TRANSUMANZA

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martedì 17 agosto 2010

A volte si ritorna…

È tempo di ritorni…cito dal mio ultimo testo “Comuni, comunità, ecovillaggi” che ho ora tra le mani seduto allo stesso tavolo dove, mesi fa, lo stavo faticosamente scrivendo e che non è il solito tavolo. Nella misura in cui non è il tavolo dello stanziale ma quello del nomade, un tavolo che non può non conservare una propria irriducibile estraneità e con il quale, tuttavia, bisogna familiarizzare presto. Cito quanto scrivevo a proposito di una bella esperienza vissuta in Thailandia sul finire del 2008 con il mio amico Prisco, programmatore nomade e “compagno di fughe per la libertà”, come gli hi suggellato in dedica su un mio libro in regalo:

«Parlando con Prisco, in una delle nostre serate in uno dei tanti ristoranti italiani di Chiang Mai o passeggiando per le strade eludendo il canto delle sirene scosciate dei go-go-bar, abbiamo più volte riflettuto sul capovolgimento di uno slogan che si presta ad essere definito negativo: No Global. A Chiang Mai abbiamo avuto modo di verificare la buona fama delle cure thailandesi, dentarie e gastroenterologiche (io avevo un’ameba da mesi, mi ci ero affezionato come ad un animale domestico e Prisco era stato truffato da un dentista, a Roma ed aveva un ascesso sotto una capsula) e la buona qualità della vita che continua ad attirare molti espatriati nel paese. Si ragionava su alcuni vantaggi della vita nomadica: avere il dentista e l’ospedale di riferimento a Chiang Mai, una bella relazione sentimentale a Varanasi, l’olivicoltore in Sabina, una Limited a Londra, buoni riferimenti a Kathmandu o in Sri Lanka quando è necessario un nuovo visto per l’India, a Ventiane o in Malesia per riaverne uno per la Thailandia eccetera.
In altre parole, si ragionava sull’eventualità di acquisire una prospettiva da definirsi, a costo di essere impopolari: Si Global».

Ed in effetti una certa impopolarità questa prospettiva l’ha già avuta. Fondamentalmente presso persone bacchettone (per quanto anche l'invidia ha spesso un ruolo non secondario in queste dinamiche) che non credo si astengano dal mettere il bastone tra le ruote del Progetto Viverealtrimenti se e quando possono farlo. A noi, naturalmente, non ce ne frega niente, procediamo sulla nostra strada, a volte faticando a mantenerci in groppa alla globalizzazione.
E’ una fatica proprio di questi giorni, di ritorno in Sri Lanka, dove ho vissuto oltre tre mesi, sino a Dicembre 2009 e, come anticipato, ho assemblato buona parte dell’ultimo libro.
Il riferimento qui è più che buono. Sono difatti a Sarvodaya, una delle più importanti ONG dell’Asia e fiore all’occhiello del GEN in quanto rete di realtà di villaggio (ne coinvolge circa 15000) con prospettive ambientaliste e di sviluppo dal basso.
Ho collaborato piacevolmente con Sarvodaya nei tre mesi cui accennavo e dunque lo staff dell’International Division dell’organizzazione mi ha accolto con molto calore ed affetto. “La porta per te sarà sempre aperta”, è stata la prima cosa che mi hanno detto. Io ho mostrato loro il mio nuovo libro ed il capitolo che li riguarda. Li ho da tempo naturalmente inseriti anche sul mio sito, nella sezione italiana ed in quella inglese e conto di inserirli in prossimi progetti editoriali in una prospettiva di lavoro in rete.
Sono ritornato in Sri Lanka perchè ho bisogno di uno Student Visa per l’India e questa mattina, nella High Commission, mi hanno già detto che non me lo daranno. Proverò nei prossimi giorni a fare una dolce pressione altrimenti la via del Nepal sarà obbligata. Anche i nomadi hanno le loro gatte da pelare, dunque ed una prospettiva Si Global non può, come del resto ogni prospettiva, essere sempre rosa e fiori. Comunque, non ci lamentiamo, a proposito di rose e di spine qui a Sarvodaya hanno una foresteria spartana ma accogliente ed è possibile utilizzare un wireless che mesi fa funzionava a singhiozzo. Ora sembra funzionare meglio ma sono pronto a dover imprecare, di tanto in tanto. Avere il wireless e dunque poter utilizzare internet dalla propria camera è una facility che si trova solo negli alberghi di categoria medio-alta in Sri Lanka. Posso dunque dirmi fortunato. A Varanasi, l’ultimo mese, la connessione ad internet (per avere la quale mi avvalgo di un pen-drive della Tata) mi ha fatto davvero penare. Il server è lento, ultimamente, per ragioni misteriose.
Una buona ragione per essere contento di essere qui, dove sto ritrovando alcune amicizie.
“Persone”, scrivevo sul mio ultimo testo, “che [a distanza di mesi] ancora mi scrivono ed aspettano che ritorni. Spero davvero di ritornare e di trovare i loro volti piu’ distesi, di trovare meno disperazione diffusa, meno paura della notte, più gioia di vivere, più benessere, più ottimismo. Una piccola parte di me è rimasta con loro, in quella che Tiziano Terzani chiamava l’isola folle”.
Le speranze si sono evidentemente avverate, sono tornato e spero davvero di poter fare un buon report di questa nuova visita prima di dover partire di nuovo, forse in anticipo rispetto alla data prevista, pur continuando a non dimenticare…

sabato 14 agosto 2010

Pellegrinaggi e luoghi santi in India: l’origine delle tradizioni.

Essendo in corso, su questo blog-magazine, la condivisione di una diario di un'esperienza singolare: la partecipazione ad un workshop con Jasmuheen nel corso del Kumbha Mela di quest'anno, ad Haridwar (in fondo i link ai due posts gia' loadati) ho pensato di condividere una bellissima lezione, tenuta da Giuliano Boccali, docente di Indologia all'Universita' degli studi di Milano, il 28 marzo 2000. Allora era difatti in corso un altro importante Kumbha Mela, ad Allahabad, rappresentato a Roma da una splendida mostra fotografica presso il Museo Nazionale D'arte Orientale, cui faceva da corollario il libro fotografico Kumbha Mela, di Rosa Maria Cimino, pubblicato dall'ISIAO (Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente). Lascio dunque la parola al professore per la lezione in titolo:

