TRANSUMANZA

QUESTO BLOG E' IN VIA DI SUPERAMENTO. NE STIAMO TRASFERENDO I POST MIGLIORI SUL SITO DI VIVEREALTRIMENTI, DOVE SEGUIRANNO GLI AGGIORNAMENTI E DOVE TROVATE ANCHE IL CATALOGO DELLA NOSTRA EDITRICE. BUONA NAVIGAZIONE!

mercoledì 16 dicembre 2009

Un blog per Sarvodaya.

Ahi ahi quanto è duro fare le pubbliche relazioni per Sarvodaya! Il network comunitario ha una gran buona reputazione, anche presso il GEN e, effettivamente, i suoi membri sono riusciti a fare cose egregie in Sri Lanka, coinvolgendo ben 15000 villaggi nelle loro attività, “per il risveglio di tutti”. È altresì vero, come stiamo notando con Peter, volontario a Sarvodaya per circa un trimestre, che il network sconta alcune “tare culturali” del paese: un atteggiamento eccessivamente spontaneista, poco progettuale, fatalista, scarsamente dinamico. Il paese, del resto, vive, a nostro parere, in uno stato di torpore buddista-tropicale. Incide ancora molto, purtroppo, lo strascico del conflitto etnico, definitivamente concluso da appena qualche mese e che ha prosciugato, a causa delle ingenti spese militari, le casse governative. Anyway: si va avanti. Abbiamo problemi con il wireless in quanto l’High Tech Unity del quartier generale di Sarvodaya ha i computers infettatissimi di virus. Questo determina continue disconessioni da parte del server. Abbiamo provato a sollecitare il nostro referente, coordinatore della International Unity, a far intervenire dei tecnici, ad installare versioni gratuite di buoni anti-virus. Il sistema funziona a singhiozzo e, quando funziona, dà una buona opportunità al coordinatore per dire: vedete, funziona! E rimandare un intervento strutturale serio. Noi, per fortuna, possiamo anche disporre di un modem con uscita USB e dunque siamo abbastanza autonomi da quella che io definisco “una connessione con il calesse”.
Il paese, tuttavia, resta molto bello e Sarvodaya, con i suoi limiti, una buona opportunità per visitarlo (come si può leggere nel post le proposte di Sarvodaya).
Quello che crediamo sia necessario, per il presente ed il futuro, al network comunitario sri lankese è un “cambio di paradigma”. Sino ad oggi, difatti, ha ottenuto dei buoni successi muovendosi nell’ambito della soddisfazione dei basic needs, delle esigenze primarie dei villaggi: strade, scuole, pozzi, energia elettrica, essenziale assistenza medica oltre ad attività di più ampio respiro legate a campagne di sensibilizzazione alla non-violenza eccetera. Per fare questo ha trovato buone risorse umane nei giovani dei colleges e delle università, coinvolti di volta in volta in campi di lavoro. Ho partecipato recentemente ad uno di questi, per scavare un lago artificiale e ripulire alcuni terreni da piante infestanti e devo dire che ho visto all’opera una buona macchina: 100-150 ragazzi e ragazze armati di pala, rastrello, macete, qualcuno alla guida di una scavatrice e, nell’arco di una giornata, il lavoro è stato brillantemente portato a compimento. Il tutto con una spesa assolutamente modesta per Sarvodaya che si è dovuta limitare ad offrire pasti ed una spartana accommodation. Il tutto è avvenuto in un’atmosfera leggera e socievole, dando l’opportunità a ciascuno di conoscere persone provenienti da diverse città, paesi, finanche angoli remoti dello Sri Lanka. Sono le classiche situazioni in cui possono nascere belle amicizie, amori puberali e, nel frattempo, si approntano laghetti artificiali, si disinfestano terreni e via discorrendo.
Quel che si deve, disperatamente, sviluppare è l’ambito “post-materialista”, svincolato dai bisogni immediatamente primari e proiettato verso una nuova stagione per Sarvodaya, in cui ci sia una maggiore autonomia economica dalle donazioni delle ONG e degli organismi internazionali, la capacità di generare, in proprio, un buon reddito (e dunque aumentare i salari delle persone impiegate, a tempo pieno, nell’organizzazione), in cui si riesca a tenere il passo con un mondo, oggi, globalizzato che interagisce sempre di più nel web e ad aumentare gli scambi internazionali.
Per tutto questo crediamo ci voglia tempo, ci vogliano molte persone, da altri paesi, in visita in loco ed in grado di offrire suggerimenti e supporto di vario ordine e grado. Si dovrebbe intanto iniziare a lavorare sugli aspetti comunicativi e commerciali, cercando di traghettare l’organizzazione fuori da una cultura di tipo assistenziale.
Personalmente ho pensato fosse necessario uno strumento semplice e tuttavia efficace di divulgazione e confronto in rete: un blog. Questo, come potete vedere, sta iniziando a lavorare in sinergia con il GEN, avendo una sezione dedicata alle notizie del network planetario degli ecovillaggi. Stanno timidamente iniziando alcuni scambi anche con Gaia Education, associazione che ha tra i suoi membri più attivi Hildur Jackson, fondatrice, assieme al marito Ross, nella prima metà degli anni ’90, dello stesso GEN.
Torneremo a parlare degli sviluppi della collaborazione con Sarvodaya, per ora siete tutti invitati sul blog e i più coraggiosi e coloro che hanno maggiore disponibilità di tempo, a trascorrere un periodo tra le braccia di Serendib, “l’isola dei gioielli”, come chiamarono lo Sri Lanka i commercianti arabi che iniziarono a frequentarla, con buon profitto, dall’epoca pre-islamica.

lunedì 14 dicembre 2009

Tutta la solidarietà a Silviotto dallo Sri Lanka.

