragazzi scendono dalla Brianza e, in cambio dell’ospitalità, mettono a punto (con lentezza) il sito internet dell’azienda (http://www.bioagrisalute.it/ - a proposito: ora si chiama BioAgriSalute ed è intestata ad Emiliano, il figlio di Mariano e Gabriella).
Le piccole ferie del commercio equo e del biologico sono microsuccessi per l’azienda di Cancellara.
Un tecnico forestale fa il piano di taglio del bosco in cambio di un chilo di pane a settimana per un anno.

Economia dello scambio
Economia di amicizie, belle e sfrontate. Ci si vive? Con 200 quintali di grano e 50 di farro? “Sì, con molta fatica -dice Gabriella-. Io ho una pensione, ci sono i contributi europei, ma abbiamo bisogno di certezze e di continuità. Per questo vorremmo creare un centro agrituristico”.

Il paradiso non esiste
Nemmeno a Cancellara. Mariano e Gabriella vogliono trasformare i loro prodotti. “Non c’è reddito sufficiente a vendere semplicemente il grano e le spese di trasformazione azzerano i nostri bilanci”, avverte Mariano. Per questo vogliono creare piccoli laboratori per lavorare il grano, la frutta, gli ortaggi.
Vogliono restaurare vecchi cascinali per fare ospitalità. Sognano, chissà perché, un campo di tiro con l’arco e storie di cavalli (hanno una piccola mandria di aveglinesi dalla bella criniera bionda). Progetto grande: ci vuole quasi un milione di euro. Sono testardi, Mariano e Gabriella: convincono, con anni di fatiche e ritardi, “Sviluppo Italia”, agenzia nazionale per lo sviluppo delle piccole imprese, a finanziare il sogno. Ma non trovano i prestiti di Banca Etica per avviare i lavori (ed è una grande delusione). Altre banche locali sembrano più disponibili.
In un anno e mezzo Mariano e Gabriella sperano che la vecchia azienda di famiglia abbia un nuovo volto e una nuova economia.
Non so. Auguri grandi a Mariano e Gabriella. Fortunati saranno quelli che saranno loro ospiti nella vecchia casa che guarda in faccia l’antico castello di Cancellara (ci sono camere e buona cucina per chi voglia venire qualche giorno da queste parti). Accoglienza allegra e felice. Palazzo facile da trovare: vi sventola sopra una bandiera della pace (a fianco della targa stradale dedicata a Vittorio Emanuele III). Mariano, ostinato e infaticabile, mi guida, a notte, per il groviglio di vicoli del paese.
Si perde anche lui, non trova la casa che voleva farmi vedere. Ma davvero si può sognare un altro mondo a Cancellara? Il grano è già alto nei campi, la cavalla sta per partorire, i puledri seguono come cuccioli le loro madri.
Ci sono momenti perfetti in questa terra. C’è spazio per i sogni.

Lucania biologica
Le leggi sui finanziamenti pubblici agricoli in Lucania hanno un principio-cardine: priorità di ogni risorsa al biologico. A scorrere le statistiche lucane c’è di che stupirsi: 5 mila e 370 aziende agricole biologiche, oltre il 30% della superficie agricola certificato a biologico. Contributi decisivi per chi semina cereali, per chi cura olivi e produce ortaggi. 160 euro a ettaro per il grano, 500/600 euro per gli oliveti. “Non nego che vi sia chi si è convertito al biologico, solo per ottenere finanziamenti pubblici -riconosce Giuseppe D’Agrosa, del dipartimento agricoltura della Regione-, ma in oltre 15 anni di leggi sul biologico, credo che l’agricoltura abbia ritrovato una sua grande importanza in Lucania. I giovani ci credono, creano aziende, rimangono al paese”.
Il problema rimane il mercato. Troppo piccola la Lucania (600mila abitanti) per poter soddisfare l’offerta agricola. Troppo impegnativa la commercializzazione verso il Nord.

Come arrivare, anche in treno
Il titolare dell’azienda è Emiliano Ianniello, figlio di Mariano e Gabriella. La sede è nella loro casa al centro del paese: via Vittorio Emanuele III, 3 a Cancellara, 20 chilometri da Potenza. Tel. 0971.942005. Cell. 347.363764.
E-mail: falconero1979@yahoo.it / gabrirello@yahoo.it / papacharlie1@libero.it
Come arrivare. In auto: uscita di Sicignano dall’autostrada Salerno-Reggio Calabria, poi si percorre la Basentana fino a Potenza Est. Quindi seguire le indicazioni per Cancellara, uscita di Foggia dall’autostrada Adriatica. Poi superstrada per Potenza fino all’uscita di Pietragalla. Si prosegue oltre questo paese fino a incontrare il bivio per Cancellara. L’azienda organizza transfert dalle stazioni ferroviarie di Potenza e dall’aeroporto di Bari.

domenica 9 gennaio 2011

Home stay a Varanasi.

A Varanasi, un periodo, con Vivere altrimenti.
A Varanasi, dove gli hindu sperano di morire per l’ultima volta, direttamente a casa di locali, vivendo un buono standard indiano, spartano ma godibile, interessante sul piano antropologico e formativo su quello della crescita integrale.
È stata organizzata, a Varanasi, una piccola rete per l’home stay, con possibilità di essere autonomi sul fronte della cucina, riducendo così drasticamente le possibilità di contrarre fastidiose infezioni intestinali, con l’opportunità di essere guidati o quantomeno consigliati nella scoperta della città, potendo, parimenti, godere di alcuni comforts “occidentali” (buona musica, buoni libri, buoni films) e, naturalmente, del privilegio di calarsi nell’autentica cultura del luogo, con classi di yoga e sessioni di ayurveda (tenute, naturalmente, da Smriti Yoga Teacher presso la Om International Yoga Health Society), massaggi e concerti di musica classica indiana.
In breve: una chance per poter valorizzare, allo stesso tempo, diverse culture in uno spirito genuinamente dialogico che tenti di non perdere mai di “leggerezza”.
Non è sempre semplice mantenersi leggeri, a Varanasi; Viverealtrimenti ha deciso di raccogliere anche questa sfida e di condividerla con i suoi lettori.
Per maggiori informazioni, scrivere a: info@viverealtrimenti.com

lunedì 22 febbraio 2010

Veganismo si, veganismo no!

Continuiamo il nostro percorso a ritroso nelle diverse scuole di alimentazione alternativa, in buona parte di matrice vegetariana. Dopo aver considerato i liquidariani, i fruttariani ed i crudisti, citando dal mio testo Vegetariani come, dove, perchè, consideriamo, oggi, alcuni aspetti del veganismo. Probabilmente molti dei lettori sapranno che i vegani (o vegetaliani) sono quei vegetariani radicali che rifiutano di assumere qualunque cibo di origine animale, anche nel caso non ne fosse prevista la soppressione fisica. I vegani, dunque, oltre ad astenersi da qualunque cibo carneo (includendo nella categoria anche pesci, crostacei, salumi eccetera), si astengono anche da latte, uova e derivati e miele.