Ho scelto il tema: pellegrinaggi e luoghi santi in India nelle origini e nella tradizione anche perché mi sembra, oltre che intonato alla mostra fotografica, anche intonato, comunque lo si valuti, comunque lo si senta, all’anno giubilare in quanto offre la possibilità di una riflessione sui luoghi santi ed è da questa riflessione che vorrei partire nella conversazione di questa sera. Mi sembra, almeno in prima battuta, che tra le città sante dell’Occidente e dell’Oriente esista una differenza profonda. Roma è diventata prima la capitale di un impero, poi la sede del sommo pontefice che è la massima autorità spirituale della cristianità. A loro volta Gerusalemme e La Mecca che assimiliamo qui per molti motivi sui quali non mi soffermo ad una città santa dell’Occidente, sono stati teatro di avvenimenti troppo noti, troppo fondanti per dover essere ricordati per esteso. Ad accomunare quindi le tre città, che possiamo forse considerare come le più sante dell’Occidente, estendendo in questo caso il concetto di Occidente anche all’Islam, è il fatto che in tutte e tre sia avvenuto qualcosa di storico, o almeno che viene considerato storico, così fondamentale per le civiltà e per le religioni implicate da indurre a eleggere queste città a luogo sacro e anche a proiettarne nel futuro l’eternità, per così dire, sono considerate città eterne. A maggior ragione storici e anche storico-religiosi, ovviamente, sono i motivi della “santità” e dell’eternità, per esempio, di Parigi. Nulla di tutto questo implica che le quattro città che costituiscono il circuito, se così lo vogliamo chiamare modernamente, del Kumbha Mela, cioè Haridwar, Ujjain, Nasik e Allahabad ma anche a Benares o a Puri nell’Orissa o a Madurai nel Tamil Nadu, per citare alcune delle città più sante dell’India, nulla di assoluto rilievo storico è accaduto. In nessuna di queste città, che intenzionalmente ho riportato tra le più sante dell’India, è stata mai un centro politico di uno degli stati che hanno fatto la grande storia dell’India, oppure, nei rari casi e momenti in cui lo sono state, la loro santità ed eternità nulla hanno a che vedere con la preminenza politica rivestita dagli stessi centri in periodi determinati. Così, per esempio, Ujjain, che fa parte delle quattro città sante della Kumbha Mela è stata la capitale, nell’epoca classica per antonomasia, quella dell’impero dei Gupta nel quinto-sesto secolo dopo Cristo. La santità, però, la sacralità di questi luoghi nasce da condizioni e requisiti di tutt’altra natura, incommensurabile, potremmo dire, con quella politica, militare o curtense. Cioè il fatto che in rari casi, in periodi delimitati, alcuni di questi centri siano stati anche grandi centri politici, come i grandi centri storici, non hanno niente a che vedere, ad occhi indiani, con la loro sacralità. Da dove nasce? Quali sono le ragioni di questa santità? Almeno a occhi occidentali esse appaiono più in luce e risiedono essenzialmente, come quasi tutto in India…abitano, per così dire, nel mito, nel piano mitico, che decreta la particolare sacralità di questi centri. Dico particolare non a caso, perché ad occhi indiani, tutta l’India è sacra, quindi la sacralità è questione di proporzioni, di intensità, in quanto fondamentalmente l’intero subcontinente, come noi lo chiamiamo, è tutto sacro, ed è la sede, ad occhi indiani, forse non solo indiani, di processi spirituali di straordinaria elevazione, di straordinaria intensità. All’interno però di questa concezione che sacralizza tutta l’India, indubbiamente ci sono dei centri che lo sono più che altri e la sanzione di questo status non è storica, ripeto, ma è mitica. Così per esempio, per riprendere quello che ho appena accennato riguardo, poniamo a Mathura o Ujjain, Mathura è sacra in quanto, nella foresta di Vrindavan, lungo le sponde della Yamuna, il mito dice che Krishna è stato allevato fra i pastori, dai genitori adottivi ed ha conosciuto le prime esperienze sia di lotta con i demoni, in particolare il pro-zio che ne aveva osteggiato la nascita, sia di amore con le famose gopis, le pastorelle. Ujjain a sua volta è sacra per molti motivi, prima di addentrarci in quello che ha a che fare con il Kumbha Mela ne ricordo un altro, un mito di segno diverso, cupo, inquietante, legato a una vicenda divina molto dolorosa, intendo dire il suicidio della prima sposa di Shiva, Sati, la fedele, la quale si arde con un fuoco interiore, da lei stessa emanato, per protesta contro il proprio padre che non ha reso onore al suo sposo Shiva, non l’ha fatto parte di un sacrificio. La figlia, perciò si consuma con questo fuoco interiore, per protesta contro la negligenza, l’insulto paterno verso lo sposo. Shiva è disperato, si carica sulle spalle il corpo morto della sposa divina e vaga come un folle per l’intero universo, finché Vishnu, impietosito e anche per suggerimento delle altre divinità non decide di alleviare questo strazio e con le frecce fa a pezzi, saettando, divide, per così dire, il cadavere di Sati in brani. Dovunque uno dei brani del corpo, del cadavere della dea è caduto, lì Shiva stesso risiederà in una delle sue forme e soprattutto il brandello di questo grande, immenso corpo divino rende sacro il territorio. Per l’esattezza questi luoghi che sono 57, sono detti Shakti-pita, cioè piedistalli, seggi, troni, addirittura della Shakti, vale a dire della potenza ma nel senso della grande dea donna, la grande dea femminile e tra questi si annoverano, per l’appunto, alcuni notissimi, Benares stesso è una Shakti-pita, anche se non è il motivo fondamentale della sua preminenza. Ujjain, oltre a far parte del circuito del Kumbha Mela è uno Shakti-pita. La sanzione della santità di un luogo è, ripeto, non storica - non si suppone che sia successo niente di obiettivo, di fattuale - ma è mitica. E assicura che cosa? La santità del luogo assicura che esso è, sostanzialmente, dispensatore di due cose: la fertilità e su questo ritorneremo perché non è così ovvio… e l’altro è la purezza. Questo requisito della purezza, cioè, meglio della capacità di generare e di purificare, è dovuto spesso ma non sempre alla presenza di corsi d’acqua, di correnti d’acqua, che è considerata lo strumento di purificazione per eccellenza, perciò si chiamano tirtha guado sacro e, infatti, le località così chiamate sono molto spesso lungo i fiumi, Benares per esempio, o addirittura alla loro confluenza, come Allahabad, a ovest di Benares, che è il centro principale del grande rito, della grande cerimonia, pluriennale, del Kumbha Mela. Ad Allahabad sfociano, infatti, nella Ganga, la Yamuna, altra fiumana santissima, come abbiamo visto, sulle cui sponde sorge anche Delhi e, secondo il mito, la Sarasvati di cui si parla fino nei miti vedici, prima fiumana sacra a noi nota della tradizione indiana e anche una delle prime dee che tali restano nella plurimillenaria vicenda dell’India ma fisicamente, geograficamente almeno, sembra essere scomparsa, dice però la tradizione che sotterraneamente ad Allahabad la Sarasvati si congiunge con la Ganga e la Yamuna. Non mancano peraltro i tirtha sulle acque anche dei laghi, come per esempio Pushkar, nel Rajastan, vicino ad Ajmer che è sacra ed è uno dei rarissimi, forse l’unico centro, sacro a Parvati. E anche questo avrebbe una spiegazione mitica ma…
Bene, soffermiamoci allora un attimo sul motivo della santità di questi quattro centri. Li ricordo di nuovo: Haridwar, Ujjain, Nasik e Allahabad che formano questo grande ciclo rituale del Kumbha Mela. L’esordio del mito della Kumbha Mela, come nel caso di tutti i miti indiani, può essere raccontato in molti modi e a seconda dei diversi Purana, cioè dei testi sacri che lo narrano, le narrazioni sono diverse. Ma il nocciolo sta in questo: esiste intorno alla terra nota, la terra che noi abitiamo, un oceano che è di latte nel quale sono immersi alcuni beni molto preziosi. L’oceano è insondabile, l’onnipotenza degli dei indiani è di dubbia, per così dire, natura, come la loro immortalità, anzi, per la verità gli dei indiani non sono immortali e questo è un fatto piuttosto interessante, e perciò per essere immortali hanno bisogno di recuperare ciò che è andato perso nell’oceano di latte, in particolare un’ampolla, un vasetto, Kumbha, che contiene l’ambrosia dell’immortalità. Non si sa bene come fare perché questo oceano di latte è insondabile. A un certo punto qualcuno ha l’idea di localizzare una cosmica zangola, uno strumento con cui tradizionalmente si faceva la panna. È una sorta di botte molto allungata con un coperchio che contiene un bastone che viene fatto rotare con una manovella in maniera che sbattendo la panna, la panna si addensa e dà luogo al burro. Chi frequenta la montagna l’avrà vista. Ed è organizzata una zangola cosmica che è da immaginare capovolta, quindi la base è anche il coperchio, per così dire, è garantito da Vishnu che si manifesta nella tartaruga. Il monte Mandara, monte sacro, funge da bastone nel frullino e intorno a lui, per garantire il movimento rotatorio, si attorciglia il serpente Vasuki, il serpente dell’infinito, che viene tirato da una parte dai deva, dagli dei, e dall’altra parte dagli asura, gli anti-dei, i demoni. Non sono del tutto equiparabili ai demoni occidentali ma comunque l’analogia è abbastanza pertinente, i quali tirano gli uni da una parte, gli altri dall’altra. Gli asura si sono prestati all’iniziativa con loro finalità abbastanza evidenti. L’operazione comincia. Gli dei tirano da una parte, gli asura dall’altra, il povero serpente, secondo alcuni versioni è un po’ strattonato e strangolato dall’operazione, per cui emana un veleno formidabile che brucerebbe l’universo intero se Shiva non intervenisse, come spesso fa, per salvare il mondo, deglutendolo e restando per sempre segnato da una macchia blu al collo. Donde uno degli epiteti più comuni di Shiva: milakanta, il dio, colui che ha il collo blu. Però salvo questo l’operazione riesce e cominciano finalmente a manifestarsi questi preziosi che erano persi negli insondabili abissi dell’oceano. Fra questi la luna, per esempio, Lakshmi, dea stupenda della bellezza e della fertilità, che arriva a bordo di un loto e viene immediatamente innaffiata da due elefanti che la puliscono del latte. Kasturbha, cioè il gioiello di cui Vishnu si fregia, l’albero dei desideri, eccetera eccetera…finché non arriva finalmente questo…secondo alcuni retto dal medico degli dei, secondo altri per proprio conto, questo kumbha, questo vaso