I lettori fissi di Viverealtrimenti sanno che, in questo periodo, sto vivendo in Sri Lanka, collaborando con la più importante ONG del paese (Sarvodaya) che è anche un fiore all’occhiello del Global Ecovillage Network. A Moratuwa, sobborgo di mobilieri vicino Colombo dove ha sede il quartier generale di Sarvodaya, divido un appartamento con Peter, ragazzo inglese di 46 anni, temporaneamente volontario nella ONG.
Una persona di cui sto apprezzando la tolleranza (mi consente di fumare i sigari anche mentre mangia o di ascoltare la musica mentre sta lavorando sul suo laptop, nella living room comune) ed il senso, tipicamente inglese, dell’umorismo. "La tolleranza è stato il segreto dell’impero britannico", mi diceva ieri mentre, davanti ad una bella Carlsberg gelata, discutevamo di puritanesimo, della regina Elisabetta e delle diverse sfaccettature del Commonwealth.
Peter è orgoglioso di essere inglese come del resto Smriti, maestra di yoga della Om International Yoga Health Society, gemellata con Viverealtrimenti, è orgogliosa di essere nata e cresciuta in India. Continua ad essere orgogliosamente indiana anche dopo il suo recente rientro da un giro di seminari in Europa, pur rendendosi conto, fresca dell’esperienza europea, che non è esattamente normale avere le strade con i rigagnoli fognari a cielo aperto, non avere la corrente elettrica per diverse ore al giorno e vivere costantemente immersi in un frastuono di clacson e rumori disumani.
Peter e Smriti: due esempi — da due diverse aree del mondo ― rivelatori, con modalità ancora diverse, di uno stesso orgoglio di appartenenza. Mi capita sempre più spesso di chiedermi perché lo stesso orgoglio non lo ritrovi nei miei connazionali. Ne abbiamo discusso più di una volta con Prisco, citato nella presentazione di questo blog-magazine. Ci siamo soffermati spesso a pensare quanto avere anche un minimo moto nazionalista, in Italia, rischi di essere identificato con una poco lusinghiera attitudine fascista. Discutevamo quanto fosse idiota un’assimilazione di questo genere, quanto sia del tutto naturale avere un amore sincero, genuino per la propria terra, da esaltare e difendere in terra straniera. Noi Italiani, invece, abbiamo la pessima abitudine di lavare i nostri panni sporchi in piazza, rivelando un senso profondo di frustrazione ed impotenza, lo stesso che colgo, molto presto, nei miei rientri in Italia. Credo davvero che un serio dibattito politico dovrebbe partire dalla considerazione dei motivi che stanno dietro a tutto questo. L’Italia è al settantottesimo posto nel mondo per facilità di imprendere. L’Inghilterra di Peter al terzo o al quarto. In Italia pensare di avere un’attività in proprio è atto temerario per l’infinità di adempimenti e di spese cui si deve andare incontro. In compenso, i tanto agognati posti fissi sono oramai una rarità mentre il lavoro dipendente riempie sempre meno la vita di soddisfazioni (pur con tutte le eccezioni del caso). Peter, come me in Sri Lanka, ha subito colto una miriade di attività che si potrebbero promuovere a partire dai distretti di Sarvodaya: produzione di mozzarella di bufala, di miele (quasi una rarità, stranamente, nel paese) o marmellate biologiche (il settore del biologico è quasi del tutto assente in Sri Lanka), per fare solo gli esempi più banali. Si tratterebbe di prodotti che, con un buon marchio, potrebbero anche essere esportati, avvalendosi in primis del network comunitario internazionale. Peter si può permettere di pensare alle sources of income, a prospettive di business perchè in Inghilterra, probabilmente, nessuno viene massacrato se tenta di trarre profitto dalle sue idee, dalla sua creatività. In Italia, in alcuni ambienti, a fronte di idee come quelle di Peter in Sri Lanka, scatta un’altra identificazione idiota; quella con il berlusconismo: "sei business-oriented, sei un berlusconiano!". Certo, è molto meglio marcire dentro ad un call center con un master in economia e commercio o languire con un contratto di tre mesi, non avere diritto ad un sogno, non avere diritto ad un futuro, restare a casa con i genitori oltre i 40 anni, non potersi permettere una famiglia, dei figli, non scopare nemmeno tranquilli. La stessa cultura alternativa (principale oggetto di interesse di Viverealtrimenti), in Italia, dà talora spazio a idee antimonetarie, anti-imprenditoriali come il paradigma della decrescita felice che, nelle versioni più naïves (e, tuttavia, piuttosto diffuse) poggerebbe su esortazioni del tipo: che bisogno c’è di guadagnare molto se è tanto bello coltivarsi i pomodori e tanti altri prodotti nel proprio piccolo orticello, bere l’acqua della fontana con grande risparmio di plastica, non dover correre al supermercato se non per gli assorbenti (da usare fino all’ultimo millimetro pulito), dividersi una macchina ― meglio, una bicicletta ― in sei persone, prendere i libri in biblioteca, usare il cellulare dello zio ed andare in vacanza a casa del cugino? Idee di un semplicismo rivoltante! Credo siamo vittima di vecchi assunti cattocomunisti maldigeriti e non adeguatamente evacuati il tutto mentre fuori, guarda un po’, c’è il mondo, un mondo ricchissimo di fregature ma anche di opportunità. Consiglio a tutti la lettura de L’impero di Cindia di Federico Rampini. Tra i tanti aspetti su cui si sofferma Rampini, riguardo l’emergere dell’Asia ― in particolare del Dragone e dell’Elefante, della Cina e dell’India nello scacchiere internazionale — ci sono anche la pizza ed il caffè. Proprio così! Non conosco, per esperienza, la Cina ma posso pienamente confermare che in India il caffè sta diventando un’autentica fissazione, soprattutto presso i giovani