Il Veganismo fa discutere più del vegetarismo.
Diversi tra i nutrizionisti “onnivori” che ho interpellato sono morbidi sulla dieta vegetariana, arrivando anche a prescriverla se reputano che le circostanze lo richiedano. Tendono invece a irrigidirsi sul veganismo, considerandolo un regime alimentare povero di proteine, vitamine e sali minerali.
Negli ambienti vegetariani, invece, il Veganismo è generalmente visto come l’obiettivo finale da raggiungere. Una sorta di apice etico-salutistico.
Analizzeremo due punti di vista. Quello di Piergiorgio Lucarini, membro per un lungo periodo del comitato scientifico dell'AVI (Associazione Vegetariana Italiana) e quello del più conosciuto Nico Valerio, scrittore scientifico e studioso di alimentazione, autore di diversi saggi sul cibo.
Valerio, ne L’alimentazione naturale non trascura un dato antropologico interessante:

sulla terra sono vissuti popoli e tribù che per brevi o lunghi periodi sono stati del tutto vegetaliani
[…]
Il Professor A. Brauchle cita, al riguardo, il resoconto sugli abitanti delle Isole Marianne, scoperte nel 1620 dagli spagnoli. Erano “vegetaliani” puri e si nutrivano soltanto di frutti e radici allo stato naturale, non conoscendo il fuoco. Eppure erano forti e in grado di trasportare sulle spalle fino a 250 chili. Le malattie erano assenti e la durata media della loro vita era nettamente superiore a quella europea di allora.


Riporta anche un’osservazione di Darwin su alcuni minatori cileni che vivevano di verdure e legumi: erano i lavoratori più forti che avesse mai conosciuto.
Valerio, vegetariano, sottolinea comunque che il regime veganiano debba essere oculato. E Lucarini si associa.
Sia Valerio che Lucarini sostengono che, nel caso dei vegan, la complementazione proteica vada seguita in modo rigoroso.
È molto importante, cioè, associare gli alimenti in maniera da esaltare al massimo il loro apporto nutritivo, specialmente di proteine.
In particolare vanno opportunamente accostati i cereali ai legumi e non vanno dimenticati i semi oleosi (mandorle, noci, nocciole).
I piatti abituali dei vegan dovrebbero essere, ad esempio, riso -integrale- e lenticchie o pasta -integrale- e ceci.
Massima attenzione, poi, per i bambini.
Un bambino molto piccolo, nel caso del Veganismo, tende ad essere più esposto di un adulto perché il suo apparato digerente è più delicato (per non parlare del suo sistema immunitario e delle sue necessità di crescita).
Si trova quindi in difficoltà ad assumere molti semi oleosi o a mangiare quotidianamente abbondanti razioni di fiocchi d’avena crudi (facendo, per esempio, colazione con il muesli) che potrebbero garantire l’apporto corretto di vitamina B12.
Lucarini, pur essendo un “aspirante vegan”, mi ha detto di non essere d’accordo sul fatto che bambini piccoli possano essere vegan assoluti. A suo parere avrebbero bisogno quantomeno del formaggio.
Il Veganismo degli adulti è invece ritenuto dallo stesso Lucarini “una cosa ottima da ogni punto di vista”. Come medico sostiene inoltre che “per curare patologie importanti -gastriche, intestinali, epatiche, circolatorie- essere vegani, fino a sei mesi, può essere una cosa intelligentissima e molto valida”.
Riguardo le carenze di calcio ritiene che possano essere per lo più legate ad un eccesso di zuccheri (che demineralizzano le ossa) e ad uno scarso movimento.
Non ad una dieta vegan equilibrata, in cui devono essere comunque adeguatamente presenti cereali integrali e legumi. Ad essi, scrive Valerio, è anche bene aggiungere germe di grano, germogli, alghe, semi di girasole e soia fermentata.
Da un punto di vista gastronomico, scrive sempre Valerio, il latte ed i suoi derivati possono essere sostituiti con latte di soia e mandorle, seitan e Toufu.
Da un punto di vista etico il rigore dei vegan, negli ambienti vegetariani, se da un lato è visto con particolare ammirazione, dall’altro viene considerato un purismo di cui si può anche fare a meno. A questo proposito viene citato Gandhi, come molti sapranno rigorosamente vegetariano e tuttavia padrone di una capretta di cui beveva il latte.
I vegan sono contrari ad ogni forma di sfruttamento animale. Ai loro occhi, dunque, lo stesso beneamato Gandhi, che ogni volta per poco non ci stramazzava con i feroci digiuni cui si sottoponeva, avrebbe derubato quella povera bestia del suo prezioso nettare.
In risposta a questo trovo ragionevoli le argomentazioni di quei vegetariani che sostengono che la gallina allevata nell’aia o la capretta sul fazzoletto di terra cui si prendono le uova o il latte non vengono in realtà barbaramente sfruttate. Vengono allevate, cioè nutrite, curate. In cambio loro forniscono prodotti che non ne richiedono la soppressione fisica. Più che di univoco sfruttamento si può parlare, in questi casi, di mutualismo, di do ut des.
Va però anche detto che i metodi odierni per ottenere il latte e le uova non sono quelli dei contadini di ieri.
La produzione industriale di latte e uova non prevede difatti, tra le sue priorità, il rispetto degli animali fornitori.
Nel caso del latte, poi, la produzione è sincronizzata con quella della carne.
Il vitellino cui sarebbe destinato presumo non venga venduto ai bambini come animale da compagnia e, difatti, i giainisti tendono oggi al veganismo proprio perché la produzione intensiva di latte e uova è fonte di sofferenza per gli animali tanto quanto quella della carne, cui del resto generalmente si accompagna.
Voglio invece sfatare un mito tutto specifico dei vegan secondo cui il miele viene ottenuto tramite un furto ai danni delle api.
Poteva essere vero quando le api non erano domestiche e ci si avventurava a rubare i favi sugli alberi. Oggi non è più così. Lo dico per esperienza, avendo fatto io stesso una minima gavetta come apicoltore.
Il rapporto che si instaura con le api “da allevamento” è lo stesso che si instaura con la gallina o la capretta di famiglia. È una forma di mutualismo.
L’apicoltore, durante l’anno, segue le api, le cura (i parassiti delle api, la Varroa e la Peste americana fanno strage negli alveari) e, alla bisogna, le rifornisce di miele.
Giunta la stagione della raccolta (da Maggio-Giugno a Settembre) si appropria solo del surplus del miele prodotto, di quello cioè raccolto nel melario, la sezione superiore dell’arnia.
I laboriosi insetti non vengono dunque privati del nettare della sopravvivenza, raccolto invece all’interno dell’arnia. Del surplus non saprebbero veramente cosa farsene, dato che non sono stati ancora contagiati dall’umana logica del profitto.
Chi fa l’apicoltore da anni può tranquillamente visitare i propri alveari senza la maschera protettiva, i guanti e la tuta.
Le api, difatti, lo riconosceranno e non lo attaccheranno.
Esistono del resto numerosi casi di apicoltori che si esibiscono con centinaia di api sul viso e sul corpo, spesso ripresi in servizi televisivi e fotografici.
Esse non nutrono risentimento alcuno per coloro che le allevano, ovvero le nutrono e le curano quando le circostanze lo richiedono.
In conclusione Lucarini ha fatto cenno, nel corso della mia intervista, ai “pericoli psicologici” di scelte particolarmente rigorose, da un punto di vista etico, come quella del Veganismo.
Ritiene, difatti, che tali scelte possano presentare, a volte, delle “derive assolutistiche”.
Il classico atteggiamento di chi pensa di avere la verità tutta dalla sua parte.
In questo caso possono insorgere pericoli di chiusura nei confronti degli altri, autismo, antisocialità.
Alcuni Vegan, poi, corrono anche il rischio di disfarsi le unghie a furia di grattarsi.
Ritengono non sia giusto uccidere neanche le zanzare.

mercoledì 3 febbraio 2010

A proposito di crudisti e fruttariani, una new svelta svelta...