contenente l’ambrosia dell’immortalità. Qui naturalmente si rivela come mai gli asura hanno partecipato all’iniziativa: vogliono berne anche loro e si ingaggia una titanica lotta fra gli dei e gli anti-dei per il possesso di questo vaso. Uno, fra l’altro, degli anti-dei riesce a berne un po’, la luna e il sole lo vedono, lo denunciano, Vishnu lo decapita con il proprio disco ma secondo la logica ferrea del mito fino alla gola l’ambrosia è scesa, quindi la testa rimane immortale ed è fissata nella volta celeste da dove si vendica del sole e della luna e li azzanna, quando può, provocandone, temporaneamente, l’eclissi. Salvo questo incidente, alla fine, dopo dodici giorni, il conflitto si chiude con la vittoria dei deva, però quattro gocce del divino liquido sono nel frattempo cadute a terra e nei quattro punti del sacro suolo dell’India, raggiunti dalle gocce, ci sono i quattro luoghi santi, che formano il circuito cerimoniale del Kumbha Mela che dura dodici anni in quanto ogni giorno divino equivale a un anno umano e quindi in ciascuna di queste tre località, a turno ogni tre anni, c’è una cerimonia, un grande raduno festivo, religioso, che culmina ad Allahabad ogni dodici anni. Questa è la ragione, mitica, come, del resto, in altri casi, della santità di queste quattro località e della grande cerimonia del Kumbha Mela. Ma più in generale torniamo a una riflessione sui luoghi sacri dell’India: le acque sante di tutti i guadi sono ritenute capaci di cancellare ogni colpa e in questo modo esse consentono due cose una di migliorare, di vedere esaudite le proprie legittime ispirazioni mondane, e devo dire che questo aspetto rimane di solito in ombra nell’idea occidentale di tirtha e su questo torneremo…e anche consentono di raggiungere, dopo la morte, il paradiso, ovvero di liberarsi definitivamente dal ciclo delle rinascite. Attenzione, i due scopi non sono affatto equivalenti, anzi, per certi versi sono antitetici. Perché? Ad occhi indiani il paradiso, popolato di piaceri del tutto mondani, è una condizione alla quale si accede dopo una vita eticamente, religiosamente, ben vissuta. È una sorta di premio alla propria corretta esistenza mondana e il soggiorno fra una vita e l’altra. Secondo le note concezioni indiane, infatti, gli atti compiuti nell’esistenza attuale hanno non solo le conseguenze pratiche che possono avere adesso ma gettano come un seme etico, un seme buono o cattivo a seconda della valenza etica dell’atto compiuto. Questo richiede un terreno adeguato per svilupparsi e perciò si determina la necessità delle rinascite, in maniera che questi semi, positivi o negativi si possano sviluppare. E’ la cosiddetta legge del karma cioè, come viene tradotto di solito, Karma è un termine che significa “atto”, “azione” ma viene inteso, in questo senso, come “retribuzione causale”. Il paradiso, quindi, è una condizione transitoria nell’intervallo, lungo o breve, a seconda dei meriti accumulati tra una vita e l’altra. Il fine ultimo dell’essere umano, però, non è il paradiso, perché il paradiso comporta comunque di rinascere e rinascere significa incontrare nuovamente il dolore. I più drastici, rispetto a questa considerazione, non sono del resto tanto gli induisti quanto i buddisti, per i quali il paradiso è una tremenda iattura, nel senso che dopo aver goduto di questi celesti, ultraterreni piaceri, la ridiscesa nel dolore mondano è la peggiore delle punizione. Però anche gli hindu sono, con più gradualità, della stessa opinione, talché lo scopo finale del progresso spirituale dell’essere umano è quello, come sapete, di liberarsi da questa condizione di rinascita e rinascita e rinascita, il famoso samsara, il cerchio delle rinascite, per accedere alla liberazione, moksha o mukti, da questi cicli dolorosi e inconcludenti. Perciò, il moksha è per l’Induismo, e anche per il Buddismo ed il Giainismo, il fine più elevato, il fine ultimo che l’essere umano può proporre a se stesso. Nel Mahabaratta, l’epopea nazionale indiana, come pure nei Purana, testi antichi delle tradizioni e’ per ciò detto: spezzatisi i piedi con un sasso l’uomo deve risiedere a Varanasi, a Benares. Poteva dir Benares o poteva citarne un altro. L’espressione piuttosto paradossale allude alla necessità assoluta di intraprendere la via verso la liberazione e all’aiuto insostituibile che un guado come quello di Benares o come molti altri, lo vedremo, può offrire, al punto che conviene autoinvalidarsi pur di essere certi di soggiornare definitivamente, per sempre, a Benares. Il termine tirtha assume in questo quadro un significato esclusivamente spirituale. Sull’acqua o meno il guado sacro è il luogo che aiuta ad attraversare l’esistenza mondana, a raggiungere l’altra sponda, quella appunto dell’adempimento spirituale della liberazione. Ancora più ampiamente e profondamente, guado sacro è il luogo dove dall’effimero e dal transeunte si apre l’atteso varco verso il permanente e l’assoluto. Il termine, vale la pena di sottolineare, perché questo termine, tirtha, sorge e si carica di un proprio significato pregnante, entro la stessa costellazione semantica dove si colloca, in Occidente, il termine Pontifex. Temaponti è un sinonimo perfetto di tirtha, cioè delinea anch’esso, innanzitutto, il guado, il passaggio; la possibilità di accesso al mondo divino, spirituale, trascendente. In questo senso abbiamo già accennato, esistono tra i luoghi più santi, tra i tirtha più santi, anche località che non sono legate ai corsi d’acqua, come Puri per esempio, nell’Orissa, grandissimo centro del culto di Vishnu, o Madurai, in Tamil Nadu. In ogni modo le visite ai guadi sacri, dette tirthayatra, acquistano un rilievo fondamentale e il Mahabaratta ancora ci indica che il loro prototipo assolutamente grandioso è da ravvisare non solo nel circoscritto pellegrinaggio che i fratelli Pandava, cioè un gruppo di protagonisti del Mahabaratta, compiono all’inizio del proprio esilio, che fa parte della grande vicenda drammatica del poema, ma soprattutto nel gigantesco atto di venerazione che i cinque fratelli compiono alla fine della loro esistenza terrena, quando dopo aver consumato tutta la dolorosissima vicenda della loro famiglia, della guerra fratricida, prima di abbandonare l’esistenza fenomenica, compiono un gigantesco pradakshina intorno a tutta l’India. Pradakshina è un antichissimo rito già indoeuropeo o atto, per lo meno, che consiste nel girare intorno alla persona, alla cosa, all’oggetto che si intende venerare, tenendolo alla propria destra e compiendo un giro completo. Tra l’altro è curioso in India, questo è molto radicato. Voi trovate persino nelle guide musulmane, cui non dovrebbe importargliene niente, che guai se vi provate a fare il giro del tempio passando da sinistra. Vi fermano immediatamente, con gesti di scongiuro e vi fanno fare il giro dalla parte destra. Ecco queste processioni nei luoghi sacri trovano il loro modello, mitico sempre, a sua volta fondante, in questo grandioso Pradakshina con cui i cinque panduidi compiono una circumambulazione dell’India intera, riconoscendone quindi, sancendone la sacralità, prima di inoltrarsi verso Nord dove gradualmente prima Draupadi, cioè la loro sposa comune, poi i cinque fratelli, si spengono. L’ultimo che rimane in vita è il fratello maggiore, con il suo cane. Viene incrociato, per così dire, intenzionalmente dal dio Indra che gli propone di salire sul proprio carro per raggiungere il cielo. Si rifiuta se non sarà accolto sul carro anche il cane. Il cane si rivela poi essere il dio Dharma, il dio dell’ordine sociale, religioso. Interrompo la mia esposizione con questi racconti, un po’ perché alleggeriscono l’esposizione stessa, un po’, c’è un intento più sottile: la sostanza della civiltà indiana, della tradizione indiana e della religiosità indiana, sta quasi interamente, non interamente, sta molto in questi miti e i miti, per loro natura, vanno raccontati, come le opere d’arte vanno viste. Non si sottolineerà mai abbastanza, secondo me, il rilievo dei miti nel tessuto culturale, religioso ma in generale culturale, dell’India. Al punto che ci sono fior di storie sui danni gravi che derivano all’umanità e alla società quando il patrimonio mitico si depaupera o viene trattenuto. Dunque, la realtà, dicevo, grandissimo modello del tirthayatra, delle processioni come quelle che formano il… che vengono dedicate, in particolare ad Allahabad ma anche a Nasik, a Haridwar e Ujjain è questa grandiosa circumambulazione dell’intera India, raccontata dal Mahabaratta. Non solo però, a sottolineare che la realtà dei tirtha è un fatto spirituale, più che geografico, bisogna ricordare che i Purana, testi di antichità, identificano tre tipi di tirtha. I tirtha di cui abbiamo parlato finora, cioè le località geografiche concrete, le quali sono definite tirthashwara, cioè “stabili”, perché è ovvio, i luoghi non si possono spostare. Poi esistono, attenzione, secondo me con grande finezza analogica, anche due altri generi di tirtha, quelli mobili, jangama, che sono i maestri spirituali, i guru o i sadhu, i quali essendo esseri umani si possono spostare autonomamente, dai quali pure ci si reca per ricevere un insegnamento religioso e che costituiscono, anche loro, come il pontifex latino, il guado tra il mondo fenomenico e il mondo trascendente e infine, attenzione, i tirtha interiori, manhasa, spirituali, fatti cioè di manhas, che comprendono attitudini come la compassione, la veridicità, la pazienza. Si tratta cioè, in quest’ultimo caso, di luoghi della propria anima, noi diremmo di attitudini, che ciascun essere umano se vuole può visitare come se facesse il pellegrinaggio alla pazienza, alla fiducia, alla veridicità e attraverso questo pellegrinaggio all’interno di se stessi, verso questa zona di se stessi, si fosse, come di fatto si è in realtà, facilitati nell’accedere dal mondo delle apparenze a quello della realtà spirituale. La realtà dei tirtha dunque è prima interiore e obiettiva, la sanzione della loro santità è mitica, anziché storica e in questo sta ma in un certo senso è implicito in tutto quello che ho detto sinora e anche forse nel modo in cui l’ho detto, la differenza effettiva tra l’India e l’Occidente: la santità di un luogo è sancita da un mito, non è sancita dalla storia. Con le parole sintetiche di Diana Eck, che è autrice di una delle migliori opere di riferimento su Benares, che cito però in questo contesto perché può valere per tutte le altre località sante dell’India:

diversamente da queste altre antiche città [ha appena parlato l’autrice di Atene, di Roma e di Gerusalemme] d’altronde, Benares è una città la cui storia politica è poco conosciuta. Di rado è stato un centro politico importante e l’ascesa o la caduta dei sovrani, attraverso la sua lunga storia, non riveste nessun ruolo nel racconto della sua santità, narrato dalla sua stessa popolazione. Varanasi è detta “la città di Shiva” fondata all’alba della creazione. Non sono gli avvenimenti della sua lunga storia a renderla significativa per gli hindu. Piuttosto essa ha una storia così lunga ed è sopravissuta e fiorita attraverso le fortune mutevoli dei secoli poiché è significativa per gli hindu.

È una differenza sostanziale, secondo me riflesso delle differenti e complementari vocazioni di questi due grandi modi di essere dell’essere umano, perdonatemi, che noi adombriamo con queste due grandi metafore di Occidente e Oriente. Se però la differenza in questo senso è evidente, è molto marcata. L’Occidente mira, per così dire privilegia la storicità. L’Oriente privilegia il mito, da questo punto di vista…è certo però che questa distinzione poco incide sulla natura, sullo status in se stesso della città santa. In India come in Occidente la città santa è il luogo, anzi il varco, il passaggio, il guado, appunto, dove l’eternità irrompe nel tempo, il trascendente nel quotidiano. Sia detto per inciso considerare storici i motivi per cui una località esce dalla storia o favorisce l’uscita dalla storia è, in qualche modo, contraddittorio, è una contraddizione in termini. Ad ogni modo io certamente sono occidentale come siamo tutti noi. Sono innamorato dell’India come spero si senta e, come dire, partecipo di un po’ di entrambe le situazioni ma trovo che da questo punto di vista la posizione orientale sia molto più diretta. In ogni modo, ripeto, quale che sia il motivo, la natura della sanzione di questo status eccezionale le città sante, i luoghi santi in Oriente come in Occidente hanno lo stesso requisito: sono luoghi che favoriscono il passaggio da questa spiaggia, per usare una espressione per l’appunto indiana, alla spiaggia lontana della salvezza, della liberazione, i luoghi dove questo passaggio è possibile e forse è più agevole. Sottointeso, rimane ancora nella metafora, che l’oceano tra le due spiagge è profondo ed è molto pericoloso. Secondo i Purana cinque tra i tirtha più potenti, in grado di dispensare la liberazione sono Ayodhya, Mathura, Haridwar, Ujjain e Kashi, la splendente, per l’appunto, Benares. Secondo altri cicli mitologici, come abbiamo visto -in questo sono citate due città del Kumbha Mela, cioè Haridwar e Ujjain- secondo invece la mitologia del Kumbha Mela anche naturalmente Nasik e soprattutto Allahabad sono in grado di assicurare la liberazione. A questo punto io mi vorrei soffermare un pochino su questa concezione che è molto più occidentale che indiana, per cui noi, quasi istintivamente credo, attribuiamo al pellegrinaggio alle città sante, confortati anche dai testi, sovente, quasi esclusivamente, la finalità di favorire la liberazione. Questa è una deformazione, secondo me, che ha radici lontane, non ultime la storia proprio dell’ideologia europea, la quale è nata da antenati illustri, cioè l’interesse per l’India è nato in uomini di cultura: pensatori, filosofi, letterati dello spessore di Cumbort, dei fratelli Schlegel, di Goethe stesso, più tardi, come sapete, di Schopenhauer, i quali hanno a loro volta formato il loro interesse su testi di assoluta statura, soprattutto filosofica e religiosa. Le Upanishad per esempio. Diciamo, un po’ paradossalmente, che la nostra idea dell’India è l’idea che avrebbe un indiano o meglio,una generazione di indiani che si fosse formata alla conoscenza dell’occidente esclusivamente, supponete, sui testi…poniamo sui vangeli, poi sui testi di S. Agostino, di Leibniz e di Kant. Avrebbero un’idea di un Occidente tutto proteso alle dimensioni più elevate, tutto proteso al regno dei cieli o, quanto meno, attraverso Kant, all’imperativo categorico ed eventualmente a quello isterico. Le cose non stanno propriamente così. Non stanno propriamente così neanche in India. In India peso analogo alla ricerca del moksha, della mukti hanno anche le finalità, per usare un termine squisitamente hindu della vita mondana e su questo aspetto, se mi consentite, vorrei soffermarmi qualche momento per chiudere questa riflessione sui luoghi santi, con una piccola digressione che però penso ci consenta di mettere a fuoco alcuni aspetti di grande importanza.
Ora, secondo i testi della grande tradizione indiana, una vita correttamente vissuta deve perseguire in successione di tempo tre finalità. Per vita correttamente vissuta si intende in genere il riferimento al maschio delle tre classi superiori: bramini, guerrieri e produttori di beni. Non ci soffermiamo sulla condizione della donna perché sarebbe troppo complesso ma diciamo, in generale, un hindu deve, nella sua vita, perseguire tre finalità. Finito il periodo dell’apprendistato che dura per tradizione fino a sedici anni, il giovine deve formarsi una famiglia, deve vivere, cioè, la condizione di capo-famiglia e deve in questa fase perseguire, come scopo della sua vita, il kama, cioè il piacere. In questa ricerca, in questa finalità, è inclusa anche la donna, anzi a vero dire, i testi tradizionali indiani sono tra i primi e certamente i più antichi che riconoscono alla donna lo stesso diritto al piacere dell’uomo. Per piacere si intende il piacere sessuale in senso stretto ma anche la ricchezza della vita, delle emozioni e delle sensazioni che non solo il sesso possono offrire al giovane. Questa fase della vita prosegue ma, crescendo l’uomo, crescendo la coppia, in sostanza, la finalità diventa un’altra, la finalità diventa artha, letteralmente “lo scopo”, “il fine”, per antonomasia, cioè quello che oggi noi chiameremmo “la professione”, “la carriera”, cioè dopo il piacere l’uomo è chiamato a realizzare i compiti ed anche i successi inerenti alla sua condizione sociale. Se è bramino dovrà diventare famoso come specialista del sacro, dovrà guadagnare come tale, dovrà, possibilmente, diventare consigliere di sovrani o di potentati. Se è guerriero dovrà combattere, se è un mercante o un produttore, un agricoltore dovrà espandere il più possibile la propria attività. Tutto questo, però, nell’India tradizionale, ha dei confini precisi, cioè, dicono i testi, quando si vede sgambettare in casa il primo nipote, maschio, è il momento di cambiare marcia e di dedicarsi al terzo scopo, chiamato dharma, cioè la legge religiosa, la legge morale; è un termine molto ricco, molto complesso che include proprio questa evidenza che la civiltà indiana ha dalle origini dell’esistenza di un ordine profondo e unitario delle cose che abbraccia il mondo divino, il mondo spirituale, il mondo sociale e anche il mondo individuale. Questo scopo, dharma, si persegue lasciando la residenza abituale e le cure mondane, noi diremmo, ritirandosi - se è d’accordo, sempre con la propria sposa - nella foresta, per dedicarsi a una vita molto semplice, anche sul piano della concretezza: cibi molto semplici, un alloggio, una capanna molto semplice e