imprenditori (capitalisti! consumisti! berlusconiani!). La bevanda nazionale, in India come del resto in Cina, sarebbe tradizionalmente il thè che si porta dietro un altro immaginario, altri ritmi di vita eccetera. Tuttavia, la corsa dell’India al benessere (perfettamente legittima nel momento in cui posso assicurare ai sostenitori della decrescita felice che la povertà che si può ancora vedere nel paese ha tanti, caleidoscopici aspetti così spaventosamente degradanti che se solo loro li vedessero e li annusassero smetterebbero, probabilmente, di predicare certe stronzate!) sta anche implicando che i giovani ricchi o aspiranti tali "vadano a caffè". Si stanno dunque moltiplicando i locali trendy che offrono le diverse varianti della bevanda (Barista, Sturbacks e Coffe Day per citare le catene più famose). Vantano, in genere, la provenienza italiana del caffè (Illy e Lavazza vanno per la maggiore) ed usano termini italiani come: cappuccino, macchiato, espresso. "A fronte di questo", si chiedeva giustamente Rampini, "dove sono gli imprenditori italiani?". Il business del caffè, in Asia, è del tutto in mano ad altri, spesse volte americani. Lo stesso vale per la pizza. Pizza hut è una catena americana che sta facendo faville in Asia. Anche qui a Moratuwa, anonimo "postaccio" appena a sud di Colombo, ce ne sono almeno due ristoranti. Io mi sono limitato a mangiarci un paio di volte e devo dire che la pizza vera, che ha reso Napoli famosa nel mondo, non sanno nemmeno come sia fatta. Noi siamo dunque maestri di pizze e di caffè, un continente dove solo Cina ed India superano abbondantemente i due miliardi di persone sta impazzendo per la nostra pizza ed il nostro caffè ed il business è tutto in mano ad altri? Complimenti al genio italico! Stessa idiozia, per continuare a citare Rampini, sul fronte degli scambi culturali, dei rapporti tra università. Ci sono tantissimi studenti cinesi, scriveva ancora su L'impero di Cindia, che si stanno riversando in Occidente. Solo per citare i nostri vicini europei, Inghilterra, Francia e Germania stanno aprendo senza indugi le loro università ai giovani cinesi, se li stanno letteralmente litigando. Noi, invece, insistiamo a complicare loro la vita con astrusità burocratiche sui visti ed in tante altre maniere. In ogni città che si rispetti, nel mondo, esiste un British Council per promuovere la cultura inglese, per offrire corsi, a costi ragionevoli, della lingua eccetera. I francesi tentano di non essere da meno; basta aprire una qualunque Lonely Planet e, tra i centri culturali delle maggiori città di ogni paese (o quasi), difficilmente manca l’Alliance Française. Io non credo davvero che la cultura italiana non abbia proprio nulla da proporre. Solo a livello gastronomico avremmo da insegnare più di qualcosa dappertutto e, tuttavia, non ho mai trovato, se non a Delhi, un centro di cultura italiana nei miei spostamenti in Asia. Ricordo un’esperienza da Pane e cioccolata, celebre film con il grande maestro Nino Manfredi, sulle misere condizioni degli immigrati italiani in Svizzera. Nell’agosto del 2007 sono a Kathmandu per richiedere un visto studentesco di un anno all’ambasciata indiana. Ho un problema: mi manca un timbro sul passaporto. La cosa rischia di compromettere l’ottenimento, già farraginoso, del visto. Ho bisogno di un consiglio e, possibilmente, di una buona parola da parte di qualcuno che lavori in un’ambasciata. Penso dunque, un po’ temerariamente, di cercare l’ambasciata italiana. A Kathmandu non abbiamo alcuna ambasciata ma un consolato. Oddio! Vi ci porterei uno ad uno!! Trattasi, piuttosto, di tavolino semisgangherato, in un ufficio buio, accanto ad altri tavolini di altri consolati (forse uno del Burkina Faso, non ci ho fatto caso al momento ma avrei davvero dovuto). Trovo una donna con tratti marcatamente mongolici. Mi presento, naturalmente, in italiano (siamo al consolato italiano…) e lei non ha la minima conoscenza della nostra lingua. Va bene, parliamo in inglese! Le espongo il mio caso, lei non batte ciglio, mi ascolta con sciatta sopportazione. Quando ho finito, lei non dice nulla. Io la guardo interrogativo, le rispiego la questione, lei non reagisce. Alla fine, le sollecito, anche un po’ scherzosamente, una risposta. Lei si limita a dire: "cosa vuole che le dica?!". Esco da quello sgabuzzino sconsolato e sconsolati sarebbe stato l’aggettivo utilizzato da una ragazza di una ONG operativa a Kathmandu che avrei contattato telefonicamente. Le espongo il mio problema, le dico: "sono andato al consolato italiano…". Lei mi ferma subito: "no, lascia stare, lì al consolato sono più sconsolati che altro, anche io quando ho avuto bisogno non ho avuto alcun supporto! Vai piuttosto all’ambasciata francese. Io, quando ho bisogno di aiuto, per il mio lavoro, vado da loro che, sapendo che al consolato italiano sono sconsolati, sono anche disponibili con i nostri concittadini". Mi reco dunque all’ambasciata francese, in una bellissima palazzina, con bel giardino, nel cuore di Kathmandu. Nella comoda sala d’aspetto, vedo cartelloni disegnati da bambini ed un accenno ad uno scambio culturale tra scuole francesi e scuole nepalesi. L’impiegata è una graziosissima nepalese che ringrazio ancora, anche in questa sede. Le spiego la situazione e lei fa un cosa semplicissima: alza il telefono, chiama il collega dell’ambasciata indiana e gli accenna di un cittadino francese con il seguente problema. Chiuso il telefono mi guarda morbida e mi fa: "Il dr. Suklaj l’aspetta fra mezzora, ignori pure la fila, vada direttamente da lui, dietro lo sportello, gli dica che la mando io e gli spieghi la situazione, vedrà che si risolverà tutto facilmente. Ho detto che lei è un cittadino francese per semplificare, lei naturalmente gli dica subito che è italiano ma non si preoccupi, la cosa non creerà alcun problema".