L'ho trovata sul seguente forum, postata da Alchemilla Vulgaris

Ciao a tutti!
Volevo informarvi che è nato il primo villaggio Fruttariano Crudista nel Lazio e si trova al Lago di Nemi, nel Parco dei Castelli Romani.
E' il luogo adatto per ritrovare il contatto perduto con la natura, a 360°.
Organizzeremo presto incontri, seminari, corsi di cucina e tantissime altre attività culturali per diffondere sempre più lo stile di vita crudo-vegan/fruttariano, condividendo tutti assieme le nostre esperienze di vita. Un punto di incontro per crescere insieme.
Siete tutti invitati ovviamente, e ci piacerebbe coinvolgere ciascuno di voi in questo progetto, condividendo con noi il vostro sapere, ciò che sapete fare (es. corsi di cucina, yoga ecc)

www.giardinodieden.blogspot.com

martedì 2 febbraio 2010

I crudisti fanno un po' storia a se'!

Riprendiamo il nostro viaggio lungo gli stili alimentari non ordinari (per non usare sempre l'abusato termine "alternativi"). Dopo alcuni colpi di zoom su liquidariani e fruttariani, e' la volta dei crudisti. Cito dal mio primo testo Vegetariani come, dove, perchè:

La storia del pomo, del frutto maturo che pende dall’albero del Paradiso terrestre, è quella dell’età dell’oro immaginata da Esiodo. Quando l’uomo si nutre solo dei frutti della terra, non conosce il fuoco né la violenza, è libero, nudo e felice. Si nutre con poco: gli bastano dei frutti crudi. “Quel che il sole e le piogge davano, e la terra creava da sé” dice Lucrezio “quel dono bastava ad appagarli.” Ed era parecchio: era il cibo che più tardi gli antropologi avrebbero chiamato “first line food”, cibo di primo impiego. Ghiande, nocciole, faggiole, castagne, bacche, pruni, corbezzoli, sementi. La cornucopia, il “corno dell’abbondanza” carico di frutti spontanei raccolti, diventa il simbolo del benessere.
Il frutto crudo, nelle leggende come nelle iscrizioni, sta per alimento tout court. Rappresenta il cibo naturale, da raccogliere non da produrre. L’alimento crudo nelle tradizioni letterarie e nei miti significa il grado estremo, invalicabile, della naturalità e salubrità della vita umana.
(Nico Valerio, Tutto crudo, Mondadori, Milano, 1991, p. 29).

Crudismo e fruttarismo hanno in comune l’avversione per il cotto.
L’alimentazione crudista viene particolarmente valorizzata e praticata in diversi ambienti “alternativi”, dai vegetariani ai naturisti agli igienisti, fino appunto ai fruttariani.
Solo una minoranza di persone, tuttavia, si nutre effettivamente di soli cibi crudi.
Esistono dunque pochi “crudisti integrali” a fronte di più numerosi “crudisti part-time”.
In entrambi i casi, all’interno della definizione “crudista” viene tuttavia compresa una vasta gamma di persone, inclusi alcuni onnivori (che includono nella loro dieta anche carni e pesci allo stato crudo).
Presso medici naturisti o igienisti o presso studiosi di alimentazione come Nico Valerio vige la massima crudités d’abord: verdure crude prima di tutto.

E’ un classico di ogni buon menù naturista l’antipasto di ortaggi in pinzimonio, o di crudités, che ha lo scopo di stimolare l’appetito e la secrezione gastrica, favorendo anche la digestione. All’inizio del pasto, infatti, con lo stomaco e l’intestino “affamati” […] le verdure crude vengono subito assorbite, elaborate e sfruttate. Consumate a fine pasto, invece, restano in larga parte inutilizzate perché gli organi digestivi, ormai soddisfatti, non hanno più la forza di sfruttarne le sostanze vitali.
(Nico Valerio, L’alimentazione naturale, Mondadori, Milano, 1992, p. 171).

Particolare enfasi viene riposta sul fatto che i cibi crudi siano “vivi”, al contrario di quelli cotti, “devitalizzati”.
Forti di questo i “crudisti part time”, pur non disdegnando cibi cotti, tendono comunque ad iniziare i loro pasti con le crudités, ad evitare di cuocere verdure ed ortaggi, a mangiare molta frutta cruda e, in caso di onnivorismo, a prediligere ricette crudiste anche per carne e pesce.
I cibi crudi sono del resto molti di più di quanto si pensi: dal prosciutto alla bresaola ai “salumi rustici”, anche qualora fossero affumicati superficialmente. Da diversi tipi di formaggi (ottenuti senza cuocere il caglio e preparati ad una temperatura di massimo 40-42 gradi: mozzarelle di bufala e di vacca, scamorza, stracchino, gorgonzola, provolone fresco, caciocavallo, mascarpone, taleggio, caciotta toscana solo per citarne qualcuno) allo yogurth.
Valerio sottolinea che anche il burro di qualità è ottenuto a crudo e lo stesso si può dire di salse come la maionese.
Possiamo allungare la lista citando i gelati, in massima parte preparati a crudo, le bibite (anche se il nostro fa presente sospetti “che negli alambicchi circolino liquidi bollenti” ), i succhi di frutta, il latte (a parte quello sterilizzato o a lunga conservazione, che oltre ad essere cotto è anche “devitalizzato”).
Le stesse uova possono essere bevute crude. A patto ovviamente che siano fresche.
Mia nonna ad esempio, contadina, era solita bere il tuorlo e lo faceva bere anche a me. Da quando avevo cinque o sei anni e passavo amabilissime giornate con quell’anziana signora, mistica e primitiva ad un tempo, ancora conservo, anche in suo ricordo, quell’antica abitudine.
Le crudités possono includere molti ortaggi spesso “insultati” con la cottura: carote, finocchi, sedani, ravanelli, zucca che possono essere grattuggiati e mescolati all’insalata.
In alternativa -o in aggiunta- la stessa insalata può essere addizionata con spinaci, verza, bieta, radicchio, rughetta e cicoria tagliuzzati crudi.
Il risultato è sempre abbastanza gradevole, a condizione, ovviamente, di aver prima lavato accuratamente tutti quanti gli ingredienti.
Ho un amico crudista che pranza generalmente con un piatto unico, una crudité integrata con fiocchi d’avena, noci e-o nocchie frantumate e uva sultanina. Il tutto condito con un filo d’olio e un pizzico di sale.
A cena mangia invece legumi “ammollati” in acqua da un paio di giorni, dunque resi morbidi e commestibili, opportunamente conditi, anche a crudo.
Personalmente ho provato a mangiare le lenticchie ammollate, assieme a pomodori e cubetti di formaggio e devo dire che non è stata un’esperienza disgustosa.
Ho maggiormente apprezzato, però, i cereali: orzo e farro, tenuti a bagno un paio di giorni.
Alla fine di un pasto crudista ci si sente leggeri e rinfrescati. Allo stesso tempo si ha una sensazione di sazietà e di quel peculiare benessere proprio di chi ha mangiato un cibo sano e particolarmente nutriente.
I cibi, in quanto tali, sono pieni di proprietà preventive e curative (proteine nobili, lieviti, sali minerali, ormoni naturali, oligoelementi), in onore alla massima di Ippocrate secondo cui il cibo è medicina e la medicina è cibo.
Tali proprietà curative, sostengono i crudisti, con la cottura vengono quasi integralmente distrutte.
In seguito a ciò, scrive Valerio, i malanni si moltiplicano: “dal reumatismo ai disturbi respiratori, dal diabete al cancro” .