dedicandosi alla lettura dei testi sacri, anzi di testi sacri appositi, gli Aranyaka, che appunto forniscono spunto a un rientro in se stessi. Interessante notare, questa concezione si chiama trivanga, cioè “i tre obiettivi”. In essa il terzo fine, dharma, giustifica e riassorbe gli altri due. E, infatti, è sempre la legge religiosa, profondamente inerente all’ordine dell’universo, naturale e sociale, a richiedere la realizzazione dei due fini che cronologicamente la precedono. Cioè è sempre il dharma che richiede che prima del dharma stesso l’essere umano si concentri sul kama, sul piacere e sulla vita pratica, sugli ottenimenti della vita pratica. Esiste però, non tassativamente prescritto ma possibile, un quarto fine da raggiungere, com’è ovvio, nelle premesse stesse di quanto siamo venuti supponendo, che è la liberazione, moksha o mukti dal ciclo delle rinascite. Nella successione temporale questo fine segue al dharma, per cui si parla anche di quattro fini, non solo tre, e si persegue abbandonando anche la dimora nella selva, per vivere in rigorosa solitudine, esclusivamente di elemosine, povertà assoluta, svincolati da ogni obbligo, anche religioso formale e privi, altresì, di ogni diritto. È la condizione ascetica del samnyasi, il rinunziante, che si pone deliberatamente al di fuori della società per dedicarsi solo al fine supremo: raggiungere, attraverso l’ascesi, lo stato di unità con l’assoluto. Oltre le antitesi apparenti della vita e della morte. In vista di questo fine ultimo è anche contemplata la possibilità di accelerare il processo, saltando i tre fini mondani e transitando direttamente, d’abitudine dopo l’istruzione tradizionale, conclusa a sedici anni, allo stato della rinuncia. La tradizione impone come iniziatore di questa possibilità, come di molte altre cose, il grande filosofo Shankara, che personalmente avrebbe addirittura, molto precocemente, scelto lo stato del samnyasa a otto anni. In ogni modo, ripeto, nella successione dei quattro fini, la liberazione è l’ultimo, viene anche dopo il dharma e prevede questa condizione ascetica del samnyasa, oppure si può saltare tutti e tre gli stati intermedi e accedere direttamente al samnyasa. Il trivarga prefigura, dunque, e prescrive una realizzazione piena della vita secondo valori umani sanzionati e santificati anche dal punto di vista più elevato e universale dell’ordine socio-cosmico. Il dharma stesso prevede ed armonizza, come si vede, i fini che lo precedono. Il moksha o mukti, invece, prevede un’accelerazione formidabile del progresso spirituale, condizioni intenzionalmente scelte e molto rigorose e l’aspirazione, il tentativo di accedere, direttamente, nella vita di cui attualmente si dispone, alla liberazione. Si può considerare che, tendenzialmente, non tassativamente, dei due grandi dei dell’Induismo, Vishnu è, fondamentalmente, il custode del dharma e quindi di questa vita realizzata in tutta la pienezza e la ricchezza delle sue valenze umane. Shiva è fondamentalmente la divinità degli yogi, dei sadhu, dei rinunzianti. L’uno sovrintende al dharma non tanto nell’episodico, nel singolo evento, quanto a livello di ritmi cosmici, come sapete interviene, attraverso le proprie manifestazioni, per risollevare il dharma quando decade. Shiva, invece, si pone al di fuori, in un certo senso, della società. Ha un comportamento che, a ben riflettere è proprio una manifestazione di quanto di meno hindu esista, in quanto non ha famiglia, non ha discendenza, si sposerà poi, previ notevoli sforzi per persuaderlo ma non ha varna, non ha classe sociale, il che è inconcepibile per un hindu. Medita su una pelle di tigre o di pantera, si veste di una pelle di elefante sanguinante, adopera dei cobra come bracciali, cioè è l’antitesi, pur essendo una delle massime divinità, apparentemente è l’antitesi dell’Induismo. Questo detto molto genericamente in quanto poi anche a Vishnu i seguaci possono chiedere di essere aiutati nel loro accesso alla liberazione. Del resto, per chi ha visto le foto dell’esposizione, tutti i sadhu che vedete con segni verticali sulla fronte sono vishnuiti, per notizia di costume. Tutti invece i segni sulla fronte orizzontali sono shivaiti. Ma volevo adesso stringere le fila e ritornare a un accenno che avevo fatto all’inizio. Il fenomeno pellegrinaggio, il fenomeno yatra quindi in India non include solo il pellegrinaggio dei sadhu o di coloro che per qualche motivo vogliono accedere alla liberazione in questa vita ma include per la maggioranza dei fedeli l’aspirazione ad essere aiutati dal luogo sacro a realizzare pienamente la propria esistenza completa, a realizzarsi cioè nella pienezza e nella ricchezza dei valori umani che l’Induismo addita ai propri fedeli e che vanno, ripeto, dal piacere alla conquista del benessere, delle ricchezze e alla conquista poi del distacco e della maturità spirituale. Le foto fra l’altro rappresentano molto bene questa varietà di situazioni, da quella dei naga, gli asceti nudi, a quelle dei sadhu, cioè i samnyasin, vuoi vishnuiti, vuoi shivaiti a quelle, invece, delle persone come noi, che visitano il luogo sacro per essere
soccorsi e compresi nella loro aspirazione a un’esistenza che assicuri il paradiso e che assicuri una rinascita in condizioni spiritualmente e anche concretamente migliore. Per dirla con una formula indiana: bukti e mukti. La formula è di ascendenza popolare, probabilmente tantrica. Bukti è un sostantivo che significa godimento, piacere e mukti è un sinonimo di moksha, liberazione. È un modo tipicamente sanscrito, per così dire, questo di esprimersi, in quanto cambiando una sola consonante, per di più sono due consonanti che si assomigliano, si enunciano due concetti di significato opposto. Abbiamo parlato di queste festività, di queste processioni, di questi incontri periodici del grande ciclo della Kumbha Mela e delle celebrazioni dei tirtha e rispecchiano, secondo me, la totalità dei valori hindu e la loro profonda e contraddittoria relazione. In questo, a mio modo di vedere, risiede il fascino segreto dell’Induismo. L’Induismo cioè prefigura un itinerario umano e spirituale che prevede la realizzazione di tutte le dimensioni della vita che noi chiamiamo terrena, mondana, fenomenica, come volete e al tempo…e lo prevede non rozzamente, materialisticamente ma lo prevede proprio come adempimento spirituale e al tempo pone come fine ultimo il superamento di tutto questo. La magia, secondo me, dei luoghi sacri e dell’Induismo in generale, è che nessuno di questi due aspetti prevale mai. Cioè non c’è mai, in questa immensa e straordinaria costellazione che è l’Induismo, né un momento in realtà, né una zona in cui i valori della morte, diciamo, cioè della morte in quanto accesso alla liberazione, prevalgono su quelli della vita e non ce ne è mai nemmeno uno nel quale i valori esclusivamente mondani schiaccino quelli spirituali. Ecco, a mio modo di vedere, è in questo equilibrio, magico in un certo senso, sempre pericolante, come è l’itinerario interiore dell’uomo e sempre rinnovato e sempre seguito che sta il fascino irresistibile di queste immagini, in un certo senso che lo rappresentano e, più profondamente dell’Induismo. Vi ringrazio dell’attenzione.