Lascio quasi commosso l’ambasciata francese, pronto a recitare la parte di Nino Manfredi nell’amaro Pane e cioccolata, con l’impiegato dell’ambasciata indiana. Questi, difatti, come mi vede mi fa: "ah, è lei il cittadino francese?!" ed io: "no, veramente sono italiano" (ci mancava solo che aggiungessi, come nel film: "nessuno è perfetto, signore!").
Torniamo a Moratuwa. Questa mattina siedo comodo sul divano, fumando un sigaro dopo colazione. Esce Peter dalla sua stanza, nella sua bella mise di volontario professional pronto per la giornata di lavoro e, con il suo tono un po’ ironico, mi fa: "Berlusconi è in prima pagina sulla BBC, oggi" e non aggiunge altro. Mi passa il modem per connettermi ad internet ed io gli rispondo: "ok, do un’occhiata ai giornali italiani, intendevo giusto farlo". Vado sul sito del Corriere della sera e trovo una maschera di sangue: "Silviotto! Ti hanno preso a sassate!". Leggo l’articolo, realizzo che Peter ne ha ben d’onde a considerarci, sostanzialmente, con il suo humour inglese, degli zulu.
Silviotto è stato colpito con una statuina del duomo di Milano da uno squilibrato. Diciamo pure che può succedere, una volta o l’altra, ad una persona del suo calibro. Quel che mi sgomenta è quella che il sociologo reazionario francese Gustave Le Bon chiamava la psicologia delle folle. Il fatto che lo squilibrato abbia rischiato il linciaggio e che La Russa abbia dichiarato, quasi orgogliosamente: "i sostenitori di Silvio sono stati fermati altrimenti dell’aggressore sarebbero rimasti solo pezzetti!". Il fatto che su facebook si sia scatenato un delirio di consensi all’atto sconsiderato di un povero cristo. Il fatto che, al di là del web, tantissime persone, in Italia, stiano vivendo un momento orgasmico perchè finalmente qualcuno è riuscito a spaccare la faccia all’odiato premier. Trovo un’inquietante continuità tra l’aggressione fisica di ieri e la campagna elettorale di questa primavera (allora ero in Italia e me la sono goduta tutta) in cui la cosiddetta sinistra non ha fatto quasi altro che correre dietro alle gonnelle dietro cui avrebbe corso il premier, cercando di fare leva sulle sacche di bigottismo più retrivo del nostro paese. Ora io mi chiedo: perché il popolo della sinistra (buona parte del quale immagino come stia gongolando oggi) non prova ad avere delle idee? Perché non si sofferma un minimo a pensare che Silviotto, a fronte di avversari politici così insulsi ed umanamente mediocri, non poteva che vincere le elezioni? Perché non si sofferma a pensare che il consenso a Silviotto è del tutto trasversale e non parte solo dai ceti dominanti ed è tale perché dall’altra parte della barricata c’è un inquietante vuoto pneumatico? A questo riguardo credo meriti menzionare un articolo letto su Newsweek di ottobre in cui si accusava Silviotto di tutto quello di cui viene accusato comunemente in Italia. Un articolo ferocemente antiberlusconiano, dunque, in cui, tuttavia, il giornalista non mancava di sottolineare l’assoluta inconsistenza dell’attuale sinistra italiana, "prima responsabile", scriveva, "del clamoroso successo dell’avversario". Il popolo della sinistra, da qualche anno, è talmente ossessionato da Berlusconi che ha perso qualunque altro interesse genuinamente politico quando, in una prospettiva di mondo oramai indiscutibilmente globalizzato, potrebbe avere qualche minimo scatto planetario (come aveva, del resto, fino a qualche anno fa). Esiste, ad esempio, la questione titanica del costo del lavoro nei paesi in via di sviluppo. Un problema a tutto tondo tanto per i lavoratori locali (in Cina, Sri Lanka, nelle Filippine eccetera), che fanno una vita infame, quanto per i lavoratori occidentali, licenziati in gran numero perché le aziende delocalizzano, spostano la produzione nelle celebri zone industriali di esportazione di cui parla Naomi Klein in No Logo. Perché non pensare ad un movimento internazionale per rivendicare un aumento consistente del costo del lavoro nei paesi poveri? Naomi Klein è attiva da anni in questa direzione; sarà ben più interessante che parlare, a mo’ di disco rotto, della deliziosa Noemi Letizia o di Patrizia D’Addario (passi per il lodo Alfano)! Non è una grande espressione di maturità politica fare, in continuazione, le pulci ad un premier per trovare il modo di spedirlo dritto in gattabuia o in esilio senza avere, peraltro, un programma attendibile da proporre. Un programma che andrebbe elaborato, argomentato, che dovrebbe avvalersi di importanti contributi di ricerca, che andrebbe confrontato su di una piattaforma internazionale. Per questo, tuttavia, i sinistri potrebbero, forse, trovare qualche ritaglio di tempo nei prossimi mesi — tempo sottratto allo scartabellare ossessivo negli archivi giudiziari o a rintracciare paparazzi con preziose foto compromettenti o pseudo-escort pronte a vendere informazioni scottanti ― ma ora, ora no, lasciamo che godano, che sproloquino davanti al volto insanguinato di Silviotto.
Vorrà dire che questa sera dovrò portare Peter fuori a cena, farlo bere più del solito (ogni popolo ha il suo punto debole) per fargli dimenticare che sta dividendo un appartamento con uno zulu. È bene, tuttavia, che alzi un minimo il gomito anch’io per dimenticare, parafrasando questa volta Alberto Sordi, che quando i miei antenati costruivano acquedotti, gli antenati di Peter si dipingevano il volto di blue ma che la storia ha fatto il suo corso ed, oggi, le parti si sono drammaticamente rovesciate!