La vita è “cruda” [scrive Lino Businco, docente di Patologia generale all’Università di Roma, nell’introduzione a Tutto crudo]. È’ cruda perché tutti i suoi processi biologici si svolgono in un ambiente naturale, nei limiti della temperatura alla quale cellule e tessuti svolgono le loro attività vitali. L’uomo primitivo, come sappiamo, assumeva dall’ambiente materie nutritive che consumava crude. E infatti gli avanzi scheletrici degli uomini primitivi e delle razze lontane mostrano ossa robuste, con forti attaccature muscolari, denti logori nelle superfici masticatorie, ma totalmente sani e indenni da carie.
Poi tutto è mutato. L’evoluzione dei tempi, con l’avvento del fuoco, le sue seduzioni e comodità, il vivere in ambienti sempre più confinati, ha fatalmente portato l’uomo ad abbandonare il suo integrale crudismo dietologico. Questo abbandono ha infranto una fondamentale legge nutrizionistica che ha nel crudismo la sua base essenziale. Nel mondo animale, del resto, non vi è alcuna specie che cuocia i suoi cibi.

[…]
Non poche malattie […] sono legate alla mancanza di un’opportuna utilizzazione delle vitamine. Ogni anno più di ventimila bambini sono destinati alla cecità permanente -rivela l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità- solo perché non possono avere a disposizione la vitamina A del fegato dei pesci. Le vitamine, identificate concettualmente nel 1912 dal biochimico polacco Casimiro Funk, sono l’asse portante del crudismo, e dal loro intelligente uso […] possono giungere le grandi riconquiste della salute.
(Nico Valerio, Tutto crudo, op. cit., pp. 5/6).

Valerio, che come avrete già capito si fa decisamente paladino del crudismo, ne ha schematizzato tutti i vantaggi sull’organismo umano.
L’alimentazione cruda, scrive:

-Purifica il sangue ed è anti-anemica;
-Dà vitamine, minerali e oligominerali in abbondanza;
-Offre tutta una gamma di intatte sostanze enzimatiche, bio-stimoline e fattori di crescita;
-È’ ricca di preziosi acidi organici e di principi preventivi e curativi;
-Stimola la digestione;
-Purifica e tonifica stomaco e intestino, alleggerendo il fegato e le ghiandole;
-Fa dimagrire;
-Richiede meno sale ed è priva di condimenti tossici;
-Re-idrata e ringiovanisce le cellule, eliminando però le dannose ritenzioni di liquidi;
-Ha un’azione rinfrescante quando fa caldo;
-Rafforza e nutre di più quando fa freddo;
-Esplica da sola un’azione terapeutica sui vari organi;
-Impedisce la formazione di acido urico e di altre scorie dannose;
-È’ antitossica;
-E’ tendenzialmente a reazione anti-acida;
-Permette un ottimo equilibrio fame-sazietà;
-Giova all’equilibrio psico-somatico e cura lo stress (nervosismo, insonnia, debolezza, depressione, eccetera),
-E’, infine, molto pratica e richiede minore preparazione.
(Ivi, p. 79)

Possiamo dunque dire con sufficiente sicurezza che mangiare crudo faccia molto bene e che, tutto sommato, non sia così difficile provare ad essere crudisti part-time.
Essere crudisti integrali è certamente altra storia.
L’universo crudista è, come abbiamo visto, piuttosto sfaccettato. Trasversale.
Scrive Valerio che diversi crudisti vegetariani ritengono il proprio regime alimentare un miglioramento igienista del vegetarianesimo.
Giorgio Fabretti, presidente della Fruit, associazione fruttariana italiana, ritiene che il crudismo non vada considerata un sottocultura alimentare ma una fonte di ispirazione per tutti coloro che decidano di nutrirsi in modo “alternativo”.
A proposito del crudismo degli onnivori immagino che molti di voi arricceranno il naso un po’ schifati. Come si possono mangiare carne e pesce allo stato crudo?
Al di là del fatto che è stato fatto per migliaia di anni (Desmond Morris ne La scimmia nuda scrive che la nostra tendenza ad assumere cibi caldi sia da collegare al ricordo inconscio del calore delle carni crude e del sangue degli animali appena uccisi) esiste un nutrito ricettario che Valerio non manca di riportare in Tutto crudo.
“Le acciughe alla pescatora” o l’ “orata delle hawai” sono, ad esempio, 2 ricette crudiste a base di pesce.
La “bistecca alla tartara” ed il “carpaccio fiorentino”, sono invece due esempi di piatti crudisti a base di carne.

mercoledì 13 gennaio 2010

Un breve excursus su "i fruttariani".

Dopo aver parlato di Jasmuheen e del liquidarismo, risaliamo lungo la cordata degli stili alimentary radical-alternativi. Citando ancora dal mio "Vegetariani come, dove, perché", parliamo oggi di fruttarismo:

Il fruttarismo viene generalmente visto con non poco scetticismo.
Esperti di alimentazione del calibro di Nico Valerio ritengono che nutrirsi di soli frutti possa essere un’ottima cosa…ma sempre e solo per un periodo circoscritto di tempo.
Si parla di giorni, tutt’al più di settimane; può essere sicuramente, a detta di Valerio ed altri esperti di alimentazione, un ottimo modo per disintossicarsi.
Vivere di sola frutta viene però considerato, generalmente, quasi blasfemo. Comunque non tutti la pensano allo stesso modo.
Ho intervistato Giorgio Fabretti, sociologo fruttariano presidente della Fruit, l’unica associazione fruttariana italiana (con sede a Roma, in via Nicola Salvi 68, non mi risulta abbia un sito internet).
Ha fatto una disamina del fenomeno eccellente.
Argomentando quanto mi ha detto nel corso dell’intervista, l’humus culturale in cui il tenero virgulto del fruttarismo ha avuto modo, defilatamente, di protendersi verso il sole è la riscoperta del vivere naturale tra ‘800 e ‘900.
La subcultura fruttariana nasce all’inizio del XX°secolo come anche in un certo senso i movimenti quasi contemporanei del futurismo e poi del decò. In un periodo in cui, tra l’altro, la frutta compare come elemento ricorrente nella decorazione.
Negli anni ’30 conosce un minimo sviluppo come forma di “dandismo” o di “post-dannunzianesimo”, riscontrando un discreto successo presso “personaggi un po’ alla Sgarbi”.
Da un punto di vista scientifico la genesi del fruttarismo si sostanzia dei progressi dell’antropologia fisica che evidenziano il tendenziale frugivorismo della “scimmia nuda”.
Diamo ora la parola allo stesso Fabretti:

Da una scoperta antropologico-psicologica la base del fruttarismo diventa una pratica di tipo salutistico-borghese e quindi un fatto anche estetico. Siamo intorno al 1920 e cominciamo in Francia e subito dopo in Germania ad avere i primi autori non fruttariani, né crudisti ma che cominciano oramai a parlare qui e là, nei loro manuali, di modo di alimentarsi fruttariano. In particolare abbiamo un autore che parla di crudismo in Francia e di un autore che parla di vivere a contatto con la natura, quindi del fruttarismo come parte del naturismo, in Germania. Questo porta alla pratica del fruttarismo nientemeno che nella gioventù nazista. Abbiamo i primi gruppi che fanno vita all’aria aperta, nudi, si bagnano nei laghi e si nutrono di frutta. Abbiamo poi l’intervallo della guerra. La pausa del rock’n’roll, del consumismo anni 50 e con gli anni 60 nasce finalmente il movimento, minuscolo, in nuce, del fruttarismo all’interno del movimento più generale, utopico, hippy degli anni ’60. Quindi noi abbiamo prime comuni che parlano di nutrirsi in maniera naturale a base di frutta in California, Australia e successivamente Inghilterra. Nel mondo anglosassone. Il fruttarismo rinasce come “ismo”, quindi come movimento ideologico, nel mondo anglosassone, come derivato quasi contemporaneo dei Beatles […] e in un certo senso vuole essere un elemento di contrasto, di moderazione, del consumismo materiale, perché fruttarismo significa “contenere gli abusi materiali” e in un certo senso è parallelo anche alla riscoperta dello Zen, quindi l’essenzialità, la riscoperta del gusto come togliere, piuttosto che aggiungere, quindi i sapori naturali piuttosto che i condimenti. Una sorta di ambientalismo del gusto. Come l’ambientalismo architettonico che nasce negli anni ’30 (in Italia con Piacentini, Libera, eccetera) così il fruttarismo vuole in un certo senso riscoprire in maniera classica il gusto, cioè il gusto di un determinato cibo non in quanto tale, ma in quanto appartenente ad una architettura e ad un contesto naturali. Quindi la potenza del gusto nell’arancio, si riferisce alla natura siciliana, ai campi mediterranei, al sole. Diviene una sorta di simbolo dell’ambiente da cui proviene e quindi deve essere apprezzato per questo suo valore di riferimento, che è intrinseco ma che fa riferimento, per il processo dell’agricoltura e della crescita biologica del frutto all’ambiente di provenienza. [Possiamo dunque dire che il fruttarismo nasca definitivamente] negli anni ’30 e in un certo senso dà i suoi frutti più tardi ma in una maniera parallela allo sviluppo della mentalità moderna e post-moderna. Infatti il vero boom sia del fruttarismo che del vegetarismo si ha in epoca post-moderna, quasi come una citazione, recupero di valori che si riscoprono ma non tanto più di valori naturali. Di valori culturali, valori storici.

Il Fruttarismo dunque, per come ci viene abilmente presentato da Fabretti, cresce in buona parte sull’onda di un’ispirazione estetica.
Tuttavia, come è facile intuire, il fenomeno non può essere ricondotto al solo fattore estetico.
La cultura fruttariana è la più purista in assoluto (al di là di alcune sparute minoranze che sembra abbiano radicalmente trasceso il bisogno stesso di alimentarsi e che analizzeremo tra breve).
I fruttariani, difatti, non solo sono rigorosamente animalisti, ambientalisti e salutisti. Sono più generalmente “biofili”, amanti di tutto ciò che vive.
Nutrirsi di soli frutti non comporta, difatti, la soppressione neanche di organismi vegetali.
In questo senso direi quasi che rasentino il misticismo.
Per i fruttariani è centrale il concetto di dono della pianta all’uomo.
Essi si nutrono di frutti. Non di frutta. Il concetto di frutta viene difatti generalmente associato alla frutta dolce che pende dall’albero e, da un punto di vista fruttariano, è piuttosto riduttivo.
Con il termine “frutti”, invece, i fruttariani intendono tutte quelle formazioni vegetali che vengono naturalmente donate dalla pianta senza morire:

Questo è il motivo per cui i fruttariani non consumano cappuccina, lattuga, perché si ottiene tagliando, decapitando la pianta. Consumano frutti ma anche chicchi di grano che sono disseminati dalla spiga, che ha un suo ciclo annuale e quindi come funzione finale ha quello della inseminazione del terreno. Se noi aiutiamo la spiga, attraverso l’intelligenza umana, a portarne uno a successo abbiamo diritto a trattenerne gli altri 39 che possono essere consumati.


I fruttariani si nutrono dunque oltre che, ovviamente, di frutta nel senso classico del termine, anche di semi (cereali), legumi, alghe e svariati tipi di ortaggi considerati “frutta vera e propria”: peperoni, pomodori, melanzane, zucchine, zucche.
Sulla patata dibattono.
Essa, difatti, non è un frutto ma una radice. Essendo però una radice-seme, in quanto destinata alla riproduzione della pianta, i fruttariani più moderati la considerano un frutto della radice e dunque se ne cibano a cuor leggero.
Le peperonate e le parmigiane (seppur un po’ riviste) non sono comunque prelibatezze accessibili ai seguaci del fruttarismo.
Essi difatti, come è stato già accennato, tendono piuttosto rigorosamente al crudismo.
Quelli tra loro che non sono ancora riusciti a superare il condizionamento della cottura cuociono a vapore.
Per il resto viene utilizzata la tecnica dell’ammollo di cui abbiamo già parlato nel capitolo sul crudismo.
Nelle case dei fruttariani è sempre presente un particolare macinino.
I legumi e i chicchi di grano, orzo, farro, miglio vengono così frantumati e mangiati come farina, magari amalgamati in un po’ d’acqua.
Fabretti mi ha anche parlato di un macinino con la commutazione a schiacciamento, un arnese che invece di macinare schiaccia i semi dei cereali in maniera da rendere il processo di ammollo molto più rapido.
Nel giro di venti minuti è già possibile mangiarli.
Un piatto forte dei fruttariani è il porridge, composto di fiocchi d’avena e pezzi di frutta. Anche qui, però, non si può pensare al classico porridge.
Essi, difatti, non usano il latte, fondamentale nell’amalgare gli altri ingredienti ma l’acqua. Lungi da loro, poi, utilizzare lo zucchero e tantomeno il miele, che si ottiene derubando le povere api.
Sul fronte della cottura un’eccezione si fa talvolta per il pane, che deve essere, però, rigorosamente azimo.
Generalmente lo fanno in casa. Macinano i chicchi di grano e fanno delle cialde simili al pane sardo, anche conosciuto come “carta da musica” che poi inseriscono in fornetti elettrici. Mai in quelli a micro-onde.
Per quanto riguarda peperoni, patate, zucchine e melanzane, che pur volendoli considerare frutti sfido chiunque a mangiarli allo stato naturale, vengono frullati, omogeneizzati e sottoposti ad un rapido processo di ossidazione.
In altre parole la polpa ottenuta con il frullatore viene lasciata, per alcuni minuti, a contatto con l’ossigeno dell’aria.
Questo equivarrebbe ad una blandissima cottura, dimezza i valori vitaminici ma rende commestibili frutti immangiabili senza qualche trattamento.
Le stravaganze, comunque, non sono ancora finite.
Dichiara il Fabretti:

Noi non usiamo olio, vino, sale perché il fruttarismo ha un’altra connotazione. Il fruttarismo nasce come rifiuto del processed food, del cibo lavorato, “processato” quindi nella concezione originaria del fruttarismo anglosassone degli anni ’60-’70 nasce come pilastro del fruttarismo l’idea di rifiutare il cibo non naturale e questo arriva a tracciare dei limiti, dei confini per cui la fermentazione viene esclusa dalla gran parte dei fruttariani. Siamo praticamente astemi e non prendiamo neanche caffè e tè perché queste sostanze sono ritenute eccitanti, nervine e ottenute attraverso una lavorazione, una conservazione che è troppo prolungata. Il sale non si usa perché esiste un sapore dei cibi che non ha bisogno di sale. Lo consigliamo a chi nel periodo di transizione lo ritenga opportuno. Non c’è una particolare controindicazione riguardo il sale, però deve essere sale biologico.