Per il diario della mia esperienza con Jasmuheen al Kumbha Mela clicca qui (prima parte) e qui (seconda parte)

giovedì 12 agosto 2010

LUNA NUOVA -- martedì 10 agosto 2010 -- da Ajahn Munindo

Non esiste paura
per un cuore incontaminato
dalle passioni
e una mente libera dall'astio.
Chi vede al di là del bene e del male
è sveglio.

Dhammapada verso 39


Subito dopo la sua illuminazione venne chiesto al Buddha se fosse un
dio. Rispose che non lo era. Era un essere umano? No, non lo era. Era
semplicemente risvegliato. Essere sveglio, perfettamente consapevole,
gli permetteva di vedere e capire ogni cosa in termini di realtà. La
sua visone interiore era stata liberata dalle distorsioni del
desiderio e del risentimento e il suo cuore era ora in perfetta pace.
Le contaminazioni di avidità e avversione erano state rimosse e un
naturale stato di chiara visione si era manifestato. La paura non
poteva più sorgere e con lo svanire di tutte le paure, rimangono solo
saggezza e compassione.

Con Metta,

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Tan Mahapanyo per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
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martedì 10 agosto 2010

Petizione per Adyar.

Come membro della Societa' Teosofica Italiana e frequentatore della sede mondiale della Societa' Teosofica ad Adyar (Chennai-India) mi sento in dovere di divulgare quanto Antonio Girardi, segretario della STI, mi ha fatto sapere via e-mail, fornendo il materiale necessario per far pressione sul governo del Tamil Nadu, sperando faccia marcia indietro dalla direzione intrapresa. Personalmente mi permetto di invitare anche coloro che non siano membri della Societa' Teosofica ma semplicemente simpatizzino con i valori ed il lavoro della stessa, di unirsi all'iniziativa sostituendo al termine "membro", nella lettera, quello di "simpatizzante".

Cara Sorella, caro Fratello,
l’e-mail che Ti invio (con due allegati) ha lo scopo di sensibilizzarTi su un problema che grava su Adyar, sede storica e internazionale della Società Teosofica.
E’ in atto in tutto il mondo teosofico un’azione di invio di e-mail per “influire” sul Governo dello Stato del Tamil Nadu affinché rispetti l’incomparabile ambiente di Adyar.
Lo spazio su cui si trova la nostra sede di Adyar in India è infatti nuovamente minacciato dal passaggio di un raccordo autostradale nella proprietà.
Quando i nostri Fondatori scelsero quel luogo per farne la Sede mondiale della nostra Società esso era abbastanza decentrato, ma, con il passare del tempo, la città di Chennai si è ingrandita e i terreni sono sempre più oggetto del desiderio della speculazione edilizia.
Si tratta ora di difendere Adyar, che non è solo la sede teosofica per eccellenza ma che è anche diventata una splendida oasi naturale.
Se sei d’accordo con questa iniziativa, ti chiedo d’inviare una e-mail (firmando e spedendo la lettera che segue, non senza avervi anche aggiunto il proprio indirizzo completo)al Chief Secretary to Government del Tamil Nadu per comunicare il nostro appello accorato.
L’ indirizzo a cui spedire l‘e- mail è cs@tn.in.
Nel caso tu non conosca l’inglese e' stata predisposta anche una traduzione della petizione. (questa non è da spedire)

Con un fraterno saluto,

Antonio Girardi (Segretario della STI).

Lettera in inglese


Thiru K.S. Sripathi
Chief Secretary to Government
State of Tamil Nadu
Email: cs@tn.gov.in


Dear Sir,

As a member of the Theosophical Society I respectfully urge you and your government to reconsider the decision of constructing the Elevated Expressway from the Lighthouse in Marina beach to Kotivakkam in East Coast Road. The planned route will go through the Adyar Beach and the proposed structure will include both 4 lanes and 6 lanes in different parts of the expressway.
Although the easing of traffic congestion has been cited as a reason for the above mentioned project it will, if proceeded with, displace fourteen fishing communities, leaving nearly eight thousand people without a livelihood or a home. The impact on the environment will be very severe, with countless and defenseless creatures that have the beach as their habitat facing extinction, including the Olive Ridley turtles that nest along the east coast of India and particularly along the length where the elevated expressway is to be built. As an endangered species this will totally destroy their habitat. The proposed expressway will also destroy the mangroves, a protected species, near the mouth of the Adyar Estuary.
The campus of the Theosophical Society is an important natural ecosystem in the south of the city of Chennai wherein thousands of birds, crabs, and many other animals live in safety and without human interference. The proposed expressway, with its extremely intrusive construction process and widespread pollution generated by vehicles, will endanger the lives of many animals, let alone trees and plants.
I understand that the Tirukkural is a cornerstone of Tamil culture. This is what one reads in chapter 58, couplet 571:

Kannottam ennum kaliperun karikai
unmaiyan unduiv vulaku


"The world exists because of the existence of the most beautiful virtue called kindliness."
I urge you and your government to explore sustainable, more economical and humanitarian alternatives to traffic congestion in that part of Chennai, and to preserve life and uphold its web of kindliness and well-being for the benefit of all creatures.

Yours sincerely,


Lettera in italiano

A: Thiru K.S. Sripathi
Chief Secretary to Government
State of Tamil Nadu
Email: cs@tn.gov.in


Gentile Signore,
come membro della Società Teosofica invito rispettosamente voi e il vostro governo a riconsiderare la decisione di costruire un’autostrada sopraelevata dal Faro della spiaggia di Marina fino a Kotivakkam sulla strada della costa orientale. La strada programmata attraverserebbe la spiaggia di Adyar con una struttura preventivata di 4 e anche di 6 corsie in certe parti dell’autostrada.
Sebbene si sia detto che la necessità di decongestionare il traffico è stata la causa del progetto in questione questo, se sarà realizzato, farà spostare quattordici comunità di pescatori lasciando circa ottomila persone senza una casa e senza mezzi di sostentamento.
Inoltre l’impatto ambientale sarebbe molto grave, con le innumerevoli creature indifese che vivono sulla spiaggia che rischierebbero l’estinzione, fra queste le tartarughe Olive Ridley che nidificano lungo la costa orientale dell’India e in particolare lungo il tratto in cui dovrebbe essere costruita l’autostrada. Questo distruggerebbe completamente l’ambiente in cui vivono delle specie in pericolo di estinzione. La prevista autostrada distruggerebbe altresì delle mangrovie, che sono una specie protetta, vicino allo sbocco dell’estuario del fiume Adyar.
L’area verde in cui sono gli edifici della Sede della Società Teosofica è un importante ecosistema naturale, a sud della città di Chennai, dove migliaia di uccelli, granchi e molti altri animali vivono tranquilli senza il disturbo degli uomini. La progettata autostrada, con i lavori estremamente invadenti per la sua costruzione e il diffuso inquinamento provocato dai veicoli, metterebbe in pericolo la vita di molti animali, per non parlare degli alberi e della vegetazione.
So che il Tirukkural è il fondamento della cultura Tamil. Questo è quello che si legge nel capitolo 58°, verso 571°:
Kannottam ennum kaliperun karikai
unmaiyan unduiv vulaku

“Il mondo esiste in quanto esiste quella bellissima virtù che è chiamata bontà”.
Invito voi e il vostro governo a cercare delle possibili alternative, più economiche e caritatevoli, per decongestionare il traffico in questa zona di Chennai, preservando la vita e sostenendo il suo gentile e benefico operare per il bene di tutte le creature.

Distinti saluti,

lunedì 9 agosto 2010

Con Jasmuheen al Kumbh Mela, seconda parte: Esperienze pregresse.