domenica 13 dicembre 2009

Il GEN (Global Ecovillage Network).

E' giunto il momento, dopo che in diversi post ne è stato fatto cenno e dopo diversi collegamenti ipertestuali, di presentare il network planetario delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi: il GEN. Iniziamo con un breve profilo storico:

La testa di ponte dell’ingresso nella Eco-villages Age è uno dei paesi più avanzati al mondo sul tema dei diritti civili, del welfare state e delle libertà individuali: la Danimarca.
È difatti da Gaia Trust ― associazione fondata in Danimarca, nel 1987, da Ross e Hildur Jackson che riuniva quindici villaggi danesi — che parte l’idea di formare il GEN (Global Ecovillage Network).
La rete mondiale degli ecovillaggi vede la luce nel 1994 ― nel corso di un incontro internazionale a Findhorn Foundation — con fondi, ancora una volta, di Gaia Trust.
Con la nascita del GEN inizia una fase di interscambio tra ecovillaggi fino a quel momento tendenzialmente isolati e, da una situazione di comunità slegate ed auto-referenti, prende corpo un movimento con ambizioni di miglioramento della qualità della vita e di salvaguardia del patrimonio ambientale planetario.
Il GEN, da diversi anni ONG dell’ONU, è attualmente decentrato in 3 distinte aree mondiali (GEN Regional Offices): GEN Oceania and Asia , Ecovillage Network of the Americas e GEN Europe and Africa.
Al momento aderiscono al GEN migliaia di realtà, molte delle quali organizzate in reti nazionali.
Esempi significativi sono networks come Sarvodaya (che coinvolge ben 15.000 villaggi sostenibili in Sri Lanka), EcoYoff and Colufifa (di cui fanno parte 350 villaggi in Senegal), il Ladakh Project, nel nord dell’India e la “nostra” RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici).
Possiamo anche menzionare, tra le realtà aderenti al GEN, “città ecologiche” — Auroville, nel sud dell’India, la Federazione di Comunità di Damanhur, in Italia e Nimbin in Australia ―, piccoli ecovillaggi rurali come Gaia Asociación in Argentina e Huehuecoyotl in Messico, progetti di ecologia urbana come Los Angeles EcoVillage e Christiania a Copenhagen, progetti attivi nell’ambito della permacultura come Crystal Waters in Australia, Cochabamba in Bolivia e Barus in Brasil, centri di formazione umana e tecnologica come Findhorn Foundation in Scozia, il Centre for Alternative Technology in Galles ed Earthlands in Massachusetts e l’elenco potrebbe allungarsi ancora.
Da una stima effettuata pochi anni fa nell’ambito dell’americana FIC (Fellowship for Intentional Communities) erano attivi nel mondo (volendo usare i criteri di valutazione più elastici) circa 25000 progetti comunitari, con centinaia di migliaia di persone coinvolte (solo in America si contavano 2000 comunità, con centomila residenti complessivi).
Gli ecovillaggi ed il GEN, cui aderiscono oggi oltre 13000 insediamenti ecologici, sono una significativa sezione di questo più vasto fenomeno.
A livello europeo sono state censite sulla guida Eurotopia 2005 (pubblicata in tedesco ed in inglese) oltre 350 ecovillaggi e comunità intenzionali .
Il GEN ha una generale funzione di coordinamento e networking attraverso periodici incontri delle realtà confederate nelle sue sezioni continentali, newsletters, contributi a riviste specializzate (ad esempio Permaculture Magazine e Communities) e pubblicazioni .
Più in dettaglio, citando direttamente dal sito, il GEN si propone di perseguire i seguenti obiettivi:

-Sostenere lo sviluppo degli ecovillaggi nel mondo;
-Creare una rete solida, con maglie regionali, nazionali ed internazionali di ecovillaggi;
-Creare una struttura organizzativa in grado di collegare, alla base, ecovillaggi e progetti similari in un forte movimento partecipativo;
-Promuovere, nel mondo, Living and Learning Centers (centri formativi in cui possano essere apprese nozioni specifiche vivendo la realtà globale del centro ospite, generalmente un ecovillaggio) di cui si parlerà meglio tra breve;
-Supportare le comunità eco-sostenibili in forum pubblici;
-Collaborare con organizzazioni e persone che condividano i principi e gli intenti presentati.

A fronte di questa griglia, un ambito cui il GEN sta dedicando particolare attenzione è la formazione di veri e propri professionisti dell’ecosostenibilità e della vita in ecovillaggi.
Il mezzo che sta implementando, a questo riguardo, è quello dei già citati Living and Learning Centers, che offrono l’opportunità di “apprendere” i fondamenti di una vita sostenibile (tecnologie “verdi’, sistemi di riciclaggio eccetera), spesso integrati con la saggezza delle culture locali, “vivendo” la quotidianità di alcuni ecovillaggi.
Nei Living and Learning Centers viene particolarmente valorizzato un “approccio didattico” con molte applicazioni pratiche, facilmente “replicabili” in diversi punti del mondo.
In una prospettiva molto anglosassone, lo spirito dei Living and Learning Centers è: See it, do it, take it home, share it with others, and recreate something new (guarda come si fa, fallo, portalo a casa, condividi con altri e ricrea qualcosa di nuovo).
I primi partners del GEN in questa iniziative sono stati Sarvodaya in Sri Lanka, IPEC in Brasile e EcoYoff in Senegal.
Oggi, sono molti gli ecovillaggi che offrono “moduli introduttivi” come corsi di ecovillage design o di permacultura.
«I principi del living and learning sono stati la regola più che l’eccezione durante l’intera storia umana, fino a quando il sistema pedagogico-gerarchico non ha preso il sopravvento», scrive Hildur Jackson ― fondatrice, assieme al marito Ross, di Gaia Trust ed una dei protagonisti della creazione dello stesso network mondiale degli ecovillaggi — sul sito del GEN.
«In Europa», continua Hildur, «insegnanti come Steiner, Montessori, Grundtvig e Freinet hanno ispirato nuovi percorsi educativi. In India Gandhi, Tagore, Sri Aurobindo e La Mère hanno fatto lo stesso. In Brasile Paolo Freire ha ispirato una “pedagogia dell’oppresso” ed, oggi, i principi pedagogici del living and learning sono il principale veicolo utilizzato per i programmi formativi in molti ecovillaggi».
Per citare ancora il bel brano di Hildur:

«La pedagogia del living and learning si basa sul fatto che studenti ed insegnanti, insieme, definiscano cosa debba essere imparato e come. Una definizione netta dei due ruoli non è possibile né necessaria. “Imparare facendo” èil più antico metodo educativo che è bene venga reintrodotto.
Volendo fare un esempio, molte delle case costruite con balle di paglia negli ecovillaggi (e non solo quelle) sono state realizzate da studenti ed insegnanti insieme. Tutti gli elementi del vivere in ecovillaggi possono e dovrebbero essere appresi in questo modo ed un ecovillaggio, offrendo una buona varietà di aspetti legati al vivere sostenibile, è un posto ideale per applicare una pedagogia del living and learning. Imparare può dunque diventare divertente, produttivo e creativo. La conoscenza teorica può essere comunicata sul campo o in brevi sessioni introducendo il lavoro pratico.
Le università tradizionali e le scuole non sono capaci di offrire questa combinazione di teoria e pratica ma possono accordare dei crediti per percorsi formativi negli ecovillaggi. Questa è la nostra speranza per il futuro, per gli studenti di oggi che saranno i professionisti di domani
».

Volendo fare un paio di esempi, un Living and Learning Centre è attivo a Tanamalwila, in Sri Lanka, offrendo corsi in loco ed in diversi altri angoli del mondo. È specializzato in permacultura, biodiversità, diritti umani ed iniziative di pace.
Cambiando continente, un Ecovillage Training Centre è attivo nell’ecovillaggio The Farm, negli Stati Uniti ed offre corsi di permacultura (di base ed avanzata), ecovillage design, energia solare, trattamento delle acque e bioedilizia.
Riguardo il coinvolgimento di istituzioni accademiche con i Living and Learning Centres auspicato da Hildur, credo meriti di essere segnalato il programma Living Routes che collega la realtà mondiale degli ecovillaggi ad alcune istituzioni accademiche americane.
Il Living Routes offre Ecovillage-based Educational Programs; iters formativi che prevedano la permanenza in uno degli ecovillaggi aderenti al progetto per un periodo determinato (ad esempio un semestre).
I corsi seguiti dagli studenti sul campo vengono conteggiati come crediti formativi attraverso la mediazione di università coinvolte nel programma, ad esempio University of Massachusetts Amherst.

giovedì 10 dicembre 2009

Bal Ashram: Newsletter Dicembre 2009

Cari amici,
riprendiamo il filo del mese di novembre....anzi riprendiamo più fili, quelli dai mille colori delle spagnolette e delle stoffe del corso di cucito.
Con Rakeshji e Nituji, la coppia di sarti che insegneranno al corso di sartoria, siamo andati ad acquistare tutto il necessario per questo progetto.
Il costo complessivo di partenza per l'acquisto di tutto il materiale è stato di 7.394 rupie, pari a 120 euro.
Inizieranno con l'imparare a confezionare i corpetti e le gonne per la sari (il vestito tradizionale), che resteranno a loro. A seguire vestiti per bambini e punjabi (pantalone e casacca lunga). L'idea è quella di aggiungere anche altri articoli con ricami e decorazioni.
Per cominciare abbiamo deciso di utilizzare la classe della kinder garden. Se in futuro il gruppo si dimostrasse affiatato e volenteroso allora si potrebbe destinare uno spazio solo a questo progetto, utilizzando una delle vecchie classi della scuola, vicino al cancello principale dell'ashram.
Al primo appuntamento si sono presentate nove donne (quasi tutte mamme degli studenti dell'anjali school),ma grazie al passaparola che funziona sempre come il miglior veicolo di informazione, altre dieci se ne sono aggiunte nei giorni seguenti. Le abbiamo accolte sottolineando che speriamo possano vivere questo appuntamento non solo per imparare, ma per condividere ciò che conoscono(soprattutto le loro esperienze di vita di villaggio), così da creare un gruppo solidale e
propositivo. Noi siamo pronti a supportare la loro buona volontà e creatività.
Lo scorso 14 novembre abbiamo festeggiato la giornata del bambino (in realtà si tratta del compleanno di Jawaharlal Nehru, che richiese anni fa che questo giorno fosse ricordato per i bambini).Solitamente siamo sempre stati invitati ad andare in qualche scuola per celebrare questa giornata, ma quest'anno abbiamo organizzato una mattinata speciale all'Anjali school.
I bambini, dopo aver preparato a casa dolcetti e snack hanno organizzato un'area piena di piccoli “negozi” dove si potevano acquistare cose da mangiare e gustare un buon thè caldo.