Vediamo ora come si può diventare fruttariani.
Ci vogliono almeno un paio di anni, durante i quali bisogna seguire un iter di decondizionamento da diversi cibi.
A detta di Fabretti la cosa più semplice è liberarsi dalle proteine animali.
Basta assumere mezzo uovo crudo a settimana per un periodo di circa sei mesi.
Disintossicarsi dal pane e dai farinacei in generale sembra invece sia proprio difficile:

nessuno c’è riuscito in meno di due anni. Per alcune persone è impossibile. La disintossicazione avviene a salti. Ci sono le giornate fruttariane o i week-end fruttariani in cui la persona che cerca di disintossicarsi dal grano, dalla farina, per tre giorni non mangia farina. Poi non ce la fa più perché perde il sonno addirittura, perché è abituata a dose di melatonina massiccia e non è in grado di chiudere occhio la notte. La gente non sa quanto è drogata di farina e non sa quanto possa essere difficile liberarsi da questa dipendenza quanto lo è per un alcolizzato liberarsi dall’alcool o per un eroinomane svezzarsi dall’eroina. Forse è anche più difficile e se non si dice questo il fruttarismo resta solo un bel pensiero e non diventa mai pratica.

L’ultimo salto è la “disintossicazione dal cotto”.
A fronte di tutto ciò…

gli effetti secondari sono blandi. Mentre gli effetti secondari della cattiva alimentazione sono i tumori, l’occlusione delle vene, la morte, gli effetti secondari dell’alimentazione fruttariana sono alcune blande carenze da ferro, alcune blande carenze da B 12, diarree, leggere diarre, leggere irritazioni intestinali. Sono disturbi a cui si provvede senza medicine, semplicemente mangiando, per dire, mezzo uovo a settimana scompaiono tutti i sintomi negativi. Oltre i sei mesi di pratica possono subentrare dei fastidi, generalmente dopo uno o due anni e subentrano in maniera così leggera che appena uno ha dei fastidi sapendolo prima, essendosi informati, nel momento in cui si avvicina al fruttarismo, può fare tranquillamente marcia indietro, anzi direi quasi che questi disturbi sono il segno che si è disintossicato, che finalmente la dieta ha avuto una durata prolungata tale da produrre i suoi effetti.

domenica 10 gennaio 2010

Jasmuheen ed i liquidariani

Ho letto recentemente un bell’articolo comparso su Scienza e Conoscenza riguardo Jasmuheen, una donna australiana che avrebbe superato il bisogno stesso di mangiare, essendo in grado di nutrirsi direttamente dell’energia universale che tutto compone e pervade, conosciuta anche con il nome sanscrito Prana. Di Jasmuheen e dei suoi seguaci (conosciuti con diversi nomi, tra cui "liquidariani") ho scritto sul mio primo testo Vegetariani come, dove, perche’, in un paragrafo che ho deciso di condividere con i lettori di Viverealtrimenti:

Jasmuheen viene definita una “telepatica cosmica”; riceve cioè messaggi, per via telepatica, da altre dimensioni.
Dal 1993, riceve indicazioni precise da “esseri di luce”.
Non mi assumo, ovviamente, la responsabilità di dire se tutto questo sia vero o falso.
Così sta scritto sui suoi testi o su testi in cui si parla di lei.
Jasmuheen è una delle figure più significative della cosiddetta New Age.
Insieme ad altre persone ha avuto un ruolo pionieristico nella sperimentazione di una pratica di de-condizionamento dall’alimentazione ordinaria.
Dal 1993 vive di “luce liquida”. Energia.
Ha pubblicato diversi libri. Il più famoso è Nutrirsi di luce.
Trovo sia un libro piuttosto destrutturante (anche se non è scritto stupendamente).
Mette in discussione condizionamenti fortemente radicati in noi come, ad esempio, che sia indispensabile mangiare per vivere o, addirittura, che la morte sia un evento ineluttabile.
Ovvio che tutto questo comporti una visione diversa dell’essere umano che, alla luce di una tradizionale concezione “positivista”, decriptato con parametri di natura organistico-cartesiana, non può assolutamente vivere di sola energia.
Jasmuheen non è il primo essere umano a nutrirsi di sola energia o comunque in grado di vivere senza alimentarsi in maniera ordinaria.
In India molti yogi sembra siano in grado di stare mesi e mesi senza mangiare.
Sono esistiti poi due casi documentati da Pramahansa Yogananda in Autobiografia di uno yogi. Quelli della yoghini indiana Giri Bala e della mistica tedesca Teresa Neumann.
La prima stette oltre cinquant’anni senza toccare cibo (sembra fosse allora l’unico caso al mondo per un periodo così prolungato), sbigottendo parenti e conoscenti.
Accettò pure di farsi rinchiudere due mesi in una stanza del palazzo del Maharaja di Burdwan. Ovviamente senza scorte alimentari.
Se non fosse stata realmente in grado di praticare una specifica tecnica di yoga in grado di mantenerla in vita sarebbe senz’altro morta.
Da bambina Giri Bala aveva un appetito insaziabile.
A dodici anni andò a vivere presso la famiglia del marito, ove veniva regolarmente mortificata dalla suocera per la sua incontrollabile voracità.
Arrivò il momento che, stanca di essere costantemente ripresa e derisa, chiese al Signore di incontrare un guru che le insegnasse a vivere della sola Sua luce.
Il suo desiderio venne esaudito:

Il sole mattutino penetrava le acque; mi purificai nel Gange, come per una sacra iniziazione. Mentre mi allontanavo dalle rive del fiume, con le vesti bagnate intorno a me, nella vasta luminosità del giorno il mio Maestro si materializzò dinanzi a me! -Mia cara piccola- mi disse con voce piena di affettuosa compassione, -sono il guru mandato qui da Dio per esaudire la tua insistente preghiera. Il Signore è stato profondamente toccato dalla tua natura veramente insolita. Da oggi in poi vivrai di luce astrale, e gli atomi del tuo corpo saranno nutriti dalla corrente infinita-.
(P. Yogananda, Autobiografia di uno yogi, Astrolabio, Roma, 1971, pp. 422-423).