La prima volta che venni nell’India del nord, tra la fine del 2005 ed i primi mesi del 2006, sono stato al Magha Mela, un incontro annuale che rappresenta la versione ridotta del Kumbh Mela, ad Allahabad.
Io ed una mia amica italiana eravamo gli unici europei, a parte un ragazzo russo che girava con una telecamera enorme e fece una rapida intervista anche a noi. Buona parte degli indiani pervenuti erano di estrazione molto modesta. Arrivavano vestiti miseramente, a volte con valige chiuse con lo spago. Era pieno di sadhu che, a mio modo di vedere, rispondevano meglio alla definizione di barboni. Ricordavano anche gli asura della tradizione vedica, con gli occhi nero-ardenti spiritati, la polvere che ingrigiva loro i capelli e la barba incolti, i vestiti usurati dalla vita in strada.
Avevano approntato simil-tende di stracci e si scaldavano davanti a fuochi stentati. C’erano anche moltissimi mendicanti, spesse volte mutilati, sfigurati dalla lebbra o con gravi malattie invalidanti che li facevano camminare carponi. In alcuni frangenti, sedevano in lunghe file, ciascuno con la propria ciotola davanti. Ricordo distintamente il viso, lo sguardo di un’anziana signora che muoveva le mani senza dita per attrarre l’attenzione dei passanti. Le muoveva quasi al ritmo di un mantra che fuoriusciva da altoparlanti montati, con grovigli di fili, su pali di legno.
Aveva un’espressione difficile da comprendere e tantomeno da descrivere. Qualcosa che mi faceva pensare ad una sobria, quasi composta e pura disperazione. Terribilmente naturale, nella misura in cui era del tutto irrimediabile.
Quella donna occupava uno degli scalini più bassi nella configurazione di quella che io chiamo “la tragedia, indiana, dell’ineluttabilità” da cui pochi sono esenti, nel paese.
Era solo un volto, credo il più espressivo, in una fila di tanti altri che erano lì per il suo stesso motivo. Aggirandoci per il Sangam (l’area alla confluenza dei fiumi Gange e Yamuna), trovammo altri disperati disposti su carretti di legno. Erano integralmente coperti; fagotti umani da cui trapelavano scorci di visi, straziati, deformi. Non si capiva se costoro avessero o meno le gambe e le braccia. Erano lì, immobili sotto il sole, anche loro innanzi ad una ciotola, dando l’idea di aver trasceso qualunque sensibilità. Ricordo che mi ritrovai a pensare quanto fosse difficile considerarli in un qualunque modo: esseri umani, animali o anche, semplicemente, “cose”.
Più facile pensare che rappresentassero una minima fonte di reddito per intere famiglie, che tiravano avanti con quanto si posava, con compassione o raccapriccio, nelle loro ciotole.
Trovammo francamente poco di spirituale in quella visita.
Venimmo ospitati da una famiglia in una tenda. Una coppia con diversi figli e “parenti di corollario”. Il capofamiglia non si stancava di officiare rituali.
Ci siamo trattenuti a lungo innanzi all’offerta al fuoco di burro fuso, riso, incenso ed altri accessori di oblazione. A pomeriggio inoltrato abbiamo risalito quella distesa di miserabili che avanzavano con provata determinazione su strade sporche e terrose, all’echeggiare ossessivo di mantra da megafoni montati ancora su pali di legno, vagamente consapevoli di vivere una dimensione che aveva qualcosa di apocalittico, rappresentando quasi il set di un “incubo metafisico”.

Ancora ad Allahabad saremmo stati all’Ardha Kumbh Mela, nel 2007, con il mio amico Daddy, uno swami suo amico ed un professore di filosofia del linguaggio all’Università di Siena. Fu un’esperienza un po’ meno traumatica per quanto, mi ricordo, non ci fosse una bottiglia di acqua filtrata o minerale nel raggio di diversi chilometri ed io soffrivo di una bruciante arsura. Ero difatti in cura antibiotica per aver preso la giardia, un parassita intestinale. Quella volta, tuttavia, colsi più distintamente la sacralità dell’evento. Non restammo a dormire, l’assenza di acqua potabile e di servizi igienici decenti non era un particolare trascurabile. Saremmo tuttavia tornati, con Daddy ed avremmo dormito nel campo di Ananda Mai Ma, probabilmente la più importante santa dell’induismo del Novecento (di origine bengalese, era considerata la compagna spirituale di Paramahamsa Yogananda, autore del bestseller Autobiografia di uno yogi). Una notte memorabile per il freddo. Dormivamo su due materassi posti su uno strato di paglia. Potevamo utilizzare pesanti e vecchissime coperte leggermente odorose di muffa ed un po’ indurite dall’umidità. Malgrado ciò, si faceva davvero fatica a dormire per il freddo. Daddy meditò tutta la notte mentre io riuscii a prendere sonno rannicchiato, feto gigantesco, sotto una coperta e facendomi caldo con il mio stesso alito.
Colsi qualche frammento di Satcitananda (identificato nella cultura indiana tradizionale con uno stato di autentica percezione del reale, cui si partecipa in piena risonanza e di beatitudine) in quell’occasione per quanto venimmo presto sequestrati da un amico indiano di Daddy, un giovane bramino che non fece altro che farci girare e rigirare per il posto. Girare a vuoto e facemmo anche fatica a riuscire a fermarci a bere un chai. Colsi inoltre, maggiormente, lo spirito del gigantesco raduno. «Il Kumbh Mela», ci avrebbe detto lo swami amico di Daddy (dunque di comprovata serietà), «è un grande momento di condivisione di livelli, talora altissimi, di realizzazione spirituale». Esistono baba che vivono tutto il tempo in ritiro sull’Himalaya e partecipare al Kumbh Mela rappresenta il loro unico dialogo con il mondo. Scendono dai loro romitaggi per dispensare saggezza, per condividere il loro livello vibratorio, per officiare le loro puje, cantare o far cantare, dai discepoli, i loro mantra. Il risultato è un’arca di spiritualità dove non mancano, accanto alle inevitabili cialtronate, vette autentiche di purezza, stati di compiutezza umana prima che “divina”. Una sorta di Shamballa temporanea (la mitica capitale del sotterraneo regno di Agartha abitata da un alto numero di persone “illuminate”) in quanto luogo ad alta incidenza di individui notevolmente evoluti, pur nell’inevitabile disagio dell’India delle piccole cose.

Per la prima parte: cliccare qui!

mercoledì 4 agosto 2010

Con Jasmuheen al Kumbh Mela.

Di seguito la prima parte di un diario di un'esperienza avuta a Marzo di quest'anno: la partecipazione ad un workshop con l'australiana Jasmuheen, celebre perla sua capacita' di non assumere cibo solido da circa 16 anni, nel cuore del piu' grande raduno hindu: il Kumbh Mela.
Il diario che da oggi condivido, a puntate, con i lettori di Viverealtrimenti contribuira' a comporre uno dei prossimi testi della Viverealtrimenti Editrice.