Gli insegnanti, hanno organizzato giochi a premi per tutte le classi:
Nelle ultime settimane ciò che ci ha più coinvolto emotivamente sono stati gli sviluppi accorsi al Ramnagar, l'orfanotrofio governativo. Continuando con la nostra visita settimanale abbiamo saputo che alcuni bambini hanno famiglia proprio in città e nessuno fornisce loro supporto per fare ricerche e controllare la veridicità dei racconti dei bambini. Grazie alla cooperazione di uno dello staff, siamo riusciti ad ottenere il permesso dal nuovo direttore di portare fuori dalla struttura 7 bambini (sotto stretta sorveglianza) utilizzando la macchina dell'ashram per andare a cercare le loro famiglie residenti a Varanasi. E' stata una giornata molto intensa e toccante.
Abbiamo girato in lungo e largo diversi quartieri della città mentre i bambini cercavano di mettere a fuoco memorie e ricordi, vecchi anche di sei anni, dei luoghi dove sono nati, dei volti di persone conosciute. Un bambino è riuscito a ritrovare i genitori grazie ad un aquilone, si proprio un aquilone. Dopo tre ore di ricerche vane, un ragazzo si è avvicinato dicendo che si ricordava quando da piccoli facevano volare l'aquilone insieme. In pochi minuti ha ricordato chi fossero i genitori del bambino dando l'indirizzo esatto di dove si erano trasferiti qualche anno prima.
I posti che abbiamo visitato ma soprattutto le storie che abbiamo sentito raccontare vanno al di là della nostra immaginazione: miseria, coincidenze, equivoci ed indifferenza hanno fatto sì che questi bambini finissero rinchiusi.
Di sette bambini, cinque sono riusciti a trovare le famiglie o dei parenti, ed infine solo tre sono stati effettivamente tirati fuori dall'istituto.
Abbiamo ricordato allo staff del centro che se avessero ulteriore bisogno di aiuto per rintracciare le famiglie dei bambini, possono rivolgersi a noi in qualunque momento. Ma la situazione è delicata e non vogliamo/possiamo forzare la cosa.

[Shiva, il bimbo nella foto che riabbraccia la madre, tra le lacrime di contentezza della sorellina, sarebbe rimasto dentro fino ai 18 anni; per fortuna avrà un'altra storia da raccontare]

Nel frattempo organizzeremo per loro una gita all'ashram: noleggio di un bus per tutti e 75 i bambini più l'intero staff. I bambini dell'ashram sono sempre più coinvolti in questo progetto; ogni venerdì tre di loro vengono con noi per disegnare o giocare. Pochi giorni fa è stato molto bello vedere Santosh (12 anni) narrare ad un gruppo di loro delle storie. La sera, durante il meeting ha raccontato della sua esperienza e non ha nascosto quanto lo tocchi interagire con loro vista la consapevolezza che sarebbe potuto essere portato lì invece che al Bal Ashram.
Vorremmo sostenere le spese per una recinzione di una vasta area di giardino che permetterebbe ai bambini di poter rimanere fuori qualche ora in più (specie nel caldo periodo estivo) invece di restare rinchiusi nelle camerate per evitare che scappino. Il preventivo fatto è all'incirca di mille euro; discuteremo meglio nei dettagli i costi e la fattibilità del progetto nei prossimi mesi.
A presto, dal Bal Ashram, Varanasi - India
Camilla e Lorenzo

venerdì 4 dicembre 2009

Sarvodaya: una mite fierezza!

Ho già parzialmente presentato, in un paio di post (riportati a fondo pagina) il network comunitario di Sarvodaya, in Sri Lanka, con cui sto collaborando da oltre un mese.
Credo sia dunque giunto il momento di una presentazione più approfondita:


Sarvodaya Shramadana (dal sanscrito “fare dono dei propri sforzi per il risveglio di tutti”) è la più grande organizzazione di base in Sri Lanka; un grande movimento iniziato nel villaggio di Kanatholuwa, alla fine degli anni ‘50 e cresciuto in maniera esponenziale. Oggi, difatti, sono oltre 15000 i villaggi coinvolti nel suo network.
A Kanatholuwa venne organizzato dal Dott. A.T. Ariyaratne — docente in una scuola di Colombo e fondatore di Sarvodaya — un campo di lavoro con studenti ed insegnanti della stessa scuola, uno shramadana camp, utilizzando la modalità “ricreativa” del campeggio. Vennero approntate le basilari infrastrutture, venne portato soccorso medico e, soprattutto, vennero stimolati gli abitanti a comprendere che avevano un proprio potere di auto-organizzazione indipendente dal governo centrale, tendenzialmente latitante, allora, nelle aree rurali.
Nei successivi nove anni, il “programma formativo” sperimentato a Kanatholuwa si estese in centinaia di altri villaggi, acquisendo le fattezze di un vero e proprio movimento per lo sviluppo “dal basso”, con l’obiettivo di una radicale, non violenta trasformazione sociale.
Sul calare degli anni ’70 Sarvodaya, con il sostegno di organizzazioni partner nei paesi più ricchi, raggiunse quasi tutte le aree del paese, finanche alcune tra le più remote.
I metodi dell’organizzazione, i programmi per l’autosufficienza e di partecipazione comunitaria e l’approccio olistico divennero oggetto di interesse non solo per coloro che ne beneficiavano direttamente ma anche per i volontari ed i supporters.
Migliaia di giovani donne e uomini hanno imparato a motivare ed organizzare le persone nei loro villaggi per soddisfare i bisogni umani fondamentali, dall’approvvigionamento di acqua potabile ed energia elettrica alla realizzazione di abitazioni semplici e funzionali, dalla basilare assistenza sanitaria all’organizzazione delle fondamentali strutture di comunicazione (identificabili, sino ad un recente passato, con essenziali servizi postali, poi con il telefono e, oggi, con la possibilità di accedere ad Internet; a questo riguardo merita menzionare che Bill Gates ha fatto dono di 500 computers a Sarvodaya), dall’istruzione di base alla garanzia di poter soddisfare i più importanti bisogni di ordine culturale e spirituale (sono state, ad esempio, approntate in diversi villaggi coinvolti nel network, piccole biblioteche e non è stata trascurata la realizzazione di luoghi di culto, in particolare templi buddisti).
Durante i suoi primi trent’anni di vita Sarvodaya, facendo inizialmente affidamento solo sulle proprie forze, è diventata una delle più importanti organizzazioni di base in Asia e nel mondo.
Nel tempo ha dovuto affrontare anche momenti difficili, ad esempio all’inizio degli anni ‘90, quando è stata fatta oggetto di ostilità da parte del governo, subendo forme di violenza politica.
Negli ultimi anni Sarvodaya si è impegnata in operazioni di soccorso nelle aree settentrionali del paese, dilaniate dal conflitto etnico oltre a continuare a realizzare progetti di sviluppo, dal basso, nelle realtà rurali. In particolare ha focalizzato i suoi sforzi sullo sviluppo tecnologico (in un’ottica, nella misura del possibile, di eco-sostenibilità), sull’assistenza a bambini “a rischio” (oggi si prende cura di più di 1000 orfani e gestisce 4335 asili con circa 98000 “piccoli utenti”), ragazze-madri, anziani e disabili e sul rafforzamento del potere politico dal basso.
L’organizzazione è attualmente distribuita in 345 unità divisionali, 34 uffici distrettuali e 10 istituti specializzati in trainings per lo sviluppo. Coinvolge oltre 100000 giovani come “costruttori di pace” attraverso Shantisena (sua diretta emanazione) e, attraverso SEEDS (Sarvodaya Economical Enterprise Development Services), rappresenta la più importante esperienza di micro-credito nel paese, con un portafoglio di prestiti per oltre 1 milione di dollari. Il capitale totale di Sarvodaya supera, oggi, i 5 milioni di dollari, con 1500 dipendenti a tempo pieno. Considerando i numerosissimi volontari, possiamo parlare di circa 200000 persone impegnate nell’organizzazione, tante quanto quelle del settore delle piantagioni in Sri Lanka.
Sarvodaya, operativa da quasi 50 anni, si è sviluppata attorno ad un sistema coerente di principi filosofici ripresi dal buddismo e dal pensiero di Gandhi e del suo principale discepolo, Vinoba Bhave (1895-1982). Centrale la sua concezione del villaggio — ovvero della “comunità tradizionale” — come luogo di “autogoverno”, in onore al termine vedico, usato da Gandhi e Vinoba, Swaraj. Questo può essere tradotto con “autolimitazione” e, come accennato, “autogoverno”, «da ottenersi», scriveva Gandhi, «educando le masse al senso delle loro capacità di regolare e controllare il potere» .
Nella filosofia di Sarvodaya, come emerge chiaramente dalla sua storia, è dunque a partire dal villaggio, dalla comunità tradizionale — tendenzialmente autosufficiente ed ecosostenibile — che si debbono realizzare equilibrati principi di sviluppo. In virtù di questo, Sarvodaya non può non rappresentare una delle più importanti realtà del GEN (Global Ecovillage Network), in cui è attiva da anni anche con un proprio, importante Living and Learning Centre.
Il fondatore e leader carismatico dell’organizzazione, il Dottor A.T. Ariyaratne, i cui contributi teorici sono stati riconosciuti a livello internazionale, continua ad esserne alla guida, per quanto il lavoro quotidiano sia nelle mani di una nuova generazione, che possa garantire una più moderna modalità di gestione.
Con la drastica riduzione di finanziamenti esterni, dirottati oggi da grandi organismi internazionali e dalle più importanti Organizzazioni Non Governative verso paesi considerati più bisognosi (Tanzania, Nigeria, Bangladesh) sta avendo inizio una nuova fase per Sarvodaya, in cui l’autosufficienza economica debba essere, in vari modi, implementata. Parafrasando il sociologo Ronald Inglehart, l’organizzazione sta passando da una fase di soddisfazione di bisogni immediatamente materiali ad una di bisogni post-materialisti, in cui debba migliorare la qualità dei suoi servizi e delle sue pubbliche relazioni a livello internazionale (si sta, ad esempio, sviluppando una sua branca legata all’ecoturismo ed a sempre nuovi e meglio organizzati shramadana camps come opportunità di vacanze-lavoro) e sia capace, con i prodotti genuini, talora biologici (caratteristica, quest’ultima, che va senz’altro potenziata), dei suoi innumerevoli villaggi, di cavalcare agevolmente la tigre del mercato.

International Division-Sarvodaya Headquarters
98, Rawathawatte Road, Moratuwa, Sri Lanka.
Tel +94112655419
E mail sarvishva@itmin.net
Web site www.sarvodaya.org


Post correlati:

Le proposte di Sarvodaya
Sri Lanka: brevi note di viaggio, parte seconda (Sarvodaya)

A chi legge l'inglesse segnalo, infine, il blog Sarvodaya Shramadana, creato da me e, naturalmente, gemellato con questo blog e con il sito, bilingue, viverealtrimenti.com

mercoledì 2 dicembre 2009

LUNA PIENA --- Mercoledì 2 dicembre 09 --- da Ajahn Munindo

Lo stolto che sa di essere stolto
ha un pizzico di saggezza;
lo stolto che pensa di esser saggio
è impudentemente stolto.


Dhammapada strofa 63

È una liberazione essere capaci di riconoscere i nostri errori nel
modo giusto al momento giusto. Quando la smettiamo di fingere con gli
altri di essere perfetti, possiamo smettere di nascondere a noi stessi
i nostri errori. È la saggezza che lo riconosce. La saggezza è come la
luce, nella misura in cui siamo aperti e onesti, può brillare
attraverso noi. Diventiamo trasparenti a noi stessi e agli altri.
Quando ci prendiamo troppo seriamente, la luce non può brillare e
l’oscurità crea paura. Notate, quando avete paura, come si contrae il
cuore, producendo un preciso senso del ‘me’. A un livello, questo
senso di sé può anche far sentire bene: sono un solido qualcuno. Ma
questo ‘qualcuno’ va in giro entrando in collisione con altri
‘qualcuno’ lasciando nella sua scia ansietà e danno. Comprenderlo è la
nascita dell’autentica umiltà.

Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, tutti i giorni eccetto lunedì)
Fax: (+39) 06 233 238 629

sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter (newsletter in English)
www.dhammatalks.org.uk (audio files)