In una nota al capitolo sulla “Yoghini che non mangia mai” Yogananda riporta alcune spiegazioni scientifiche riguardo fenomeni così insoliti come quello che viveva Giri Bala:

“Quello che noi mangiamo sono radiazioni, il nostro alimento è un quantum di energia”, dichiarò il dott. Gorge W. Crile di Cleveland a una riunione di medici il 17 Maggio 1933, a Memphis. Parte del suo discorso venne riportato come segue: “Questa radiazione di primaria importanza, che immette correnti elettriche nel circuito elettrico del corpo, cioè nel sistema nervoso, è ceduta agli alimenti dai raggi del sole. Gli atomi […] sono sistemi solari. Essi sono i veicoli che si caricano come molle compresse di radiazione solare [il digiuno esseno prevede difatti che ci si esponga molto al sole nel corso della pratica]. Questi innumerevoli atomi d’energia vengono assorbiti come alimento. Giunti nel corpo umano, questi veicoli saturi d’energia, gli atomi, si scaricano nel protoplasma; e l’irradiazione fornisce nuove energie chimiche e nuove correnti elettriche. Il vostro corpo è fatto di tali atomi […]. Essi sono i vostri muscoli, il vostro cervello, i vostri organi sensori, come gli occhi e le orecchie”.
Un giorno gli scienziati scopriranno che l’uomo può vivere unicamente di energia solare. “La clorofilla è l’unica sostanza conosciuta in natura che in un certo modo ha il potere di agire come una trappola di luce solare”, scrive William L. Laurence nel New York Times. “Essa cattura l’energia dei raggi solari e la deposita nella pianta. Senza di ciò nessuna vita potrebbe esistere. Otteniamo l’energia che ci occorre per vivere dall’energia solare depositata negli alimenti vegetali che mangiamo, o nella carne degli animali che si nutrono delle piante. L’energia che otteniamo dal carbone e dal petrolio è energia solare catturata dalla clorofilla durante la vita delle piante milioni d’anni fa. Noi viviamo del sole attraverso l’azione della clorofilla”
(Ivi, p. 421)

Teresa Neumann era invece una mistica cristiana.
All’età di vent’anni perde la vista e l’uso degli arti inferiori in un bruttissimo incidente.
Pregando Santa Teresa guarisce miracolosamente nel 1923, riacquistando prima la vista, poi l’uso delle gambe.
Da allora sino al momento della morte la Neumann non prenderà che una piccola ostia consacrata al giorno.
Nel 1926 le compaiono le stimmate ed ogni venerdì, per oltre dieci anni, rivive in grande sofferenza la Passione di Cristo e arriva anche a “parlare in lingue”, pronunziando frasi in aramaico antico, ebraico e greco.
Teresa muore nel 1962 dopo quasi quarant’anni di astinenza alimentare.
Dopo questo rapidissimo excursus sul celebre testo di Yogananda, veniamo alla contemporanea Jasmuheen.
Parliamo di una persona che è stata veganiana per vent’anni e teneva molto a mantenersi in perfetta salute, integrando la propria dieta con molta ginnastica quotidiana.
Giunse il momento che intuì che il corpo sarebbe in grado di rigenerarsi autonomamente e che verrebbe logorato solo da un alto livello di tossicità.
La tossicità sarebbe figlia di un’alimentazione sbagliata e di pensieri negativi.
La morte stessa accadrebbe in virtù della convinzione, profondamente radicata in noi, della sua ineluttabilità:

Dal momento che è la mente a fungere da guida, è la mente ad avere il dominio sulla materia, le ghiandole endocrine sono divenute incapaci di sostenere la pura rigenerazione cellulare a causa della convinzione della ineluttabilità della morte. Finché saremo convinti che la morte sia qualcosa di naturale, i nostri corpi sosterranno tale convinzione pur essendo in grado di disubbidire a tale principio.
(Jasmuheen, Nutrirsi di luce, Mediterranee, Roma, 1998, p. 52).

In questo passaggio Jasmuheen parla di corpi, non di corpo.
Ella sostiene infatti che gli esseri umani siano muniti di quattro corpi inferiori (oltre che di altri superiori che però, in questa sede, non interessano).
Il corpo fisico sarebbe quello “più denso”, dunque quello più facilmente percepibile con i sensi ordinari.
Esisterebbero poi il corpo emozionale, quello mentale e quello spirituale.
Jasmuheen non è l’unica a sostenere l’ipotesi della pluralità di corpi dell’essere umano.
È una questione che coinvolge un po’ tutto l’attuale fenomeno della New Age, ispirata dalle tradizionali concezioni indiane e tibetane, di volta in volta rivisitate.
I quattro corpi inferiori di cui parla Jasmuheen vengono paragonati alle quattro corde di una chitarra.
Nel momento in cui sono accordati tra di loro la vita scorre in maniera armonica.
Per essere accordati i quattro corpi, in quanto sistemi di energia, debbono vibrare alla giusta frequenza.
I concetti di “vibrazioni e frequenze” hanno difatti un ruolo cruciale in questa scuola:

l’energia eterna che vive nella materia, la potenza dell’esistenza che si esprime negli atomi con il loro turbinio di molecole e di elettroni che compongono la sostanza terrestre, non sono né più né meno che vibrazioni condensate sino al punto di una tangibilità densa, pesante, mortale. Controllate le vibrazioni e avrete il potere di controllare la sostanza e l’energia della materia (Ivi, pp. 23-24).

A fronte di tutto questo, nel momento in cui si ha “lo strumento accordato”, si può essere in grado di fare cose usualmente considerate straordinarie: sperimentare fenomeni di telepatia e chiaroveggenza e riuscire a vivere senza mangiare o senza dormire.
Riguardo al vivere senza mangiare, Jasmuheen riporta nel suo testo che i nostri corpi avrebbero la capacità “di trasformare i fotoni della luce stellare o solare nelle sostanze di cui il corpo ha bisogno. È un processo simile alla fotosintesi”.
Tuttavia chi vive di sola “luce liquida” non ha bisogno di esporsi al sole o alle stelle perché è comunque in grado di assorbire direttamente “la forza vitale universale” che tutto permea e compone, immettendola nelle proprie cellule.
Cosa ci impedisce, allora, di vivere di sola energia e di superare la schiavitù del cibo? Semplice, la nostra mente.
Essa è programmata in modo diverso: per vivere di cibo organico e solo per un periodo circoscritto di tempo.
Cambiate la programmazione della vostra mente e questi due “luoghi comuni” automaticamente decadranno, sostiene Jasmuheen.
Per essere alimentati dal prana è sufficiente, difatti, essere convinti che ciò accada:

I nostri corpi respirano per noi senza che glielo ordiniamo. Allo stesso modo, se riprogrammato, il nostro corpo assorbirà le forze praniche direttamente, e queste sole forze saranno sufficienti a sostentarci e a nutrirci una volta eliminate le convinzioni contrarie. Questo è un processo di dominio della mente, un’iniziazione sacra, che permetterà di non aver più bisogno di mangiare. (Ivi, p. 22)