Varanasi 8/3/2010

Iniziamo questo testo su di un’esperienza di crescita integrale considerando uno dei miei vizi più antipatici: fare i bagagli all’ultimo momento. Un vizio tanto più fastidioso quando si connette con quella che io considero, invece, una bella abitudine: alzarsi con comodo!
Il treno è alle 8.30. In India i treni sono spesso in ritardo ma sembra quasi abbiano la pessima abitudine di essere in orario quando farebbe davvero comodo ritardassero un po’. Oggi è uno di questi casi e lo sarà, tanto più, domani. Un anno fa esisteva un numero telefonico con servizio comodissimo: informare riguardo l’entità del ritardo dei treni. Si parlava con operatori con gentilezza standardizzata e frasi preconfezionate. Dicendo loro il numero del treno, la stazione di partenza e quella di arrivo, erano in grado, un’ora prima dell’orario di partenza previsto, di informare con precisione pedantesca riguardo l’entità del ritardo. Come spesso accade in India, non ci si può affezionare a nulla; tutto avviene in un modo che un occidentale fatica a non considerare scriteriato e caotico e dunque tutto si presta a reggere con enorme fatica alla prova del tempo.
Sono dunque le 7.00 del mattino di una ricorrenza che festeggia la donna ed io dovrei fare gli auguri a mia madre, in Italia e dimenticherò di farlo. Ho un bel bagaglio da preparare, una rapida routine, su internet, da fare, cavolfiori da cucinare, la doccia (teoricamente anche la barba) da non trascurare e vorrei dormire ancora.
Il bagaglio è impegnativo perché starò via circa quattro mesi dal mio domicilio di Varanasi. Sono diretto ad Haridwar, nel nord, in questi giorni ancora un po’ gelido, del paese.
Lì mi dovrebbe raggiungere Smriti-Yoga-Teacher che vorrebbe, finalmente, avere un’idea di Rishikesh, la capitale dello yoga, resa celebre da un periodo di permanenza dei Beatles, nel corso del 1968, nell’ashram di Maharishi Mahesh Yogi. Dovremmo poi raggiungere insieme Delhi ed io volare su Londra e, dopo alcuni giorni, su Roma per spendere tre mesi in Italia e ritornare a Varanasi solo i primi giorni di Luglio. Devo dunque stare attento a non dimenticare nulla quest’oggi. Dimenticherò, invece, più di una cosa. Anyway: la mail viene controllata, il blog-magazine aggiornato, non c’è tempo per la consueta scorsa al Corriere della Sera. Nel frattempo l’acqua è a scaldare nel secchio di metallo, con resistenza metallica (non si può pretendere, comunemente, uno scaldabagno a Varanasi), le cipolle soffriggono in padella, poco dopo il cavolfiore ed i piselli saranno in procinto di raggiungere uno stato di semicottura. Non ci sarà il tempo, tuttavia, per una cottura integrale e li mangerò, sul treno, “un pochino al dente”.
Non c’è niente di meglio e di peggio che avere i minuti contati. Di meglio perché si vive una sferzata di adrenalina che fa concentrare il proprio essere sul presente, sul cosiddetto ed inflazionato “qui ed ora”. Di peggio perché ogni tanto la rabbia e la frustrazione prendono il sopravvento. Rabbia e frustrazione che possono anche essere viste nella loro funzionalità e, a volte, bellezza. Gli occhi di una persona che viva una rabbia umana e non animalesca, difatti, asciugano la realtà da sbavature spesso del tutto inutili. Credo, paradossalmente ed in controtendenza a quanto dicono molti, che la rabbia possa rendere lucidi, a volte. Sgombra il campo da compromessi mentali, stimola l’azione.
Sono in qualche modo geloso della mia rabbia, vivendo la maggiorparte del mio tempo in un paese — l’India ― in cui i più snob fanno mostra continua di imperturbabilità. La stessa che alimenta, appena sotto traccia, le peggiori perversioni.
A margine di tutto questo riusciamo comunque, con Smriti, a raggiungere la stazione in tempo, a fronte di una poco provvidenziale puntualità del treno.

Nel mio stesso scompartimento trovo Luca, un ragazzo italiano che, negli ultimi sette anni, ha vissuto quasi ovunque, in Europa, tranne che in Italia.
Sta andando anche lui al Kumbh Mela perché spera di farsi un buon curriculum come fotografo. Ha lavorato come tecnico per il suono ed ha fatto altri lavori (ad esempio per conto di E-Bay) a Barcellona, Vienna e Berlino. È giunto in India dalla Palestina, dove ha fatto parecchie fotografie nei campi-profughi. È stato qualche giorno in ospedale, in isolamento, a Gerusalemme, perché aveva contratto il morbillo. Insomma, come gli ho detto dopo che siamo entrati un minimo in confidenza, ne ha fatta di strada dal quartiere Mirafiori di Torino, dove viveva insieme alla madre. Anche io ne ho fatta un po’ da Via Mattia Battistini, poco distante dal famigerato quartiere di Primavalle, a Roma.
Il nostro è uno di quegli incontri che si possono fare in India, incontri che hanno una qualità diversa, peculiare. È senz’altro uno degli aspetti positivi di questo paese.

Arriviamo praticamente in orario, alle 4.00 di mattina, ad Haridwar. È freddo. La stazione è più pulita dell’ultima volta che ci sono passato, circa 4 anni fa. Gente in attesa dei treni o che, semplicemente, vive in stazione perché non ha altri posti dove stare, se ne sta imbacuccata in vecchie coperte. Ci fermiamo, con Luca, in un vecchio daba, appena fuori la stazione. Non mancano gli avventori; gli indiani sono, notoriamente, molto mattinieri. Ci sono 6 tavoli, ciascuno fiancheggiato da due panche. Sei tavoli dove ce ne starebbero comodamente quattro. I due in eccesso ci costringono a sedere in uno spazio particolarmente angusto, con il bordo del tavolo sullo stomaco. Ordiniamo del chai e qualche biscotto salato. Io siedo con vista su sgabuzzino illuminato dove sorprendo presto un topo di dimensioni medie aggirarsi scattante e furtivo. Finiamo la nostra frugale consumazione e siamo in strada, nuovamente al freddo (per quanto anche nel daba non si stesse caldissimi), accerchiati da 3 o 4 disperati che tentano di venderci, a caro prezzo, un passaggio in tuk tuk. Riusciamo a strapparlo per 250 rupie (scendendo di 150 rupie dal prezzo loro, di partenza). Partiamo ed il tuk tuk, aperto ai due lati, non ci preserva minimamente dal quasi gelo delle ultime ore della notte. Io sono senza soldi. Chiedo dunque al guidatore di fermarsi in prossimità di una banca. Provo a prelevare ma lo schermo della banca, dopo aver composto il PIN, riporta la scritta Sorry, operation has been declined!
Proverò in altre due banche dove non dovrò nemmeno inserire la carta, trovandomi di fronte alla scritta Sorry, service is not available!
È questa l’India delle piccole cose, la faticosissima India delle piccole cose, di un freddo, sul tuk tuk, che si potrebbe evitare, del sedere scomodi in spazi angusti nel daba, dei bancomat che spesso (troppo spesso) non erogano soldi, dei tuk tuk drivers e dei negozianti che non hanno quasi mai il resto, di una popolazione in buona parte miserabile che non riesce a tenere a freno la propria maldestra, a volte tenera, avidità né riesce, in generale, a contenere i propri impulsi, i propri istinti, tendendo a prevaricare il proprio prossimo in ogni modo, in barba ad ogni cultura del contratto sociale (che ha fatto invece la fortuna dell’Europa), determinando un’atmosfera generale che non può non degenerare in una sorta di lotta di tutti contro tutti.
Malgrado qualche fisiologica frustrazione, raggiungiamo facilmente il campo dove inizierà, il 10 marzo, una settimana di workshop con Jasmuheen e Swami Nardanand. Jasmuheen credo possa essere considerata un sorta di leader mondiale della New Age. Si è resa particolarmente celebre per riuscire a nutrirsi, direttamente, di prana, senza aver bisogno, come mi avrebbe detto dopo qualche giorno una sua allieva, di passare attraverso l’ordinaria mediazione del cibo (la cui trasformazione/alchemizzazione, nell’apparato digestivo, avrebbe come esito, a sua volta, la produzione di prana; energia).
Sono circa 16 anni che Jasmuheen non ha più bisogno di mangiare, limitandosi a degustare qualcosa, ogni tanto, solo per ragioni familiari o sociali. Non ha, tuttavia, cessato di assumere liquidi.
Swami Nardanand è invece il nostro ospite, in virtù del fatto che il workshop con Jasmuheen avrà luogo nel campo dell’ashram di cui è la massima figura carismatica: il Siddha Ashram di Ujjain.
Tornando alla mia esperienza, arrivo poco dopo le 5.00, lasciando Luca sul tuk tuk dopo avermi, gentilmente, anticipato i soldi.
Amit, il tuttofare di Swami Nardanand, è già sveglio e si sta lavando la faccia ad uno dei due lavandini pubblici del campo. Anche lo Swami è già in piedi, con il suo lungo barbone brizzolato e, pur nella generale spartanità ascetica del personaggio, ben tenuto. È vestito in arancione, come da tradizione, con il colore del fuoco, dunque della purezza (bruciando, il fuoco, tutte le impurità).
Amit mi mostra la tenda. Come riportato nel PDF spedito da Jasmuheen, la tenda ha una propria lampadina, una spessa stuoia, in terra, su cui poggiano un paio di materassini coperti, ciascuno, da un lenzuolo insolitamente pulito.
Le condizioni sono dunque spartane ma decenti, a fronte di situazioni veramente limite nei Kumbh Mela. Lo dico non solo perché è risaputo ma anche per esperienza diretta.

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