La cosa, però, non è esattamente così semplice o meglio, per arrivare a poter esprimere realmente tale convinzione, riprogrammandosi, bisogna sottoporsi ad un processo destrutturante di 21 giorni.
Tale esperienza sarebbe finalizzata, volendo usare una metafora di Jasmuheen, “ad assorbire il Dio dentro di noi” e andrebbe dunque vissuta come una iniziazione religiosa.
È anche bene fare questa esperienza in solitudine, evitando di finalizzarla troppo a motivazioni futili come il voler perdere peso.
Bisogna inoltre sentirsi intimamente pronti a dare una svolta radicale alla propria vita, cercando conferma solo nel proprio “maestro interiore” ignorando le influenze esterne.
Sul libro di Jasmuheen è presentato un “questionario di autoanalisi” di quindici domande.
Chiunque volesse intraprendere la pratica dovrebbe riflettere a lungo su di esse.
Solo riuscendo a rispondere affermativamente a tutte quante potrebbe considerarsi pronto per intraprendere “il viaggio”.
Facile intuire che la pratica consista nel non mangiare per tre settimane: digiuno secco (senza neanche l’assunzione di acqua) la prima, digiuno liquido la seconda e la terza (a base di succhi di frutta).
Prima di intraprendere la “pratica dei 21 giorni” è bene eliminare gradualmente diversi alimenti. In primis le carni rosse ed alcool, poi le carni bianche.
In seguito è bene prediligere cibi solo crudi sino ad arrivare ad assumere solo minestre liquide e succhi di frutta. Questo per evitare di iniziare la pratica troppo intossicati.
A questo proposito può anche essere opportuno fare qualche enteroclisma nei giorni immediatamente precedenti.
È bene inoltre munirsi di due figure di sostegno: un assistente (per le questioni di natura pratica) ed un consigliere (una persona esperta del processo).
Nel corso dei 21 giorni bisognerebbe evitare di parlare più del necessario, di telefonare, utilizzare il computer, vedere la televisione, lavorare e fare vita sociale.
È bene avere meno distrazioni possibili.
Si consiglia addirittura di affidare ad altri eventuali animali domestici.
Vanno ovviamente evitate droghe e sigarette e qualunque tipo di attività sessuale.
È bene infine evitare anche pratiche spirituali come meditazione, rebirthing o altro.
È tuttavia consigliato, in particolare dal 4° al 7° giorno di dedicare tre momenti della giornata alla tranquillità e al silenzio per riequilibrarsi.
La pratica deve svolgersi in uno spazio caldo e accogliente.
Si possono usare incensi, musica e candele per creare atmosfera.
Si consiglia di munirsi di libri “positivi” ma non troppo impegnativi e del necessario per potersi esprimere creativamente ed artisticamente.
Può anche essere utile tenere un diario di tutta l’esperienza.
A pratica terminata molte persone si sentono decondizionate dal cibo e continuano a non alimentarsi per periodi che variano da caso a caso, mesi o anni.
La maggior parte, comunque, presto o tardi ricomincia a mangiare, soprattutto per motivazioni di ordine sociale e per stanchezza della diversità.
Ho intervistato una persona che ha fatto la pratica e che si è nutrito di solo prana per circa quattro mesi, Paolo Cericola, responsabile della Scuola del respiro a via Carlo Alberto 39 a Roma:

Ho ripreso sotto Natale perché avendo famiglia, tutti che si riuniscono, è stressante perché devi spiegarlo a persone che non ti capiscono, che ti prendono per matto e allora torni a mangiare ma mi sono reso conto che ho il potere di stare [anche] senza. Prima era una dipendenza, dopo è una scelta. Posso scegliere di mangiare e di non mangiare.

Paolo ha fatto la pratica in una casa di montagna confinante con un bosco, in perfetta solitudine. Si era pure offerto come cavia, di essere cioè osservato durante e dopo la pratica ma nessun medico gli ha voluto dare credito.
Un suo amico iridologo, tuttavia, lo ha voluto visitare dopo l’esperienza e non ha riscontrato nulla di inusuale se non un leggero stress all’intestino.
Per lui la pratica non è stata difficile, è stata piuttosto, per usare le sue parole “un’esperienza straordinaria” pur in assenza di fatti particolarmente eclatanti.
Tra le altre cose mi ha detto che la pratica dei 21 giorni è la via più rapida per diventare “liquidariani” o “breatharians” ovvero per riuscire, al pari di Jasmuheen, a vivere di sola luce liquida ma non è l’unica.
È il cosiddetto processo per “i guerrieri della luce”.
In alternativa si può scegliere un decorso più graduale, della durata di circa cinque anni, divenendo prima vegetariani, poi vegani, crudisti, fruttariani fino a compiere il salto definitivo al “liquidarismo”.
Ovvio che la mente dovrebbe essere costantemente sintonizzata su tale obiettivo.
In ogni caso, dice Paolo, è meglio fare la pratica dei 21 giorni prima di smettere completamente di mangiare.
Paolo non è l’unico ad aver vissuto mesi “nutrendosi di solo prana”, in Italia.
Sembra siano circa un centinaio le persone che hanno tentato l’esperimento. Generalmente hanno ripreso a mangiare dopo qualche mese.

C’è una donna che [dopo la pratica non ha mangiato] per sette mesi e mi ha raccontato che un certo giorno le è preso un buco terribile e non sapeva come riempirlo. Ha aperto il frigorifero e si è mangiata di tutto. Ha avuto paura di avere grossi problemi ma è stata benissimo. Il buco continuava ad esserci e ha capito che non era una questione di cibo ma dipendeva da qualcos’altro e a quel punto non ha più [ri]mangiato.


Sembra che l’interesse per il liquidarismo stia aumentando al punto che Paolo vorrebbe aprire una scuola.
Non lo fa perché teme guai legali qualora qualcuno, per qualunque motivo, dovesse avere conseguenze più o meno importanti a seguito della pratica.
Stando ad un dato del 1998 nella sola Oceania i breathariani (più o meno integrali) erano circa duecento.
Oggi il liquidarismo inizia ad avere un certo seguito anche in Germania e negli stati Uniti.
A detta di Jasmuheen tutti i breathariani possono legittimamente aspirare ad una vita molto, molto lunga dato che “se una persona sceglie di essere alimentata dalle forze praniche, queste gli apportano tutte le vitamine e le altre sostanze necessarie per mantenere un corpo fisico, che nell’autorigenerarsi, diviene immortale”.
In un altro passaggio, tuttavia, scrive:

L’essere un breathariano non garantisce l’immortalità fisica, a meno che non si riprogrammino la ghiandola pineale e quella pituitaria, affinché secernano soltanto ormoni vitali. Per essere fisicamente immortale occorre abbandonare il preconcetto per cui la morte è ineluttabile, e depurare i campi di energia dei corpi di tutte le impurità intellettuali, emotive e materiali (attinenti cioè all’alimentazione)
(Ivi, p. 98).

Non si, contraddice, invece, sul fatto che i breathariani, avendo acquisito attraverso la pratica il dominio della mente, possono plasmare a piacimento il proprio corpo, programmandosi per perdere peso o per tonificare la massa muscolare.
Alimentandosi di prana, inoltre, possono sviluppare con facilità poteri metapsichici come la chiaroveggenza.
Jasmuheen parla anche di una donna breathariana che ha partorito ed è stata anche in grado di allattare il proprio bambino.
“I breathariani in maggior parte dormono la metà di quanto erano soliti dormire, o di quanto viene considerato giusto dormire. Essi dormono soltanto quando vogliono; di solito allo scopo di uscire dal corpo ed entrare in altre bande di energia”.
Molti di essi “sacralizzano” la propria sessualità praticando il Tantra, altri possono scegliere il celibato perché hanno ormai trasceso “ogni desiderio della carne”.
Generalmente, per non essere completamente alieni dal mondo, si concedono una tazza di tè in compagnia, pur avendo trasceso anche il bisogno di bere.

Ne L’arte di vivere in risonanza Jasmuheen riporta il detto che “l’autostrada informatica sia attualmente la voce incensurata della consapevolezza di massa” .
Chiunque volesse avere maggiori informazioni può dunque visitare il sito www.selfempowermentacademy.com.au.